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Lifestyle

Dormire in un tempio a Seoul: l’esperienza che sta conquistando chi cerca una pausa dallo stress

Dormire in un tempio a Seoul: l'esperienza che sta conquistando chi cerca una pausa dallo stress

foto di Grazia.it Grazia.it — 4 Luglio 2026
tempio seoul
Dormire in un tempio buddhista in Corea del Sud è un'esperienza sempre più scelta da chi desidera rallentare e staccare dalla frenesia quotidiana. Scoprite come funziona il templestay, cosa aspettarvi durante una giornata da monaci, quanto costa, dove prenotare e quali sono le regole da conoscere prima di partire.

Ogni anno centinaia di migliaia di persone scelgono di passare almeno una notte in un tempio buddhista in Corea del Sud, partecipando al programma ufficiale chiamato templestay. L’idea è semplice: vivere come i monaci, anche solo per 24 ore.

Pochi minuti prima eravate nel traffico di Seoul, con il navigatore acceso. Poi la strada sale, il bosco del Bukhansan National Park inghiotte la città e il segnale del telefono scompare. Restano il rumore di un torrente, l’odore di resina e, alla fine del sentiero, i tetti color giada e rosso lacca del tempio di Geumsunsa. È qui che, per una notte, potete fare davvero la vita dei monaci.

Templestay in Corea del Sud: che cos’è davvero

Il templestay nasce nel 2002, durante i Mondiali di calcio Corea-Giappone, per aprire i monasteri ai visitatori e offrire un’ospitalità alternativa. Oggi il programma è coordinato dal Cultural Corps of Korean Buddhism, legato all’Ordine Jogye, il principale ordine buddhista del Paese.

Secondo studi pubblicati sulla rivista accademica Religions, più di 6 milioni di persone hanno partecipato a un templestay tra il 2002 e il 2021, in circa 150 templi sparsi per la Corea del Sud. La maggioranza sono coreani in cerca di riposo, guarigione interiore e distacco dallo stress; circa l’11 per cento sono stranieri, attratti dalla cultura tradizionale e dalla curiosità per la vita monastica.

Non serve essere buddhisti, né avere chissà quale preparazione spirituale. I programmi sono pensati proprio per chi arriva da fuori: spiegazioni in inglese, ritmi guidati, attività accessibili anche a chi non ha mai meditato. La regola di base è una sola: per un giorno lasciate fuori dal tempio ego, agenda e notifiche.

Una notte da monaci: come si svolge un templestay

L’arrivo è di solito nel primo pomeriggio. Vi accolgono con una breve introduzione e vi consegnano una semplice divisa di cotone, spesso lilla o beige, uguale per tutti. Da quel momento non contano più professione, look, provenienza.

Le camere sono essenziali: pavimento riscaldato, futon piegato in un angolo, piccola toilette. Niente letto, niente tv. In molti templi trovate una mini biblioteca con testi buddhisti e libri illustrati. Il vero lusso è avere la testa finalmente libera.

Il pomeriggio continua con una visita agli spazi sacri: cortili con lanterne di carta, sale di preghiera dipinte di rosso e turchese, statue dorate. A Geumsunsa si attraversa il Nirvana Gate e si sale verso la parte alta del complesso, dove una grande carpa scolpita ricorda la vigilanza mentale: questo pesce, nella tradizione, non chiude mai gli occhi.

Spesso si parte con un rito simbolico, come scrivere un desiderio su una tegola di terracotta che un giorno finirà sul tetto del tempio, o realizzare un piccolo rosario di legno. È il momento in cui ci si ferma a chiedersi che cosa si vuole davvero portare a casa dall’esperienza.

Poi arriva la balwoogongyang, il pasto monastico. Cucina rigorosamente vegana: riso, verdure di montagna, alghe, tofu, funghi. Si mangia in silenzio, senza sprecare nulla, seduti su stuoie. Alla fine ognuno lava le proprie ciotole. Sembra un dettaglio, ma trasformare un gesto quotidiano in pratica consapevole cambia molto più di quanto si pensi.

Al tramonto, il suono profondo del grande tamburo e delle campane chiama alla meditazione serale. Nella sala principale il monaco guida la preghiera e il rito delle 108 prostrazioni: ci si inginocchia e ci si stende completamente a terra per 108 volte, a simboleggiare il distacco dalle passioni e dalle preoccupazioni. È impegnativo fisicamente, ma sorprendentemente liberatorio.

Verso le nove di sera nel tempio cala il silenzio assoluto. Niente luci forti, niente chiacchiere. Vi raggomitolate sul futon, con l’odore di bucato delle lenzuola pulite e il bosco fuori dalla finestra.

La sveglia arriva intorno alle quattro e mezza, con un tintinnio di piccoli strumenti rituali. Fuori è ancora buio quando inizia lo yebul, il canto buddhista che apre la giornata. Poi meditazione, magari una breve camminata nel bosco, colazione semplice e tempo per riordinare la stanza. Quando riprendete il sentiero verso la città, la discesa sembra più breve. Anche il peso mentale lo è.

seoul

Dove fare templestay in Corea del Sud e come prenotare

Se partite da Seoul, i templi più comodi per un primo templestay sono quelli della capitale e dei dintorni. Geumsunsa, nel Bukhansan National Park, è perfetto se volete bosco e silenzio restando a pochi chilometri dai grattacieli. Jogyesa e Bongeunsa, nel cuore della città, offrono programmi più urbani, spesso in versione day-program.

Altri templi come Myogaksa, Gilsangsa o l’International Seon Center propongono weekend strutturati, con meditazione, cerimonia del tè e attività artistiche, generalmente in inglese.

Se invece volete inserire il templestay in un tour più lungo, potete puntare sui grandi complessi storici: Haeinsa, nel sud del Paese, custodisce la Tripitaka Koreana ed è famoso per i suoi programmi intensivi; Bulguksa vicino a Gyeongju e Beomeosa sulle colline sopra Busan offrono un mix di paesaggio e patrimonio UNESCO.

In media, una notte con due giorni di attività costa tra 50.000 e 100.000 won a persona, quindi indicativamente 35-75 euro, con pasti inclusi. Per orientarsi conviene partire dal sito ufficiale Templestay, dove potete filtrare i templi per regione, lingua del programma e tipo di esperienza. La prenotazione avviene online con carta di credito e ricevete la conferma via mail. In alternativa, alcuni templi accettano ancora richieste dirette via e-mail: serve solo un po’ di pazienza.

Regole, etichetta e consigli pratici per il vostro templestay

Nel templestay valgono poche regole chiare: niente alcol, niente fumo, niente musica ad alto volume. Il cellulare va tenuto in silenzioso e usato il minimo indispensabile. Le foto sono spesso permesse nei cortili, ma raramente durante le cerimonie: chiedete sempre prima.

Per l’abbigliamento bastano capi comodi e coprenti: spalle e ginocchia nascoste, scarpe facili da togliere, calze senza buchi. Meglio vestirsi a strati, perché le notti in montagna possono essere fresche anche in estate.

Se le 108 prostrazioni vi spaventano, tranquillizzatevi: chi ha problemi fisici può ridurre il numero o restare seduto, nessuno vi giudica. In molti casi esistono programmi "soft", con più meditazione seduta e passeggiate che pratica intensa.

In valigia non servono molte cose: una felpa calda, tappi per le orecchie se dormite leggero, una piccola torcia, i vostri farmaci abituali e un beauty essenziale. Le stagioni migliori sono primavera e autunno, quando il clima è mite e le montagne sono uno spettacolo.

Alla fine, il templestay è questo: 24 ore in cui il tempo rallenta davvero. In un Paese famoso per la velocità, vi regala il diritto di non fare niente, se non ascoltare il vostro respiro.

© Riproduzione riservata

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