Il pesto è tra i condimenti che amo di più ma al supermercato solo 3 prodotti su 79 sono ritenuti "accettabili" secondo Altroconsumo
Oltre 280 sughi pronti analizzati, 79 solo di pesto al basilico e… zero promossi come “buoni”. Nel nuovo test di Altroconsumo, aggiornato ad aprile 2026 dopo acquisti in 10 catene tra supermercati e discount, il pesto del supermercato è il grande bocciato: solo 3 prodotti su 79 si fermano alla soglia del “accettabile”.
Capire lo shock è facile: il pesto è uno dei condimenti più amati, salva-pranzo ufficiale di chi torna tardi e vuole comunque qualcosa di “speciale”. Ma mentre i sughi al pomodoro ottengono punteggi altissimi, con un sugo di pomodoro IGP che arriva a 88/100, il pesto alla genovese confezionato resta nelle retrovie della classifica.
Il test Altroconsumo: perché il pesto del supermercato è il grande bocciato
Altroconsumo attribuisce a ogni sugo un punteggio da 0 a 100. Il 55% dipende dalla qualità nutrizionale secondo il sistema Nutri-Score, che penalizza soprattutto grassi saturi, sale e zuccheri. Poi contano gli additivi (15%), il grado di trasformazione industriale (15%), la presenza di edulcoranti (10%) e la dimensione della porzione consigliata (5%).
Il problema del pesto del supermercato è in gran parte “strutturale”. La ricetta tipica prevede molto olio, formaggi stagionati, frutta secca e una dose generosa di sale. Nei prodotti industriali, a questo si aggiungono spesso oli di semi al posto dell’olio extravergine di oliva in prima posizione, correttori di acidità, aromi e altri additivi che abbassano ulteriormente il punteggio.
Risultato: su 79 pesti al basilico esaminati, nessuno arriva a “buono” o “molto buono”, solo 3 si collocano nella fascia “accettabile” intorno ai 41-42 punti, tutti gli altri sono “scarsi” o addirittura “molto scarsi”. Una conferma di un trend che Altroconsumo aveva già fotografato in un test dedicato al solo pesto nel 2024, dove neppure allora c’erano promossi eccellenti.
Quali sono i 3 pesti che si salvano (e cosa li rende diversi)
Nella lunga lista dei pesti al basilico, i tre “meno peggio” sono tutti a marchio della grande distribuzione. Altroconsumo indica come “accettabili” il Pesto alla Genovese Lettere dall’Italia di MD, nella versione con e senza aglio, entrambi a 42 punti, e il Pesto Vegano al Basilico Vemondo di Lidl, a 41 punti.
Cosa hanno in comune? Un profilo di grassi saturi e sale un po’ più contenuto rispetto alla media e, nel caso del pesto vegano, l’assenza di formaggi animali, sostituiti da ingredienti vegetali. Non stiamo parlando di prodotti leggeri, ma di opzioni che, dentro una categoria problematica, se la cavano meglio di altre.
La sorpresa è che proprio tanti marchi noti non brillano affatto: pesti firmati da grandi aziende o linee premium di supermercato restano nella fascia “scarsa”, con punteggi spesso intorno ai 30 punti su 100. Alcuni sughi a base di pesto o varianti ricche di panna, formaggi e speck scendono addirittura sotto i 20 punti. Il messaggio è chiaro: il prezzo e il nome in etichetta non bastano a garantire un buon profilo nutrizionale.
Come leggere l’etichetta del pesto del supermercato
Se il pesto al basilico è il vostro grande amore, l’unico modo per orientarsi tra i barattoli è diventare molto brave a leggere l’etichetta. I punti chiave da controllare sono:
1. Tipo di olio
Meglio se l’olio extravergine di oliva è il primo grasso in lista ingredienti. Se in cima trovate “olio di semi vari” o simili, il profilo nutrizionale e qualitativo scende.
2. Posizione e percentuale del basilico
Il basilico dovrebbe comparire tra i primissimi ingredienti e, idealmente, con una percentuale dichiarata. Se arriva dopo oli, formaggi e frutta secca, il gusto verrà anche salvato dagli aromi, ma la ricetta non è certo virtuosa.
3. Pinoli sì o no
Nel pesto tradizionale i pinoli ci sono, e non per decorazione. Molti pesti del supermercato li sostituiscono con anacardi o altre frutte secche, più economiche. Non è un dramma, ma è un segnale di ricetta “aggiustata”.
4. Formaggi e grassi saturi
Parmigiano, pecorino, “formaggio in polvere”: guardate quanto spazio occupano in etichetta e incrociate con la tabella nutrizionale. Se i grassi saturi per 100 grammi sono molto alti, il Nutri-Score inevitabilmente crolla.
5. Sale, additivi e aromi
Lista corta è di solito lista migliore. Aromi generici, molti correttori di acidità e conservanti sono campanelli d’allarme per un prodotto molto processato, cioè penalizzato nel punteggio.
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Se amate il pesto: quando concederselo e quando cambiare sugo
Qui la buona notizia: nessuno vi sta dicendo di bandire il pesto del supermercato dalla dispensa. Se lo usate ogni tanto, magari una volta ogni qualche settimana, inserito in una dieta varia, il suo impatto resta limitato. L’Organizzazione Mondiale della Sanità suggerisce di tenere i grassi saturi sotto il 10% delle calorie giornaliere: il pesto incide, ma conta la somma di tutto ciò che mangiate.
Se però il pesto alla genovese è la vostra routine settimanale, qualche strategia di compromesso aiuta. Potete ridurre la porzione a un cucchiaio a testa, diluirlo con acqua di cottura della pasta e un filo di buon olio extravergine, e abbinarlo a un formato integrale o a verdure saltate in padella. Oppure alternare: una volta pesto, una volta sugo al pomodoro semplice, che nei test Altroconsumo ottiene punteggi molto più alti.
Resta poi l’opzione più “safe”: il pesto fatto in casa. Con basilico fresco, olio extravergine di oliva, pochi pinoli e una quantità di formaggio sotto controllo potete costruire una versione più leggera, congelarla in piccoli vasetti e avere sempre pronto un alleato per la pasta delle serate stanche, senza rinunciare né al gusto né alla consapevolezza.
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