Perché gli antichi Greci bevevano così poca acqua? La risposta di Ippocrate è ancora attuale
Le raccomandazioni moderne parlano spesso di "almeno due litri di acqua al giorno". Per un ateniese del V secolo a.C.sarebbe stato un programma quasi incomprensibile, più vicino a una penitenza che a un consiglio di benessere.
L’immagine del Greco sdraiato al banchetto con la coppa di vino in mano non è solo iconografia. Il paradosso è che, in una cultura che celebrava l’acqua come bene supremo, se ne beveva relativamente poca allo stato puro. Il motivo, in realtà, è molto semplice: l’acqua buona era scarsa, faticosa da ottenere e spesso poco sicura.
Un paese arido dove l’acqua vale oro
La Grecia antica non era un paradiso di fiumi ma un territorio in gran parte montuoso e piuttosto arido. Poche grandi sorgenti vicino alle città, piogge concentrate in inverno, estati lunghe e secche: per questo, ricordano le sintesi enciclopediche, l’acqua era considerata un bene pregiato.
Ogni polis organizzava una piccola ingegneria idraulica: pozzi, cisterne per raccogliere l’acqua piovana, fontane pubbliche collegate a sorgenti lontane, talvolta acquedotti. Andare a prendere l’acqua era un lavoro quotidiano, in genere femminile, fatto di anfore sulle spalle e code alla fontana. Non si riempivano borracce "per sicurezza": si portava a casa lo stretto necessario per cucinare, lavarsi, pregare e bere ai pasti.
Non tutte le acque erano uguali. Le fonti antiche distinguono tra acqua di sorgente, più fresca e "dolce", e acqua di pozzo o di palude, spesso torbida, calda d’estate, fredda e fangosa d’inverno. L’acqua corrente era preferita, quella stagnante ispirava diffidenza. In un paese così, bere acqua pura in continuazione non era solo poco pratico: era un lusso che pochi potevano permettersi.
L’acqua non è tutta uguale: tra medicina e igiene
I medici greci lo sapevano bene. Nei trattati attribuiti a Ippocrate, in particolare in Arie, acque, luoghi, si trovano pagine dedicate proprio alla qualità dell’acqua. Le acque palustri e stagnanti vengono descritte come causa di disturbi digestivi, ingrossamento della milza, sete continua, malattie respiratorie. Le acque "buone" dovrebbero invece provenire da rocce e colline, essere fredde, limpide, scorrere velocemente.
In pratica, già nel V secolo a.C. qualcuno stava facendo una rudimentale analisi del rischio idrico. Senza filtri, senza cloro, senza microbiologia, bere "la prima acqua che capita" significava esporsi a infezioni e diarree. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ancora oggi l’acqua contaminata è una delle principali cause di malattie intestinali nel mondo: immaginate quanto fosse più pericolosa quando non esisteva alcun controllo.
Per gli antichi Greci, quindi, non tutte le fonti erano adatte per bere ogni giorno. L’acqua buona andava scelta, spesso presa lontano, custodita. Di conseguenza, la si usava con molta parsimonia e la si "addomesticava" mescolandola ad altro, a partire dal vino.
Vino e acqua: la coppia inseparabile della Grecia antica
Qui entra in scena Dioniso. Il vino non era solo una bevanda, ma un segno identitario, parte della triade pane-vino-olioche definiva il modo greco di stare al mondo. Però attenzione: il vino, di norma, non si beveva mai puro. Nei simposi, quei celebri banchetti in cui si discuteva di politica, filosofia e poesia, il vino veniva versato in un grande cratere e mescolato con acqua.
Un "direttore del bere", il simposiarca, decideva le proporzioni. Le fonti indicano rapporti che vanno grosso modo da un terzo di vino e due terzi di acqua fino a un mezzo e mezzo, con casi estremi in cui certi vini molto forti si diluivano persino con venti parti d’acqua. Bere vino non diluito era considerato da barbari, gente senza misura. La regola morale era il giusto mezzo: piacere sì, perdita di controllo no.
Questo significa che, in realtà, i Greci introducevano parecchia acqua nel corpo, solo che era "nascosta" nel vino e in altre bevande miste. A colazione, per esempio, esisteva l’akratisma, pane secco inzuppato nel vino, talvolta non diluito. Poi c’erano il kykeon, a base di acqua e farina d’orzo, e l’idromele, miscela fermentata di acqua e miele. Anche zuppe e brodi contribuivano all’idratazione quotidiana.
Quando le fonti moderne dicono che "la bevanda più diffusa era l’acqua", intendono spesso l’acqua usata in questo modo: spesso miscelata, selezionata, legata a un contesto preciso (la casa, il pasto semplice, la fonte ritenuta sicura). Quello che mancava era il nostro gesto quasi automatico del bere continuamente acqua pura durante la giornata.
Eppure, culturalmente, l’acqua restava al vertice. Pindaro apre una sua ode con le celebri parole «il meglio è l’acqua», segno di un rispetto profondo per questo elemento. Proprio perché preziosa e potenzialmente pericolosa, l’acqua veniva trattata con attenzione: poca, scelta bene, spesso accompagnata da vino, miele, cereali.Se oggi portate in giro la vostra bottiglia da due litri, potreste pensare a un’ateniese che faceva la fila alla fontana pubblica. Per lei l’idea di bere tutta quella acqua, senza porsi domande su qualità, provenienza e uso, sarebbe sembrata non solo strana, ma forse anche irragionevole. I Greci avevano capito una cosa molto semplice: con l’acqua non si scherza, e proprio per questo non la si beveva mai "a caso".
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