Lea T: «Ora sono una donna tre volte più forte»

Fino a dieci anni fa, sfilava come modello nel corpo di un maschio. Poi lo stilista Riccardo Tisci l’ha scelta, lanciata e Lea T ha fatto i conti con la sua femminilità. In questa invervista confida ciò che finora non aveva rivelato a nessuno
Questa non è un’intervista come le altre. Perché con Lea T, 36 anni, figlia del celebre calciatore brasiliano della Roma e della Sampdoria Tonino Cerezo, musa di Riccardo Tisci e modella che fino a poco più di dieci anni fa pensava di essere un maschio, è quasi impossibile usare il classico schema domanda-risposta.
Il suo racconto è un intenso e ininterrotto flusso di coscienza. Quando sei accanto a lei è come se la sua energia ti travolgesse. Le barriere si infrangono e improvvisamente tu non sei più la giornalista che segue il solito canovaccio, ma entri nel suo mondo.
Difficile spiegarlo, ma quando l’ascolti percepisci quasi fisicamente il dolore che ha provato quando ha scoperto di essere una trans, l’amore inesauribile che sente per gli animali, la rabbia per le ingiustizie che colpiscono i suoi amici.
Durante il nostro incontro abbiamo riso, ma anche pianto lungamente insieme. Molti la chiamano empatia, ma secondo me il grande talento di Lea è qualcosa di più: è la capacità di farti diventare in poco tempo una parte di sé.
Non ha filtri e se tu l’accogli a cuore aperto, lei condivide emozioni profonde e sconvolgenti come forse neanche una lunga amicizia riesce a fare. Perché la sua sensibilità fuori dal comune all’inizio ti annichilisce, poi ti contagia e infine ti trascina in storie che non hai mai vissuto. Ed è come se vedessi davvero i suoi professori del liceo o camminassi tra le fiamme del parco nazionale brasiliano che oggi sta cercando di difendere dagli incendi dolosi.
Abbiamo appuntamento a cena a Milano, in un ristorante sui Navigli. Quando entra nel locale mi colpisce la sua figura perfetta, le lunghe gambe avvolte in un paio di jeans aderenti, le mani eleganti, il viso bellissimo con le sopracciglia quasi scolpite e gli occhi che sanno parlare ancora prima della sua voce.
Ha combattuto per se stessa, adesso è schierata contro l’indifferenza del governo brasiliano nella difesa delle tribù indigene e nella salvaguardia del parco nazionale Chapada dos Veadeiros, a 250 chilometri da Brasilia, dove vive.
Nella sua battaglia è riuscita a coinvolgere modelle come Gisele Bündchen, Alessandra Ambrosio, Adriana Lima. Che cosa la spinge a intraprendere crociate quasi impossibili?
«Credo sia la mia natura. Ho sempre difeso chi era in difficoltà. Quando ero piccola è stato anche un problema. A scuola, per esempio, se un professore si scagliava contro qualcuno solo perché era meno intelligente e preparato, io prendevo le difese del malcapitato. Salivo sulla sedia e dicevo: “Lei sta alzando la voce contro questo mio compagno che non ha fatto niente”. Mia madre si arrabbiava. Una volta mi hanno bocciato perché rispondevo troppo agli insegnanti e ho preso 6 in condotta».
Che scuole ha frequentato?
«Il liceo artistico. Ero molto brava a disegnare, ma sono sempre stata eccentrica, un po’ fuori dagli schemi. Ho iniziato a studiare a Genova, dove giocava papà, poi quella città ha iniziato a starmi stretta e a 17 anni sono andata a vivere a Firenze, da sola. Mi legavo alle persone più strane, emarginate: era come se mi avesse dato fastidio la loro esclusione. E mi venivano a prendere all’uscita gli amici artisti di strada o le drag queen (artisti omosessuali o transessuali, che si esibiscono in spettacoli di varietà travestiti da donna, ndr). Insomma, ero un’alternativa».
È allora che ha capito di sentirsi prigioniera nella sua vita da maschio?
«No, molto dopo. Da adolescente vivevo nel mio mondo, generosa con tutti: la mia parte femminile era molto evidente, ma non me ne rendevo conto. Sapevo difendermi e nessuno mi prendeva in giro».
Non se ne rendeva conto o semplicemente rimuoveva la sua femminilità, perché non vogliamo mai vedere ciò che ci destabilizza?
«L’ho rimossa a lungo. Avevo un papà molto famoso, che manteneva tutta la famiglia. Inconsciamente sapevo che se fosse emersa la verità, sarebbe scoppiato un caso. Per questo negavo a me stessa la mia identità».
Quando ha dovuto prenderne atto?
«Avevo 23 anni e avevo iniziato a lavorare come modello. Ho cominciato a viaggiare per il mondo, fino a quando sono arrivata a Miami dove ho conosciuto delle ragazze. Avevo i capelli lunghi e si creavano situazioni imbarazzanti per tutti. Nei locali i camerieri mi chiedevano: “Signorina, che cosa desidera?”, oppure qualcuno, indicandomi, diceva alle persone che erano con me: “Carina, me la presenti?”. Un giorno le mie amiche mi hanno affrontato di petto: “Tu sei esattamente come noi, una donna. Non possiamo più chiamarti Leo. Devi riflettere su questo”».
Quali sono state le sue reazioni?
«Piangevo disperata: il mondo mi era crollato addosso. La mia parte mistica e spirituale è nata lì, perché ero spaventata, non sapevo come avrei potuto dirlo ai miei genitori, perché sono cresciuta in una famiglia tradizionale e cattolica. Già quando vivevo a Firenze avevo lavorato in un negozio di tatuaggi e piercing e avevo iniziato a conoscere una realtà molto distante dalla mia: ragazze che subivano violenze in famiglia, trans scappate da casa perché rinnegate dai genitori. C’era tutto un universo di depressi, violentati, picchiati che non immaginavo esistesse».
Aveva paura che quello potesse essere anche il suo destino?
«Diciamoci la verità: in Italia una ragazza trans e di colore è considerata una escort. L’attivista Vladimir Luxuria ha aiutato ad abbattere molti pregiudizi, ma il transessualismo è sempre stato un tabù, una realtà offuscata. C’è stata l’attrice Eva Robin’s negli Anni 90, una delle donne più belle di questo Paese, ma rappresentava un mito inarrivabile. Io non ero perfetta come lei. Che cosa avrei fatto se i miei genitori mi avessero abbandonata? Sarei stata costretta a prostituirmi? Trasformarsi in una donna è un processo lungo e costoso. Le mie amiche trans mi dicevano che non ce l’avrei mai fatta, perché, pur essendo una donna forte, non ho la corazza di chi è abituato fin da piccolo ad affrontare violenza e mancanza d’amore».
Quanto costa il processo per cambiare il proprio corpo?
«Dipende da che cosa vuoi fare, se per esempio il seno cresce solo prendendo gli ormoni o se hai bisogno dell’intervento chirurgico, se decidi di cambiare sesso o no. In ogni caso si parla di decine di migliaia di euro. Io sono stata seguita da un medico italiano».
Chi l’ha aiuta a uscire dalla disperazione quando ha capito che lei era in realtà Lea, una donna?
«Lo stilista Riccardo Tisci. Eravamo diventati amici inseparabili da quando avevo 21 anni, lui era tornato a Milano dopo aver finito la Central Saint Martins College of Art and Design di Londra. Ai tempi avevamo pochi soldi, d’estate giravamo con il suo motorino per la città deserta divertendoci come pazzi. Da Miami, l’ho chiamato in lacrime e gli ho detto la verità. Due giorni dopo mi ha proposto di scattare la sua campagna e sua madre mi ha detto: “Tu sarai sempre una Tisci”. La T che segue il mio nome è un omaggio a Ricky».
E alla fine i suoi genitori come hanno reagito?
«Con un abbraccio. I miei fratelli mi hanno detto: “Finalmente l’hai capito”. Insieme con mia madre ho pianto. Il papà l’ho raggiunto al telefono, perché i miei genitori sono separati da quando ho 12 anni. “Più donne ho in casa, meglio è. Bello avere una figlia in più”, mi ha risposto sereno».
Dopo il caso Harvey Weinstein si parla sempre di più di molestie sulle donne, ma quelle che subisce un transessuale sono ancora più violente. Lei è sempre riuscita a difendersi?
«No. Nella mia fase di transizione da un sesso all’altro, mi ricordo di un uomo in metropolitana che ha iniziato a insultarmi davanti a tutti: “Fai schifo”, “Sei un travestito orrendo”. È stato uno shock, perché fino a quel momento avevo vissuto in una bolla d’amore. Improvvisamente ero odiata e per molto tempo questo mi ha annichilito: non avevo neanche la forza di salire su un autobus. Anche molti giornali, quando la mia identità è diventata pubblica, mi hanno attaccato. Si diceva che mio padre aveva generato un’aberrazione della natura e non si era ucciso solo perché era un grande uomo».
Come si sente adesso?
«Mi definisco una donna, ma sono anche fiera del mio passato transessuale: ne sono così orgogliosa che me lo tatuerei in fronte, per quanto ne sono felice. Non rinuncerei a nessuna lacrima che ho pianto lungo il cammino. E questo ti rende una donna tre volte più forte, perché va contro il mondo».
Ha un compagno? Come vive l’amore?
«Sono single: l’amore per noi è una questione ancora più complicata. Sono talmente sicura della mia identità, che questo può smontare le sicurezze di molte persone cresciute con paradigmi precostituiti. Credo di mettere un po’ in soggezione alcuni uomini. Trovare un compagno è più difficile, ma non impossibile».
Le piacerebbe avere un figlio?
«In Brasile le single possono adottare e potrei farlo. Non ho quella esigenza un po’ egoriferita di essere mamma, ma mi piacerebbe molto aiutare un bambino, insegnargli a camminare e poi lasciarlo andare per la sua strada. Ma so anche che è una enorme responsabilità ed è necessaria una grande stabilità economica che non mi sembra di avere. Forse anche perché sostengo un’infinità di associazioni e la mia banca ha detto: “Adesso Lea fermati, non puoi aiutare tutti”».
Oggi il suo cuore è però tutto concentrato sul parco Chapada dos Veadeiros. Fino a pochi giorni fa era in fiamme. Ha lanciato una campagna digitale per difenderlo, #SalveOCerrado (“salva la savana tropicale”), coinvolgendo le più celebri modelle brasiliane, ma anche la top model russa Irina Shayk. Lei come ha conosciuto questo luogo?
«Quando sono tornata in Brasile, dopo essere diventata una modella affermata, sono andata a visitare Alto Paraíso, una città di 8.000 abitanti che sorge proprio accanto a questo parco a tre ore da Brasilia. È famosa in tutto il mondo perché è ricca di sorgenti d’acqua pura: un centro olistico, frequentato da molte persone che si dedicano alla meditazione e studiano anche le culture indigene brasiliane, che sono un centinaio e soffrono di continue discriminazioni. Lì mi sono sentita a casa e ho cominciato a cambiare il mio stile di vita. Per due anni mi sono dedicata a me stessa, ad ascoltare quello che provavo, e ho passato diverse settimane anche con la tribù indigena dei Khrao: mi hanno insegnato i segreti della Terra, l’elemento che ci fa sopravvivere. Ho studiato i cicli delle stagioni, le tecniche per coltivare, la medicina naturale. Ho imparato a vivere in un modo più ecologico e a sentirmi ancora più parte del cosmo».
Perché questo parco è a rischio e lei vuole salvarlo?
«In questa savana ci sono sei mesi di pioggia e sei mesi di stagione secca. Il problema è che intorno a questa zona, dove vivono molti animali a rischio di estinzione, come l’armadillo gigante, viene coltivata con la monocultura la soia, una delle fonti di ricchezza principali del Brasile, che però rompe l’equilibrio di questa terra. Con la campagna che abbiamo lanciato vogliamo sensibilizzare di più la gente sulla salvaguardia di questo territorio, che ha una natura estrema, ma anche creare una struttura educativa per le nuove generazioni che dovranno occuparsi della savana in futuro. Abbiamo già ottenuto 70 mila euro con il crowdfunding, la raccolta spontanea di fondi tramite internet, ma abbiamo bisogno di tutti, anche di voi».
Il ristorante sta chiudendo e noi siamo ancora lì. È tempo di andare, anche se io rimarrei ad ascoltarla per ore e ore. Ma una cosa è certa: adesso voglio anch’io visitare Alto Paraiso.
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Flavio Cobolli: il tennis, l'amore e l'effetto Jannik Sinner

In questi giorni si sta giocando a Bologna la Coppa Davis e in prima fila c’è lui, Flavio Cobolli, il tennista timido e gentile.
Nella classifica dei primi 50 del mondo, sono sette gli atleti italiani. E dopo Jannik Sinner e Lorenzo Musetti, che hanno rinunciato al celebre torneo a squadre nazionali, c’è Flavio, al 22° posto dell'APT: sta lottando con i suoi compagni azzurri per cercare di conquistare per la terza volta consecutiva la Coppa Davis.
«Ho sempre sognato di giocare per la nazionale e quando vesto questi colori un po' mi trasformo. La pressione c’è, ma quando la sento, gioco il mio miglior tennis», dice.
Lo abbiamo incontrato a Genova, ospite dello sponsor Pulsee e abbiamo passato una giornata con lui.
Che cosa abbiamo scoperto? Un ragazzo alla mano, generoso, che non crede ancora di essere tra i più forti al mondo: «L’ho sempre sognato, ma devo ancora abituarmi che sia davvero la realtà».
Quando parla della sua fidanzata Matilde, con cui sta da 5 anni, gli brillano ancora gli occhi.
Ama il caffè e il té freddo, ma la sua passione nascosta è la moda: adora fare shopping.
Cresciuto a Roma, Flavio viene dalla sua migliore stagione in carriera: ha raggiunto i quarti di finale a Wimbledon, il più prestigioso torneo di tennis del mondo.
E si è preso i complimenti di Novak Djokovic, detto Nole, il grande campione di tennis serbo che gli ha pronosticato: «Arriverai nei top 10 al mondo».
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Che effetto ti hanno fatto le sue parole?
«Nole è il mio idolo, lo sanno tutti. È una persona che ammiro molto. Sentire quelle parole mi ha colpito tantissimo: le sento ancora dentro al cuore. È uno stimolo per il futuro».
Per arrivare tra i primi tennisti al mondo (quest’anno hai raggiunto anche il 17mo posto) ci vuole tanta energia. Dove la prendi?
«La prima fonte che mi dà energia è la mia famiglia, poi viene lo sport, che è la mia passione. Poi ci sono i miei sogni. Sin da piccolo ho sempre voluto essere uno tra i migliori del mondo e ora ci sto riuscendo. Ora ci vuole tanta energia per mantenere reale un sogno così grande. Ma sono pronto a lottare ogni giorno per rimanere ai vertici».
Tuo padre Stefano è anche il tuo allenatore. Sugli spalti di Wimbledon, dopo la tua storica vittoria che ti ha portato ai quarti di finale, si è commosso, e li sono scese le lacrime dagli occhi. Dividete successi e sconfitte. Ogni tanto litigate sul campo?
«Ricordo quando avevo 19 anni ad Antalya in Turchia. Avevamo litigato, l’avevo allontanato dal torneo e lui se n’era andato. A un certo punto sono andato a cercarlo, ma lui era già in aeroporto. Sono tornato in campo e, per rivincita, come mi capita spesso, per dimostrargli la mia forza, ho vinto quel torneo (quella volta ha ottenuto il suo primo titolo professionistico, ndr)».
Che cos'hai in comune con lui? Una volta hai raccontato che fai fatica a esprimere le emozioni in parole.
«Sono molto estroverso con le persone che non conosco, come con i giornalisti. Ma con mio papà, per esempio, sono diverso. Tra di noi abbiamo difficoltà a parlare, a dirci le cose che vorremmo dire: siamo un po’ chiusi. Ma stiamo migliorando, io ci sto provando. Non è che non gli parlo perché sono timido, semplicemente non voglio mostrare le mie debolezze, non voglio mostrare che ho bisogno di qualcuno, di chiedere aiuto. Preferisco magari stare da solo che mettere in difficoltà un'altra persona per aiutarmi».
Da tua mamma Francesca, che cosa hai preso, invece?
«Il sorriso: è sempre una persona molto entusiasta. Mi ha dato la felicità e la voglia di ridere e nei miei momenti buoni mostrare la leggerezza».
Al tuo fianco c’è sempre anche Matilde Galli, studentessa universitaria, a cui sei legato da più di cinque anni. Siete una coppia lontana dal gossip, ma le dedichi spesso le tue vittorie. Una sorpresa che le hai fatto?
«Gliene faccio mille, è una persona che adoro e ho nel cuore. È una donna spettacolare che mi aiuta molto. Cerco di sorprenderla anche con le cose più semplici: ogni volta che torno da un torneo, non poso neanche la valigia e vado a casa sua. È lei la prima persona che voglio vedere. Una volta sono andato fino a Gallipoli per abbracciarla».
All’inizio della tua carriera, sei stato anche una grande promessa del calcio con la Roma. Sei cresciuto insieme al tuo amico Edoardo Bove (il centrocampista della Roma che un anno fa ha avuto un arresto cardiaco in campo). Perché hai lasciato il calcio per il tennis?
«È stata una scelta istintiva. Mi sono ritrovato a giocare a calcio nelle giovanili della Roma a un livello molto alto. Da piccolo mi sentivo più bravo a pallone che a tennis. Però quando giocavo a calcio avvertivo molto la pressione su di me e sentivo che mancava qualcosa. Invece quando ero sul campo da tennis, magari non avevo gli stessi ottimi risultati, ma mi sentivo davvero me stesso. Sulla terra rossa percepivo il “Flavio Lottatore” che sentivo di avere dentro di me. E soprattutto mi sentivo libero e felice. E quando ho scelto in modo definitivo il tennis, non ho mai più voluto cambiare. Nessun rimpianto».
Hai 30 tatuaggi. Quando li fai?
«Ogni tanto la mattina mi sveglio e vado a farmene uno. Il più importante? Forse quello dedicato a Edoardo Bove, un amico davvero speciale. Lui per me c’è sempre, e io per lui».
Il tennis italiano sta vivendo un momento d’oro. Qual è l’effetto Jannik Sinner su di te?
«Sinner è una grande ispirazione, una grande motivazione. Sta facendo cose eccezionali e ci sta dando tanta forza. Anche se non è presente in Coppa Davis, si sta facendo sentire. Jannik è una persona umile, con grandi valori e questo è uno stimolo per tutti noi».
Come ti senti oggi?
«Un giocatore forte: mi sto allenando bene e questo mi dà sempre più consapevolezza. Mi piace l’idea di essere un giocatore fastidioso, difficile da incontrare, che agli occhi degli altri tennisti comincia a fare paura».
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Sara Curtis, la nuova stella del nuoto italiano: «Sono la prima mulatta in nazionale, e ne sono fiera»

Sara Curtis ai mondiali di Singapore, conclusi il 3 agosto, è stata la nuotatrice italiana più attesa e commentata sui social.
Non solo per essere stata vittima di accuse razziste o per la sua bellezza: Sara è senza dubbio la nuova stella del nuoto azzurro.
E ora che è calato il sipario delle gare, sta preparando le valigie per una nuova avventura. Alla fine di agosto comincerà una fase diversa della vita, frequentando la University of Virginia, famosa per gli ottimi risultati sportivi dei suoi atleti. È stata chiamata in America da uno degli allenatori più famosi (e vincenti) del mondo, Todd Desorbo, che alle ultime Olimpiadi ha guidato la squadra femminile statunitense.
La University of Virginia ha 23mila studenti. Il paese in cui è cresciuta, Savigliano, in provincia di Cuneo, neanche 22 mila abitanti. Un grande salto. Non ti fa impressione?
«Sì, ma uno dei motivi per cui ho fatto questa scelta, a parte allenarmi in un contesto stimolante accanto a grandi campionesse, era trovare un nuovo ambiente. A quasi 19 anni avevo bisogno di uscire dalla mia comfort zone che aveva dei limiti. Alla mia età è giusto crescere e cambiare. E ho scelto di fare un grande salto, verso un altro Paese, un'altra cultura, un'altra lingua».
Chi ti ha sostenuta su questo cambiamento?
«Il mio fidanzato Andrea (ex nuotatore, ndr): è stato il primo a convincermi di partire. Si figuri che l’allenatore americano mi aveva contattato la prima volta sui social due anni fa: forse per disattenzione non avevo risposto. “Se c’è qualcuno che ti cerca da tanto tempo, un motivo c’è”, mi ha detto il mio fidanzato».
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Hai già battuto molti record. Nella tua giovane carriera di nuotatrice ci sono stati momenti difficili che ti hanno fatta soffrire?
«Sì, i miei risultati mi hanno dato tanta felicità, ma sono stati anche l’occasione per confrontarmi con il razzismo che prima non avevo mai subito. E mi sono resa conto di essere la prima atleta mulatta della nazionale italiana di nuoto. Ci sono state frasi che mi hanno ferito, come per esempio: “Il tuo record (nei 100 stile libero) non è italiano, è nigeriano”, che mi sembra un po' folle, visto che sono nata qui e gareggio per l'Italia. Sono cresciuta in un ambiente multiculturale: alle superiori eravamo in nove e solo una compagna aveva entrambi i genitori italiani».
Un mix di culture, insomma.
«Avevo in classe due ragazze albanesi, tra cui la mia migliore amica, due marocchine e un ragazzo di origine congolese. Insieme a lui creavamo dei dissing in pidging english, che parlano in Nigeria e mi ha insegnato mia mamma. In classe c’era un’atmosfera molto bella: ognuno poteva contare sull’altro. I mei compagni Oltreocano mi mancheranno».
Il tuo primo ricordo da bambina.
«In piscina da piccola non riuscivo a fare “la stella” (supina, distendi braccia e gambe, creando una forma che ricorda la stella marina, ndr). La testa affondava sempre».
Di carattere come sei?
«Non stavo mai ferma, saltavo sui letti e sui divani e adoravo l’acqua. Passavo tutte le estati nella casa di mio nonno sulle colline a Cervaro, in provincia di Frosinone, con i miei cugini e mio fratello Andrea. Un giorno i miei nonni hanno montato una piscina gonfiabile. Appena l’hanno riempita d’acqua, mi ci sono buttata vestita. Facevamo continue battaglie schizzandoci con il tubo dell’acqua».
Delle tue prime gare che cosa non dimentichi?
«Le trasferte, spesso a Riccione. Ero piccola, 6 anni, e le mie compagne di squadra, tutte più grandi, mi raccontano che non volevo mai andare a letto. E per non dormire, mi nascondevo nell'armadio della camera dell'hotel».
Da tuo papà Vincenzo, che cosa hai ereditato?
«La testa dura: ci siamo spesso scontrati perché abbiamo un carattere molto simile. E ha trasmesso a me e a mio fratello la passione per lo sport. Quando eravamo piccoli ci portava in montagna in mountain bike: ha sempre amato il ciclismo. E poi nei weekend mi divertivo a insegnargli a nuotare. Per mostrargli come si faceva la virata, gli facevo fare le capriole sul letto oltre che in acqua».
Mamma Helen invece che cosa ti ha trasmesso?
«Il sorriso. E poi ci sono momenti felici che mi legano molto a mia mamma. Quando ho saputo di aver preso 100 alla maturità, il mese scorso, sono tornata a casa piena di entusiasmo. E lei si è messa a ballare e ho iniziato a seguirla in una danza di gioia. È una persona molto solare, va sempre d'accordo con tutti, non le piace litigare e credo di aver preso da lei questa energia positiva».
Qual è il tuo rapporto con la femminilità?
«È fatto di alti e bassi. Ho avuto qualche problema legato alla mia autostima. Colpa dei miei capelli, delle spalle e della mia altezza. Alle medie avevo i capelli rovinati, bruciati dal cloro: li odiavo e per due anni di fila ho sempre avuto le trecce. Ora sto cominciando a curarli, finalmente mi piacciono. Quando indosso un vestito, invece, alcune volte le mie spalle mi sembrano gigantesche, altre volte le amo. E solo recentemente ho fatto pace con la mia altezza: sono alta 1,80 e un anno fa ho indossato i miei primi tacchi».
Un rito prima di una gara?
«Ascoltare sempre la stessa playlist durante il riscaldamento: le canzoni di Billie Eilish e Marracash mi gasano un sacco. E poi avere sempre le unghie a posto: non potrei fare una gara senza una perfetta manicure».
Un'atleta dev'essere concentrata, razionale. Quanto contano invece le emozioni? Bisogna controllarle?
«Hanno un ruolo fondamentale. Io sono una persona molto emotiva, ma il nuoto mi aiuta a scaricarmi. Per esempio, quando ho ricevuto i commenti razzisti sui social, sono riuscita a sfogare in acqua l’amarezza. Dimostrando a me stessa che perfino quei commenti mi davano forza. Trasformare la paura in rabbia è utile. Ovviamente la stabilità emotiva conta tantissimo: essere sereni, tranquilli aiuta sempre».
Nella tua vita, qual è la persona che ti ha ispirato di più? Il tuo modello, insomma.
«Mia mamma: è una donna tostissima. L’ammiro molto: è partita a 19 anni dalla Nigeria dove non aveva nulla. E ha ottenuto molto più di quello che si immaginava e desiderava. Arrivata in Italia, il primo stipendio lo ha spedito in Nigeria per le cure mediche di suo fratello. Ora fa la operaia in un’azienda alimentare. È una persona fortissima e l’ammiro perché ha una fede fortissima e sa affrontare il peso di una giornata stressante sempre con il sorriso».
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È uscito il nuovo album di Achille Lauro (e c’è un brano dedicato a una donna speciale)

L’amore è come una pioggia sopra Villa Borghese. E il destino ha voluto che fosse proprio la pioggia – come nella romanticissima (e malinconica) ballad retrò Incoscienti Giovani – a cadere dal cielo di Roma durante l’ultimo spettacolo segreto di Achille Lauro, lunedì scorso.
Un "effetto speciale" che ha reso tutto ancora più suggestivo: il perfetto accompagnamento di una serata emozionante in cui l'artista ha presentato alcuni brani del suo nuovo album uscito oggi per Warner Music Italy.
È uscito il nuovo album di Achille Lauro: tutto quello che dovete sapere
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«Perché Comuni Mortali? Perché è un’espressione che racchiude la fragilità dell’essere umano, che ci rende tutti uguali». Completo scuro e occhiali neri, Achille Lauro ha spiegato così il titolo del suo nuovo disco (12 tracce) – disponibile da oggi su tutte le piattaforme digitali, oltre che in cd e vinile – durante la presentazione all’Hotel Valadier di Roma.
Proprio una delle canzoni, Dannata San Francisco, ha aperto subito dopo il live – annunciato sul profilo Instagram @achilleidol solo qualche ora prima e andato sold out in pochi minuti – a cui hanno partecipato duemila persone radunate sotto alla scalinata di Trinità dei Monti. Incuranti della pioggia che poi, improvvisamente, ha smesso di cadere.
Non hanno mai smesso di cantare invece le “Bellezze” (così Lauro chiama i suoi fan) nel corso dell’ora di spettacolo in cui l’artista ha ripercorso i suoi più grandi successi – da Incoscienti Giovani a 16 Marzo, da Amore Disperato a C'est la vie, da Bam Bam a Rolls Royce, reso omaggio ad Antonello Venditti con una reinterpretazione di Notte prima degli esami, e presentato alcune novità, a cui è spettato il gran finale.
E non poteva che essere amoR, a chiudere questa serata magica: un brano per la sua città – Abbracciami Roma prima di addormentarci stasera – vista come fosse una donna.
«Le mie ballad sono sempre molto struggenti, si possono dedicare ad amori finiti. Ma stavolta è diverso, è una canzone di speranza che si rivolge alle storie appena iniziate […].
Se analizzo la mia carriera, non risento mai i miei brani, odio. Questa invece la ascolto tante volte […]. Io non faccio altro che rubare dalla realtà, come un fotografo documentarista che vuole immortalare le immagini che vede».
E l’ultimo disco – scritto tra Los Angeles e New York dove Lauro De Marinis ha trascorso lunghi periodi lontano dalla popolarità e dalle logiche del mercato discografico – è proprio un tributo all’amore, in tutte le sue fome.
Come ha spiegato bene lui stesso: «Amici, grandi amori, Roma. Comuni Mortali è una dedica rivolta a tutti quelli che hanno contribuito al percorso della mia musica. Credo che oggi sia un momento bellissimo perché quello che amo fare è in linea con quello che piace alle persone, sento una grande sintonia con il pubblico, diverso in tutte le sue generazioni».
Il settimo album di Achille Lauro, a quasi 35 anni, è una fotografia molto intima di sé stesso. Uno scatto che ha saputo cogliere tutte le sfaccettature e le emozioni che hanno attraversato la sua vita spericolata – «di cui vado fiero», ha detto – da ragazzo di periferia che ha trovato la sua strada diventando poi artista di successo. Ma soprattutto uomo maturo e sensibile capace di soffermarsi a pensare e interrogarsi cosa siano amore e sofferenza. E come possano essere occasioni di crescita, anche nel dolore.
«Questo disco, per certi versi, è difficile da capire perché straziante, contiene tante verità e storie infelici. Iniziando con Amore Disperato per passare poi a Incoscienti Giovani […]. C’è chi pensa che io abbia provato a far saltare in aria la mia carriera più volte ma invece ho sempre solamente cercato di essere coerente con quello che ero in quel momento.
Credo che il mio percorso, che ha attraversato tanti generi, alla fine abbia mantenuto sempre la stessa anima. La Bella e la Bestia – uscita ormai 10 anni fa, in cui racconto di un amore tormentato – non è poi così distante da Amore Disperato».
Achille Lauro dedica un brano a una donna molto speciale: sapete chi?
In Comuni Mortali, c’è un brano che si intitola Cristina. Una donna molto speciale nella vita di Achille Lauro.
Ed è sua madre.
«L’ho scritta in 10 minuti. Lei non l’ha ancora sentita, lo farà all’uscita del disco […]. Il bello di questa canzone è che unisce tutti i miei mondi: può piacere a un pubblico maturo, a un pubblico più giovane e a un pubblico urban. La considero diamantino nella mia carriera […]. Ormai non sto più a rincorrere il gioco dei numeri forzatamente. Magari tra vent’anni non si ricorderanno di Achille Lauro ma il momento della loro vita caratterizzata da quella canzone: voglio qualcosa che resti e che smuova le persone».
E alla domanda se c’è una fidanzata, risponde di no. «Sono stato tanti anni con una ragazza. So che vuol dire avere una relazione molto lunga e cosa vuol dire amare: è un dare senza chiedere. Non ho una relazione e ho la grande fortuna di saper affrontare la vita da solo.
Il giorno che farò questo atto di coraggio, di stare insieme a qualcuno e di condividere la vita, sarà la persona con cui vorrò davvero costruire qualcosa. La mia libertà vale troppo […]. Oggi c’è la cultura del machismo, del dimostrarsi superiori alle donne, ma è esattamente il contrario. Sarebbe meglio ripartire dalla gentilezza, regalare un fiore».
Tra le altre dediche, in Comuni Mortali, c’è anche Barabba III. La storia di un’amicizia, vissuta sul filo del baratro delle dipendenze: «La considero come fosse un libro, un film tratto da una storia vera. Mitizzare quel mondo lì non è la mia intenzione. È un invito a riflettere. Ho tanti amici che ancora oggi hanno seri problemi, forse non ne usciranno mai. Io sono stato fortunato perché ho capito quello che mi piaceva.
Il problema vero è quello di non avere passioni, è il problema dei ragazzi della periferia. Non hanno un posto nel mondo, non sanno fare niente, non sanno amare ed essere amati. Bisognerebbe ripartire da un’educazione sentimentale e familiare. Io invece ho l’ossessione dell’ambizione, non mi godo mai niente di quello che faccio».
I prossimi appuntamenti
I nuovi brani di Comuni Mortali, insieme ai grandi successi della sua carriera, saranno live nelle due date sold out al Circo Massimo di Roma, il 29 giugno e il 1° luglio, e nel tour nei palazzetti di tutta Italia in programma l’anno prossimo.
Si comincerà il 4 marzo 2026 ad Eboli per proseguire poi con doppia data nella Capitale, Bari, Padova, Torino, doppia tappa a Milano, Bologna e Firenze.
Una terza data al Circo Massimo? «Probabilmente non l’annunceremo perché vogliamo preparare qualcosa di ancora più grande».
Anche il cinema potrebbe essere nei suoi progetti futuri, ma non come attore: «Ho scritto diverse cose e sto parlando con un produttore molto famoso».
È proprio vero Lauro, come dici tu, oggi sognare è il lusso più grande.
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"Regista, donna e araba": ecco chi è davvero Hala Matar

È spesso dai fashion film e dai video musicali che si notano i talenti più originali che approderanno a tempo debito sul grande schermo. Hala Matar, giovane regista del Bahrein, ha diretto film per Louis Vuitton, Chanel, Moncler, Issey Miyake, Diesel e Vivienne Westwood; videoclip per Interpol, The Voidz e Poolside; lavorato con le attrici più cool in circolazione, tra cui Kristen Stewart, Chloe Sevigny e Suki Waterhouse.
Non ci stupiamo dunque di scoprire che Hala ce l’abbia fatta e che Electra, il suo primo lungometraggio, sarà proiettato sabato 30 giugno all’Ischia Film Festival, diretto da Michelangelo Messina.
Con Maria Bakalova (candidata agli Oscar come Miglior attrice non protagonista per Borat 2), Abigail Cowen (Stranger Things, Le terrificanti avventure di Sabrina), Jack Farthing (Spencer, La figlia oscura) e Daryl Wein (White Rabbit, Lola Versus), Electra è l’esilarante storia di un giornalista che arriva a Roma per intervistare un famoso musicista, il cui invito in una appartata residenza di campagna si trasforma presto in qualcosa di inaspettato e un po’ folle.
Abbiamo raggiunto Hala Matar per una chiacchierata pre-festival, in cui ci ha raccontato la sua passione per l’Italia, per Federico Fellini e i suoi progetti futuri.
Ciao Hala, ti puoi presentare?
Sono un’amante delle risate e Roma è la mia religione.
Cosa ami di più di essere una regista?
La capacità di creare mondi e rappresentare visivamente pensieri e sogni.
Come definiresti il tuo stile di regia?
Esuberante, giocoso e surreale con aspirazioni melodrammatiche.
Mi deresti una tua definizione di ‘cool’?
Facile.
Come mai hai scelto l’Italia come set del tuo primo film, Electra?
8½ (Federico Fellini, ndr) e Il conformista (Bernardo Bertolucci, ndr), serve dire altro?
Mi racconti com’è andata la tua prima esperienza con il lungometraggio?
Il poco tempo che avevamo per realizzarlo mi ha costretta a fidarmi della mia “pancia” e a seguire il mio istinto: non avevo tempo per pensare troppo e questo mi ha aiutato moltissimo a rafforzare la mia fiducia come regista. Mi ha anche fatto innamorare del montaggio come forma d’arte. La post-produzione è come realizzare un film molto diverso da quello che hai filmato.
Com’è stato lavorare con Maria Bakalova?
Maria è una delle attrici più creative con cui abbia mai lavorato nel corso della mia carriera. Porta qualcosa di nuovo in ogni scena ed è piena di sorprese oltre che, cosa davvero importante, essere molto collaborativa, una vera gioia.
Un episodio divertente accaduto sul set?
Stavo dirigendo una scena di danza con costumi di animali, provando a convincere gli attori di non essere pazza perché era davvero folle. È stato divertente. Lo è stato anche nella scena in cui il personaggio interpretato da Maria insegna al personaggio interpretato da Abigail a recitare. Quei costumi erano davvero esilaranti. Maria era ammalata quel giorno, ma in qualche modo è riuscita a portare così tanta comicità che mi sono dovuta impegnare davvero tanto per non scoppiare a ridere e rovinare le riprese.
Perché dovremmo vedere Electra?
Perché è sfacciato e divertente (molti film lo sono al giorno d’oggi). Anche perché è pieno di immaginazione, è sperimentale e sexy! Esplora in modo interessante le dinamiche tra i personaggi. È grandioso per i filmmaker vederlo perché mostra quanto puoi fare con pochissime risorse e tempo a disposizione. È una testimonianza dell’ottimo lavoro di squadra, di amore e di forza di volontà.
Hai lavorato molto anche nella musica (videoclip) e nella moda: quanto hai portato di queste esperienze in Electra?
La moda, la musica e i costumi sono una parte fondamentale di questo film. Amo la grandezza e rendere tutto incredibile, cosa che faccio moltissimo nei miei fashion film.
Cosa ti piace di più della moda? E dei social media?
La moda permette di esprimerti in modo immediato e intenso, oltre che trasportati in mondi ed epoche differenti. Detesto invece i social media e vorrei che non esistessero. Stanno rovinando la nostra capacità di essere presenti e interagire socialmente.
3 serie tv o film usciti nel 2024 che dovremmo assolutamente vedere.
Povere creature! È del 2023 (in Italia invece è uscito nel 2024, ndr) ma ci penso ancora, ne sono ossessionata. Challengers! Ne ho amato lo stile originale di regia e musica. Così divertente e contemporaneo. Savage House, che deve uscire. È del mio caro amico Peter Glanz ed è un capolavoro assoluto, spiritoso da morire.
3 registi/e che ami.
Yorgos Lanthimos: credo sia uno dei più grandi del nostro tempo. Luca Guadagnino: ammiro come riesce a lavorare con generi differenti mantenendo la sua voce e la sua originalità. E riesce a dire qualcosa di nuovo in ogni film. Federico Fellini: ci ha insegnato a essere liberi e a esprimere le emozioni umane più toccanti e dolorose con leggerezza e bellezza. Cosa che ho imparato anche vivendo in Italia.
Cosa ti aspetti dalla proiezione all’Ischia Film Festival?
Sono davvero contenta che attori e troupe saranno lì con me per celebrare ciò che abbiamo realizzato insieme. Significa tantissimo per me poterlo vedere nel mio paese preferito, nonché quello in cui l’ho girato. Ischia è davvero bella e divertente.
Progetti futuri.
Per far vivere progetti futuri, TV e spettacoli. Anche il mio prossimo film è ambientato in Italia!
Una domanda che nessuno ti ha mai fatto ma a cui ti sarebbe piaciuto rispondere.
Una domanda… Come ti senti come regista, donna e araba? Non mi sento limitata in tal senso. Mi vedo come una narratrice universale, più interessata a discutere di idee che a essere stereotipata.
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