La migliore pastiera napoletana? Ehm, pare che non sia napoletana...
Avete sempre dato per scontato che la migliore pastiera napoletana d’Italia si trovi tra Spaccanapoli e il Vomero, vero? Anche noi. Poi arriva la giuria di un concorso nazionale, assaggia random le versioni di mezza penisola e decreta che la regina del dolce più partenopeo che ci sia… nasce sulle rive del Lago d’Iseo. Sì, avete capito bene: in Lombardia.
E così oggi il titolo di “migliore pastiera napoletana d’Italia” se lo porta a casa Juri Caseri, capo pasticcere della Forneria del Lago a Paratico, in provincia di Brescia, vincitore del concorso Regina Pastiera edizione 2026. In doppietta con la colomba, giusto per non farsi mancare niente.
Una competizione che fa sorridere, fa discutere, ma racconta benissimo come si sta muovendo la pasticceria italiana: meno confini, più competenza.
La migliore pastiera “napoletana” parla con accento bresciano
Per capire perché il Sud Italia si sente "tradito" e il Nord "esulta", bisogna partire dal concorso Regina Pastiera. Nasce nel 2021 da un’idea di Stanislao Porzio, lo stesso appassionato che ha inventato Re Panettone nel 2008 e che, con i suoi premi, ha trasformato il panettone in una "fashion week lievitata". Qui però la passerella è tutta per la pastiera: simbolo di Pasqua, di Napoli, della nonna che non pesa mai nulla ma indovina sempre le dosi.
Regina Pastiera non è un contest improvvisato su Instagram. Vengono ammessi solo laboratori di pasticceria artigianale, ingredienti naturali, nessun semilavorato, nessuna scorciatoia. Le torte arrivano a Milano anonime, preparate non più di cinque giorni prima della gara, perché il ripieno a base di ricotta e grano è delicato. Il 20 marzo le giurie si sono riunite, hanno valutato estetica, profumo, gusto, consistenza e aderenza all’“archetipo” napoletano. E quando hanno alzato le schede, in cima c’era un nome lombardo. Di nuovo.
Regina Pastiera, ovvero come il Nord ha imparato a fare il dolce del Sud
La vittoria di Caseri non è un fulmine a ciel sereno ma l’ultimo capitolo di una storia che ribalta gli stereotipi. Negli ultimi dieci anni, nei concorsi dedicati al panettone, i maestri campani hanno spesso dettato legge, portando a casa premi su premi con lievitati nati all’ombra della Madonnina. Adesso la Lombardia si prende una rivincita gentile sulla pastiera, l’icona di Napoli. Nessuno scippo, piuttosto uno scambio di ruoli: voi fate il nostro panettone, noi facciamo la vostra pastiera.
Prima di Caseri, le prime tre edizioni di Regina Pastiera sono state vinte da un’altra lombarda, Giulia Ripamonti. Base a Vimercate, laboratorio Elite, formazione ibrida: a scuola incontra una compagna il cui padre napoletano sforna pastiere leggendarie, va ad imparare da lui, lo segue persino in Calabria, torna a casa con il bagaglio pieno di segreti di grano cotto e fiori d’arancio. Nel 2021 sul podio c’è anche un’altra lombarda, Eleonora Signorini. Tradotto: il Nord ha studiato al Sud, ha metabolizzato il codice della tradizione e ora lo parla con accento proprio.
Dentro a questo quadro arriva Juri Caseri, “lombàrd” orgoglioso, che alla Forneria del Lago impasta pane, pizza e dolci affacciato sul romantico Iseo. Non nasce nell’ombra del Vesuvio, ma prende la pastiera così sul serio da vincere sia il titolo Regina Pastiera sia Regina Colomba. Non si tratta di una pastiera "rivisitata": per convincere la giuria ha dovuto rispettare il disciplinare classico, solo interpretato con una mano personalissima.
Check-list per voi: cosa rende “migliore” una pastiera (e dove provarla)
La domanda che vi state facendo adesso è molto pratica: come si riconosce una pastiera “da concorso” quando siete al banco di una pasticceria, che sia a Napoli o sul Lago d’Iseo?
Prima regola, guardare. La frolla deve essere dorata ma non scura, senza bordi bruciacchiati; le losanghe in superficie regolari, il ripieno che affiora appena senza crepe drammatiche. Se sembra una cheesecake depressa, passate oltre.
Seconda regola, annusare. Il profumo giusto è un equilibrio sottile tra agrumi e fiori d’arancio, con la dolcezza della ricotta sullo sfondo: niente nuvola invadente di aromi artificiali, niente vanillina aggressiva.
Terza regola, il taglio: la fetta deve stare in piedi ma non essere compatta come un mattone. Dentro si devono vedere i chicchi di grano ben distinti, la crema morbida, nessun lago di umidità sul piatto. In bocca, la pastiera perfetta è avvolgente, non stucchevole, con un finale pulito che vi fa pensare “ne prenderei un’altra” più che “non mi entra il tailleur di lunedì”.
E dove si assaggia la famosa migliore pastiera napoletana non napoletana? Alla Forneria del Lago di Paratico, indirizzo ormai da segnare anche nelle vostre gite sul Sebino. Ovviamente non aspettatevi che le pastiere vincitrici restino in vetrina fino a Pasquetta: conviene muoversi per tempo e magari telefonare. Nel frattempo, niente panico identitario: le grandi pastiere di Napoli restano intoccabili, ma oggi condividono il trono con laboratori che stanno a centinaia di chilometri dal Golfo.
Il messaggio dietro questo piccolo "terremoto zuccherino" è semplice: la tradizione non è un souvenir geografico ma una competenza che si trasmette, si studia, si affina. Nord o Sud poco cambia, l’importante è che ogni morso vi regali un momento di dolcezza e convivialità che di questi tempi non guasta affatto.
© Riproduzione riservata