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Se siete curiosi di sapere quanto guadagnano i vostri colleghi, leggete qui!

Se siete curiosi di sapere quanto guadagnano i vostri colleghi, leggete qui!

foto di Grazia.it Grazia.it — 3 Giugno 2026
stipendio
Dal 7 giugno 2026 l'omertà sugli stipendi in Italia inizierà ad incrinarsi grazie alla nuova direttiva UE sulla trasparenza retributiva. Ecco cosa potrete chiedere davvero sul salario dei colleghi e quali limiti restano

Tra pochi giorni, per l'esattezza il 7 giugno 2026, entrerà in vigore il nuovo decreto in accordo con la Direttiva (UE) 2023/970 sulla trasparenza retributiva, approvato dal Consiglio dei Ministri il 30 aprile 2026.

In poche parole, da quella data, se siete curiose di sapere quanto guadagnano i vostri colleghi che fanno lo stesso lavoro, avrete un diritto in più. Certo, non vedrete la singola busta paga, ma potrete farvi un’idea molto precisa di dove vi collocate nella scala degli stipendi aziendali.

Perché l’Europa vuole più trasparenza sugli stipendi

La direttiva parte da un dato scomodo. Secondo il Rendiconto di genere dell’INPS, nel privato le retribuzioni giornaliere lorde delle donne sono in media circa un quarto più basse di quelle degli uomini. L’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere conferma che, su base annua, in Europa le lavoratrici arrivano a circa tre quarti del reddito maschile.

L’obiettivo delle nuove regole è semplice: stesso lavoro, stessa paga, indipendentemente dal genere. Per arrivarci, Bruxelles ha deciso di colpire uno dei tabù più resistenti in Italia: il segreto salariale.

Cosa potete davvero sapere sugli stipendi dei colleghi

Dal 7 giugno 2026 ogni lavoratore, nel pubblico e nel privato, potrà chiedere una volta all’anno quali sono i livelli retributivi medi dei colleghi che svolgono lo stesso lavoro o un lavoro di pari valore. La risposta dovrà arrivare per iscritto entro due mesi.

I dati che riceverete saranno aggregati: media o mediana degli stipendi, di solito distinta per genere e categoria. Un esempio: “Impiegati amministrativi livello X: uomini 1.900 euro lordi medi al mese, donne 1.650”. A quel punto potrete confrontare la vostra busta paga con quelle cifre.

Quello che non vedrete mai è il cedolino del collega di scrivania, né il suo nome collegato a un importo preciso. Il Garante per la protezione dei dati personali ha chiarito che la privacy resta tutelata: il datore di lavoro deve organizzare i numeri in modo da non rendere identificabile il singolo, soprattutto nelle micro-aziende.

Come fare richiesta, passo per passo

La richiesta va fatta per iscritto al datore di lavoro o all’ufficio risorse umane. Potete anche passare tramite le rappresentanze sindacali o gli organismi di parità presenti in azienda. Nella mail conviene indicare con precisione: qual è il vostro inquadramento, la mansione, l’unità organizzativa per cui chiedete i dati.

Un modello base potrebbe suonare così:
«Con riferimento alla Direttiva (UE) 2023/970 e al decreto legislativo in materia di trasparenza retributiva, chiedo di conoscere i livelli retributivi medi, distinti per genere, dei lavoratori che svolgono lo stesso lavoro o un lavoro di pari valore rispetto alla mia posizione di [mansione, livello]».

La richiesta è gratuita e potete inviarla una volta all’anno. Se entro due mesi non arriva risposta, o se l’azienda vi manda numeri incompleti, potete rivolgervi alle rappresentanze sindacali, ai comitati di parità o all’Ispettorato nazionale del lavoro.

colleghi

Se scoprite di guadagnare meno: cosa prevede la legge

Immaginate che dalla “foto” degli stipendi emerga un divario del 10% tra uomini e donne nella vostra stessa categoria. La direttiva fissa una soglia del 5%: oltre questo livello, se il datore di lavoro non riesce a giustificare la differenza con motivi oggettivi, scattano obblighi correttivi e possibili sanzioni.

Motivi oggettivi possono essere, per esempio, maggiore anzianità, responsabilità diverse, risultati misurabili, particolari specializzazioni. Non basta un generico “lui è più bravo”. Se si arriva in giudizio, l’onere della prova si sposta in gran parte sull’azienda, che deve dimostrare di non aver discriminato.

Prima di pensare al tribunale, però, la via più utile è il confronto interno. Portate in HR i dati ufficiali, chiedete come vengono determinate le retribuzioni, domandate se esiste un piano per correggere eventuali squilibri di genere. È un negoziato, non una guerra personale con il collega che guadagna di più.

*** Come ottenere un aumento di stipendio in 6 passi ***

Annunci di lavoro e colloqui: addio alla domanda “quanto prendeva prima?”

La trasparenza parte già dal primo contatto. Gli annunci di lavoro dovranno indicare la retribuzione iniziale prevista o almeno una fascia, così non vi troverete più al colloquio a parlare di responsabilità “senza numeri”.

In più, il datore di lavoro non potrà più chiedervi quanto guadagnavate nel posto precedente. Per chi è stato sottopagato, è una piccola liberazione: il nuovo stipendio dovrà basarsi sul valore della posizione e sulle vostre competenze, non su un passato al ribasso.

Un’altra novità: le clausole che vietano ai dipendenti di parlare del proprio stipendio diventano molto deboli. Potrete confrontarvi con colleghe e colleghi senza paura di violare il contratto, anche se, per la salute del clima in ufficio, meglio farlo con un minimo di tatto.

Piccole e grandi aziende: cosa cambia davvero per voi

Il diritto individuale di sapere quanto guadagnano in media i colleghi vale in tutte le realtà, anche nella micro-impresa sotto i 10 dipendenti. Nelle strutture piccole, però, l’azienda dovrà aggregare i dati in modo da non rendere riconoscibile il singolo, magari sommando più reparti o livelli.

Per le aziende con almeno 100 dipendenti si aggiunge un obbligo periodico di report sul divario retributivo di genere. Se dai numeri emergono differenze oltre il 5% non giustificate, dovranno elaborare piani di azione per ridurle. A voi questi documenti daranno un ulteriore termometro di quanto la vostra realtà sia, davvero, attenta alla parità salariale.

© Riproduzione riservata

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