Giappone: record di 100.000 centenari, il loro segreto è una semplice regola a tavola che nessuno di noi rispetta
Secondo gli ultimi dati del Ministero della Salute, Lavoro e Welfare giapponese, a settembre i centenari erano 107.677. Un nuovo record, con quasi 8 mila persone in più in un solo anno e un trend in crescita da 56 anni consecutivi. Circa l’88% sono donne, un dato che conferma quanto il vantaggio femminile nella longevità sia robusto, dalla biologia alle abitudini di vita.
Dietro a questo numero ci sono volti molto concreti. La persona più anziana del Giappone è Fuyo Kishimoto, 114 anni: ha lavorato tutta la vita, ha camminato ogni giorno fin quasi ai 100 anni e pratica tuttora il buddhismo. L’uomo più anziano è Hikaru Katō, 112 anni, ex prigioniero di guerra che in pensione insegnava ceramica e ancora oggi non rinuncia agli esercizi mattutini. Vite normalissime, solo più lunghe della media.
Record di centenari in Giappone: i numeri e il confronto con l’Italia
Quando il Giappone ha iniziato a contarli ufficialmente, negli anni Sessanta, i centenari giapponesi erano poche decine. La soglia dei mille è stata superata nel 1981, quella dei diecimila a fine anni Novanta. Oggi sono oltre centomila in un Paese di circa 125 milioni di abitanti: una persona ogni poco più di mille.
Anche l’Italia è tra i Paesi più longevi del mondo, con migliaia di over 100 e un’aspettativa di vita molto alta. Ma il tasso giapponese di super-anziani è ancora superiore, soprattutto se si guarda agli ultracentenari, cioè oltre i 110 anni. Gli esperti di demografia spiegano che questo risultato nasce dall’incrocio di tre curve: meno morti per malattie cardiovascolari, migliore sopravvivenza ai tumori e un crollo quasi totale della mortalità per malattie infettive grazie a vaccini, igiene e cura del territorio.
C’è però anche il rovescio della medaglia. Un Paese così anziano deve fare i conti con pochi bambini, pressioni sul sistema pensionistico e rischi di solitudine. Temi che in Italia conosciamo bene e che rendono il “caso Giappone” un laboratorio, nel bene e nel male, di quello che ci aspetta.
Dieta, movimento e cervello: i pilastri della longevità giapponese
La prima spiegazione sta nel piatto. Il modello alimentare tradizionale, il cosiddetto Washoku, è fatto di cereali integrali e riso in porzioni ridotte, tante verdure, alghe, legumi a base di soia, pesce ricco di Omega-3, pochissima carne rossa e quasi niente formaggi. I pasti sono composti da molte piccole ciotole, il che aiuta a limitare le quantità senza sentirsi “a dieta”.
Nelle isole di Okinawa, celebre zona blu giapponese, la regola d’oro è l’hara hachi bu: ci si ferma a mangiare quando ci si sente sazi all’80%. Una forma di moderata restrizione calorica che diversi studi associano a minore infiammazione cronica e migliore invecchiamento cellulare. I dolci esistono, ma sono piccoli, e lo zucchero non è onnipresente come nelle nostre merendine.
Poi c’è il movimento quotidiano, che spesso non passa dalla palestra. Le generazioni oggi ultraottantenni hanno camminato tutta la vita per andare al lavoro, a scuola, a fare la spesa. Molti coltivano ancora un orto o fanno piccoli lavori manuali. E c’è il famoso Radio Taiso: ginnastica collettiva semplice, trasmessa alla radio e in televisione, che migliaia di anziani praticano ogni mattina nei parchi.
Il terzo pilastro è mentale e sociale. In Giappone si parla di ikigai, la “ragione per alzarsi dal letto”: un ruolo nella comunità, un hobby, un impegno di volontariato. Gli anziani continuano a occuparsi dei nipoti, a insegnare un’arte, a partecipare alle feste del quartiere. In molte zone esistono i moai, gruppi di amici che si sostengono economicamente ed emotivamente per tutta la vita, riducendo isolamento e stress.
A tutto questo si aggiunge una sanità pubblica molto orientata alla prevenzione. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il Giappone è tra i Paesi con più alta copertura di screening oncologici e controlli per ipertensione. Un recente studio dell’Università di Osaka ha poi mostrato che i supercentenari possiedono particolari cellule immunitarie rare, capaci di rispondere meglio alle aggressioni. La genetica aiuta, ma gli scienziati sottolineano che lo stile di vita resta la parte più modificabile dell’equazione.
Cosa possiamo imparare noi: abitudini giapponesi compatibili con la vita italiana
La buona notizia è che non serve trasferirsi a Tokyo. Molte strategie giapponesi dialogano benissimo con la nostra dieta mediterranea. Per esempio, adottare un “hara hachi bu” all’italiana: porzioni leggermente più piccole, masticare con calma, alzarsi da tavola con un filo di fame invece che dopo l’abbuffata.
Un’altra idea è dare più spazio a verdure e legumi, che abbiamo già nella tradizione, e giocare di sponda con il pesce azzurro dei nostri mari. Tè verde al posto della terza bevanda zuccherata del giorno, pochi dolci ma di qualità, magari artigianali: qui gastronomia e longevità vanno a braccetto.
Sul fronte movimento, bastano micro-cambiamenti: fare le scale, scendere una fermata prima, trasformare una telefonata in una passeggiata. Qualcosa di molto simile allo spirito del Radio Taiso, ma adattato al condominio italiano.
Infine, la parte più delicata e forse più potente: coltivare un ikigai personale. Un corso di ceramica, l’orto sul balcone, il volontariato nel quartiere, l’amica con cui camminare tre volte a settimana. Non allunga la vita in automatico, ma la rende, giorno dopo giorno, più degna di essere vissuta a lungo. E questo, numeri a parte, è il vero punto in comune tra le nonne giapponesi e le nostre.
© Riproduzione riservata