#iorestoacasa ma non ne posso più: 5 consigli se avete la sensazione di essere al limite

La quarantena contro il coronavirus sta mettendo a dura prova la nostra salute mentale.
La minaccia che il COVID-19 rappresenta per la salute fisica è grave, ma man mano che l'epidemia continua, anche la paura, lo stress e l'incertezza stanno colpendo la nostra salute emotiva.
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«Il coronavirus sta causando un panico diffuso non solo a persone che già soffrono di ansia, ma anche alla comunità in generale», ha dichiarato la psicoterapeuta Carrie C. Mead.
** Non ho voglia di fare niente: ecco perché la quarantena toglie la voglia di fare **
E come ha ricordato l'OMS «è normale sentirsi tristi, stressati, confusi, spaventati e arrabbiati», ma non dobbiamo abbatterci.
Ecco qui allora alcuni consigli di psicologi e autorevoli organizzazioni su come ritrovare la positività in quarantena.
5 consigli degli psicologi per tenere a bada ansia e tristezza della quarantena
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1. Accettate la vostra ansia
Sembra un consiglio banale, ma in realtà è molto più importante di quello che sembra.
Joseph McNamara, co-direttore del Centro per Ansia e Disturbi Correlati dell'Università della Florida, afferma che cercare di negare eventuali sentimenti ansiosi non aiuterà a gestire lo stress in seguito.
«È importante riconoscere la propria ansia, e sapere che è presente - ha detto la psicologa clinica Carla Manly - Far finta di non avere paura è controproducente; renderà solo più ansiosi.
**Avete paura del Coronavirus? Per fortuna! Ecco a cosa serve la paura (secondo la psicologia)**
Quindi, invece di nascondere l'ansia, bisogna affrontarla e capirla.
Questo passaggio rallenterà così la reattività emotiva, aggiungendo un livello di obiettività e consapevolezza di sé.
2. Attenti a quanto (e dove) vi informate
Essere informati sulla situazione nazionale e internazionale è certamente una cosa giusta e doverosa da fare. Ma è altrettanto importante non essere ossessionati dalle notizie.
Molti professionisti della salute mentale consigliano di dedicare solo determinati orari della giornata a controllare gli ultimi aggiornamenti sulla pandemia, limitandosi a una, massimo tre, volte al giorno.
Ovviamente, ognuno ha il proprio limite, ma la chiave è notare il proprio stato d'animo prima e dopo aver visto le notizie al telegiornale.
Importante anche da dove prendiamo informazioni.
Evitate di usare social media per restare aggiornati, e preferite fonti note e/o ufficiali come il sito dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e quello dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS)
3. Sì alla socialità, ma attenti ai social media
Essere in quarantena non significa essere isolati dalla propria famiglia e dai propri amici. Per fortuna ci sono tanti, tanissimi modi in cui possiamo rimanere in contatto con genitori, nonni, fratelli, amici e amiche.
Le relazioni sociali sono fondamentali per farci stare bene tanto da un punto di vista mentale quanto fisico.
Anziché con i messaggi sul cellulare o mail, provate a favorire le videochiamate, magari organizzando aperitivi e cene in compagnia (virtuale).
**Le migliori app per videochiamate di gruppo**
Attenzione però all'uso che fate dei social media: potrebbero essere una grande fonte di ansia.
Ad esempio, sui social sembra che tutti stiano sfruttando il tempo libero al massimo, ma non siamo tutti uguali e quindi è ok se noi siamo meno produttivi di altri.
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4. Dedicate del tempo ad analizzare pensieri ed emozioni
Usate parte della giornata per ascoltare il vostro corpo e la vostra mente. Bastano 10 minuti al giorno, in cui potete praticare un po' di meditazione.
Molti studi dimostrano che la meditazione, così come la mindfullness e la visualizzazione, aiutano ad alleviare lo stress, ridurre l’ansia e la paura e possono condurre a una visione più positiva della vita.
**4 modi rapidi per tranquillizzare la mente all'istante da ansia e cattivo umore**
È facile: trovate un posto tranquillo e mettetevi seduti (o sdraiati). A occhi chiusi cercate di rilassare il corpo, concentrandovi sul respiro, e tenete la mente sgombra dai pensieri.
Per aiutarvi potete anche usare le app per la meditazione.
**4 buoni motivi per provare la meditazione**
5. Cercate l'aiuto di un esperto, anche online
Se tutto ciò non aiuta, prendete in considerazione la possibilità di chiedere supporto agli esperti, primi su tutti gli psicologi.
** Avremmo tutti bisogno di andare in terapia: se non ci credete ve lo dimostriamo **
Anche online e sui social si trovano aiuti psicologici validi.
Instagram stessa si è impegnata affinchè le persone avessero gli strumenti per offrire e ricevere aiuto con diverse iniziative: da quelle sulla corretta informazione alla creazione di adesivi specifici come lo sticker “Grazie”, che permette di mostrare gratitudine per tutto ciò che ci sta aiutando in questo periodo.
Ecco qualche profilo da seguire per un approccio positivo a questa situazione:
Silvia Pasqualini - Psy (@ilcorpoelamente_)
Francesca Santamaria Palombo (@psicobenesserealfemminile)
Sara Colognesi (@sara_psicologiabenessere)
Alessia Romanazzi (@iononmistresso)
Molto carino, per chi mastica l’inglese, è anche il progetto The Loneliness Project (@thelonelinessproject) che vuole dimostrare a chi si sente solo che non lo è poi così tanto come teme.
Credit foto: unspalsh.com
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Sarah Ferguson si rifugia in Svizzera dopo l'arresto del principe Andrea per le email legate a Epstein

Da settimane il clima attorno alla famiglia reale britannica è tutt’altro che sereno. Dopo l’arresto dell'ex principe Andrea con l’accusa di cattiva condotta in carica pubblica e le nuove rivelazioni legate agli "Epstein files", l’attenzione mediatica si è rapidamente spostata anche su chi, negli anni, gli è rimasto accanto. E tra i nomi tornati sotto i riflettori c’è quello di Sarah Ferguson.
L’ex Duchessa di York, 66 anni, non appare in pubblico da mesi. L’ultima volta era stata vista al battesimo della nipote Athena, a Londra, lo scorso dicembre. Poi, il silenzio.
Secondo diverse ricostruzioni della stampa britannica, Sarah Ferguson avrebbe lasciato il Regno Unito poco dopo Natale per rifugiarsi in Svizzera, presso la Paracelsus Recovery Clinic di Zurigo, una struttura privata specializzata in salute mentale e dipendenze, nota per i suoi programmi altamente personalizzati e riservati.
La clinica, che secondo quanto riportato dai tabloid, avrebbe un costo di circa 13mila sterline al giorno, viene descritta dal fondatore come un «santuario» dove ricevere cure senza giudizio. Tra i servizi offerti figurano programmi per burnout, depressione, ansia e traumi, con équipe mediche dedicate e un livello di privacy elevatissimo.
Non si tratterebbe di una novità per l’ex duchessa: in passato aveva già parlato pubblicamente della struttura, definendola un luogo sicuro in cui affrontare le proprie fragilità, e aveva raccontato di aver ricevuto lì la diagnosi di disturbo da stress post-traumatico e ADHD.
**Il principe William commenta l'arresto dello zio Andrea (e il futuro della monarchia)**
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Il principe William commenta l'arresto dello zio Andrea (e il futuro della monarchia)

La prima apparizione pubblica dopo una tempesta mediatica dice sempre molto più di mille comunicati ufficiali. E quella del principe William ai BAFTA Awards 2026, accanto a Kate Middleton, è arrivata in uno dei momenti più delicati per la monarchia britannica.
Pochi giorni prima, infatti, l’ex principe Andrea era stato arrestato con l’accusa di cattiva condotta in carica pubblica, nell’ambito delle nuove indagini legate agli "Epstein files", riguardanti l'ex finanziere statunitense accusato di pedofilia e traffico sessiale, amico di Andrea.
Sul pink carpet londinese, tra abiti couture e flash dei fotografi, l’atmosfera era elegante ma inevitabilmente tesa. Il principe William, 43 anni, non ha evitato le domande. Interpellato sul film Hamnet, che racconta il dolore di William Shakespeare e della moglie Agnes Hathaway per la morte del figlio undicenne, ha ammesso di non averlo ancora visto.
La motivazione? «Ho bisogno di essere in uno stato piuttosto calmo e al momento non lo sono. Lo vedrò più avanti», ha spiegato. Una frase breve, ma che ha immediatamente fatto il giro dei media.
L’arresto dell'ex Duca di York, avvenuto il 19 febbraio (giorno, peraltro, del suo 66° compleanno) ha riaperto ferite mai del tutto rimarginate all’interno della famiglia reale. Andrea è stato interrogato dalla polizia per undici ore e poi rilasciato, mentre le indagini proseguono. Secondo alcune indiscrezioni, gli investigatori potrebbero estendere le verifiche anche ad ambienti e dispositivi legati ai suoi precedenti incarichi ufficiali.
In questo scenario complesso, il principe William si trova in una posizione particolarmente delicata. Se in passato era rimasto ai margini della vicenda Epstein, oggi la questione tocca direttamente il futuro della monarchia.
Più volte ha parlato di una visione improntata «all'evoluzione, non rivoluzione», con l’obiettivo di modernizzare l’istituzione e rafforzarne la credibilità agli occhi dell’opinione pubblica. Ma ogni nuovo sviluppo legato allo zio rischia di complicare questo percorso.
**Il principe William sta pianificando un grande cambiamento per quando diventerà re**
Buckingham Palace ha fatto sapere che re Carlo III guarda con «profonda preoccupazione» alle accuse e sostiene un’indagine completa, equa e condotta dalle autorità competenti. Anche il principe William e Kate, tramite il loro portavoce, hanno espresso inquietudine per le rivelazioni e ribadito che il loro pensiero resta rivolto alle vittime.
Ma per il principe William, l’arresto dello zio non è solo una vicenda familiare: è una prova istituzionale che potrebbe segnare in modo decisivo il suo cammino verso il trono.
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Oltre il podio: cosa ci insegnano davvero le Olimpiadi quando si spengono le luci?

Le Olimpiadi finiscono sempre così: con una cerimonia che commuove tutti noi, un ultimo sventolio di bandiere, le immagini che scorrono veloci sui social e una promessa di rivederci tra quattro anni.
È quello che è successo anche con i Giochi di Milano-Cortina 2026: settimane intense, totalizzanti, capaci di entrare nelle nostre case e nei nostri discorsi quotidiani. Ma la domanda è inevitabile: cosa resta davvero, quando si spengono le luci? È lì, in quella domanda, che si nasconde il legame più profondo tra Olimpiadi e resilienza.
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Crediamo rimanga molto più di un medagliere. Restano storie, immagini che non sono solo sportive, ma totalmente umane. Restano corpi che hanno attraversato il limite e lo hanno ridefinito e restano donne e uomini che, prima ancora di vincere, hanno scelto di non smettere di provarci.
La resilienza non è una parola motivazionale
C'è una linea continua che attraversa queste Olimpiadi ed è quello che chiamiamo il filo della resilienza. Non di certo quella da hashtag, ma quella concreta, fatta di fisioterapia alle sei del mattino e di sconfitte che bruciano.
Tra i volti più potenti di questa resilienza è stato quello di Federica Brignone. Dieci mesi fa una caduta devastante, un infortunio che avrebbe potuto chiudere la carriera di chiunque. Una frattura complessa, la ricostruzione del legamento, mesi di riabilitazione. E poi l’oro nel SuperG, davanti al pubblico di casa. No, non stiamo parlando di una favola ma di un vero processo. Brignone non ha vinto “nonostante” la fragilità ma ha vinto attraversandola.
Accanto a lei, citiamo la longevità come forma di coraggio. Arianna Fontana, alla sua sesta Olimpiade, ha dimostrato che l’età non è un dettaglio anagrafico ma una forza competitiva. Restare ad altissimi livelli per così tanto tempo significa convivere con aspettative, pressioni, cambiamenti del corpo e del contesto. Significa scegliere ogni giorno di rinnovare il proprio patto con lo sport.
E poi la maternità, che nello sport femminile non è ancora un tema neutro. Francesca Lollobrigida è tornata sul ghiaccio dopo oltre un anno di stop per la gravidanza e ha conquistato due ori. Non ha messo tra parentesi la sua identità di madre per essere atleta, ma le ha fatte convivere. Ha mostrato infatti che eccellenza e vita possono nutrirsi a vicenda.
Non smettere mai di provarci: la lezione più grande
C’è un momento, in ogni Olimpiade, in cui capiamo che la vera posta in gioco non è l’oro. È la scelta di ripresentarsi sulla linea di partenza.
Gli ori italiani di questi Giochi infatti hanno avuto un tratto comune: nessuno è stato lineare. Nessuna carriera è stata perfetta così come nessun percorso si è dimostrato privo di crepe. Ma è proprio lì, nelle crepe che noi abbiamo visto la luce.
Allora qual è la vera domanda? Non smettere mai di provarci? Ma cosa significa veramente? Significa accettare che il talento non basta e che il successo non è una traiettoria ascendente, ma una curva piena di deviazioni. Significa anche allenarsi quando nessuno guarda, significa esporsi alla possibilità di perdere ancora.
È una lezione che va oltre lo sport. Perché nella vita reale non abbiamo uno stadio pieno a sostenerci e non abbiamo un podio che certifica il risultato. Quello che però abbiamo sono le nostre scelte quotidiane accompagnate da fallimenti silenziosi e ripartenze invisibili. Le storie olimpiche infatti ci ricordano che la perseveranza è fiducia nel processo e non ostinazione cieca.
Perché le Olimpiadi ci toccano così a fondo
Ogni quattro anni accade qualcosa di raro: ci sentiamo parte di un “noi”. Le Olimpiadi infatti trasformano la competizione individuale in un racconto collettivo. Noi non tifiamo solo per un atleta, ma per una storia in cui riconosciamo qualcosa di nostro, che sia la fatica, l’attesa o semplicemente la voglia di riscatto.
I giochi ci offrono uno spazio emotivo condiviso e ci ricordano che il limite è in realtà un confine da esplorare. E c’è anche un altro aspetto, più sottile: le Olimpiadi rendono visibile la fragilità. Un atleta che cade o che piange normalizza qualcosa che nella vita quotidiana tendiamo a nascondere. Ci autorizza a non doverci mostrare come esseri invincibili.
Cosa ci lasciano davvero, quando tutto finisce
Quando il villaggio olimpico si svuota e le arene tornano silenziose, resta una domanda personale: cosa facciamo di quello che abbiamo visto?
Le Olimpiadi ci lasciano un modello diverso di successo, ci lasciano la consapevolezza che il corpo ha memoria, ma anche capacità di rinascita.
Soprattutto, ci lasciano un invito: continuare a provarci, ma non per vincere una medaglia, ma per onorare il nostro percorso, con la stessa determinazione con cui un’atleta torna in pista dopo mesi di riabilitazione. Le Olimpiadi finiscono lo sappiamo, invece la resilienza, quella vera, inizia quando torniamo alla nostra vita quotidiana.
E volete sapere la cosa più bella? È ricordarsi come anche lontano dal podio, possiamo essere straordinari.
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