I Blue tornano con un nuovo album e lanciano un invito speciale: «Tiziano Ferro, canta con noi!»

Ci sono band che segnano un’epoca. E i Blue sono una di quelle. Impossibile dimenticare i pomeriggi passati davanti alla televisione a vedere Top of the Pops, le prime cotte, i poster in cameretta con i nomi e le foto dei propri idoli, le prime suonerie polifoniche sui Nokia, il boom di The OC.
E se oggi la nostalgia è un fattore fondamentale per la cultura pop mainstream, i Blue ne rappresentano ora uno degli emblemi più forti.
Tra il 2001 e il 2005 hanno fatto impazzire migliaia e migliaia di teenager in tutto il mondo (Italia compresa), con brani come One Love, All Rise, Sorry Seems To Be The Hardest Word con Elton John o Breathe Easy (e la sua versione in italiano A chi mi dice).
Dopo quel boom, i Blue - Duncan James, Lee Ryan, Simon Webbe e Antony Costa - hanno intrapreso carriere da solisti. Si sono riuniti nel 2011 quando hanno partecipato all'Eurovision Song Contest come rappresentanti del Regno Unito con I Can. Poi, nel 2013 il ritorno con un nuovo album (Roulette), a dieci anni dall'ultimo (Guilty). E da quel momento altri dischi fino all'ultimo, uscito lo scorso 9 gennaio. All'interno di Reflections i quattro artisti riflettono sulla storia che ancora oggi li vede uniti e affiatati. E lo fanno toccando rock, pop, soul, R&B e blues.
Li abbiamo incontrati a Milano, il giorno dopo un firmacopie in Piazza Duomo, a Milano, che ha chiamato a raccolta tantissimi fan del nostro Paese.
Nel vostro nuovo album Reflections parlate della vostra amicizia, tra esperienze condivise e sfide individuali. Una cosa che avete capito di voi stessi grazie al confronto con gli altri componenti della band?
«La pazienza è qualcosa che abbiamo dovuto imparare gli uni dagli altri perché ognuno lavora in orari diversi, alcuni arrivano in ritardo, altri arrivano molto presto, ognuno ha il proprio modo di rispondere alle e-mail, ai messaggi. Quindi sicuramente la pazienza… È fondamentale perché a volte può essere una grande sfida lavorare in quattro».
Mi raccontate una vicenda personale che avete inserito nel nuovo album?
Antony Costa: «Penso al brano Find That Feeling, che ho scritto in studio pensando a noi come band. Una band che era come se stesse ricominciando da capo. Ho riflettuto su ciò che abbiamo passato come band: dall’eccitazione ai momenti più complessi, gli alti e bassi. Per me è stata una canzone fantastica da scrivere perché mi ha fatto ricordare molte cose, così tante esperienze di vita come membri della band, come adulti, come individui».
Duncan James: «Per quello che mi riguarda la più personale è One Last Time. È una canzone molto toccante per noi perché tutti abbiamo avuto un amico che è venuto a mancare e la canzone è stata scritta in sua memoria. Allo stesso tempo è diventata anche un tributo a tutti i fan che hanno perso familiari o persone care. Anche ieri, durante il firmacopie in Duomo, qui a Milano, in molti ci hanno detto quanto quella canzone li abbia aiutati, ci hanno ringraziato per averla scritta. È molto bello ricordare le persone che non ci sono più».
Il disco contiene tutte le vostre consapevolezze da adulti. Ma mantenete comunque un legame con il vostro passato, anche con un approccio giovanile alla musica. Cosa ricordate del momento del vostro boom nella scena discografica globale?
«Ottenere il primo numero uno in classifica nel Regno Unito non è stato facile. È stato qualcosa di enorme per noi. È stato come lanciare un sassolino che ha creato bellissime onde in tutta Europa e poi nel Sud-Est asiatico. E poi quello che dici è vero, nel disco ci sono canzoni come Souls of the Underground, All About Us e Waste My Love che sono una sorta di filo conduttore che tiene insieme tutto. Il rock dei Blue c’è sempre stato, ma non è mai stato così tanto in primo piano come ora. Abbiamo sempre optato per uno stile musicale più soul e R&B».
E in voi? Cosa è rimasto dei Blue degli inizi?
Simon Webbe: «Beh, già che tutti e quattro i membri siano rimasti gli stessi… (ride, ndr). Abbiamo affrontato sfide anche complesse ma ci siamo sostenuti a vicenda in tutte queste difficoltà. Siamo tornati e siamo orgogliosi di poter dire che in 25 anni nessun membro ha lasciato il gruppo né è stato sostituito o cose del genere».
Un vostro grande successo in Italia è stato A chi mi dice del 2004, adattamento in italiano (composto da Tiziano Ferro) del brano Breathe Easy.
«Al tempo la nostra etichetta stava cercando di tradurre Breathe Easy in italiano, ma era complesso perché non si riusciva a tradurre letteralmente. Così si è deciso di coinvolgere un autore di testi: Tiziano Ferro era molto famoso e così è arrivata A chi mi dice. Non ha lo stesso significato ma è bello cercare di relazionarsi con culture diverse. Ci divertiamo anche noi quando ad esempio cantiamo la versione in italiano in Inghilterra. La gente dice: “Ma che versione è questa?”. Ma questo mostra un lato diverso di noi come band. Siamo una band multiculturale. A causa di X Factor o The Voice, le persone tendono a pensare che le band che arrivano dall’Inghilterra siano solo band inglesi e che non abbiano successo altrove. Beh, noi invece abbiamo fatto come un tempo e abbiamo creato un seguito internazionale».
A proposito… Un artista italiano con cui vi piacerebbe cantare?
«Ci piacerebbe cantare A chi mi dice con Il Volo (il trio ha già registrato e pubblicato una propria versione del brano dei Blue, nel disco Musica del 2019, ndr). Potrebbe essere un momento davvero bello per i fan italiani. Oppure chiaramente ci piacerebbe invitare Tiziano a cantare con noi».
La nostalgia è un fattore importante nella scena discografica attuale?
Simon Webbe: «Sono importanti i ricordi. La nostalgia è legata alle canzoni che hai ascoltato mentre stavi vivendo qualcosa. La tua adolescenza, la tua prima ragazza, il tuo primo ragazzo, o qualsiasi altra cosa… È bello quando una canzone riesce a riportarti in quel momento».
Duncan James: «Mi ricordo quando a scuola si coprivano le copertine dei quaderni o dei libri con le foto delle proprie band del cuore. Le ragazze le coprivano con poster dei Take That o degli E-17. Io guardavo quelle foto ed ero quasi geloso di loro. Io avevo adesivi di Michael Jackson. E non solo: avevo anche le fascette antisudore, quelle da tennis, con la scritta “Michael Jackson”. Pensavo fosse davvero cool. Quando camminavo con quella fascetta antisudore al polso mi sentivo un figo».
A novembre il vostro The 25th Anniversary Tour arriverà anche in Italia con 4 date (prodotte da A1 Concerti). Come saranno?
«Aspettatevi un sacco di cose vecchie e nuove, ma per davvero. È il riflesso dei nostri 25 anni. Sarà divertente, energico e pure pieno di nostalgia, così come dicevi tu. Quindi siamo molto emozionati. È uno spettacolo completamente diverso da quelli che abbiamo fatto in passato: ovviamente la gente riconoscerà e apprezzerà le vecchie canzoni, ma è molto importante che i fan sappiano che almeno metà del concerto sarà dedicato al nuovo album. Questo disco è una pietra miliare della nostra discografia e noi continueremo a fare musica. Quindi vogliamo che i fan imparino i testi, si divertano e si appassionino alle nuove canzoni, perché siamo molto orgogliosi di questo lavoro».
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