Latticini scaduti: ecco quando si possono consumare e quando è meglio evitare
Capita spesso: frigorifero pieno di latte, yogurt e formaggi, e quelle date sull’etichetta che sembrano una bomba a orologeria. Secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, una parte importante dello spreco domestico riguarda proprio gli alimenti freschi, latticini in testa.
Il dubbio è sempre lo stesso: se il prodotto è “solo” di uno o due giorni oltre la data, va buttato per forza o si può ancora usare senza rischiare un’intossicazione? Con i latticini la risposta dipende da due parole chiave in etichetta e da come li avete conservati.
Data di scadenza o “preferibilmente entro”: la regola base
Sulle confezioni potete trovare due indicazioni diverse. “Da consumarsi entro” è la vera data di scadenza: riguarda gli alimenti molto deperibili. Superato quel giorno il rischio microbiologico aumenta in modo rapido e la legge vieta la vendita dal giorno successivo.
“Da consumarsi preferibilmente entro” indica invece il termine minimo di conservazione. Dopo quella data il prodotto può perdere un po’ di gusto o di nutrienti, ma non diventa automaticamente pericoloso se è stato conservato bene e la confezione è integra.
Nei latticini in genere “da consumare entro” compare su latte fresco, panna fresca, ricotta, robiola, stracchino, mascarpone, formaggi spalmabili. Lo yogurt e i formaggi stagionati riportano quasi sempre “da consumarsi preferibilmente entro”. In ogni caso queste tolleranze valgono solo se la catena del freddo è stata rispettata: frigo a 2-4 °C per latte e freschi, 6-8 °C per molti formaggi, 10-12 °C per gli stagionati.
*** Cibi scaduti: ecco cosa si può mangiare davvero e cosa no, secondo le regole UE ***
Latte, yogurt e burro scaduti: cosa potete ancora salvare
Il latte fresco pastorizzato, per legge, scade pochi giorni dopo il trattamento termico. Se è stato sempre in frigo nella parte più fredda e la bottiglia è chiusa, di solito regge uno, massimo due giorni oltre la data. Odore acido, sapore strano o piccoli grumi sono segnali per buttarlo subito. Per bambini, anziani, donne in gravidanza e persone immunodepresse è prudente non superare mai la scadenza.
Il latte microfiltrato ha una vita un po’ più lunga, ma le regole pratiche restano simili. Diverso il discorso per il latte UHT a lunga conservazione: se la confezione è integra, non gonfia e ben conservata al riparo dal caldo, può essere ancora utilizzabile qualche settimana, anche fino a circa un mese oltre la data. Meglio però destinarlo a cotture (besciamella, torte, pancake) e non berlo freddo dal bicchiere. Una volta aperto, sia UHT sia fresco andrebbero finiti entro 3 giorni.
Il latte crudo è il più delicato di tutti: va sempre bollito prima del consumo, in particolare se destinato ai bambini. Quando supera la sua data di scadenza è decisamente più sicuro non rischiare.
Lo yogurt è un caso particolare. Ha in genere un termine minimo di conservazione attorno ai 30 giorni. L’ambiente acido e la presenza di fermenti, ricorda l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA), rendono meno favorevole la crescita di molti batteri patogeni. Se il vasetto è chiuso, non gonfio, senza muffe visibili e con odore normale, uno yogurt può essere consumato da un adulto sano anche 6-10 giorni dopo la data, con l’unico “difetto” di avere meno fermenti vivi. Se compaiono rigonfiamenti, liquido maleodorante o muffe colorate, va eliminato anche se è ancora in data.
Il burro, di solito, riporta un “preferibilmente entro” e resiste più a lungo: qualche settimana oltre la data può essere accettabile se odore e colore sono normali. Se diventa molto giallo e sa di rancido, niente ricette di recupero, va buttato. Panna fresca e mascarpone, invece, vanno trattati come formaggi freschi: consumo entro scadenza e nessuna deroga, soprattutto se li usate in dolci non cotti.
Formaggi freschi e stagionati: quando evitare davvero
Ricotta, robiola, stracchino e formaggi spalmabili sono la categoria più a rischio. L’umidità alta è l’ambiente preferito di batteri come Listeria monocytogenes: diversi studi citati dagli esperti di sicurezza alimentare e dall’EFSA indicano i latticini freschi tra gli alimenti più critici per questo patogeno. L’ideale è consumarli qualche giorno prima della scadenza. Se sono appena scaduti, perfettamente normali per odore e colore, si possono usare solo in preparazioni ben cotte, come torte salate o sformati, e solo per adulti sani. Per gravidanza, anziani e immunodepressi la risposta è secca: oltre la data si butta.
La mozzarella di latte vaccino ha in genere una scadenza a un mese dalla produzione, ma il periodo migliore per gustarla è entro tre settimane, soprattutto d’estate. Quando è oltre la data, anche di poco, meglio usarla solo in cottura (pizza, lasagne) e solo se liquido e pasta non presentano odori sgradevoli né filamenti sospetti.
I formaggi a pasta molle ma non freschissimi, come certi erborinati, possono tollerare qualche giorno dopo il termine minimo di conservazione se l’odore non è ammoniacale e non ci sono muffe “strane” diverse da quelle tipiche del prodotto. I formaggi a pasta dura e gli stagionati, se ben conservati tra 8 e 12 °C, sono i più “tranquilli”: spesso restano buoni anche fino a circa un mese oltre il TMC. Se compare un po’ di muffa superficiale, si può tagliare via generosamente la parte interessata, almeno un centimetro intorno.
Per conservarli al meglio, niente congelatore: lo scongelamento rovina sapore e consistenza. Meglio avvolgerli in carta alimentare, evitare la pellicola a contatto diretto e riporli in un contenitore dedicato in frigo. Prima di decidere se salvare o buttare un latticino quasi o appena scaduto, fate un controllo sensoriale onesto, senza affidarvi solo al naso, e ricordate le priorità: per le categorie fragili della famiglia, nessun compromesso sulla scadenza. Per tutti gli altri, sì al recupero intelligente, ma solo quando sicurezza e buon senso vanno nella stessa direzione.
© Riproduzione riservata