Doutzen Kroes: «Vivreste in un mondo senza elefanti?»

Se “l’abbondanza genera noia”, come scriveva il filosofo Arthur Schopenhauer, la noia genera creatività. Doutzen Kroes, 32 anni, top model olandese ed ex Angelo del marchio di intimo Victoria’s Secret, ne è assolutamente convinta. «Me lo hanno insegnato i miei genitori», confida, appollaiata su uno sgabello del Chiltern Firehouse.
L’esclusivo locale di Mayfair, nel cuore di Londra, frequentato da reali e celeb, con la sua straordinaria quantità di piante e profumatissimi fiori, è il luogo ideale del nostro incontro. Rilassante, esotico, unico. Proprio come Doutzen. T-shirt bianca e pantaloni blue navy, la modella mi colpisce per la semplicità e la straordinaria bellezza.
Non ha un filo di trucco e i capelli sono distrattamente spettinati. Mi fissa, dall’altro lato del tavolino, e io non riesco a staccare gli occhi dal suo volto. Mancano poche ore alla cena di gala organizzata a Kensington Palace e lei non ha ancora deciso che cosa indossare. La cosa, però, non la preoccupa. A essere importante, dice, è l’evento stesso. O meglio, lo è #KnotOnMyPlanet, il grande progetto benefico che promuove.
Kroes, insieme a Tiffany & Co., la maison d’alta gioielleria, lo scorso anno ha lanciato la campagna a salvaguardia degli elefanti africani. Ora Tiffany & Co. ha lanciato la Save The Wild Collection, il cui ricavato verrà interamente devoluto alla causa: i fondi sosterranno l’Elephant Crisis Fund, l’organizzazione fondata dallo zoologo Iain Douglas-Hamilton.
Nata il 23 gennaio 1985 in un villaggio di campagna con poco più di mille abitanti, ancora al liceo, Kroes mandò le sue foto a un’agenzia di Amsterdam con la speranza di guadagnare un po’ di soldi per pagarsi le vacanze. Si è ritrovata Angelo di Victoria’s Secret, protagonista di un Calendario Pirelli, volto di numerose campagne, tra cui quelle di Gucci, Dolce & Gabbana, Valentino, Calvin Klein e Balmain.
Ha anche avuto una piccola parte nel recente film Wonder Woman e, dal 2007, è nella lista delle modelle più pagate al mondo. Sposata con il dj olandese Sunnery James, ha due figli: un maschio, Phyllon Joy, 6 anni, e una femmina, Myllena Mae, 3. «Il mio impegno nel cercare di evitare l’estinzione degli elefanti, è anche per loro», mi dice. «Non voglio che crescano in un mondo che ne sia privo».
Da dove nasce questa sua passione?
«Dai racconti di David Bonnouvrier, il mio agente. Che tornato da una vacanza nella riserva nazionale Samburu, in Kenya, non smetteva di parlarmi degli elefanti e di mostrarmi le foto che aveva scattato. Sedotta dalla sua “ossessione”, senza che me ne rendessi conto, avevo già prenotato il viaggio».
La prima impressione, appena arrivata?
«Un colpo di fulmine. A vedere gli elefanti, ci sono andata con James e i bambini. Ascoltare le guide che ne raccontavano la vita, che ci parlavano delle diverse specie, delle varie famiglie, dei nuovi nati, delle morti, è stato molto rilassante. Quasi consolatorio. Ed è stato allora che sono venuta a conoscenza della crisi che stanno vivendo i mammiferi. Certo, sapevo che erano una specie protetta, ma non credevo che fossero così in pericolo».
E questo l’ha spinta ad agire.
«Troppe volte mi ero chiesta se avessi potuto fare qualcosa per il mondo in cui viviamo ma, in qualità di modella, non mi sembrava di avere molte possibilità e mi sentivo un po’ inutile. Ora, invece, avevo finalmente trovato il modo di dare un senso alla mia professione. Avrei infatti potuto chiedere aiuto al mondo della moda e dare concretamente una mano alll’Elephant Crisis Found. E così, dato che ero convinta che il modo migliore per rendermi utile fosse attraverso i social media, mi attivai subito a sostegno della campagna ≠KnotOnMyPlanet, che attraverso il simbolo del nodo, invita le persone a non dimenticare il dramma che gli elefanti stanno vivendo».
Campagna cui hanno aderito subito anche Naomi Campbell, Christy Turlington e Linda Evangelista È stato facile convincere il “triumvirato”?
«Facilissimo. Il mio agente rappresenta anche Linda che, una volta coinvolta, ha chiamato Naomi e Christy. E sa una cosa? Naomi, che ha una pessima reputazione per quanto riguarda la puntualità, è stata la prima ad arrivare. È stata un’esperienza straordinaria. E per me, che le ho sempre ammirate, un tuffo in un passato iconico».
Come mai ha pensato prima di tutto ai social media?
«Perché è l’unico modo per raggiungere i giovani. È l’unica cosa che fanno. Sono su YouTube, su Instagram (dove lei ha 5 milioni e mezzo di follower, ndr), su Facebook, su Twitter. Sono questi i nuovi outlet. E grazie a loro, la comunicazione è immediata».
I suoi bambini come hanno reagito di fronte agli animali?
«Erano incantati. Rimanevano immobili, per ore, a osservarli».
Sbaglio o lei si trova più a suo agio in una tenda che in un cinque stelle super lusso?
«Amo la vita all’aria aperta. L’ho sempre amata. E il fatto che Samburu sia un parco protetto dai guerrieri, dove dormi in tenda e per fare la doccia devi usare l’acqua di una tanica riscaldata dal sole, mi è sembrato fantastico. Un vero ritorno alle origini».
Il suo impegno ambientalista ha radici lontane?
«Sono cresciuta con una mamma che bussava alla porta della doccia avvisandomi di non sprecare un bene prezioso come l’acqua. Che si fermava a raccogliere le cartacce e i rifiuti lungo la strada di casa. E ho la certezza che tutti possiamo fare qualcosa. Anche piccolissima. Perché, insieme, possiamo fare la differenza».
Che cosa la preoccupa di più?
«A parte l’estinzione degli elefanti? L’eccessivo consumismo e il conseguente spreco che ne deriva».
Si considera una donna impulsiva?
«Dipende dalle situazioni».
Nel 2014, quando ha lasciato Victoria’s Secret, ha detto di volerlo fare perché “il tempo vola”. Che cosa intendeva?
«Con Victoria’s Secret ho passato sei anni meravigliosi. E se non fosse stato per la notorietà che mi ha dato, non credo che sarei riuscita a promuovere iniziative quali #KnotOnMyPlanet. Ma avevo una famiglia e non desideravo più vivere a New York. Volevo essere più libera, avere più tempo da dedicare a me stessa e ai progetti che avevo in mente. E dato che sono convinta che, a volte, sia necessario “move on”, andare avanti, progredire, crescere. Per me, quella, era la decisione migliore».
Mamma e modella sempre in viaggio. Che tipo di relazione ha con i suoi figli?
«Direi che non sono per nulla una mamma ansiosa. Anzi! Mio padre mi ha insegnato che la paura serve solo a frenarti. Avere paura non è nel mio dna. Certo, se si trovano in situazioni pericolose, mi preoccupo, ma mi piace fidarmi, mi piace aver fiducia in quello che succederà. Con i miei figli sono così. Voglio che siano in grado di sperimentare e imparare attraverso l’esperienza, attraverso gli errori. Perché, se c’è sempre qualcuno che li tiene per mano, finiscono per diventare insicuri».
Per un bambino è più difficile essere libero?
«Credo che lo sia oggi. Con la costante presenza dei social media. Al momento, con i miei figli, il problema non si pone perché sono ancora troppo piccoli, ma ho già cominciato a chiedermi che cosa farò quando mi chiederanno di regalare loro il cellulare. Posso rifiutarglielo? A che età sarà giusto concederglielo? D’altra parte, però, sono consapevole che si tratta del mondo in cui viviamo, e che non puoi rimanerne al di fuori».
Ha già in mente qualche soluzione?
«Al momento, voglio che seguano queste regole: iPad solo occasionalmente, e lo stesso vale per la televisione, che, in certi giorni, non viene neppure accesa. Credo nel potere della noia quale fonte di creatività. Non c’è nulla di sbagliato nell’essere annoiati, perché ti costringe a inventarti qualcosa che ti intrattenga. Ora, invece, grazie alla televisione o all’iPad, c’è sempre qualcuno, o qualcosa, che li tiene occupati e questo, secondo me, impedisce loro di dar sfogo alla propria fantasia».
È vero che, crescendo, non è stata influenzata dalle immagini delle riviste di moda?
«Vero, perché mia madre leggeva i quotidiani e non comprava nessuna rivista. I miei modelli erano quindi le donne che apparivano sulle copertine dei cd. Tra tutte, Jennifer Lopez, che mi sembrava bellissima. Ora, invece, le ragazze sono bombardate da immagini di donne perfette».
E questo la disturba?
«Sì, perché le immagini che vedono sono quasi tutte false. Quando scegli la foto da postare, e lo faccio pure io, inevitabilmente metti quella in cui sei venuta meglio. Non c’è nessuna onestà nei social media. Da parte di nessuno. E questo è molto pericoloso».
Non pensa, però, che qualcosa stia cambiando, soprattutto grazie a esempi come il suo, come quello di Karlie Kloss e Natalia Vodianova?
«Certamente. Natalia, come Karlie, è sempre stata una grande fonte d’ispirazione, per quello che fa, per la sua determinazione e per il suo impegno».
Come è stata l’esperienza sul set di Wonder Woman?
«Recitare è sempre stata la mia passione, ma per una modella, fare il “salto”, è piuttosto difficile perché i ruoli che ti offrono sono quasi sempre quelli della bellissima donna con cui il protagonista tradisce la moglie. Wonder Woman mostra donne di potere, dolci, gentili, e allo stesso tempo forti e capaci di combattere».
Lei vive tra New York e Amsterdam. Che rapporto ha con queste due città?
«L’Olanda è la mia casa, il luogo da dove vengo. Amsterdam è le mie radici. New York mi piace perché ha una grande energia. È una città che amo, ma per brevi periodi».
Con l’Italia, invece?
«Il vostro stile di vita mi piace moltissimo. Adoro il fatto che in spiaggia i bambini possano giocare e fare rumore. E poi, mi piacciono la vostra cultura, il cibo, la gente».
Anche quando la fermano per un selfie?
«Sono sempre sorpresa quando vengo riconosciuta, perché non me lo aspetto. Se sono con i miei figli, non accetto di fare foto. Non voglio sottrarre minuti preziosi al tempo che sto vivendo con loro, ma dato che non sono una celebrity, devo dire che mi capita raramente, magari durante le Fashion Week, e non può che farmi piacere».
© Riproduzione riservata
Flavio Cobolli: il tennis, l'amore e l'effetto Jannik Sinner

In questi giorni si sta giocando a Bologna la Coppa Davis e in prima fila c’è lui, Flavio Cobolli, il tennista timido e gentile.
Nella classifica dei primi 50 del mondo, sono sette gli atleti italiani. E dopo Jannik Sinner e Lorenzo Musetti, che hanno rinunciato al celebre torneo a squadre nazionali, c’è Flavio, al 22° posto dell'APT: sta lottando con i suoi compagni azzurri per cercare di conquistare per la terza volta consecutiva la Coppa Davis.
«Ho sempre sognato di giocare per la nazionale e quando vesto questi colori un po' mi trasformo. La pressione c’è, ma quando la sento, gioco il mio miglior tennis», dice.
Lo abbiamo incontrato a Genova, ospite dello sponsor Pulsee e abbiamo passato una giornata con lui.
Che cosa abbiamo scoperto? Un ragazzo alla mano, generoso, che non crede ancora di essere tra i più forti al mondo: «L’ho sempre sognato, ma devo ancora abituarmi che sia davvero la realtà».
Quando parla della sua fidanzata Matilde, con cui sta da 5 anni, gli brillano ancora gli occhi.
Ama il caffè e il té freddo, ma la sua passione nascosta è la moda: adora fare shopping.
Cresciuto a Roma, Flavio viene dalla sua migliore stagione in carriera: ha raggiunto i quarti di finale a Wimbledon, il più prestigioso torneo di tennis del mondo.
E si è preso i complimenti di Novak Djokovic, detto Nole, il grande campione di tennis serbo che gli ha pronosticato: «Arriverai nei top 10 al mondo».
(Continua sotto la foto)
Che effetto ti hanno fatto le sue parole?
«Nole è il mio idolo, lo sanno tutti. È una persona che ammiro molto. Sentire quelle parole mi ha colpito tantissimo: le sento ancora dentro al cuore. È uno stimolo per il futuro».
Per arrivare tra i primi tennisti al mondo (quest’anno hai raggiunto anche il 17mo posto) ci vuole tanta energia. Dove la prendi?
«La prima fonte che mi dà energia è la mia famiglia, poi viene lo sport, che è la mia passione. Poi ci sono i miei sogni. Sin da piccolo ho sempre voluto essere uno tra i migliori del mondo e ora ci sto riuscendo. Ora ci vuole tanta energia per mantenere reale un sogno così grande. Ma sono pronto a lottare ogni giorno per rimanere ai vertici».
Tuo padre Stefano è anche il tuo allenatore. Sugli spalti di Wimbledon, dopo la tua storica vittoria che ti ha portato ai quarti di finale, si è commosso, e li sono scese le lacrime dagli occhi. Dividete successi e sconfitte. Ogni tanto litigate sul campo?
«Ricordo quando avevo 19 anni ad Antalya in Turchia. Avevamo litigato, l’avevo allontanato dal torneo e lui se n’era andato. A un certo punto sono andato a cercarlo, ma lui era già in aeroporto. Sono tornato in campo e, per rivincita, come mi capita spesso, per dimostrargli la mia forza, ho vinto quel torneo (quella volta ha ottenuto il suo primo titolo professionistico, ndr)».
Che cos'hai in comune con lui? Una volta hai raccontato che fai fatica a esprimere le emozioni in parole.
«Sono molto estroverso con le persone che non conosco, come con i giornalisti. Ma con mio papà, per esempio, sono diverso. Tra di noi abbiamo difficoltà a parlare, a dirci le cose che vorremmo dire: siamo un po’ chiusi. Ma stiamo migliorando, io ci sto provando. Non è che non gli parlo perché sono timido, semplicemente non voglio mostrare le mie debolezze, non voglio mostrare che ho bisogno di qualcuno, di chiedere aiuto. Preferisco magari stare da solo che mettere in difficoltà un'altra persona per aiutarmi».
Da tua mamma Francesca, che cosa hai preso, invece?
«Il sorriso: è sempre una persona molto entusiasta. Mi ha dato la felicità e la voglia di ridere e nei miei momenti buoni mostrare la leggerezza».
Al tuo fianco c’è sempre anche Matilde Galli, studentessa universitaria, a cui sei legato da più di cinque anni. Siete una coppia lontana dal gossip, ma le dedichi spesso le tue vittorie. Una sorpresa che le hai fatto?
«Gliene faccio mille, è una persona che adoro e ho nel cuore. È una donna spettacolare che mi aiuta molto. Cerco di sorprenderla anche con le cose più semplici: ogni volta che torno da un torneo, non poso neanche la valigia e vado a casa sua. È lei la prima persona che voglio vedere. Una volta sono andato fino a Gallipoli per abbracciarla».
All’inizio della tua carriera, sei stato anche una grande promessa del calcio con la Roma. Sei cresciuto insieme al tuo amico Edoardo Bove (il centrocampista della Roma che un anno fa ha avuto un arresto cardiaco in campo). Perché hai lasciato il calcio per il tennis?
«È stata una scelta istintiva. Mi sono ritrovato a giocare a calcio nelle giovanili della Roma a un livello molto alto. Da piccolo mi sentivo più bravo a pallone che a tennis. Però quando giocavo a calcio avvertivo molto la pressione su di me e sentivo che mancava qualcosa. Invece quando ero sul campo da tennis, magari non avevo gli stessi ottimi risultati, ma mi sentivo davvero me stesso. Sulla terra rossa percepivo il “Flavio Lottatore” che sentivo di avere dentro di me. E soprattutto mi sentivo libero e felice. E quando ho scelto in modo definitivo il tennis, non ho mai più voluto cambiare. Nessun rimpianto».
Hai 30 tatuaggi. Quando li fai?
«Ogni tanto la mattina mi sveglio e vado a farmene uno. Il più importante? Forse quello dedicato a Edoardo Bove, un amico davvero speciale. Lui per me c’è sempre, e io per lui».
Il tennis italiano sta vivendo un momento d’oro. Qual è l’effetto Jannik Sinner su di te?
«Sinner è una grande ispirazione, una grande motivazione. Sta facendo cose eccezionali e ci sta dando tanta forza. Anche se non è presente in Coppa Davis, si sta facendo sentire. Jannik è una persona umile, con grandi valori e questo è uno stimolo per tutti noi».
Come ti senti oggi?
«Un giocatore forte: mi sto allenando bene e questo mi dà sempre più consapevolezza. Mi piace l’idea di essere un giocatore fastidioso, difficile da incontrare, che agli occhi degli altri tennisti comincia a fare paura».
© Riproduzione riservata
Sara Curtis, la nuova stella del nuoto italiano: «Sono la prima mulatta in nazionale, e ne sono fiera»

Sara Curtis ai mondiali di Singapore, conclusi il 3 agosto, è stata la nuotatrice italiana più attesa e commentata sui social.
Non solo per essere stata vittima di accuse razziste o per la sua bellezza: Sara è senza dubbio la nuova stella del nuoto azzurro.
E ora che è calato il sipario delle gare, sta preparando le valigie per una nuova avventura. Alla fine di agosto comincerà una fase diversa della vita, frequentando la University of Virginia, famosa per gli ottimi risultati sportivi dei suoi atleti. È stata chiamata in America da uno degli allenatori più famosi (e vincenti) del mondo, Todd Desorbo, che alle ultime Olimpiadi ha guidato la squadra femminile statunitense.
La University of Virginia ha 23mila studenti. Il paese in cui è cresciuta, Savigliano, in provincia di Cuneo, neanche 22 mila abitanti. Un grande salto. Non ti fa impressione?
«Sì, ma uno dei motivi per cui ho fatto questa scelta, a parte allenarmi in un contesto stimolante accanto a grandi campionesse, era trovare un nuovo ambiente. A quasi 19 anni avevo bisogno di uscire dalla mia comfort zone che aveva dei limiti. Alla mia età è giusto crescere e cambiare. E ho scelto di fare un grande salto, verso un altro Paese, un'altra cultura, un'altra lingua».
Chi ti ha sostenuta su questo cambiamento?
«Il mio fidanzato Andrea (ex nuotatore, ndr): è stato il primo a convincermi di partire. Si figuri che l’allenatore americano mi aveva contattato la prima volta sui social due anni fa: forse per disattenzione non avevo risposto. “Se c’è qualcuno che ti cerca da tanto tempo, un motivo c’è”, mi ha detto il mio fidanzato».
(Continua sotto la foto)
Hai già battuto molti record. Nella tua giovane carriera di nuotatrice ci sono stati momenti difficili che ti hanno fatta soffrire?
«Sì, i miei risultati mi hanno dato tanta felicità, ma sono stati anche l’occasione per confrontarmi con il razzismo che prima non avevo mai subito. E mi sono resa conto di essere la prima atleta mulatta della nazionale italiana di nuoto. Ci sono state frasi che mi hanno ferito, come per esempio: “Il tuo record (nei 100 stile libero) non è italiano, è nigeriano”, che mi sembra un po' folle, visto che sono nata qui e gareggio per l'Italia. Sono cresciuta in un ambiente multiculturale: alle superiori eravamo in nove e solo una compagna aveva entrambi i genitori italiani».
Un mix di culture, insomma.
«Avevo in classe due ragazze albanesi, tra cui la mia migliore amica, due marocchine e un ragazzo di origine congolese. Insieme a lui creavamo dei dissing in pidging english, che parlano in Nigeria e mi ha insegnato mia mamma. In classe c’era un’atmosfera molto bella: ognuno poteva contare sull’altro. I mei compagni Oltreocano mi mancheranno».
Il tuo primo ricordo da bambina.
«In piscina da piccola non riuscivo a fare “la stella” (supina, distendi braccia e gambe, creando una forma che ricorda la stella marina, ndr). La testa affondava sempre».
Di carattere come sei?
«Non stavo mai ferma, saltavo sui letti e sui divani e adoravo l’acqua. Passavo tutte le estati nella casa di mio nonno sulle colline a Cervaro, in provincia di Frosinone, con i miei cugini e mio fratello Andrea. Un giorno i miei nonni hanno montato una piscina gonfiabile. Appena l’hanno riempita d’acqua, mi ci sono buttata vestita. Facevamo continue battaglie schizzandoci con il tubo dell’acqua».
Delle tue prime gare che cosa non dimentichi?
«Le trasferte, spesso a Riccione. Ero piccola, 6 anni, e le mie compagne di squadra, tutte più grandi, mi raccontano che non volevo mai andare a letto. E per non dormire, mi nascondevo nell'armadio della camera dell'hotel».
Da tuo papà Vincenzo, che cosa hai ereditato?
«La testa dura: ci siamo spesso scontrati perché abbiamo un carattere molto simile. E ha trasmesso a me e a mio fratello la passione per lo sport. Quando eravamo piccoli ci portava in montagna in mountain bike: ha sempre amato il ciclismo. E poi nei weekend mi divertivo a insegnargli a nuotare. Per mostrargli come si faceva la virata, gli facevo fare le capriole sul letto oltre che in acqua».
Mamma Helen invece che cosa ti ha trasmesso?
«Il sorriso. E poi ci sono momenti felici che mi legano molto a mia mamma. Quando ho saputo di aver preso 100 alla maturità, il mese scorso, sono tornata a casa piena di entusiasmo. E lei si è messa a ballare e ho iniziato a seguirla in una danza di gioia. È una persona molto solare, va sempre d'accordo con tutti, non le piace litigare e credo di aver preso da lei questa energia positiva».
Qual è il tuo rapporto con la femminilità?
«È fatto di alti e bassi. Ho avuto qualche problema legato alla mia autostima. Colpa dei miei capelli, delle spalle e della mia altezza. Alle medie avevo i capelli rovinati, bruciati dal cloro: li odiavo e per due anni di fila ho sempre avuto le trecce. Ora sto cominciando a curarli, finalmente mi piacciono. Quando indosso un vestito, invece, alcune volte le mie spalle mi sembrano gigantesche, altre volte le amo. E solo recentemente ho fatto pace con la mia altezza: sono alta 1,80 e un anno fa ho indossato i miei primi tacchi».
Un rito prima di una gara?
«Ascoltare sempre la stessa playlist durante il riscaldamento: le canzoni di Billie Eilish e Marracash mi gasano un sacco. E poi avere sempre le unghie a posto: non potrei fare una gara senza una perfetta manicure».
Un'atleta dev'essere concentrata, razionale. Quanto contano invece le emozioni? Bisogna controllarle?
«Hanno un ruolo fondamentale. Io sono una persona molto emotiva, ma il nuoto mi aiuta a scaricarmi. Per esempio, quando ho ricevuto i commenti razzisti sui social, sono riuscita a sfogare in acqua l’amarezza. Dimostrando a me stessa che perfino quei commenti mi davano forza. Trasformare la paura in rabbia è utile. Ovviamente la stabilità emotiva conta tantissimo: essere sereni, tranquilli aiuta sempre».
Nella tua vita, qual è la persona che ti ha ispirato di più? Il tuo modello, insomma.
«Mia mamma: è una donna tostissima. L’ammiro molto: è partita a 19 anni dalla Nigeria dove non aveva nulla. E ha ottenuto molto più di quello che si immaginava e desiderava. Arrivata in Italia, il primo stipendio lo ha spedito in Nigeria per le cure mediche di suo fratello. Ora fa la operaia in un’azienda alimentare. È una persona fortissima e l’ammiro perché ha una fede fortissima e sa affrontare il peso di una giornata stressante sempre con il sorriso».
© Riproduzione riservata
È uscito il nuovo album di Achille Lauro (e c’è un brano dedicato a una donna speciale)

L’amore è come una pioggia sopra Villa Borghese. E il destino ha voluto che fosse proprio la pioggia – come nella romanticissima (e malinconica) ballad retrò Incoscienti Giovani – a cadere dal cielo di Roma durante l’ultimo spettacolo segreto di Achille Lauro, lunedì scorso.
Un "effetto speciale" che ha reso tutto ancora più suggestivo: il perfetto accompagnamento di una serata emozionante in cui l'artista ha presentato alcuni brani del suo nuovo album uscito oggi per Warner Music Italy.
È uscito il nuovo album di Achille Lauro: tutto quello che dovete sapere
(Continua sotto la foto)
«Perché Comuni Mortali? Perché è un’espressione che racchiude la fragilità dell’essere umano, che ci rende tutti uguali». Completo scuro e occhiali neri, Achille Lauro ha spiegato così il titolo del suo nuovo disco (12 tracce) – disponibile da oggi su tutte le piattaforme digitali, oltre che in cd e vinile – durante la presentazione all’Hotel Valadier di Roma.
Proprio una delle canzoni, Dannata San Francisco, ha aperto subito dopo il live – annunciato sul profilo Instagram @achilleidol solo qualche ora prima e andato sold out in pochi minuti – a cui hanno partecipato duemila persone radunate sotto alla scalinata di Trinità dei Monti. Incuranti della pioggia che poi, improvvisamente, ha smesso di cadere.
Non hanno mai smesso di cantare invece le “Bellezze” (così Lauro chiama i suoi fan) nel corso dell’ora di spettacolo in cui l’artista ha ripercorso i suoi più grandi successi – da Incoscienti Giovani a 16 Marzo, da Amore Disperato a C'est la vie, da Bam Bam a Rolls Royce, reso omaggio ad Antonello Venditti con una reinterpretazione di Notte prima degli esami, e presentato alcune novità, a cui è spettato il gran finale.
E non poteva che essere amoR, a chiudere questa serata magica: un brano per la sua città – Abbracciami Roma prima di addormentarci stasera – vista come fosse una donna.
«Le mie ballad sono sempre molto struggenti, si possono dedicare ad amori finiti. Ma stavolta è diverso, è una canzone di speranza che si rivolge alle storie appena iniziate […].
Se analizzo la mia carriera, non risento mai i miei brani, odio. Questa invece la ascolto tante volte […]. Io non faccio altro che rubare dalla realtà, come un fotografo documentarista che vuole immortalare le immagini che vede».
E l’ultimo disco – scritto tra Los Angeles e New York dove Lauro De Marinis ha trascorso lunghi periodi lontano dalla popolarità e dalle logiche del mercato discografico – è proprio un tributo all’amore, in tutte le sue fome.
Come ha spiegato bene lui stesso: «Amici, grandi amori, Roma. Comuni Mortali è una dedica rivolta a tutti quelli che hanno contribuito al percorso della mia musica. Credo che oggi sia un momento bellissimo perché quello che amo fare è in linea con quello che piace alle persone, sento una grande sintonia con il pubblico, diverso in tutte le sue generazioni».
Il settimo album di Achille Lauro, a quasi 35 anni, è una fotografia molto intima di sé stesso. Uno scatto che ha saputo cogliere tutte le sfaccettature e le emozioni che hanno attraversato la sua vita spericolata – «di cui vado fiero», ha detto – da ragazzo di periferia che ha trovato la sua strada diventando poi artista di successo. Ma soprattutto uomo maturo e sensibile capace di soffermarsi a pensare e interrogarsi cosa siano amore e sofferenza. E come possano essere occasioni di crescita, anche nel dolore.
«Questo disco, per certi versi, è difficile da capire perché straziante, contiene tante verità e storie infelici. Iniziando con Amore Disperato per passare poi a Incoscienti Giovani […]. C’è chi pensa che io abbia provato a far saltare in aria la mia carriera più volte ma invece ho sempre solamente cercato di essere coerente con quello che ero in quel momento.
Credo che il mio percorso, che ha attraversato tanti generi, alla fine abbia mantenuto sempre la stessa anima. La Bella e la Bestia – uscita ormai 10 anni fa, in cui racconto di un amore tormentato – non è poi così distante da Amore Disperato».
Achille Lauro dedica un brano a una donna molto speciale: sapete chi?
In Comuni Mortali, c’è un brano che si intitola Cristina. Una donna molto speciale nella vita di Achille Lauro.
Ed è sua madre.
«L’ho scritta in 10 minuti. Lei non l’ha ancora sentita, lo farà all’uscita del disco […]. Il bello di questa canzone è che unisce tutti i miei mondi: può piacere a un pubblico maturo, a un pubblico più giovane e a un pubblico urban. La considero diamantino nella mia carriera […]. Ormai non sto più a rincorrere il gioco dei numeri forzatamente. Magari tra vent’anni non si ricorderanno di Achille Lauro ma il momento della loro vita caratterizzata da quella canzone: voglio qualcosa che resti e che smuova le persone».
E alla domanda se c’è una fidanzata, risponde di no. «Sono stato tanti anni con una ragazza. So che vuol dire avere una relazione molto lunga e cosa vuol dire amare: è un dare senza chiedere. Non ho una relazione e ho la grande fortuna di saper affrontare la vita da solo.
Il giorno che farò questo atto di coraggio, di stare insieme a qualcuno e di condividere la vita, sarà la persona con cui vorrò davvero costruire qualcosa. La mia libertà vale troppo […]. Oggi c’è la cultura del machismo, del dimostrarsi superiori alle donne, ma è esattamente il contrario. Sarebbe meglio ripartire dalla gentilezza, regalare un fiore».
Tra le altre dediche, in Comuni Mortali, c’è anche Barabba III. La storia di un’amicizia, vissuta sul filo del baratro delle dipendenze: «La considero come fosse un libro, un film tratto da una storia vera. Mitizzare quel mondo lì non è la mia intenzione. È un invito a riflettere. Ho tanti amici che ancora oggi hanno seri problemi, forse non ne usciranno mai. Io sono stato fortunato perché ho capito quello che mi piaceva.
Il problema vero è quello di non avere passioni, è il problema dei ragazzi della periferia. Non hanno un posto nel mondo, non sanno fare niente, non sanno amare ed essere amati. Bisognerebbe ripartire da un’educazione sentimentale e familiare. Io invece ho l’ossessione dell’ambizione, non mi godo mai niente di quello che faccio».
I prossimi appuntamenti
I nuovi brani di Comuni Mortali, insieme ai grandi successi della sua carriera, saranno live nelle due date sold out al Circo Massimo di Roma, il 29 giugno e il 1° luglio, e nel tour nei palazzetti di tutta Italia in programma l’anno prossimo.
Si comincerà il 4 marzo 2026 ad Eboli per proseguire poi con doppia data nella Capitale, Bari, Padova, Torino, doppia tappa a Milano, Bologna e Firenze.
Una terza data al Circo Massimo? «Probabilmente non l’annunceremo perché vogliamo preparare qualcosa di ancora più grande».
Anche il cinema potrebbe essere nei suoi progetti futuri, ma non come attore: «Ho scritto diverse cose e sto parlando con un produttore molto famoso».
È proprio vero Lauro, come dici tu, oggi sognare è il lusso più grande.
© Riproduzione riservata
"Regista, donna e araba": ecco chi è davvero Hala Matar

È spesso dai fashion film e dai video musicali che si notano i talenti più originali che approderanno a tempo debito sul grande schermo. Hala Matar, giovane regista del Bahrein, ha diretto film per Louis Vuitton, Chanel, Moncler, Issey Miyake, Diesel e Vivienne Westwood; videoclip per Interpol, The Voidz e Poolside; lavorato con le attrici più cool in circolazione, tra cui Kristen Stewart, Chloe Sevigny e Suki Waterhouse.
Non ci stupiamo dunque di scoprire che Hala ce l’abbia fatta e che Electra, il suo primo lungometraggio, sarà proiettato sabato 30 giugno all’Ischia Film Festival, diretto da Michelangelo Messina.
Con Maria Bakalova (candidata agli Oscar come Miglior attrice non protagonista per Borat 2), Abigail Cowen (Stranger Things, Le terrificanti avventure di Sabrina), Jack Farthing (Spencer, La figlia oscura) e Daryl Wein (White Rabbit, Lola Versus), Electra è l’esilarante storia di un giornalista che arriva a Roma per intervistare un famoso musicista, il cui invito in una appartata residenza di campagna si trasforma presto in qualcosa di inaspettato e un po’ folle.
Abbiamo raggiunto Hala Matar per una chiacchierata pre-festival, in cui ci ha raccontato la sua passione per l’Italia, per Federico Fellini e i suoi progetti futuri.
Ciao Hala, ti puoi presentare?
Sono un’amante delle risate e Roma è la mia religione.
Cosa ami di più di essere una regista?
La capacità di creare mondi e rappresentare visivamente pensieri e sogni.
Come definiresti il tuo stile di regia?
Esuberante, giocoso e surreale con aspirazioni melodrammatiche.
Mi deresti una tua definizione di ‘cool’?
Facile.
Come mai hai scelto l’Italia come set del tuo primo film, Electra?
8½ (Federico Fellini, ndr) e Il conformista (Bernardo Bertolucci, ndr), serve dire altro?
Mi racconti com’è andata la tua prima esperienza con il lungometraggio?
Il poco tempo che avevamo per realizzarlo mi ha costretta a fidarmi della mia “pancia” e a seguire il mio istinto: non avevo tempo per pensare troppo e questo mi ha aiutato moltissimo a rafforzare la mia fiducia come regista. Mi ha anche fatto innamorare del montaggio come forma d’arte. La post-produzione è come realizzare un film molto diverso da quello che hai filmato.
Com’è stato lavorare con Maria Bakalova?
Maria è una delle attrici più creative con cui abbia mai lavorato nel corso della mia carriera. Porta qualcosa di nuovo in ogni scena ed è piena di sorprese oltre che, cosa davvero importante, essere molto collaborativa, una vera gioia.
Un episodio divertente accaduto sul set?
Stavo dirigendo una scena di danza con costumi di animali, provando a convincere gli attori di non essere pazza perché era davvero folle. È stato divertente. Lo è stato anche nella scena in cui il personaggio interpretato da Maria insegna al personaggio interpretato da Abigail a recitare. Quei costumi erano davvero esilaranti. Maria era ammalata quel giorno, ma in qualche modo è riuscita a portare così tanta comicità che mi sono dovuta impegnare davvero tanto per non scoppiare a ridere e rovinare le riprese.
Perché dovremmo vedere Electra?
Perché è sfacciato e divertente (molti film lo sono al giorno d’oggi). Anche perché è pieno di immaginazione, è sperimentale e sexy! Esplora in modo interessante le dinamiche tra i personaggi. È grandioso per i filmmaker vederlo perché mostra quanto puoi fare con pochissime risorse e tempo a disposizione. È una testimonianza dell’ottimo lavoro di squadra, di amore e di forza di volontà.
Hai lavorato molto anche nella musica (videoclip) e nella moda: quanto hai portato di queste esperienze in Electra?
La moda, la musica e i costumi sono una parte fondamentale di questo film. Amo la grandezza e rendere tutto incredibile, cosa che faccio moltissimo nei miei fashion film.
Cosa ti piace di più della moda? E dei social media?
La moda permette di esprimerti in modo immediato e intenso, oltre che trasportati in mondi ed epoche differenti. Detesto invece i social media e vorrei che non esistessero. Stanno rovinando la nostra capacità di essere presenti e interagire socialmente.
3 serie tv o film usciti nel 2024 che dovremmo assolutamente vedere.
Povere creature! È del 2023 (in Italia invece è uscito nel 2024, ndr) ma ci penso ancora, ne sono ossessionata. Challengers! Ne ho amato lo stile originale di regia e musica. Così divertente e contemporaneo. Savage House, che deve uscire. È del mio caro amico Peter Glanz ed è un capolavoro assoluto, spiritoso da morire.
3 registi/e che ami.
Yorgos Lanthimos: credo sia uno dei più grandi del nostro tempo. Luca Guadagnino: ammiro come riesce a lavorare con generi differenti mantenendo la sua voce e la sua originalità. E riesce a dire qualcosa di nuovo in ogni film. Federico Fellini: ci ha insegnato a essere liberi e a esprimere le emozioni umane più toccanti e dolorose con leggerezza e bellezza. Cosa che ho imparato anche vivendo in Italia.
Cosa ti aspetti dalla proiezione all’Ischia Film Festival?
Sono davvero contenta che attori e troupe saranno lì con me per celebrare ciò che abbiamo realizzato insieme. Significa tantissimo per me poterlo vedere nel mio paese preferito, nonché quello in cui l’ho girato. Ischia è davvero bella e divertente.
Progetti futuri.
Per far vivere progetti futuri, TV e spettacoli. Anche il mio prossimo film è ambientato in Italia!
Una domanda che nessuno ti ha mai fatto ma a cui ti sarebbe piaciuto rispondere.
Una domanda… Come ti senti come regista, donna e araba? Non mi sento limitata in tal senso. Mi vedo come una narratrice universale, più interessata a discutere di idee che a essere stereotipata.
© Riproduzione riservata