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Lifestyle

Meek è la popstar del momento: «Fabulous mi ha cambiato la vita»

Meek è la popstar del momento: «Fabulous mi ha cambiato la vita»

foto di Giovanni Ferrari Giovanni Ferrari — 10 Marzo 2026
Meek, popstar della hit FabulousMeek, popstar della hit Fabulous
Meek, la nuova promessa del pop internazionale, ci racconta in esclusiva la sua scalata al successo e i progetti futuri

È lei la popstar globale del 2026? Incontro Meek in un hotel di Sanremo, proprio nei giorni del Festival della Canzone italiana. L’artista britannica, che con la sua hit Fabulous sta letteralmente conquistando le classifiche di tutto il mondo, ha aggiunto una tappa tutta italiana alla sua fittissima agenda per vedere da vicino la scena musicale del nostro Paese.

Mi racconta alti e bassi del suo percorso mentre beve un caffè (ovviamente americano), mentre un hairstylist e un makeup artist la preparano a un Meet & Greet con il suo pubblico italiano.

Nel momento in cui chiacchieriamo, la sua hit Fabulous è la dodicesima canzone più trasmessa nelle radio italiane (qui la EarOne Airplay completa) ed è alla #21 della Top 200 di Shazam in Italia. La sensazione, però, è che questo successo continuerà ancora a lungo.

Non a caso, mentre condivide con Grazia l’emozione di questo momento, riceve un Whatsapp con un invito allo show di Jimmy Fallon. Pazzesco. Immaginate la sua reazione.

Questo invito è arrivato perché anche all’estero la sua Fabulous è già una delle hit più clamorose di questo inizio 2026: è stata aggiunta alla A-list di Capital FM ed è in rotazione sulla BBC. Arrivata alla #1 della New Pop Risers di Shazam, è stata anche inserita nella nuova serie Margo’s Got Money Problems (in uscita su Apple TV+ dal 15 aprile) con anche Nicole Kidman, Elle Fanning e Michelle Pfeiffer. Insomma: tutti la desiderano. E Meek (vero nome Georgia Meek) è entusiasta ed euforica.

È lei stessa a sorridere, pensando a questo momento: «Prima ho guardato il mio programma di questa settimana e mi è venuto da ridere. Oggi pomeriggio prendo un volo per casa, Londra. Poi domani ho i BRITs, che quest’anno non sono a Londra, ma a Manchester. Non proprio comodissimo… Domattina prendo un treno di 3 ore per Manchester. Ma lo capisco, si sta cercando di diffondere la nostra scena musicale lontano da Londra». 

E la scena musicale italiana, invece? Come ti sembra?

«Penso che sia davvero variegata, il che è fantastico. È eclettica, inclusiva. Ho visto così tanti tipi diversi di artisti e di ogni genere: è pazzesco. Ieri sera ho intercettato una girl band italiana su Spotify: erano tutte semplicemente fantastiche. Pazzesche, energiche, bellissime: le adoro. E poi io sono ossessionata dalla moda».

Qual è stato il tuo primo impatto con la moda?

«Mia nonna era una sarta e aveva un negozio nel paese in cui sono cresciuta. Poi, quando ero piccola, il negozio è passato a mia madre. E così mi sono trovata spesso lì dentro, da bambina, nel laboratorio con tutte le sarte. Sono cresciuta in una famiglia della classe operaia, non avevamo molti soldi. Però andavo a scuola in una zona molto ricca. Tutti i bambini intorno a me indossavano abiti firmati. Io non avevo nulla, ma creavo abiti stravaganti per le mie Barbie… È una parte fondamentale della mia identità. Ora apprezzo moltissimo gli atelier britannici, adoro i capi fatti a mano. Sono fortemente influenzata dalla cultura drag, adoro le drag queen, amo i colori vistosi e appariscenti. La moda è sempre stata il mio rifugio, e ora è il mio modo di esprimermi».

Quindi è stato l'incontro con un mondo quasi magico… 

«Esatto. Quando ho iniziato a conoscere il punk e il post-punk britannico, Vivienne Westwood è diventata la mia icona assoluta. Adoro il punk».

Prima hai fatto riferimento alla tua infanzia, in una famiglia della classe operaia. Sei stata felice?

«No, per nulla (e mentre lo dice convinta le scappa una grassa risata, ndr). Ho avuto un’infanzia terribile. Mio padre è morto quando ero adolescente, e poi la nostra famiglia ha affrontato problematiche difficili come l’abuso di sostanze, la prigione. È stato un periodo davvero brutto. Ci sono stati problemi di salute mentale davvero gravi. Per farti capire, ho vissuto in macchina per un po', prima di trasferirmi nel mio primo appartamento a Londra».

Com’è stato? 

«Appena compiuti i 18 anni, mi sono trasferita in questo appartamento e ho vissuto con alcuni uomini gay molto più grandi di me. C'ero io, una piccola diciottenne timida, e queste “queen fottutamente favolose”. Uscivamo insieme a Soho. Avevo passato un decennio talmente difficile, dai miei 10 ai 20 anni, che immergermi a Soho, a Londra, è stato davvero liberatorio. Pensavo: “Cavolo, ho passato dei momenti difficili, ma non deve per forza essere tutto uno schifo”. Non so come spiegarlo… La vita può essere brutta, ma non devi sentirti sempre male. Ecco perché ora sono una grande sostenitrice delle persone queer e dell’uguaglianza: perché sono sempre stata un'emarginata e ho affrontato molte difficoltà da bambina. E ora penso: sono quella che sono grazie alla moda, al punk, alle persone gay. È qui, per me, tutta la bellezza del mondo».

Come descriveresti il tuo legame con la comunità LGBTQIA+? 

«Beh, io stessa sono queer: sono bisessuale. Al momento ho una ragazza. Non cerco di nasconderlo, anche se so che noi bisessuali veniamo continuamente “invalidati”. La comunità LGBTQIA+ è dove vivo. È la mia casa. Voglio dire, anche dopo l'uscita di Fabulous, la cosa più bella è stata fare tutta la promozione e i concerti con i miei amici queer più cari. Ho lavorato con una compagnia di ballo chiamata Homo Parody e recentemente li ho portati su un autobus a due piani a Londra, dove abbiamo ballato tutti insieme. È proprio lì che mi sento a casa. Non mi sento a mio agio se non c'è almeno un uomo gay nella stanza con me, il che è ridicolo, lo so, ma mi fa sentire davvero a casa. È casa mia. È il posto a cui appartengo».

Il videoclip di Fabulous di Meek.

Ricordi il momento esatto in cui hai iniziato a scrivere Fabulous? Dove ti trovavi? 

«Sì, è stato circa un anno fa: è stato quando sono stata per la prima volta a Los Angeles. Io adoro quella città. Non ero sicura che mi sarebbe piaciuta, ma poi ho capito che è fantastica. Immagina una ragazzina che viene dalla periferia, con alle spalle un sacco di schifo, che si trova lì, in piedi, a guardare l'insegna di Hollywood. In quel momento ho pensato: “Yes, bitch”. Poi sono entrata in studio e ho pensato che non importa cosa ti succede, non importa nemmeno cosa devi affrontare, ma bisogna semplicemente prendere la vita in mano». 

Il messaggio della tua canzone è importante. Pensi che in questo periodo storico sia necessario questo invito alla libertà? 

«Stiamo vivendo in tempi veramente difficili. È difficile per me entrare troppo nei dettagli, perché altrimenti questa intervista durerebbe due ore, ma penso che il tempismo di Fabulous sia stato incredibile, e non era nemmeno pianificato. Voglio dire, nel Regno Unito è uscito il giorno esatto della scadenza delle tasse (ride, ndr). Quindi tutti erano in perfetto mood “fuck!”. Ma non è stato pianificato. A parte questo, credo ci siano molti avvenimenti sociali e politici che ci fanno sentire tutti molto emarginati e insicuri, e se c'è qualcosa che possiamo avere nell'arte, nella moda o nella società che ci fa sentire liberi e potenti in questo momento, allora penso che sia davvero importante alimentarlo».

Ti senti una pop star? 

«Sì. Sto parlando con Grazia e nel frattempo ci sono due persone che mi truccano e mi fanno i capelli (ride, ndr). Mi sento come se fosse proprio così, non sei d’accordo? Mi è appena arrivato un messaggio dal mio management che mi chiede se voglio andare ospite da Jimmy Fallon… È tutto pazzesco. Ma la cosa davvero strana in viaggi come questo è che oggi tornerò a casa in aereo, e quando la porta d'ingresso si chiuderà alle mie spalle, sarò di nuovo nel mio piccolo appartamento nel sud di Londra. E sarà così strano… Quando abbiamo girato il video musicale a Blackpool avevo una guardia del corpo. Poi, dopo le riprese, sono tornata a casa e mi mancava. In ogni caso sì, in questo momento mi sento decisamente una pop star. Una stupida pop star».

Una cosa positiva che ti hanno lasciato queste giornate a Sanremo? 

«Amore e accettazione. E sai perché ti dico così? Nella scena musicale britannica, e in particolare in quella londinese, tutti amano essere cool. E a nessuno piace farsi vedere entusiasta, perché non è considerato cool. Tutti amano la nonchalance. Invece, la cosa che mi porto via dall'Italia è l’essermi divertita con le persone e il poter essere entusiasta con loro. Ovviamente, sono sempre entusiasta di ciò che accade con la mia musica. Ma a Sanremo sembra che tutti lo siano insieme a me. Il che è molto bello».

Hai scritto un pezzo con Gabry Ponte. Come è successo?

«La prima volta che l'ho incontrato è stata a Londra. Stavamo facendo un writing camp, ovvero una settimana dedicata alla scrittura in cui siamo tutti autori al lavoro, in diversi studi. Alla fine della settimana scegliamo le canzoni e vediamo se ci scappa qualche collaborazione. L'ho incontrato in quella settimana. Lui aveva già la produzione e io ho scritto la parte vocale. Gli è piaciuta molto. L'ha pubblicata un anno dopo. È fantastica». 

Non solo pop star. Sei anche autrice di grandi hit per altri artisti… Mi racconti le collaborazioni più significative? 

«Sono molte. Ho scritto una canzone per l'ultimo album di Rita Ora, Look at Me Now. Ma anche con i Mr Hudson e recentemente anche con gli Scissor Sisters. Jake Shears (il frontman degli Scissor Sisters, ndr) è il mio nuovo migliore amico, lo adoro. Ultimamente ho parlato con Justin Hawkins dei The Darkness: vogliamo provare a fare qualcosa insieme. E recentemente ho scritto anche per Dua Lipa. È stato molto emozionante».

Wow, come è stato?

«Purtroppo non l’ho ancora incontrata di persona. Così come Rita Ora, se devo essere sincera. Non potrei dire molto di più ma sai… per molte di queste collaborazioni si ricevono solo delle brevi informazioni. Io, come autrice, accumulo concetti. Sono costantemente sulla mia app per gli appunti sul telefono. E se penso che ci sia una situazione divertente o che stia succedendo qualcosa di strano, butto giù un'idea per il titolo o semplicemente una frase. E poi, quando mi mandano le indicazioni vedo cos’ho sulla mia app. Per esempio, per Dua Lipa mi è stato fatto notare che lei è felicemente fidanzata e vuole cantare un po' di spiritualità, esplorando testi più profondi».

C’è un luogo in cui scrivi con più facilità?

«No, in tutto il mondo. La maggior parte delle cose iniziano mentre sono in macchina o mentre cammino per strada. Sono proprio piccole idee. Ne ho scritta una in hotel, ieri mattina. Stavo canticchiando una cosa e ho pensato: “Questa è buona”. Me la sono subito segnata. Il mio telefono è il mio Sacro Graal delle idee». 

© Riproduzione riservata

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