Allenamento muscolare femminile: 3 miti da sfatare e i benefici per forza, metabolismo e cervello
Secondo i dati riportati da ANSA su fonti mediche, dopo i 30 anni, se non ci si allena, ogni decennio si perde spontaneamente dal 3 al 5% di massa muscolare. Tradotto in vita reale: a 60 anni una valigia sulle scale o i sacchetti della spesa possono sembrare una maratona, anche se sulla carta vi sentite ancora “ragazze”.
Intanto l’allenamento è diventato tendenza: classi di pilates esaurite, running club di quartiere, video di fitness ovunque. Eppure l’allenamento muscolare femminile con i pesi resta il grande frainteso. Il timore più ricorrente è sempre lui: “mi ingrosso, divento mascolina”. Così molte di voi restano su attività “leggere”, magari ore di cardio, mentre i bilancieri vengono osservati da lontano.
Mito 1: con i pesi vi ingrossate e diventate mascoline
La biologia gioca decisamente a vostro favore. Gli endocrinologi ricordano che le donne hanno livelli di testosteronemediamente fino a venti volte inferiori rispetto agli uomini. Questo rende molto difficile sviluppare volumi muscolari paragonabili, specie con un allenamento ricreativo di 2-3 sedute a settimana.
La ricerca in fisiologia dell’esercizio mostra che, in programmi di dodici settimane di allenamento di resistenza due volte a settimana, le donne aumentano la massa magra di circa il 4-5% e riducono quella grassa di quasi il 9%. Non è il fisico da bodybuilder, è un corpo più compatto, forte, “riempito” dove serve. Se improvvisamente vi sentiste troppo muscolose, basterebbe ridurre carichi e frequenza: il muscolo non esplode da un giorno all’altro.
Mito 2: per dimagrire serve solo cardio, meglio se per ore
I nutrizionisti sono concordi: a determinare il calo di peso è il bilancio energetico, non i chilometri sul tapis roulant. Solo cardio, specie se abbinato a diete drastiche, fa perdere anche massa muscolare. Risultato: numeri sulla bilancia più bassi, ma metabolismo rallentato e corpo più “molle”.
Il muscolo è un tessuto metabolicamente attivo, consuma energia anche sul divano. Diversi studi indicano che chi inserisce l’allenamento di forza migliora la sensibilità all’insulina, riduce il grasso viscerale e gestisce meglio condizioni come la sindrome dell’ovaio policistico. Per molte donne funziona bene un mix semplice: due sedute di allenamento muscolare femminile alla settimana più una o due sessioni di camminata veloce o bici. Totale: tre-quattro ore ben spese, non pomeriggi interi su una macchina cardio.
Mito 3: i pesi non sono femminili e dopo una certa età “non servono”
Qui entriamo nel cuore del discorso. Il muscolo non è solo estetica: è indipendenza funzionale. Più massa muscolare e forza significano alzarsi dal divano senza spinta delle braccia, salire le scale senza fermarsi ogni piano, tenere in braccio un nipote senza crollare dopo cinque minuti.
Gli specialisti che si occupano di invecchiamento spiegano che la perdita di muscolo (sarcopenia) è uno dei fattori chiave di fragilità, cadute e fratture. L’allenamento di forza, associato al carico sulle ossa, è un alleato anche contro l’osteoporosi. E non esiste “troppo tardi”: studi su donne over 70 mostrano miglioramenti significativi di forza ed equilibrio dopo pochi mesi di esercizi mirati. In altre parole, i pesi sono uno strumento per continuare a fare da sole le cose di tutti i giorni, più che un vezzo da palestra.
Dal muscolo al cervello: neuroplasticità e forza mentale
Tradotto nel quotidiano: migliori capacità di concentrazione, umore più stabile, maggiore resilienza allo stress e protezione, nel lungo periodo, dal declino cognitivo. Per le donne, che attraversano fasi ormonali complesse come perimenopausa e menopausa, questo “ponte” muscolo-cervello è particolarmente prezioso.
Non sorprende che professioniste come Benedetta Brandi, personal trainer e psicologa clinica molto seguita online, insistano sulla forza come strumento di autostima. Tante ragazze arrivano pensando di dover diventare più piccole, escono scoprendo il piacere di sentirsi solide, presenti nel proprio corpo, meno dipendenti dagli altri.
Come iniziare con l’allenamento muscolare femminile, in pratica
L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda attività di rafforzamento muscolare almeno due giorni a settimana per tutti gli adulti, donne comprese. Non serve un programma da atleta. Per iniziare possono bastare due sedute full body da 30-40 minuti.
Un esempio semplice: squat a corpo libero o con manubri leggeri, ponte per i glutei, spinta per il petto (a terra o contro il muro), rematore con manubri o elastici. Due-tre serie da 8-12 ripetizioni, con un carico che renda le ultime ripetizioni faticose ma ancora eseguibili con buona tecnica. Idealmente seguite da un’istruttrice o un istruttore qualificato, soprattutto se avete problematiche articolari o cardiovascolari.
Poi si adatta tutto alle fasi della vita: nei giorni premestruali potete alleggerire i carichi, in gravidanza si lavora solo con il via libera di ginecologo e ostetrica, in menopausa si punta molto su forza e impatto controllato per proteggere le ossa. L’idea di fondo resta la stessa: ogni manubrio sollevato è meno peso sulle persone da cui pensavate di dover dipendere, più margine di libertà per il vostro corpo e per il vostro cervello.
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Le 3 proteine che non dovrebbero mancare nella dieta delle over 50 per muscoli forti
Dopo i 50 anni il corpo cambia: ogni anno possiamo perdere fino allo 0,4% della massa muscolare, dicono diversi studi sulla sarcopenia femminile. Tradotto: scale più faticose, buste della spesa pesantissime, meno autonomia.
La buona notizia è che i muscoli non sono “persi per sempre”. Hanno solo bisogno di essere stimolati meglio, e la chiave non sta in ore di palestra estrema ma in quello che mettete nel piatto, tutti i giorni.
Muscoli più deboli dopo i 50: cosa succede davvero
Con l’età entra in scena la sarcopenia, cioè la perdita progressiva di massa e forza muscolare, accentuata dalla menopausa. Il muscolo diventa anche “resistente” alle proteine: ne servono di più per ottenere lo stesso effetto che avevate a 30 anni. È la cosiddetta resistenza anabolica.
Secondo le linee guida europee sulla nutrizione nell’anziano, come i documenti PROT‑AGE ed ESPEN, dopo i 50 anni il fabbisogno proteico aumenta. I classici 0,8 grammi per chilo di peso corporeo non bastano più. Le donne che vogliono muscoli forti e autonomia dovrebbero puntare almeno a 1,0-1,2 g/kg al giorno, fino a 1,5 g/kg se fanno attività fisica regolare o seguono una dieta dimagrante.
Perché tanta attenzione? Perché i muscoli non servono solo per l’estetica: proteggono le articolazioni, sostengono la schiena, mantengono attivo il metabolismo e riducono il rischio di cadute e fratture. In pratica sono il vostro “assicuratore” di indipendenza dopo i 50.
Quante proteine servono davvero per muscoli forti dopo i 50
Facciamo un esempio concreto. Una donna di 60 chili che punta a 1,2 g/kg al giorno ha bisogno di circa 70-75 grammi di proteine totali. Non è una montagna, ma vanno distribuiti bene: il muscolo risponde al meglio quando riceve 25-30 grammi di proteine “nobili” a ogni pasto principale.
Al di sotto di questa soglia la sintesi proteica muscolare si accende poco, proprio per la resistenza anabolica. Questo vale soprattutto a colazione, che nella versione classica italiana (caffè e brioche, o biscotti) vi porta in media solo 5-8 grammi di proteine. Per una vera colazione proteica dopo i 50 anni, servono quantità ben diverse. Troppo pochi per dire ai muscoli che va bene, potete crescere o almeno non perdere terreno.
Organizzare la giornata intorno a tre “quote” proteiche ben distribuite è quindi fondamentale. E qui entrano in gioco le tre categorie di proteine che non dovrebbero mai mancare nel vostro menù dopo i 50 anni.
Le 3 proteine indispensabili nella dieta delle over 50
1. Proteine del siero del latte: il turbo del mattino
Si chiamano proteine del siero del latte, spesso usate anche negli integratori per lo sport, e sono le più studiate per la salute muscolare negli adulti. Hanno un contenuto altissimo di leucina, l’amminoacido che “accende” la costruzione del muscolo, e vengono assorbite rapidamente.
Nella pratica quotidiana le trovate in yogurt greco, ricotta, fiocchi di latte e in parte nel latte vaccino. Una colazione con 170 grammi di yogurt greco più qualche cucchiaio di ricotta arriva facilmente a 20-25 grammi di proteine. Gli integratori in polvere possono essere utili solo quando il medico o il nutrizionista li consiglia, per esempio in caso di scarso appetito o convalescenza.
2. Carni bianche, pesce azzurro e uova: la base solida
Pollo, tacchino, pesce bianco e soprattutto pesce azzurro, insieme alle uova, sono il vostro “classico” che funziona. Offrono proteine di altissimo valore biologico, ferro, vitamina B12, zinco, omega 3 e, nel caso del pesce, anche vitamina D alleata di ossa e muscoli.
Gli esperti di nutrizione suggeriscono di privilegiare carni bianche e pesce, limitando carni rosse e lavorate e scegliendo cotture delicate, come vapore o forno. Le uova, se inserite in una dieta equilibrata e in assenza di patologie specifiche, possono comparire anche tutti i giorni: due uova forniscono circa 12-14 grammi di proteine.
3. Proteine vegetali intelligenti: il jolly per cuore e muscoli
Dopo i 50 molti di voi sentono il bisogno di ridurre carne e derivati animali. Le proteine vegetali diventano allora preziosissime, a patto di saperle combinare. Legumi (ceci, fagioli, lenticchie, piselli) e cereali integrali si completano a vicenda, coprendo l’intero profilo di amminoacidi essenziali.
Un piatto unico con pasta e ceci, riso e lenticchie o farro e fagioli può portarvi già 18-20 grammi di proteine, più fibre e minerali amici del cuore. Fonti come soia, tofu, tempeh, edamame e quinoa offrono proteine ancora più complete: sono perfette per chi segue uno stile quasi vegetariano ma non vuole rinunciare a muscoli forti.
Per orientarvi, provate a chiudere la giornata con questa lista: una porzione di latticini ricchi di siero, una di proteine animali nobili e un piatto a base di legumi e cereali integrali. Se li trovate tutti e tre nel vostro menù, i vostri muscoli, anche dopo i 50, avranno molto di cui essere grati.
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Dopo i 70 anni, essere single può rendere più felici? Cosa dicono gli studi
Secondo i dati Istat analizzati da diversi studi, in Italia milioni di donne anziane vivono da sole, e tra gli over 70 le single sono ormai più di una su due. Il vecchio incubo della «zitella infelice» non regge più ai numeri.
Ancora più interessante: ricerche internazionali e testimonianze raccolte dalla rivista statunitense SELF mostrano che proprio le donne sulla settantina, quando sono single per scelta o dopo una separazione consapevole, riportano spesso i livelli più alti di serenità. Altro che «povera nonna rimasta da sola».
I numeri: sempre più donne sulla settantina single (e soddisfatte)
Secondo elaborazioni su dati Istat riprese da vari media, in Italia circa 4,9 milioni di donne vivono da sole e tre su cinque hanno più di 65 anni. Tra gli over 70, le donne che preferiscono vivere sole sono più di una su due, contro poco più di un uomo su cinque.
In Francia, l’istituto statistico INSEE rileva che il 48% delle persone con più di 70 anni non ha un partner convivente. In Canada circa il 24% degli over 65 vive solo, il 68% sono donne e tre quarti di loro dichiarano di essere molto soddisfatte della propria vita, secondo Statistics Canada. Non è quindi una stranezza italiana, ma un trend occidentale.
Cosa dicono gli studi sulla felicità delle donne single
Uno studio dell’Università di Toronto, pubblicato sulla rivista scientifica Social Psychological and Personality Science e ripreso in Italia da QN Salus, ha seguito circa 6.000 adulti single. Le donne single riportavano maggiore soddisfazione per la vita in generale, per il loro status relazionale e per la sfera sessuale rispetto agli uomini single, oltre a un minore desiderio di trovare un partner.
Altre ricerche citate da SELF mostrano che la soddisfazione per la singletudine tende ad aumentare con l’età a partire dai 40 anni. Molte donne intervistate intorno ai 70 descrivono una felicità «quieta», meno orientata a compiacere gli altri e più centrata sui propri ritmi, hobby, amicizie.
L’economista comportamentale Paul Dolan, della London School of Economics, analizzando grandi indagini sulla popolazione, ha evidenziato che le donne single e senza figli compaiono spesso tra i gruppi con i livelli più alti di benessere soggettivo. Non è un invito collettivo a non sposarsi né ad abbandonare i figli, ma un campanello che dice: il matrimonio non è l’unico copione possibile per una vita piena.
Perché tante settantenni single sono più serene delle coetanee sposate
Le ricercatrici che studiano la singletudine, come la psicologa sociale Bella DePaulo e la sociologa Kris Marsh, spiegano che alcune persone sono «single nel profondo». Non si tratta di non aver trovato nessuno, ma di sentirsi meglio quando il proprio tempo, la propria casa e il proprio corpo non ruotano attorno ai bisogni di un partner.
A 70 anni, questo si traduce in giornate costruite su misura. Chi è single decide come organizzare il tempo, dal viaggio fuori stagione al corso di yoga, senza dover negoziare ogni scelta. Molte donne raccontano che, dopo decenni passati a pianificare in funzione della famiglia, questa libertà vale oro.
C’è poi il tema del carico di cura. Una ricerca britannica finanziata dall’ESRC su persone over 60 ha rilevato che le donne single si dichiarano spesso più sane e meno stressate dei coetanei sposati, anche perché non devono occuparsi 24 ore su 24 di un coniuge malato. Le single tendono inoltre a coltivare reti sociali femminili molto dense: amiche, sorelle, vicine, gruppi culturali. Non hanno un solo «punto di appoggio» affettivo, ma una costellazione.
Infine c’è l’identità. Dopo una certa età, molte smettono di definirsi in base al «di chi sono la moglie» o «la compagna». Alcune settantenni single dicono chiaramente: «Sono arrivata qui, sto bene così, e non devo più dimostrare niente a nessuno». È un tipo di pace che difficilmente emerge nelle statistiche, ma che torna in quasi tutte le interviste.
Vivere single a 70 anni in Italia: opportunità e sfide
Dietro i numeri ci sono storie. C’è la ex moglie che ha chiesto il divorzio dopo i 65 e oggi vive con un’amica in co-abitazione, alternando volontariato e viaggi in bassa stagione. C’è la vedova che, dopo un lutto durissimo, ha ricostruito la propria vita tra corsi, cinema e nipoti «a tempo scelto». E c’è chi non si è mai sposata, e alla domanda «te ne sei pentita?» risponde serenamente di no.
Le opportunità, per chi invecchia da sola, passano soprattutto dalla rete di supporto. Gruppi di cammino, università della terza età, associazioni culturali, parrocchie aperte, corsi di ginnastica dolce: sono luoghi in cui si intrecciano amicizie che, spesso, contano più di qualunque appuntamento galante.
Esistono anche sfide concrete. La salute, la gestione della casa, la burocrazia. Gli esperti di benessere consigliano di pensare per tempo a qualche pilastro: capire bene la propria pensione, valutare una copertura sanitaria integrativa, individuare una persona di fiducia a cui dare deleghe per evenienze future. Non è allarmismo, è auto-cura.
Resta poi lo stigma. Le frasi tipo «Ma non ti pesa stare da sola?» o «Chi si occuperà di te?» molte di voi le hanno sentite o le hanno rivolte alle proprie madri. Una possibile risposta potrebbe essere semplice: «Mi occupo di me già adesso, e non sono affatto l’unica». Perché, numeri alla mano, la donna sulla settantina che vive sola oggi non è più un’eccezione triste. È, sempre più spesso, la più felice del gruppo.
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Capelli grigi over 50: la nuance ghiaccio amata da Emma Thompson
L’hashtag #silverhair ha superato le cento milioni di visualizzazioni su TikTok: i capelli grigi non sono più un tabù, ma un vero statement di stile. Tra le nuove sfumature che piacciono alle over 50 spicca un nome decisamente goloso: Iced Frappuccino, la versione più luminosa e “intenzionale” del grigio argento.
Questa nuance, vista su icone come Kristin Scott Thomas ed Emma Thompson, è pensata proprio per chi ha già una buona percentuale di capelli grigi o bianchi e vuole valorizzarli, non coprirli a tutti i costi. Fredda, chiarissima, ma morbida sul volto: è la combinazione che la rende incredibilmente lusinghiera dopo i 50 anni.
Che cos’è il colore capelli Iced Frappuccino
Iced Frappuccino non è un semplice “capello grigio”. È un mix studiato di toni perla, platino e argento ghiaccio concentrati negli strati superiori e intorno al viso, mentre sotto e alle radici resta una profondità leggermente più scura e soft. Il risultato, spiegano gli hair stylist internazionali come Jason Collier, è un contrasto intenzionale che crea movimento e brillantezza, evitando l’effetto casco uniforme.
Su Kristin Scott Thomas questa sfumatura si traduce in un effetto “halo”: le ciocche più chiare incorniciano l’attaccatura e la sommità della testa, mentre sotto si intravede un grigio più pieno. L’impressione è di un’aureola luminosa che addolcisce i lineamenti e illumina la pelle, quasi fosse un faretto da backstage portato sempre con voi.
Perché è così lusinghiera dopo i 50 anni
Secondo gli esperti di colore e i dermatologi che si occupano di capelli maturi, la combinazione di toni perla e argento riflette la luce in modo uniforme e aiuta a contrastare il tipico ingiallimento della pelle che può comparire con l’età. Collier lo descrive come un filtro soft-focus naturale: la cornice chiara intorno al viso attenua le ombre e rende l’incarnato più fresco.
C’è poi un tema di volume visivo. Dopo i 50 anni i capelli tendono a diventare più sottili e porosi; un colore piatto li fa sembrare ancora più radi. La struttura dell’Iced Frappuccino, con radici leggermente più profonde e lunghezze chiarissime, dà l’illusione di maggiore densità. Le sfumature grigio-argento sembrano “riempire” la chioma, proprio come suggeriscono molti hair expert quando parlano di colori a più dimensioni per chi ha superato la soglia dei 50.
A chi sta bene (e come adattarlo)
Il terreno ideale sono i capelli già molto grigi o bianchi, naturali o “sale e pepe”. Se partite da un biondo chiaro, l’effetto ghiaccio sarà facile da ottenere. Su una base ex-mora servirà invece un percorso più graduale, con schiariture e grey blending per evitare stacchi netti tra ricrescita e lunghezze.
Conta moltissimo anche il sottotono della pelle, soprattutto in Italia dove le carnagioni olivastre sono frequenti. Se avete una pelle rosata, potete spingervi verso un argento quasi bianco, molto vicino allo stile Emma Thompson. Se invece il vostro incarnato è caldo o dorato, meglio ammorbidire la radice con un beige freddo o uno champagne chiarissimo: il risultato resta ghiaccio, ma più armonico, senza quell’effetto “grigio malato” che tutte temete.
Come chiedere l’Iced Frappuccino al parrucchiere
In salone non basta nominare la tendenza: serve un mini briefing. Potete dire, per esempio, che volete mantenere una radice leggermente più scura e fredda, con strati superiori e ciocche attorno al viso in toni perla, platino e argento ghiaccio, molto luminosi. Aggiungete se preferite l’effetto halo (più chiaro davanti e sulla sommità) oppure un total look argento chiarissimo.
Se arrivate da anni di tinte scure, preparatevi a più sedute: i coloristi seri evitano di portare subito i capelli a un bianco ghiaccio per non stressare una fibra già matura. L’approccio consigliato anche dagli esperti di tricologia è la transizione progressiva, con schiariture delicate e tonalizzanti che, seduta dopo seduta, accompagnano i vostri grigi naturali.
Mantenere a casa l’effetto ghiaccio
Il segreto dell’Iced Frappuccino è la freschezza del tono. Per questo tra un appuntamento e l’altro servono prodotti specifici: shampoo viola o argentati per neutralizzare il giallo, maschere pigmentanti o trattamenti tonalizzanti che “rinfrescano” i riflessi perla. Gli hair stylist consigliano di usarli non a ogni lavaggio, ma una volta ogni una-due settimane, per evitare che il colore diventi troppo freddo o violaceo.
I capelli grigi, ricordano i dermatologi, sono più secchi e porosi: le cuticole si aprono più facilmente, la fibra perde idratazione e lucentezza. Oltre ai prodotti anti-giallo, quindi, servono maschere nutrenti, oli leggeri sulle punte e sempre un termoprotettore prima di phon e piastra. Una chioma argento è bellissima solo se è lucida, morbida e curata: altrimenti neanche il tono più alla moda potrà fare miracoli.
Tagli, styling e make-up che lo valorizzano
Per far risaltare l’Iced Frappuccino puntate su tagli che creano movimento: caschetto morbido, long bob scalato, pixie sfilato. Le onde soffici o una piega piena alla radice mettono in evidenza le diverse sfumature e fanno sembrare i capelli più corposi; la piastra super liscia, al contrario, tende ad appiattire il colore.
Anche trucco e guardaroba giocano la loro parte. I capelli argento ghiaccio stanno benissimo con blu navy, grigio perla, rosa antico, malva, rosso lampone e bianco ottico. Sul viso, meglio basi luminose ma sottili, blush rosati o pesca freddo e rossetti definiti: piccoli accorgimenti che, insieme alla nuova sfumatura, fanno scattare quell’effetto “wow, ma siete più riposate” che nessuna crema da sola può regalare.
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Ossa fragili e osteoporosi: i segnali che molti over 50 ignorano
In Italia oltre 4 milioni di persone convivono con l’osteoporosi, circa l’80% sono donne. E, secondo dati riportati dall’Istituto Superiore di Sanità, solo una su due sa di averla. Il punto è questo: l’osteoporosi non fa male. Finché non provoca una frattura.
Spesso la storia è questa: una caduta banale in casa, un polso rotto, una radiografia “di routine” e la scoperta delle ossa fragili. Per evitare che il primo segnale sia il gesso, vale la pena capire quali sono i campanelli d’allarme più sottili e quali regole quotidiane aiutano a rinforzare lo scheletro, soprattutto intorno alla menopausa ma non solo.
Osteoporosi, ossa fragili e silenziose: che cosa succede davvero
L’osteoporosi è una malattia metabolica dell’osso: la densità minerale si riduce, la struttura diventa più porosa e le ossa si rompono più facilmente, anche con traumi minimi. L’Organizzazione Mondiale della Sanità la considera una delle grandi malattie croniche dell’età adulta.
Per molte di voi il primo step non è l’osteoporosi ma l’osteopenia. È una riduzione intermedia della densità ossea, che non dà sintomi ma aumenta già il rischio di fratture. È il vero “cartellino giallo” che invita a cambiare stile di vita e, se serve, iniziare una terapia.
Le più esposte sono le donne dopo la menopausa, perché il brusco calo degli estrogeni accelera la perdita di massa ossea. Ma con l’età anche gli uomini vedono assottigliarsi lo scheletro. A questo si sommano genetica, magrezza eccessiva, fumo, alcol, sedentarietà, carenza di calcio e vitamina D, malattie croniche e alcuni farmaci.
I campanelli d’allarme insospettabili: segnali da non archiviare come “età”
L’osteoporosi non dà dolore specifico nelle fasi iniziali. Esistono però segnali che meritano una chiacchierata con il medico di base:
- Fratture dopo traumi minimi
Se vi rompete polso, omero, vertebre o femore dopo una caduta da in piedi, un urto banale o uno sforzo modesto, si parla di frattura da fragilità. Non è “solo sfortuna”: spesso dietro c’è un osso già debole.
- Perdita di centimetri e schiena più curva
Vi accorgete che siete più basse di 3-4 centimetri rispetto a qualche anno fa, i pantaloni “si allungano”, la schiena tende alla cifosi. Possono essere segni di fratture vertebrali da compressione, anche senza un trauma evidente.
- Mal di schiena nuovo dopo i 60 anni
Un dolore dorsale o lombare improvviso, localizzato, che non passa con il riposo o nasce dopo un gesto minimo (sollevare una busta, tossire) può nascondere una frattura vertebrale. I comuni dolori da artrosi sono più diffusi e migliorano con il movimento.
- Storia ormonale e familiare “sospetta”
Menopausa precoce, anni senza ciclo non legati a gravidanza, interventi alle ovaie, genitori o fratelli con fratture di femore o crolli vertebrali da anziani: tutti elementi che, anche in assenza di dolore, alzano il livello di attenzione.
- Farmaci e abitudini che erodono l’osso
Uso prolungato di corticosteroidi, alcuni farmaci oncologici o anticonvulsivanti, diete drastiche con forte perdita di peso, fumo, abuso di alcol e pochissimo sole sul viso e sulle braccia. Singolarmente sembrano dettagli, insieme diventano un fattore di rischio importante.
Dal sospetto al check-up: quando fare la MOC e quali esami servono
Per capire davvero quanto sono robuste le vostre ossa serve la densitometria ossea (MOC). È un esame rapido, con bassa dose di radiazioni, che misura la densità minerale soprattutto a colonna lombare e femore. Il risultato, il famoso T-score, indica se l’osso è normale, in osteopenia o in osteoporosi.
Secondo il Manuale MSD per la salute, la MOC è raccomandata di routine nelle donne dai 65 anni in su e negli uomini oltre i 70. Va eseguita prima se ci sono fratture da fragilità, menopausa precoce o fattori di rischio importanti. Il medico di base è il primo riferimento per capire quando inserirla nel vostro check-up.
Gli esami del sangue possono includere calcio, vitamina D e ormoni che influenzano l’osso. Molte linee guida suggeriscono di non dosare la vitamina D in modo automatico a tutta la popolazione: spesso, in presenza di fragilità ossea o fattori di rischio, il medico valuta direttamente un’integrazione mirata.
Le regole quotidiane per rinforzare le ossa (anche se non fanno male)
L’osso è un tessuto vivo che risponde a ciò che mangiate, a come vi muovete, alle vostre abitudini. Alcune regole chiave:
1. Mettere calcio nel piatto ogni giorno
Puntate a circa 1000–1200 mg al giorno tra latte, yogurt, formaggi magri, verdure a foglia verde, frutta secca, legumi e acque minerali ricche di calcio. Meglio distribuirlo nei vari pasti, non tutto in una volta.
2. Fare pace con la vitamina D
Serve il sole: 15–20 minuti al giorno su viso e avambracci, quando possibile, senza esagerare. Pesce grasso, uova e alimenti fortificati aiutano. Gli integratori vanno presi solo su prescrizione, dopo valutazione medica.
3. Muovere le ossa contro la gravità
Camminata a passo sostenuto, salire le scale, ballare, fare nordic walking: sono attività “con carico” che stimolano l’osso. L’obiettivo realistico sono almeno 150 minuti a settimana, suddivisi in più sessioni.
4. Rinforzare muscoli ed equilibrio
Piccoli pesi, elastici, esercizi per gambe e schiena, associati a Tai Chi, ginnastica dolce o Pilates. Ridurre il rischio di caduta è fondamentale quanto aumentare la densità ossea. Se avete già osteoporosi, fatevi guidare da fisiatra o fisioterapista.
5. Spegnere la sigaretta e frenare l’alcol
Fumo e alcol in eccesso accelerano la perdita di osso e muscolo. Smettere di fumare e limitare l’alcol a quantità moderate è una vera terapia anti-fratture.
6. Mettere in sicurezza la casa
Togliere tappeti scivolosi, migliorare l’illuminazione, usare calzature chiuse e stabili, montare corrimano in bagno. Le grandi fratture dell’anziano spesso nascono da un inciampo in salotto.
7. Seguire le terapie senza fai-da-te
Quando lo specialista prescrive farmaci anti-osteoporosi, lo fa per ridurre in modo concreto il rischio di fratture. L’efficacia dipende dalla costanza: niente stop improvvisi o pause creative senza averne parlato con il medico, anche se “non sentite niente”. Le ossa, purtroppo, non urlano.
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Se siete curiosi di sapere quanto guadagnano i vostri colleghi, leggete qui!
Tra pochi giorni, per l'esattezza il 7 giugno 2026, entrerà in vigore il nuovo decreto in accordo con la Direttiva (UE) 2023/970 sulla trasparenza retributiva, approvato dal Consiglio dei Ministri il 30 aprile 2026.
In poche parole, da quella data, se siete curiose di sapere quanto guadagnano i vostri colleghi che fanno lo stesso lavoro, avrete un diritto in più. Certo, non vedrete la singola busta paga, ma potrete farvi un’idea molto precisa di dove vi collocate nella scala degli stipendi aziendali.
Perché l’Europa vuole più trasparenza sugli stipendi
La direttiva parte da un dato scomodo. Secondo il Rendiconto di genere dell’INPS, nel privato le retribuzioni giornaliere lorde delle donne sono in media circa un quarto più basse di quelle degli uomini. L’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere conferma che, su base annua, in Europa le lavoratrici arrivano a circa tre quarti del reddito maschile.
L’obiettivo delle nuove regole è semplice: stesso lavoro, stessa paga, indipendentemente dal genere. Per arrivarci, Bruxelles ha deciso di colpire uno dei tabù più resistenti in Italia: il segreto salariale.
Cosa potete davvero sapere sugli stipendi dei colleghi
Dal 7 giugno 2026 ogni lavoratore, nel pubblico e nel privato, potrà chiedere una volta all’anno quali sono i livelli retributivi medi dei colleghi che svolgono lo stesso lavoro o un lavoro di pari valore. La risposta dovrà arrivare per iscritto entro due mesi.
I dati che riceverete saranno aggregati: media o mediana degli stipendi, di solito distinta per genere e categoria. Un esempio: “Impiegati amministrativi livello X: uomini 1.900 euro lordi medi al mese, donne 1.650”. A quel punto potrete confrontare la vostra busta paga con quelle cifre.
Quello che non vedrete mai è il cedolino del collega di scrivania, né il suo nome collegato a un importo preciso. Il Garante per la protezione dei dati personali ha chiarito che la privacy resta tutelata: il datore di lavoro deve organizzare i numeri in modo da non rendere identificabile il singolo, soprattutto nelle micro-aziende.
Come fare richiesta, passo per passo
La richiesta va fatta per iscritto al datore di lavoro o all’ufficio risorse umane. Potete anche passare tramite le rappresentanze sindacali o gli organismi di parità presenti in azienda. Nella mail conviene indicare con precisione: qual è il vostro inquadramento, la mansione, l’unità organizzativa per cui chiedete i dati.
Un modello base potrebbe suonare così:
«Con riferimento alla Direttiva (UE) 2023/970 e al decreto legislativo in materia di trasparenza retributiva, chiedo di conoscere i livelli retributivi medi, distinti per genere, dei lavoratori che svolgono lo stesso lavoro o un lavoro di pari valore rispetto alla mia posizione di [mansione, livello]».
La richiesta è gratuita e potete inviarla una volta all’anno. Se entro due mesi non arriva risposta, o se l’azienda vi manda numeri incompleti, potete rivolgervi alle rappresentanze sindacali, ai comitati di parità o all’Ispettorato nazionale del lavoro.
Se scoprite di guadagnare meno: cosa prevede la legge
Immaginate che dalla “foto” degli stipendi emerga un divario del 10% tra uomini e donne nella vostra stessa categoria. La direttiva fissa una soglia del 5%: oltre questo livello, se il datore di lavoro non riesce a giustificare la differenza con motivi oggettivi, scattano obblighi correttivi e possibili sanzioni.
Motivi oggettivi possono essere, per esempio, maggiore anzianità, responsabilità diverse, risultati misurabili, particolari specializzazioni. Non basta un generico “lui è più bravo”. Se si arriva in giudizio, l’onere della prova si sposta in gran parte sull’azienda, che deve dimostrare di non aver discriminato.
Prima di pensare al tribunale, però, la via più utile è il confronto interno. Portate in HR i dati ufficiali, chiedete come vengono determinate le retribuzioni, domandate se esiste un piano per correggere eventuali squilibri di genere. È un negoziato, non una guerra personale con il collega che guadagna di più.
*** Come ottenere un aumento di stipendio in 6 passi ***
Annunci di lavoro e colloqui: addio alla domanda “quanto prendeva prima?”
La trasparenza parte già dal primo contatto. Gli annunci di lavoro dovranno indicare la retribuzione iniziale prevista o almeno una fascia, così non vi troverete più al colloquio a parlare di responsabilità “senza numeri”.
In più, il datore di lavoro non potrà più chiedervi quanto guadagnavate nel posto precedente. Per chi è stato sottopagato, è una piccola liberazione: il nuovo stipendio dovrà basarsi sul valore della posizione e sulle vostre competenze, non su un passato al ribasso.
Un’altra novità: le clausole che vietano ai dipendenti di parlare del proprio stipendio diventano molto deboli. Potrete confrontarvi con colleghe e colleghi senza paura di violare il contratto, anche se, per la salute del clima in ufficio, meglio farlo con un minimo di tatto.
Piccole e grandi aziende: cosa cambia davvero per voi
Il diritto individuale di sapere quanto guadagnano in media i colleghi vale in tutte le realtà, anche nella micro-impresa sotto i 10 dipendenti. Nelle strutture piccole, però, l’azienda dovrà aggregare i dati in modo da non rendere riconoscibile il singolo, magari sommando più reparti o livelli.
Per le aziende con almeno 100 dipendenti si aggiunge un obbligo periodico di report sul divario retributivo di genere. Se dai numeri emergono differenze oltre il 5% non giustificate, dovranno elaborare piani di azione per ridurle. A voi questi documenti daranno un ulteriore termometro di quanto la vostra realtà sia, davvero, attenta alla parità salariale.
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Perché dopo i 40 anni sarebbe meglio (per una donna) evitare di bere alcol
Una sera all’aperitivo basta un calice di Prosecco e, alle tre del mattino, siete sveglie con il cuore in gola, il viso in fiamme e la testa che pulsa. Sempre più donne tra i 40 e i 55 anni scoprono all’improvviso che l’alcol non «regge» più come prima. Alcune smettono del tutto, altre lo limitano a rare occasioni: più che una moda benessere, è la risposta molto concreta di un corpo che sta cambiando.
Non è solo “diventare grandi”. In mezza età l’alcol incontra ormoni in rivoluzione, enzimi epatici più lenti, meno muscoli e più grasso. Il risultato è un mix esplosivo di vampate, insonnia, ansia e mal di testa. Capire perché succede vi aiuta a scegliere se e come continuare a bere, influenzando la risposta del vostro corpo invece di subirla.
Perché dopo i 40 l’alcol “cambia faccia”
Quando bevete, l’alcol passa nel sangue, arriva al fegato e lì viene smontato da enzimi specifici, tra cui l’alcol deidrogenasi. Con l’età questa macchina si fa meno efficiente: diversi studi mostrano che l’attività degli enzimi cala e l’alcol resta in circolo più a lungo. Traduzione pratica: lo stesso bicchiere che a 30 anni vi lasciava solo allegre, a 50 può significare capogiro e notte insonne.
Le donne partono già svantaggiate. L’Istituto Superiore di Sanità ricorda che, rispetto agli uomini, avete in media meno acqua corporea e una minore capacità di metabolizzare l’alcol. In pratica, a parità di drink, nel vostro sangue arriva una concentrazione più alta e il danno sugli organi è maggiore. In menopausa questo squilibrio si accentua ulteriormente.
Con l’avanzare dell’età perdete massa muscolare e guadagnate, spesso, grasso addominale. Il muscolo contiene più acqua del tessuto adiposo, quindi meno muscoli significa meno acqua disponibile per diluire l’alcol. Da qui la sensazione che vi salga subito alla testa. Non è suggestione, è biochimica applicata alla vita reale dell’aperitivo.
Alcol in menopausa: i sintomi che si accendono
In perimenopausa e menopausa il sistema ormonale è già in tilt: gli estrogeni oscillano, la termoregolazione impazzisce, il cuore è più sensibile agli stimoli. L’alcol, che provoca vasodilatazione, arriva su questo terreno fragile e accende le vampate, aumenta le sudorazioni notturne, scatena palpitazioni. Molte riferiscono che un solo bicchiere la sera basta per trasformare il letto in una sauna.
Poi c’è il capitolo istamina e solfiti. Vini rossi strutturati, Champagne e alcune birre contengono più istamina, una molecola che il corpo degrada grazie a un enzima, la diamino ossidasi. Con l’età e con le fluttuazioni ormonali questa capacità può ridursi: risultato, arrossamenti improvvisi, prurito, naso tappato o mal di testa “tipo allergia” dopo pochissimo alcol.
Non va dimenticato il sonno. Le società scientifiche che studiano la menopausa stimano che circa metà delle donne abbia difficoltà a dormire, e l’alcol le peggiora. Addormentarsi sembra più facile, ma il sonno profondo e la fase REM si accorciano e i risvegli aumentano. Il mattino dopo arrivano stanchezza, irritabilità e quella fastidiosa ansia da «ho detto qualcosa di sbagliato».
Come influenzare la risposta del corpo se decidete di bere
Qui arriva la parte pratica. L’Organizzazione Mondiale della Sanità è chiara: non esiste una quantità di alcol davvero sicura, solo consumi a basso rischio. In Italia, per le donne, si parla di circa 10-20 grammi di alcol al giorno, cioè non più di uno-due bicchieri piccoli da 125 ml, meglio se non tutti i giorni. L’Istituto Superiore di Sanità riassume con un principio semplice: «meno è meglio».
Per molte di voi il primo passo utile è spostare il bicchiere: bere solo ai pasti, mai a stomaco vuoto e non nelle tre-quattro ore prima di andare a letto. Mangiare qualcosa di proteico e grasso, come noci o formaggio, rallenta l’assorbimento e attenua i picchi glicemici che alimentano fame nervosa e risvegli precoci.
Idratazione e ritmo fanno il resto. Tenere sempre accanto un bicchiere d’acqua e alternarlo a ogni drink riduce la quantità totale di alcol e aiuta contro mal di testa e vampate. Potete sperimentare vini a gradazione più bassa, birre leggere o versioni analcoliche evolute, e limitare rossi molto strutturati, superalcolici scuri, bollicine e cocktail con caffè, soprattutto la sera.
Un’idea è usare per un mese un piccolo diario: cosa bevete, a che ora, come dormite, quante vampate, come vi sentite il giorno dopo. Prima settimana, niente alcol; poi reintroducete un solo tipo di bevanda in piccole quantità e osservate la risposta. Se anche con mezzo bicchiere compaiono tachicardia intensa, forte mal di testa o nausea, è il momento di parlarne con il medico o con il centro menopausa di riferimento.
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Se pensate ancora al vostro ex ogni giorno, questo è il modo giusto per dimenticarlo (e ricominciare)

È dura, ma non impossibile, e soprattutto è fondamentale: vi spieghiamo come dimenticare un ex fidanzato e ricominciare a stare bene
Come dimenticare un ex fidanzato quando tutto ci parla di lui e tutto ci ricorda come eravamo felici insieme?
Quando si parla di sentimenti è difficile essere razionali, e spesso si finisce per essere in balia di quello che si prova, dei ricordi e di quello che ci tiene attaccati al passato e diventa difficile andare avanti e lasciarsi il dolore alle spalle.
Non solo.
A volte il dolore diventa anche una comfort zone, qualcosa che ci fa sentire protette e che ci dà un alibi per non rimetterci in piedi.
È importante però riconoscere questi sentimenti e impegnarsi per ritrovare serenità e felicità.
Come ricominciare dopo la fine di una relazione e dire addio al passato che ti tormenta? Come fare ad andare avanti ed essere di nuovo felici?
**10 cose da fare quando ci si lascia**
Insomma, come dimenticare un ex fidanzato?
Serve del tempo, ovviamente, a volte anche molto tempo, ma se volete instradarvi nella direzione giusta dovete anche impegnarvi e tirare fuori tutte le forze che vi sono rimaste.
Come dimenticare un ex fidanzato
**Questi 4 segni zodiacali sono quelli che tornano più spesso con gli ex: siete tra loro?**
(Continua sotto la foto)
1. Fate una lista con quello che odiate di lui
Uno dei segreti per dimenticare un ex fidanzato è fare una lista in cui mettete nero su bianco quello che odiate di lui.
Vi serve per ricordare a voi stesse che siete sulla strada giusta: non importa se vi ha mollate lui, avete un sacco di motivi per lasciarvelo alle spalle.
Fatela in stampatello, appiccicatela al frigo e ripetete i punti tutti le mattine. Tenetene anche una copia in borsa, nel caso durante il giorno vi venisse voglia di scrivergli un messaggio malinconico.
Non vi serve pensare alle cose belle, ricordatevi che vi ha fatto del male, mettete quello che provate per lui in una scatola e cacciatelo in fondo a un cassetto.
2. Smettete di nominarlo
Segnatevi quante volte al giorno esce il suo nome dalla vostra bocca o accennate alla sua persona con qualcuno, cercate di dimezzare questo numero in una settimana e poi sforzatevi di cancellare completamente il suo nome dalle vostre conversazioni.
Non nominarlo vi farà incredibilmente bene.
Sarà come far svanire un po' del suo potere, farlo esistere un po' meno, vi renderà più padrone di voi stesse e vi sembrerà di riprendere il controllo sulla vostra felicità.
**Ecco quando tornare con un ex è una buona idea (se no lasciate perdere)**
3. Sforzatevi di non provare rancori
L'odio è solo un'altra faccia dell'amore, significa comunque provare qualcosa che vi tiene legate a lui.
Non è certo facile ma dovreste sforzarvi di non avercela con lui, di non provare rancore.
È l'unico modo per ricominciare dopo una separazione e proseguire in modo sereno verso la vostra strada, senza guardarvi indietro.
Pensate che è lui quello che ci perde e quello che si pentirà della sua decisione. Non avete nessun motivo di avercela con lui perché presto voi sarete più felici.
4. Riaprite un progetto che trascuravate da tanto
Qualcosa che sognavate di fare da moltissimo tempo? Un progetto nel cassetto che non avevate mai il tempo di sviluppare quando stavate con lui?
Un viaggio da organizzare che è tanto che pensavate di fare ma che lui ha sempre rimandato?
Ora non c'è nulla che vi impedisce di dedicarci del tempo, tiratelo fuori dall'armadio delle cose insolute e concedetegli l'attenzione che merita.
Vi sentirete felici come delle ragazzine e sarete fiere di voi stesse.
**Cosa succede se non si fa sesso per molto tempo? La risposta della scienza**
5. Cercate di non vedere tutto nero
Lo sappiamo, dimenticare un ex fidanzato non è affatto facile.
Ma il modo in cui vedete le cose influenza la vostra vita più di quanto potete immaginare, quindi se vedete tutto nero rimarrete impantanate in una bolla di tristezza e di disagio e allontanerete tutte le cose belle che vi si avvicinano come fa il vape con le zanzare.
Volete veramente respingere la felicità e portarvi dietro la vostra nuvola di Fantozzi?
Ricordatevi che il tempo che state perdendo a lamentarvi è solo vostro.
Quindi, quando il passato vi tormenta, non perdete tempo a piangervi addosso, piuttosto mettete da parte le lacrime e rifatevi una vita.
6. Riempitevi l'agenda d'impegni
Fate, fate, fate tantissime cose.
Andate al cinema, a quella mostra che è tanto che volete vedere, un weekend a Venezia, il corso di calligrafia, la lezione di canto gregoriano, l'aperitivo con i compagni delle elementari, il saggio di vostra nipote.
Non dite di no a nulla. Non state a casa, non state da sole. L'importante è fare cose, non pensare a lui e evitare i momenti di malinconia, soprattutto il weekend.
**Perché per stare bene in coppia si deve prima stare bene da soli**
7. Pensate al futuro
Come dimenticare un ex fidanzato? Semplice, iniziate a pensare al vostro futuro.
Fatelo in maniera positiva e iniziate a immaginarlo senza di lui al vostro fianco.
Questo però non deve rendervi tristi, al contrario deve farvi sentire libere e padrone di quello che siete e delle milioni di possibilità che avete davanti.
L'importante è smetterla di guardare indietro e piangere su quello che non c'è più.
8. Riprendetevi voi stesse
Subito dopo una rottura, la vostra autostima precipita verso livelli che vanno sotto terra, ma piano piano dovete impegnarvi per ricostruirla, a riportarla ai livelli di una volta, quelli che vi consentono di ridipingere un sorriso sulla vostra faccia e di guardarvi allo specchio senza sentirvi uno schifo o un completo fallimento.
Prendetevi il tempo che vi serve ma impegnatevi a tornare in pista.
**E se tradire facesse bene alla coppia? Ecco cosa ne pensano gli esperti**
9. Sfogatevi sullo sport
Dovete scaricare le energie negative. Certo potreste farlo ordinando cinque gin tonic il venerdì sera, ma dopo un mese sarebbe necessario ricoverarvi in un centro per recupero alcolisti.
Quindi, se avete bisogno di buttare fuori le energie negative senza autodistruggervi sfogatevi con lo sport.
Non importa quale. Yoga, tennis, crossfit, box... fate qualcosa che vi consenta di spegnere il cervello e scaricare la mente.
10. Uscite con qualcuno
Probabilmente non ne avete voglia ma dovreste sforzarvi.
Per dimenticare un uomo, il vecchio detto chiodo scaccia chiodo funziona veramente.
Magari questi appuntamenti saranno dei disastri ma vi serviranno a distrarvi a farvi sentire di nuovo in gioco, a regalarvi un po' di leggerezza.
Quindi recuperate vecchi spasimanti, flirtate con i colleghi o con il tipo che in palestra vi fa sempre gli occhi dolci, chiedetegli di uscire, butattevi, provate a smuovere le cose e vedrete che succederanno cose belle e che questo periodo presto sarà solo un lontano ricordo.
**5 domande da porsi per decidere se tornare con un ex**
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Dimenticate Portofino: questo borgo ligure dal fascino silenzioso è perfetto per un digital detox
Un pugno di case color pastello affacciate sul Golfo dei Poeti, col campanile che tocca quasi le onde e i caruggi che profumano di salsedine. Non ha yacht parcheggiati in piazza, né boutique di logomania. Ha un’estetica che potremmo definire "silenziosa": discreta, elegante, poco filtrabile sui social. Si chiama Tellaro ed è qui che tante quarantenni stanno tornando a respirare.
Secondo gli ultimi dati diffusi dall'Ente Nazionale Italiano per il Turismo e dalla piattaforma di hôtellerie di nicchia Mr & Mrs Smith, le richieste di soggiorni primaverili verso due piccoli borghi liguri sono cresciute del 47%. Chi prenota non sono ventenni in cerca di movida, ma persone più adulte e con una spesa media di 850 euro per un weekend e un desiderio molto specifico: silenzio, mare, privacy.
La nuova geografia del lusso silenzioso
In questa curva statistica c’è tutta la nuova geografia del lusso: meno riflettori, più autenticità. I numeri di ENIT e Mr & Mrs Smith parlano di un aumento del 47 per cento delle richieste verso Tellaro per la primavera 2026. Il budget medio, 850 euro, racconta un lusso fatto di tempo per sé, non di tavoli in prima fila nei beach club.
Gli esperti di turismo rigenerativo spiegano che, dopo i 40 anni, il cervello femminile multitasking desidera meno stimoli e più "vuoto" selezionato: niente traffico, poca musica di fondo, orizzonti puliti. Ambienti come Tellaro, con un inquinamento acustico e visivo quasi nullo, aiutano a ridurre lo stress percepito in poche ore. L’Organizzazione Mondiale della Sanità collega da tempo il contatto con il mare a benefici per umore e sonno.
Perché Tellaro è l’anti-Portofino adatto a chi ha superato i 40
Se Portofino e le Cinque Terre sono la passerella dove esibire loghi, abbronzatura e networking, Tellaro è l’esatto opposto. Qui le case sono scolorite dal sale, le persiane cigolano, i negozi vendono più acciughe che sneakers. Non c’è nulla da "mostrare", molto da sentire. È la meta perfetta per chi ha superato i 40 e ha smesso di misurare il valore di una vacanza in selfie.
Qui potete camminare per ore senza incontrare un locale con musica sparata, solo il suono delle onde che sbatte contro gli scogli e il rintocco della chiesa di San Giorgio. I caruggi costringono a rallentare, le scale obbligano a usare il corpo. Nessuno si aspetta che restiate online. Il telefono resta in borsa, voi finalmente no.
Non stupisce che questo minuscolo borgo del Golfo dei Poeti sia stato il rifugio di D.H. Lawrence, che lo descriveva come un "nirvana tra le rocce", e che abbia ispirato Eugenio Montale. Negli anni Novanta, raccontano i ben informati, anche Franca Sozzani amava defilarsi da queste parti per sfuggire ai paparazzi. Tellaro è sempre stato il luogo di chi preferisce l’anonimato al front row.
Weekend perfetto a Tellaro: quando e come
L’ideale è arrivare il venerdì pomeriggio, quando la luce si fa dorata: treno fino a La Spezia o Sarzana, poi bus o auto verso Lerici e infine Tellaro. La stagione più gentile è la primavera, o settembre. Cercate dimore storiche diffuse con al massimo dieci camere, lenzuola in lino al cento per cento e colazioni a chilometro zero servite in cortili lastricati.
Il sabato dedicatelo a un itinerario detox. Partite dal porticciolo, risalite i vicoli fino alla chiesa di San Giorgio per affacciarvi sul Golfo dei Poeti, scendete poi verso gli scogli dove Lawrence immaginava il suo nirvana. Niente liste infinite di "cose da vedere": la vera esperienza è sedersi, guardare il mare, ascoltare il proprio respiro che rallenta con le onde.
La domenica, prima di rientrare, concedetevi una passeggiata lenta verso Fiascherino o sui sentieri che collegano Tellaro a Lerici: niente percorsi tecnici, solo mezz’ora di movimento dolce. Tenete presente che le pendenze del borgo superano spesso il 15 per cento: è una palestra naturale, ma richiede scarpe serie. Se vi innamorate di questa quiete, potete programmare un bis a Noli, sul Ponente, con lo stesso mood discreto e il Castello di Monte Ursino a vegliare sul mare.
Il dress code? "Coastal grandmother" in versione ligure
A Tellaro il lusso non urla, sussurra. La palette vincente sono i toni salvia, écru, sabbia, magari un blu polvere che riprende le persiane. Tessuti: lino, popeline di cotone, un cardigan di cachemire leggero da 120 grammi per la brezza serale, cappello di paglia a tesa morbida.
Il passo falso definitivo sono i tacchi: con pendenze oltre il 15 per cento e pavé irregolare, rischiate di rovinare caviglie, aponeurosi plantare e umore. Meglio friulane in velluto di seta o sandali in pelle rasoterra. Silenziosi anche loro, ma incredibilmente chic.
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La legge di Lidia Poët su Netflix: dove eravamo rimasti e cosa succede nella terza stagione
La terza e ultima stagione di La legge di Lidia Poët è arrivata su Netflix, oggi 15 aprile, con sei episodi caricati in blocco alle 9 del mattino. Matilda De Angelis torna nella toga (romanzata, certo) del primo avvocato donna in Italia. È pronta a chiudere una battaglia iniziata ben prima dei titoli di testa: il diritto delle donne a esercitare la professione e decidere della propria vita.
Prima di premere il tasto riproduci, però, serve rimettere in fila i pezzi: dove avevamo lasciato Lidia, Jacopo, Fourneau ed Enrico? E che cosa cambia davvero in questi nuovi episodi, più malinconici, meno ironici e decisivi per il destino della prima avvocata italiana (almeno sullo schermo)?
Dove eravamo rimasti alla fine della seconda stagione di Lidia Poët?
La seconda stagione si è chiusa con un botto, letterale e metaforico. Lidia ha smascherato il complotto del senatore Cravero, salvando Torino da un terremoto politico. Ha però pagato un prezzo altissimo: la sua licenza da avvocata resta negata e la legge continua a considerarla inadatta solo perché donna.
Sul fronte del cuore, la situazione non è meno esplosiva. Con Jacopo Barberis, il giornalista e anarchico interpretato da Eduardo Scarpetta, il legame è rimasto sospeso tra attrazione e scontri ideologici. L’arrivo del procuratore Pierluigi Fourneau (Gianmarco Saurino) ha aggiunto un terzo vertice al triangolo: un uomo di legge che tratta Lidia da pari e la stimola sul piano intellettuale.
Enrico Poët, il fratello borghese e inizialmente maschilista, ha fatto la svolta. Alla fine della seconda stagione decide di candidarsi in Parlamento per portare a Roma la battaglia della sorella: accesso delle donne alle professioni legali e, in prospettiva, diritto di voto. Lidia, invece di fuggire all’estero o rifugiarsi in un amore comodo, sceglie di restare a Torino e combattere il sistema dall’interno.
Torino 1887: la terza stagione
La terza stagione di La legge di Lidia Poët 3 si apre ad aprile 1887. Enrico è ormai deputato e la famosa "legge di Lidia" è arrivata in Parlamento. Per la prima volta l’idea che le donne possano iscriversi all’albo e lavorare in tribunale non è solo un sogno.
Sul piano privato, le cose sembrano andare meglio. Il tumore al cervello di Fourneau è regredito, il rapporto tra lui e Lidia più solido, anche se ancora nascosto agli occhi benpensanti di Torino. Ma appena la giovane avvocata si illude di poter respirare, il passato torna alla porta sotto forma di Grazia Fontana.
Grazia, interpretata da Liliana Bottone, è l’amica che anni prima l’aveva aiutata a pagarsi gli studi. Rientra in città chiedendo soldi, ruba una collana, poi confessa di voler fuggire all’estero dal marito violento. Quando l’uomo viene trovato morto, è lei a finire sul banco degli imputati. In Italia la violenza domestica non è considerata reato: il processo diventa il cuore morale di questa stagione.
Lidia Poët 3: nuovi casi e nuovi equilibri
Mentre il processo a Grazia occupa le prime pagine dei giornali, lo studio Poët continua a lavorare. Lidia resta una mente brillante, capace di incastrare prove e contraddizioni anche se ufficialmente non può firmare nessun atto.
I nuovi episodi la vedono alle prese con una serie di casi che fotografano le crepe della società di fine Ottocento. C’è l’acrobata di circo precipitata dal trapezio durante un numero senza rete. Tutti parlano di incidente, ma sul corpo compaiono segni di punture sospette e l’amica Lorena, che le praticava iniezioni per il mal di schiena, finisce sotto accusa. C’è il pittore di successo Luigi Castello, accusato di aver sparato all’amante Elio; dietro, una storia di malattia, quadri falsi e omosessualità nascosta che scandalizza i salotti.
C’è poi il pugile Nino Virago, ritrovato annegato in un lavatoio: i sospetti cadono sulla famiglia della cameriera Albertina, travolta dai debiti di gioco. Lidia indaga spesso insieme a Jacopo e alla nuova fidanzata di lui, la soprano Consuelo, modello di donna libera e poco incline a chiedere permesso.
In questi ultimi sei episodi vedrete quanto siano cambiati i protagonisti. Lidia è meno impulsiva e più strategica: non punta solo a lavorare, ma a trasformare ogni caso in un precedente per le altre donne. Enrico, ormai alleato convinto, fa da ponte tra lo studio e il Parlamento, mentre il matrimonio con Teresa regala le poche note comiche di una stagione più malinconica.
Sul fronte del cuore il triangolo non si scioglie. Jacopo torna da Roma con la cantante Consuelo e costringe Lidia a confrontarsi con l’idea di non essere l’unica per lui. Fourneau, ora procuratore di Corte d’Assise, la ama ma se la ritrova spesso contro in aula.
Per l’agenda: La legge di Lidia Poët 3, prodotta da Groenlandia e creata da Guido Iuculano e Davide Orsini, è in streaming su Netflix.
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