Cosa vi piacerà e cosa no del nuovo film di Woody Allen, La ruota delle meraviglie

Kate Winslet, Justin Timberlake e Juno Temple sono i protagonisti del nuovo film di Woody Allen, che è da vedere, ma non diventerà il vostro nuovo film preferito
Non è trascorso nemmeno un anno dall’uscita di «Café Society» - senza contare la successiva parentesi televisiva con la serie «Crisis in Six Scenes», prodotta da Amazon Studios come questo suo ultimo film - che Woody Allen è già di ritorno al cinema con un’altra delle sue dramedy esistenzialiste.
Questa volta, però, è una famiglia a essere al centro del suo frenetico intreccio sentimentale.
Anni ’50, Coney Island, New York.
Ginny (Kate Winslet) è un’ex attrice che la vita ha segregato, sposata con Humpty (Jim Belushi) e cameriera in un ristorante sulla spiaggia con menù a base di crostacei.
La sua esistenza scombussolata - tra marito alcolizzato e figlio piromane - viene alleggerita dopo l’incontro con Mickey (Justin Timberlake), un bagnino con aspirazioni da drammaturgo, con cui inizia una passionale tresca amorosa.
Questo fino al giorno in cui non compare nelle loro vite la giovane e affascinante Caroline (Juno Temple), figlia che Humpty ha avuto da un precedente matrimonio.
Cast stellare, crimine, ironia, jazz…
Gli elementi cari al cinema di Woody Allen ci sono tutti anche stavolta.
Il regista, ormai da tempo, si ostina a portare in tavola per il suo pubblico di fedelissimi una ricetta a cui, di anno in anno, apporta solo qualche rivisitazione di condimento, ma i cui ingredienti non variano mai.
A volte il risultato è buono, altre ottimo, altre così così. Secondo noi, questa è la volta del così così. Ecco perché.
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La ruota delle meraviglie ci è piaciuto per: il cast
Quello che ci porta davvero al cinema ogni anno a vedere l’ennesimo film del'ormai fin troppo prolifico Woody Allen, non è più la storia in sé, da cui non stiamo nemmeno più ad aspettarci picchi di originalità o sorprese, quanto il cast.
«La ruota delle meraviglie» è pressoché tutto nelle mani della brava e meravigliosa Kate Winslet che, interpretando un personaggio femminile tanto fragile quanto ipocrita, ci ha ricordato per alcuni aspetti l’incredibile e nevrotica Jasmine di Cate Blanchett.
Al suo fianco due presenze maschili che fanno il loro lavoro in modo splendido, senza però oscurare la protagonista: da una parte il redivivo Jim Belushi, contraltare caratteriale della Winslet in scena, e Justin Timberlake, che della storia è il narratore - la posizione sulla torretta di salvataggio diventa quindi anche un simbolo della sua conoscenza su tutto ciò che accade - oltre che il giovane pieno d’aspirazioni di cui Ginny s’innamora.
Il cantante dimostra di essere un perfetto ‘personaggio alleniano’, a differenza di Juno Temple, che incarna il ‘desiderio’ e l’incoscienza della giovinezza, ma che ha un'aurea troppo ‘rock’n’roll’ per mimetizzarsi appieno nel quadro.
La fotografia di Vittorio Storaro è bellissima
Per «La ruota delle meraviglie» Woody Allen è tornato a lavorare con Vittorio Storaro («Café Society») alla fotografia.
Questa volta i due si sono diretti verso l’iconica Coney Island, oltre che sulle spiagge di Manhattan e Brighton Beach a New York.
Le luci del luna park - ambiente che però non diventa mai parte integrante della narrazione, rimanendo una semplice cartolina di sfondo - permettono a Storaro di giocare con i colori e la saturazione dell’immagine, regalando alla storia un’illuminazione fiabesca al neon, che cambia in base all’umore della protagonista e che ci ricorda quella di un palcoscenico teatrale.
Quello su cui Genny non è riuscita a sfondare come attrice, motivo per cui trasforma la vita in recitazione e melodramma.
Woody Allen però non ci è piaciuto per:
Se è vero che gli elementi con cui Woody Allen confeziona ormai ogni suo film - ironia, cinismo, dialoghi al limite con l’ansiolitico, storia romantica, dramma e crimine - ci danno sicurezza, è anche vero che qualche sonoro sbadiglione a un certo punto di «La ruota delle meraviglie» lo abbiamo tirato.
Se tutto è noto fino alla fine, d’altronde, gli attori possono essere bravi finché vogliono per ammaliarci con la loro presenza in scena, per farsi amare con evoluzioni e battute, ma dopo un po’ non ci basta.
È come se Woody Allen, da tempo, fosse entrato in un personaggio cinematografico da cui ha riesce a liberarsi per paura di sbagliare. «Anche quest’anno ho fatto esattamente quello che vi sareste aspettati, contenti?» sembra chiederci. No Woody.
La tua gallery di personaggi è sempre magnifica, ma adesso torneremmo a chiederti anche un filo di guizzo extra di trama.
Tu che te lo puoi permettere, fai meno film, capendo davvero quando una storia vale la pena di essere raccontata.
E quella di «La ruota delle meraviglie» non passerà di certo agli annali.
Il personaggio di Ginny è (un po') fastidioso
In «Blue Jasmine» (2013) Woody Allen racconta un personaggio femminile, ansiolitico e fragile, che non si rassegna alla piega che ha preso la sua esistenza. Jasmine (Cate Blanchett) vive di un passato che non esiste più.
In «La ruota delle meraviglie», il regista propone lo stesso tipo di nevrosi attraverso il personaggio di Ginny.
Per entrambe il pubblico prova compassione: sono donne ormai non più giovani anche se splendide, deluse, che vivono di rimpianti e per questo portate alla follia.
Jasmine beve, Ginny si traveste come per andare in scena.
Ma mentre Jasmine è una donna che a quella vita era legata anche per un sentimento amoroso, Ginny tra le righe colpevolizza la sua condizione per insuccessi invece esclusivamente personali.
Mentre Jasmine vive un problema presente comprensibile al pubblico, come quello di chi oggi perde tutti i suoi averi a causa di grane finanziarie, Ginny trascura preoccupazioni reali come la piromania del figlio per inseguire un ideale velleitario nei lontani - e qui resi oltrettutto fiabeschi - anni '50.
Mentre Jasmine la percepiamo reale nella sua disperazione, Ginny a tratti risulta addirittura finta nel suo melodramma troppo teatrale.
Così, mentre l'afflizione di Jasmine ci arriva fino alla fine, a quella di Ginny dopo un po’ reagiamo come di fronte a un bambino che fa i capricci: innervosendoci.
E non è positivo.
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Dove hanno girato Love Story? Le location dietro l'amore tra JFK Jr. e Carolyn Bessette

Love Story: John F. Kennedy Jr. & Carolyn Bessette, serie tv in esclusiva su Disney+, mette al centro non solo la relazione tra i due protagonisti, ma i luoghi che ne hanno definito l’immagine.
Con Sarah Pidgeon, Paul Anthony Kelly, il lavoro del produttore esecutivo Brad Simpson e del costumista Rudy Mance, la New York degli anni ’90 viene ricostruita attraverso spazi iconici e fedelmente reinterpretati.
Le location di Love Story
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Quando gli spazi diventano racconto
Il loft di Tribeca, passeggiate con il cane Friday, gli uffici minimal di Calvin Klein, i ristoranti storici downtown, i club della nightlife anni ’90, l’appartamento di Jackie sulla Fifth Avenue, il compound di Hyannis Port.
Ogni location costruisce l’immaginario della serie: cemento e vetrocemento, palette neutre, interni stratificati, atmosfere glamour ma misurate.
n Love Story le case, gli uffici e i ristoranti non sono solo scenografie decorative ma strumenti narrativi. Raccontano potere, stile, esposizione mediatica e quell’equilibrio fragile tra privato e pubblico che ha trasformato JFK Jr. e Carolyn Bessette-Kennedy in un’estetica prima ancora che in una coppia.
Lavoro & Minimalismo
Calvin Klein HQ – Carolyn lavorava qui prima di diventare una Kennedy. La serie ricostruisce gli uffici newyorkesi con palette neutra, linee essenziali, superfici in metallo e marmo: un manifesto del minimalismo anni ’90.
Questo spazio riflette lo stile silenzioso e sofisticato di Carolyn, che nasce come icona fashion anche attraverso l’ambiente lavorativo.
Tribeca Glam
Panna II - Nel primo episodio li vediamo a cena in quello che sembra lo storico ristorante indiano dell’East Village, illuminato da fili di lucine colorate. Non è certo che sia stato davvero il loro primo appuntamento, ma la scena restituisce perfettamente l’atmosfera spontanea e giovane della New York di quegli anni.
The Odeon - Brasserie francese aperta nel 1980 a Tribeca. Ritrovo di artisti, scrittori e attori, spesso frequentata anche dal cast di Saturday Night Live. Carolyn adorava l’hamburger con spinaci saltati al posto delle patatine. Perfetto anche per un Martini seguito da doughnuts o profiteroles.
Bubby’s – Brunch spot storico aperto nel 1990. JFK Jr. ordinava oatmeal e café latte, Carolyn preferiva il matzo ball soup o piatti più leggeri. Frequentavano il locale con amici o in coppia, con una presenza discreta ma sempre riconoscibile: un rituale mattutino che racconta la loro quotidianità tra stile e semplicità.
Loft di Tribeca – Gran parte della storia si svolge al 20 North Moore Street. Gli interni sono ricostruiti in studio, rispettando la pianta originale. Cemento, acciaio, vetrocemento e grandi open space: uno stile “fratty” nella realtà, più chic per la serie. Lampade iconiche, tavoli scultorei e sedute vintage raccontano la doppia anima di JFK Jr.: erede di una dinastia politica ma uomo urbano e contemporaneo.
Nightlife & Fashion
Mudville 9 – Dive bar iconico di Tribeca, teatro di feste e party notturni. La coppia vi andava per chiudere la serata dopo cene ed eventi, godendosi il ritmo della città senza eccessi, tra amici e musica dal vivo.
C.O. Bigelow – Storica farmacia di Greenwich Village, dove Carolyn comprava i celebri cerchietti Charles J. Wahba. Piccoli acquisti quotidiani che mostrano la loro vita “normale” tra lavoro e mondanità, sempre con stile impeccabile anche negli spazi più semplici.
I loro ristoranti preferiti (ancora aperti oggi)
Walker’s – Taverna di quartiere aperta nel 1987, accanto al loro loft. Burger leggendario, atmosfera rilassata: un rifugio semplice in una zona già allora in trasformazione.
Nobu – Sushi e cucina giapponese contemporanea firmati Nobu Matsuhisa, fondato con Robert De Niro e Drew Nieporent. Cena sofisticata, luogo perfetto per una coppia raffinata.
Indochine – Ristorante franco-vietnamita di Noho, storico ritrovo fashion. Carolyn vi fu fotografata più volte tra eventi mondani e cene private.
L’appartamento di Jackie Kennedy
Totalmente opposto al minimalismo di Carolyn, con pattern, marmi, tappeti e opere d’arte. La serie alleggerisce l’impatto visivo, scegliendo tonalità cipria, pesca, beige e avorio. Simbolico “passaggio di testimone” tra le due donne più importanti nella vita di John, che non si incontrarono mai.
Hyannis Port: il mito del compound Kennedy
Le riprese si sono svolte a Bellport, Long Island, trasformando una villa sul mare in una versione romantica e cinematografica della residenza storica. Cancello bianco, vialetto in ghiaia, bandiera americana: ogni dettaglio rafforza la dimensione mitica del racconto.
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John F. Kennedy Jr. e Carolyn Bessette: la loro “Love Story” nella nuova serie su Disney+ vi piacerà, parola nostra

Il 13 febbraio fa il suo debutto su Disney+ con i primi tre episodi Love Story: John F. Kennedy Jr. & Carolyn Bessette. Prodotta dall’uber-prolifico Ryan Murphy (American Horror Story), la serie ripercorre la storia romantica tra l’erede di casa Kennedy, figlio di John Fitzgerald e Jacqueline, interpretato da Paul Anthony Kelly, e Carolyn Bessette, carismatica e talentosa PR che a lungo ha militato al fianco di Calvin Klein. Nella serie Carolyn ha il volto della magnetica Sarah Pidgeon.
Love Story: John F. Kennedy Jr. & Carolyn Bessette inizia dalla fine, per poi tornare indietro al primo incontro tra i due e alla parabola romantica della loro invidiatissima storia. Nella serie ci sono il lavoro di lei per Calvin Klein, le sue passioni, il suo innato talento per la moda, quella spontaneità che farà breccia nel cuore di uno degli scapoli più potenti d’America. Ci sono il peso del cognome di lui, la famiglia, la pressione dei media. C’è New York, spttacolare e bellissima, vissuta nella sua frenesia creativa e nel suo benessere più invidiabile.
Love Story debutta in streaming il 13 febbraio su Disney+ con le prime 3 puntate, seguite da un episodio alla settimana ogni venerdì. Quello dedicato a JFK Jr. e a Carolyn Bessette è il primo capitolo di una nuova serie antologica che rivive, proprio in pieno stile Ryan Murphy, le grandi storie d’America, in questo caso romantiche. La serie è tratta dal libro Once Upon a Time di Elizabeth Beller che, pubblicato ormai un paio di anni fa, ha raccontato diversi dettagli fino ad allora inediti della relazione tra i due.
Di cosa parla Love Story
Quella tra John F. Kennedy Jr. e Carolyn Bessette è stata una storia romantica che ha ammaliato l’America. Lui, figura regale e scapolo d’oro, era già una vera celebrità mediatica quando conosce lei, bellissima e volto noto della New York della moda per essere passata in pochissimo tempo da venditrice a figura creativa di spicco in Calvin Klein.
Lui, assoggettato al suo nome; lei, indipendente e libera. Si conoscono a una festa e scatta subito un amore destinato a essere indissolubile. La loro storia inizia, gli occhi della nazione di catalizzano su di loro, le attenzioni dei media si intensificano rischiando di separarli.
Il tragico epilogo della loro storia romantica è noto - i due moriranno in un incidente in elicottero nel 1999 - ed è qui che il racconto inizia per poi ripercorrerla tutta.
Il peso di essere un Kennedy quando vorresti solo essere “normale”
La passione dei media per JFK Jr. è uno degli elementi su cui la serie mette l’accento. I giornali gli dedicano copertine e qualsiasi cosa faccia è sempre sotto gli occhi di tutti. Sono i media che diventano, in più casi della relazione con Carolyn, un elemento di disturbo e quasi di rottura.
Essere un Kennedy per John è un plus, per i privilegi di cui gode, ma anche un peso. La madre Jaqueline, interpretata dalla sempre eccellente Naomi Watts, suggerisce a più riprese che è una condizione con cui non si può non fare i conti ma che, gli suggerisce, non deve diventare un giogo, soprattutto in amore.
Carolyne Bessette, la moda, Calvin Klein e New York
La serie è una ricostruzione piuttosto fedele e accurata della storia dei due prima, durante e dopo il loro incontro. La parte che più ci coinvolge nella visione è scoprirne il dietro le quinte.
Se la storia personale e gli ambienti che frequenta John rispecchiano il suo status lasciandoci a bocca aperta, la parte più interessante è quella che riguarda Carolyn e il suo lavoro nella moda, tra mansioni, feste, la sua amicizia con Calvin Klein e un modo di vivere New York da favola.
È una serie stilosissima perché loro due lo erano e quindi la riproduzione pressoché fedele dei loro gusti in fatto d’abbigliamento è bastata. Il costumista Rudy Mance - noto collaboratore di Murphy - a proposito, ha affermato di aver cercato pezzi autentici soprattutto per i look di Carolyn, consapevole dell’importanza che gli spettatori avrebbero attribuito alla sua figura e alla coerenza estetica.
A chi piacerà Love Story e perché
Love Story vi piacerà perché è una meravigliosa storia romantica vera e perché racconta un pezzo di storia americana. La coppia Kennedy-Bessette è sempre stata molto in vista e chiacchierata e per questo molto riservata sul proprio lato più intimo e personale.
Rimane celebre la loro scelta di sposarsi con una cerimonia riservatissima (il 21 settembre 1996), alla presenza solo di una cinquantina di invitati a Cumberland Island in Georgia.
Anche dei loro tre anni di matrimonio, tra una passione mai estinta ma anche tanti attriti causati dalla reciproca visibilità, non si è mai saputo moltissimo e questa serie offre uno sguardo completo e senza precedenti sugli accadimenti.
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Cime tempestose non è Cime tempestose. E non basta Jacob Elordi a salvarlo

Lo chiameremo Cime tempestose di Emerald Fennell.
Perché se è vero che gli adattamenti cinematografici non devono di continuo essere paragonati ai romanzi da cui sono tratti, qui c’è un problema di fondo legato ai principi narrativi con cui nascono uno e l’altro.
Il Cime tempestose di Emily Brontë è un romanzo che parla di un’ossessione, di un amore “tossico”, di una relazione che non si concretizza mai portando alla distruzione i suoi protagonisti.
Quello di Emerald Fennell è un racconto erotico in stile Harmony dove i due personaggi principali, Catherine Earnshaw interpretata da Margot Robbie e Heathcliff da Jacob Elordi, inseguono l’happy end della loro attrazione in un gioco erotico che viene portato avanti dalla regista per tutto il film e ha un compimento (plurimi compimenti… quindi se ci andate perché siete fan di Jacob Elordi o di Margot Robbie, la visione avrà di sicuro un senso per voi).
Cime tempestose è un romanzo che meriterebbe una serie. La prima parte è dedicata al rapporto tra Heathcliff e Catherine, mentre la seconda - che al momento non ha trovato posto nelle trasposizioni - è la storia delle seconde generazioni della loro famiglia.
Anche il film di Emerald Fennell si ferma alla prima parte, concentrandosi quindi su quella che trasforma in una storia romantica di due giovani che sono cresciuti insieme, imparando a conoscersi, a capirsi e ad amarsi in modo totale (“Lui è me più di me stessa” dice Catherine in una delle frasi più celebri, che a breve diventerà un meme per qualche dedica romantica).
Catherine è una ragazza intelligente e capricciosa che sa di avere sulle spalle la parabola discendete della sua famiglia, con il padre che si è indebitato tra gioco e alcol.
Heathcliff è un trovatello che Mr. Earnshaw ha deciso di adottare e che, una volta cresciuto, lavora nella casa di famiglia, chiamata Cime tempestose, come tuttofare.
Siamo nella campagna inglese dell’Ottocento. Il loro è un rapporto impari per il tempo, ma nato da un legame così forte che, non risolto nel libro, porterà follia e violenza. Questa base narrativa nel film si dissolve completamente.
L’intento della regista quindi sembra alla fine solo quello di usare il nome, le atmosfere e la coppia cult del romanzo per costruire un’altra storia, di tormento passionale e sfortune romantiche con due attori super hype.
Quella di Emerald Fennell non è una versione moderna del classico (Romeo+Giulietta di Luhrmann lo era e ancora oggi, a trent'anni dalla sua uscita, è un film pazzesco). È un'altra versione del classico.
È una proiezione emotiva di come probabilmente la regista, da fan, voleva sarebbe finita la storia. Ma non è Cime Tempestose.
L’erotismo in Cime tempestose di Emerald Fennell
Dalla scena d’apertura dell’impiccagione - fra l’altro, una delle più belle del film, con il sottofondo musicale pazzesco di House di Charli xcx con John Cale - in avanti, il film è zeppo rimandi sessuali. Ogni inquadratura - dalla bava di lumaca alle figure rinchiuse in un libro - ci ricorda che siamo lì per quello. Sesso.
Quindi tutta la narrazione più che sulla parabola emotiva tra Catherine e Heathcliff si concentra su quella erotica. Parabola che viene traslata anche sul rapporto che Catherine ha con il marito Mr. Linton, molto casto-tradizionale, e che Heathcliff avrà con Isabella, di sottomissione di lei.
E anche se proviamo a fregarcene che nel romanzo invece nessuno di loro fa nulla, ma proprio nulla, tipo manco si toccano, e invece qui a un certo punto fanno solo quello, e che lui ha le fattezza di Jacob Elordi, arriviamo a non poterne più perché non rimane nulla nemmeno di non detto o di non visto, nemmeno a stuzzicarci la fantasia (non a caso la scena più erotica del film è quella di loro due nella stalla).
La musica di Charli xcx, ma non solo: cosa salviamo del film di Emerald Fennell
Cime tempestose è ambientato nella campagna dello Yorkshire. Nella sua trasposizione, Emerald Fennell ricostruisce con un piglio registico originale, quasi da videoclip, i luoghi in cui si svolge la vicenda: dalle due case, Cime tempestose (residenza degli Earnshaw) e Thrushcross Grange (residenza dei Linton), alla brughiera che ritorna in tutta la sua cupa atmosfera, carica di freddo e nebbia.
** Una notte nelle brughiere di "Cime Tempestose": la camera da letto di Cathy è su Airbnb **
Molto carine anche le parti in cui Emerald Fennell racconta gli scherzi che si fanno Heathcliff e Catherine: una parte della loro infanzia che portano avanti da adulti. Interessante, inoltre, l’interpretazione netta che la regista dà alla figura di Nelly Dean (Hong Chau), la domestica di casa Earnshaw e poi Linton, che nel libro è la voce narrante. Nelly è una figura che per molti lettori non ha una collocazione precisa - è lei la responsabile dell’allontanamento di Heathcliff? - mentre nel film di Emerald Fennell è un personaggio che ha un ruolo fondamentale in tutta la storia (e per molti aspetti ci fa rivalutare anche passaggi del romanzo…).
La colonna sonora è perfetta: dai pezzi scritti da Charli xcx per il film a cult di Kate Bush, David Bowie, Noah Cyrus, ma non solo, la musica aderisce magnificamente sulla resa visiva del film e sulle sue atmosfere.
Cosa resterà di Cime Tempestose di Emerald Fennell?
Di sicuro Jacob Elordi e Margot Robbie, entrambi meravigliosi. Lui è un Heathcliff fin troppo bello e innamorato, a cui manca tutta quella parte di cattiveria, vendetta e grezzume che ci saremmo aspettati dal personaggio originale, ma come ormai avrete capito, il film non era quella la direzione che voleva prendere. Lei come Catherine invece è più aderente all’originale in tutto. Insieme sono pazzeschi.
Speriamo che non rimanga questa come versione di trama del titolo di Emily Brontë. In molti andranno a vederlo e il rischio è che pensino che la storia del romanzo sia questa: ci sono delle aderenze, ma finisce lì. Quello originale è un racconto cupo, violento, che non ha nulla a che fare con il romanticismo pop e i pruriti sessuali. È un classico moderno, molto disturbante, anche riletto oggi.
Non è questione di Gen Z che ha difficoltà a leggere il classico - come si è sentito su TikTok in queste settimane - o di Millennials che l’hanno letto, di chi lo amerà e di chi no “ma per fortuna c’è Jacob Elordi…”. Il problema è chiamare Cime tempestose un film che di quel titolo non ha l’essenza.
Quindi andate al cinema, godetevelo come una love story interessante da vedere a San Valentino, ma poi speriamo che nelle vostre menti rimarrà come “quel film in costume con Margot Robbie e Jacob Elordi”. Poi leggete il libro e capite che è tutta un'altra storia.
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Questi 5 attori si sono rifiutati di tornare nella serie Bridgerton

Ogni stagione di Bridgerton porta con sé nuovi protagonisti, nuove storie d’amore e - inevitabilmente - nuove assenze.
Fa parte della natura stessa della serie prodotta da Shondaland: ogni stagione cambia protagonista, rimescola le dinamiche e sposta il focus narrativo all'interno della famiglia Bridgerton. Eppure, non tutte le uscite di scena vengono percepite allo stesso modo dal pubblico.
Alcuni addii sono stati silenziosi, altri annunciati con grande chiarezza, altri ancora accompagnati da dichiarazioni che hanno acceso il dibattito tra fan e addetti ai lavori. Dietro la decisione di non tornare ci sono motivazioni diverse; ma il risultato è che, stagione dopo stagione, il cast della serie si è trasformato, lasciando indietro personaggi amatissimi o controversi, ma sempre centrali nell’immaginario collettivo.
Ecco allora cinque attori che hanno scelto di non tornare (o di farlo solo marginalmente) in Bridgerton, spiegando (più o meno apertamente) il perché.
**8 serie da vedere se vi è piaciuto Bridgerton**
**10 curiosità su Bridgerton che (probabilmente) non sapete**
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Regé-Jean Page, che ha interpretato Simon Basset
È il caso più emblematico. Dopo il successo travolgente della prima stagione di Bridgerton, Regé-Jean Page è diventato una star globale nel giro di poche settimane. Il suo Simon Basset, duca di Hastings, ha catalizzato l’attenzione del pubblico (soprattutto di quello femminile), rendendo la sua assenza dalla seconda stagione impossibile da ignorare.
L’attore ha però chiarito più volte che la decisione era stata presa fin dall’inizio: «Mi ero iscritto per un arco narrativo di una stagione» ha spiegato in un’intervista. «Simon aveva una storia completa: entrava, viveva il suo conflitto, trovava l’amore ed era libero».
Nessun ripensamento, dunque, né ritorni strategici: Page ha scelto di voltare pagina e concentrarsi su nuovi progetti, da Hollywood al cinema d’autore.
Phoebe Dynevor, che ha interpretato Daphne Bridgerton
Se Simon è scomparso di colpo, Daphne ha fatto un’uscita più graduale. Phoebe Dynevor è tornata brevemente nella seconda stagione, ma ha poi confermato di non essere coinvolta nei capitoli successivi di Bridgerton. Anche in questo caso, la motivazione è narrativa prima ancora che personale.
«La storia di Daphne era completa» ha dichiarato l’attrice. «Ha avuto il suo lieto fine, ed è giusto così».
Phoebe Dynevor ha poi ammesso di essere una grande fan della serie, ma di sentirsi pronta a esplorare ruoli diversi. Un addio elegante, coerente con il personaggio che ha contribuito a rendere la serie un fenomeno globale.
Charithra Chandran, che ha interpretato Edwina Sharma
La seconda stagione ha ruotato attorno al triangolo amoroso tra Anthony, Kate ed Edwina Sharma. Ma, una volta concluso quel capitolo, Charithra Chandran, che ha interpretato Edwina, ha chiarito che non tornerà stabilmente nel mondo di Bridgerton.
«La storia di Edwina è arrivata a una conclusione naturale», ha spiegato.
L’attrice ha sottolineato come il personaggio abbia trovato una nuova consapevolezza e un nuovo inizio lontano da Londra, rendendo superfluo un ritorno. Anche qui, nessun drama: solo una scelta coerente con l’arco narrativo.
**Jonathan Bailey racconta il destino di Anthony nella quarta stagione di Bridgerton**
Ruby Barker, che ha interpretato Marina Thompson
Più complessa e dolorosa è stata l’uscita di scena di Ruby Barker, interprete di Marina Thompson. Presente nelle prime due stagioni di Bridgerton, il suo personaggio aveva una traiettoria narrativa oscura e irrisolta, che ha diviso il pubblico.
La stessa Barker ha raccontato pubblicamente le difficoltà vissute durante e dopo l’esperienza nella serie, parlando apertamente di salute mentale. «Non mi sono sentita supportata» ha detto in un’intervista, spiegando che il periodo successivo a Bridgerton è stato particolarmente duro.
Il suo ritorno non è mai stato annunciato, e la sua storia sembra essersi chiusa definitivamente fuori scena.
Jessica Madsen, che ha interpretato Cressida Cowper
Diverso, e più sorprendente, il caso di Cressida Cowper. Per tre stagioni è stata una presenza fissa: antagonista, provocatrice, spesso sopra le righe. Nella terza stagione, però, Bridgerton le ha regalato una backstory più profonda e ambigua, culminata in un finale amaro.
Jessica Madsen ha lasciato intendere che il suo percorso nella serie potrebbe essersi concluso, spiegando di aver dato tutto al personaggio. «Cressida è stata intensa, complessa, e raccontarla è stato un viaggio», ha detto. Un addio che lascia il segno, proprio perché arriva nel momento di massima complessità narrativa.
**4 consigli per trovare l'amore (dai personaggi di Bridgerton)**
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