Sport sotto il sole? 6 consigli per sopravvivere al caldo

L'attività fisica all'aperto in estate richiede alcune precauzioni: ecco come fare sport con il caldo e prevenire disidratazione, scottature e malesseri
Che siate sport-addicted serissimi (con un equipaggiamento tale da fare invidia persino a Usain Bolt) o atleti improvvisati (uscite a fatica dal letargo invernale), poco importa: quando si pratica un'attività fisica sotto al sole cocente, con tassi di umidità alle stelle, è più che mai necessario mettere in atto alcune misure precauzionali per evitare di incappare in colpi di calore, svenimenti, scottature e disidratazione.
Se le alte temperature non frenano la voglia di camminare, correre o pedalare in città o nel verde della campagna, bisogna quantomeno preparare mente e corpo ad affrontare un allenamento più strong, condizionato inevitabilmente dal clima e da un maggior affaticamento.
Ecco, dunque, 6 consigli per svolgere un workout estivo in tutta sicurezza.
(Continua sotto la foto)
Non dimenticare la crema solare
Chi ha detto che correndo o sfrecciando in sella alla bicicletta si sia immuni dai danni dei raggi solari (e in particolare di quelli ultravioletti)?
Questo luogo comune deve essere spazzato via con l'applicazione di un prodotto solare idoneo, scelto in base al proprio fototipo, ossia una classificazione che, basandosi sulla quantità e sulla qualità di melanina presente nella pelle, indica la reazione di una persona alla luce e la sua capacità di abbronzarsi.
Anche gli sportivi, quindi, devono ricordarsi di utilizzare un filtro solare (basso, medio, alto e molto alto, con protezione dai raggi UVA o UVB), spalmandoselo sulle parti scoperte del corpo (braccia, pancia, gambe, collo, spalle e viso) prima di uscire di casa.
Inoltre, l'allenamento non dovrebbe essere praticato nelle ore più calde, cioè dalle 11 alle 16, ma sarebbe meglio preferire le prime ore del mattino, il tardo pomeriggio e la sera dopo il tramonto.
Anche chi nuota può scottarsi
Anche chi ama nuotare nelle piscine olimpioniche non è esente dalle (temutissime) scottature.
Anzi, in questo caso l'attenzione deve essere maggiore: la capacità riflettente dell'acqua, infatti, è quasi più pericolosa dell'esposizione diretta ai raggi solari.
«Ma quando faccio le vasche sono completamente immersa, il sole non può danneggiarmi» verrebbe da pensare. Eppure bisogna sapere che l'acqua non è in grado di filtrare i raggi UV se non a una profondità superiore di un metro (e nessuno raggiunge questo livello).
Quindi, per tutte le Federica Pellegrini in ascolto, la soluzione si chiama: crema solare. Questa, però, va applicata più volte nell'arco dell'allenamento perché – anche se riporta la dicitura Water Resistant – tende a sciogliersi e a non proteggere la cute.
Non prendere la prima cosa che capita dall'armadio
Questa regola vale sempre, ma ancor di più in estate: durante il workout estivo bisogna indossare t-shirt, shorts, canottiere, calzature e bermuda traspiranti, in modo che il sudore e l'umidità non ristagnino tra cute e vestiti ma si crei un piccolo ricircolo dell'aria.
Sarebbe meglio optare per fibre naturali, come il cotone e il lino, o per tessuti tecnici, che oggi hanno anche i fattori di protezione integrati.
I colori devono essere chiari, perché sono in grado di respingere i raggi solari, e il cappellino deve avere la visiera, in modo da proteggere anche gli occhi e la vista.
L'idratazione prima di tutto
Può sembrare banale ma non lo è. La disidratazione può non solo compromettere la performance sportiva ma anche indurre il ristagno delle tossine in fegato e reni, aumentando il senso di stanchezza e affaticamento, e inceppare la distribuzione di minerali ai muscoli, con il rischio di incorrere in crampi, distorsioni e strappi.
Per questo motivo è fondamentale mantenere l'organismo ben idratato, somministrando liquidi fino a 30-45 minuti prima di iniziare l'allenamento, in modo da garantire una condizione ottimale nel momento dello sforzo fisico.
Durante l'attività fisica bisognerebbe bere acqua a temperatura ambiente e a piccoli sorsi: l'ideale sarebbe assumerne un quarto (di una bottiglia da un litro) ogni 15 minuti. Questa buona abitudine va ripetuta anche dopo il training, in questa fase ci si può concedere anche tisane o centrifugati.
Ma quale acqua bisogna scegliere? Una vale l'altra? No. Poiché con il sudore si tende a perdere sali minerali in abbondanza, sarebbe meglio optare per una ricca di bicarbonati, potassio, magnesio, calcio e ferro, in grado di reintegrare tutto ciò che è stato perso durante il training.
Un po' di liquirizia nel borsone
Chi fa jogging, pedala, si allena a corpo libero, corre o nuota dovrebbe tenere sempre con sé un po' di liquirizia (bastoncini, rotelle, caramelle, pepite) che può essere utile nel caso in cui la pressione calasse e lo svenimento fosse dietro l'angolo.
Questo prezioso ingrediente è in grado di alzare immediatamente i livelli pressori e di fornire le energie necessarie (e indispensabili) per concludere l'allenamento e tornare - con le proprie gambe - a casa.
Riconosci i segnali del corpo
Allenarsi va bene, strafare no. Prima di stramazzare al suolo, sopraffatti dal caldo, dall'umidità e dalla fatica, bisognerebbe imparare ad ascoltare gli alert che il corpo invia.
In presenza di crampi, giramenti di testa, vertigini, nausea, sbalzi di temperatura (prima si ha caldo, subito dopo si ha freddo), è fondamentale interrompere il training e rincasare quanto prima.
© Riproduzione riservata
I buoni propositi dell'anno nuovo ci fanno bene anche se non li realizziamo

Gennaio arriva sempre con un certo aplomb con i suoi buoni propositi. Si presenta infatti come se avesse tutte le risposte, come se bastasse voltare pagina sul calendario per diventare immediatamente una versione migliore di noi stessi. Più organizzata, più centrata, più in forma, più tutto. E invece, puntualmente, ci troviamo a guardarlo con un misto di aspettativa e sospetto, come si fa con chi promette troppo.
È il mese dei buoni propositi, certo. Ma anche quello in cui iniziamo a capire che non tutti i propositi hanno davvero voglia di essere mantenuti. E va bene così.
Credits: Getty Images
Perché, sotto sotto, lo sappiamo: quelli che ci raccontiamo a voce alta - “quest’anno mi rimetto in forma”, “sarò più produttiva”, “meno tempo sui social” - convivono con un’altra categoria molto più sincera, ovvero i propositi non dichiarati. Quelli che non finiscono su nessuna lista, ma che ci accompagnano silenziosamente per tutto l’anno.
Come il desiderio, mai confessato, di non cambiare poi così tanto. Di smettere di trattare ogni gennaio come un esame di maturità emotiva. Di concederci il lusso di restare imperfette, magari un po’ disordinate, sicuramente stanche, ma finalmente meno in guerra con noi stesse.
Credits: Getty Images
C’è il proposito segreto di continuare a dire “quest’anno penso di più a me”, anche se sappiamo già che risponderemo alle mail alle dieci di sera, con il telefono appoggiato sul cuscino e la sensazione di dover recuperare qualcosa che non sappiamo nemmeno bene cosa sia. Non perché qualcuno ce lo imponga, ma perché staccare davvero è ancora una delle cose più difficili da imparare.
Alcune penseranno di mangiare meglio, sì, ma è importante non trasformare ogni pasto in una seduta di autocritica. Bisogna imparare a smettere di considerare il cibo come una prova morale, di fare pace con l’idea che un’insalata e una pizza possano coesistere nella stessa settimana senza bisogno di spiegazioni o sensi di colpa. Magari persino nello stesso giorno.
Credits: Getty Images
Poi c’è il grande classico: muoversi di più. Che non significa necessariamente iscriversi a una maratona o postare stories in palestra con la scritta “back on track”. A volte vuol dire camminare senza auricolari, fare un giro più lungo per tornare a casa, ricordarsi che il corpo non è un progetto da ottimizzare ma uno spazio da abitare.
E in mezzo a tutto questo, c’è il proposito più sottile: mettere un po’ d’ordine emotivo. Non diventare improvvisamente equilibrate e zen, ma imparare a riconoscere cosa pesa davvero e cosa è solo rumore di fondo. Capire quali conversazioni tenere in vita e quali lasciare andare senza drammi, dire qualche no in più, senza sentire il bisogno di giustificarsi, spiegarsi o scusarsi.
Gennaio, dopotutto, non chiede di essere straordinario con i suoi buoni propositi. Chiede solo un minimo di onestà. Ammettere che l’entusiasmo va e viene, che la motivazione non è costante, che la voglia di cambiare convive spesso con quella di restare esattamente dove siamo. E che va bene così.
© Riproduzione riservata
Un "Corpo Libero" dall'obesità: un documentario racconta (senza retorica) la malattia

Iris ha una compagna invadente, da sempre con lei, in ogni fase della sua vita, fin dall’adolescenza: è l’obesità, una prigione da cui riesce ad evadere nel momento in cui impara a volersi bene, a cercare una strada per riprendere in mano la propria vita.
Marco, dopo una carriera sportiva agonistica, comincia a prendere peso, finché non capisce che quel corpo gli impedisce di vivere la vita che vuole e non trova il coraggio di chiedere aiuto e di prendersi cura della sua salute fisica e mentale.
Maria inizia a prendere peso dopo le gravidanze e non riesce più a perderlo; dopo molte diete e molti fallimenti, si rivolge ad uno specialista, iniziando un percorso di rinascita fatto di sforzi e sacrifici, che la porta nuovamente a stare bene con il suo corpo in salute.
Roberto si rifugia nel cibo quando i suoi genitori si separano: un evento che segna la sua adolescenza portandolo all’isolamento e alla solitudine. Ma quando nasce sua nipote qualcosa scatta dentro di lui, vuole ricominciare a vivere, e ci riesce, grazie a un supporto nutrizionale e psicologico.
Oltre lo stigma e i luoghi comuni
Quattro storie diverse, quattro persone ciascuna con il proprio vissuto personale, unico e speciale. Tutte accomunate da una stessa patologia: l’obesità. Una vera e propria malattia cronica, complessa e multifattoriale, affrontata e raccontata con una semantica nuova, oltre lo stigma della grassofobia, attraverso il documentario “Corpo libero”, scritto e diretto da Donatella Romani e Roberto Amato, prodotto da Telomero Produzioni con il patrocinio dell’Associazione pazienti Amici Obesi e realizzato con il contributo non condizionante di Lilly.
Il film vuole superare i luoghi comuni associati a questa malattia e incoraggiare le persone che ne soffrono a intraprendere un percorso di cura.
«Volevamo trovare un equilibrio nella narrativa sull’obesità», dicono Donatella Romani è Roberto Amato. «Da un lato c’è una società intrisa di grassofobia che giudica e stigmatizza i corpi non conformi agli standard di bellezza, generando una profonda solitudine e frustrazione in chi non riesce a perdere peso, dall’altra c’è il rischio che la pur giusta accettazione di sé, lega ta al “body positivity”, faccia dimenticare che il peso in eccesso non è una mera questione estetica, ma un problema di salute che può avere gravi conseguenze nel tempo. L’obesità come ogni patologia va diagnosticata e curata e oggi la ricerca scientifica per la prima volta mette a disposizione terapie che possono ridurre i fattori di rischio e le patologie legate all’obesità».
Le voci degli esperti
Alle voci di Iris, Marco, Maria e Roberto si affiancano quelle della professoressa Anna Maria Colao e del dottor Edoardo Mocini. I due specialisti illustrano i meccanismi biologici alla base dell'obesità e spiegano le nuove possibilità terapeutiche che possono aiutare le persone alle prese con questa malattia cronica a ritrovare la propria salute.
Togliersi un peso e vivere felici
“Corpo libero” è un racconto corale, appassionato, vero, intimo e sincero. E insieme, ispirazionale: passo dopo passo i quattro protagonisti e i due clinici dimostrano che con il giusto approccio e grazie a un supporto nutrizionale e psicologico è possibile guarire dall’obesità e quindi ritrovare la propria salute, la libertà di vivere appieno e con gioia. «Speriamo che il docufilm possa aiutare chi in questo momento non ha la forza di reagire», dicono i protagonisti. «Speriamo soprattutto che la società possa diventare più inclusiva e accogliente con chi ha problemi di peso».
Il primo ottobre l’Italia ha varato, primo Paese al mondo, una legge che definisce l’obesità una patologia cronica, una condizione che riguarda, solo nel nostro Paese, oltre 6 milioni di persone.
La voce narrante è quella di Stefania Rocca, attrice icona del cinema italiano, che accompagna lo storytelling con riflessioni intime e potenti. «Non tutti nascono farfalle e i bruchi non sono consapevoli che un giorno diventeranno farfalle e soprattutto i cambiamenti sono faticosi, richiedono tempo e fanno un po’ paura», dice Rocca, che nel film guida lo spettatore a riflettere sui corpi imprigionati dall’obesità.
Dopo l’anteprima alla Festa del Cinema di Roma (guarda il video story alla Festa del Cinema su YouTube), il documentario “Corpo libero” è andato in onda su LA7 ed è ora disponibile su Rivedi LA7 e su Amazon Prime Video.
"Corpo Libero", il trailer
Dall'alto, sotto la foto di copertina, alcuni volti del docufilm "Corpo Libero" (su Prime Video): Iris Sani, Presidente della Onlus AMICI OBESI, che ha patrocinato l'opera; Marco; Maria; Roberto.
Nella foto di gruppo, il cast e la produzione del docufilm Corpo Libero sul tappeto rosso della festa del cinema di Roma. Sotto, l'attrice Stefania Rocca, voce narrante nel lungometraggio.
© Riproduzione riservata
Perché tutti stanno postando foto e trend del 2016

Il 2026 è il nuovo 2016.
Sicuramente già visto questa frase sulle vostre bacheche social, soprattutto su Instagram e TikTok. Utenti che stanno rispolverando foto, filtri, look e riferimenti dell’anno che ora sembra un’epoca d’oro digitale: il 2016.
Non si tratta solo di una semplice tendenza, di un salto nel passato per gioco, ma di una riflessone culturale, che racconta come molti stiano guardando indietro con nostalgia verso un tempo percepito come più semplice, spontaneo e autentico.
Ma cosa significa davvero il trend 2016 e perché sta prendendo piede proprio ora? Ecco la risposta.
(Continua sotto la foto)
Che cos’è il trend del 2016
“2026 is the new 2016” è un movimento di nostalgia digitale che sta spopolando sui social da inizio anno. Gli utenti condividono foto e video risalenti a dieci anni fa, spesso con filtri vintage o estetiche che ricordano i primi anni dell’era smartphone, come effetti sgranati e selfie con filtri di Snapchat.
L’hashtag #2016 è tornato virale e conta milioni di post, mentre molte clip includono riferimenti alla cultura pop di quel periodo; dalla mania di Pokémon Go alle hit musicali che definivano l’estate, fino all’abbigliamento iconico con skinny jeans, maxi orecchini, chokers.
Come e perché è nato questo fenomeno
Alla base di questo boom nostalgico ci sono diversi fattori. In primo luogo, il 2016 segna un periodo che molti ricordano come spensierato, soprattutto rispetto all’attuale contesto globale e digitale più frenetico e complesso.
Esperti di social media e cultura digitale sottolineano che per molti utenti, soprattutto millennial e parte della Gen Z, il 2016 rappresenta un tempo precedente alla saturazione degli algoritmi, alla pubblicità invasiva e alla cooptazione dei social da parte dell’intelligenza artificiale. La piattaforma stessa (Instagram, ovviamente) era meno curata, più casual. Un luogo di condivisione semplice piuttosto che uno spazio di branding personale.
Proprio per questo, in un periodo in cui le notizie globali sembrano sempre più pesanti e le piattaforme digitali più performative che mai, guardare al passato è diventato un modo per ritrovare leggerezza e autenticità.
Una nostalgia che va oltre le immagini
Il ritorno al 2016 non è solo un tuffo nei vecchi selfie con filtri: è una risposta emotiva a un presente percepito come frammentato e iper-curato.
Secondo gli esperti di comunicazione, infatti, molti utenti ricordano quel periodo come un’epoca in cui la condivisione era spontanea, l’estetica meno meditata e l’esperienza digitale più leggera, prima delle dinamiche algoritmiche che oggi dominano ogni feed.
La nostalgia si esprime in modo lieve e giocoso, ma al tempo stesso intenso, perché non riguarda solo la memoria personale: riporta in vita un’epoca in cui i social (Instagram in particolare) erano meno performativi, meno perfezionati e più “reali”.
E mentre le conversazioni sulla nostalgia virtuale continuano a dominare i social, c’è chi invita a non dimenticare che il 2016 non era perfetto; e che ogni epoca, per quanto ricordata con affetto, ha le sue complessità. Ma forse è proprio nell’idea di semplicità che tanti stanno trovando, oggi, un piccolo spazio di conforto.
© Riproduzione riservata
Una nuova collezione di IKEA prova a guarirci dallo stress facendoci giocare

Storing is boring, a meno che non si usi il gioco per farlo. Lo ha dimostrato Mary Poppins schioccando le dita, lo proclama Ikea a ogni nuova collezione. E ancora di più oggi che lancia GREJSIMOJS, una linea che proprio dal gioco prende spunto per realizzare prodotti che piacciano sia ai grandi che ai piccoli.
33 pezzi dedicati all'importanza del gioco come migliore alleato contro lo stress - una ricerca dell’IKEA Play Report ha dimostrato infatti che il gioco aiuta a ridurre lo stress e stimolare creatività e curiosità anche negli adulti.
Da lì la trasformazione degli oggetti di uso comune in elementi divertenti, che si tratti di un gattino porta oggetti, un pouf che al suo interno nasconde uno spazio di archiviazione (e dei denti da mostro) o di un cactus appendiabiti su cui lanciare il cappello al rientro a casa come un cowboy nei saloon.
O, ancora: cuscini a forma di peluche o colorati e impilabili uno sull'altro, casse bluetooth a forma di porcellino, soprammobili che si montano e smontano per creare forme e animali diversi.
(Continua sotto la foto)
La collezione è nata da un appello aperto ai designer: immaginate una casa divertente, che lo sia per i bambini ma anche per i grandi.
Hanno risposto in 20 designer, e le creazioni di 12 di loro sono poi diventate questi 33 prodotti che due anni dopo quell'appello arriveranno nei negozi Ikea di tutto il mondo.
Per realizzarla, i designer hanno reinterpretato gesti e giochi dell'infanzia trasformandoli in oggetti utili quanto divertenti.
«Le nostre giornate sono piene di cose da fare, ricordare, sbrigare. Il nostro intento è stato quello di alleggerire parte di quello stress, cercando di sostituire ai piccoli momenti stressanti piccoli momenti di svago. Tuo figlio entra in casa e butta per terra giacca e cappello? Forse se la sfida è quella di lanciare il cappello sul braccio di un cactus come fosse un cowboy non lo farà più. Riordinare ti annoia? Vedere i denti all'interno di un pouf che si rivelano potrebbe regalarti un sorriso», ci spiega Maria Törn, Range Area Manager di Ikea, «vogliamo che il gioco diventi parte integrante della casa».
E in effetti la collezione, con cui abbiamo giocato che abbiamo visto dal vivo in anteprima, ti porta davvero a giocare.
O ad accarezzare la testa di una lampada a forma di giraffa seduta, che si accende e si spegne schiacciandole il naso.
«Abbiamo visto che la collezione avrebbe funzionato quando abbiamo notato che gli stessi designer si affezionavano ai prodotti che c'erano in ufficio», racconta Akanshka Deo, una delle designer della collezione.
«Ogni prodotto Ikea viene fatto testare nelle case dei dipendenti, per verificarne la qualità, la comodità e il funzionamento, ma in questo caso anche prima di entrare nelle case il feedback era chiaro: chi passava di fianco a una scrivania dove c'era una lampada a forma di cagnolino non poteva fare a meno di accarezzarla».
In questo caso, poi, il test è stato fatto fare anche ai bambini, a cui è stato chiesto di interagire con i prodotti per verificarne la funzionalità.
«Per un adulto il gioco non è più intuitivo come lo è per un bambino mentre volevamo che questi prodotti lo fossero per consentire anche agli adulti di ottenerne i benefici», spiega Maria Törn.
«Anche la scelta dei colori rivela la doppia destinazione dei prodotti: non colori primari ma la loro variante più sabbiosa o elaborata: i cuscini impilabili hanno volontariamente dei toni che piacciono ai bambini ma che stanno bene nelle stanze degli adulti», riprende Akanshka Deo, «proprio perché la destinazione di questa collezione non è necessariamente la stanza dei bambini, ma è un invito per tutti a giocare».
La collezione GREJSIMOJS, che si pronuncia come se le J fossero I (greisimois) e che in svedese significa più o meno piccola cosa divertente, o oggettino divertente, sarà in vendita nei negozi IKEA e online a febbraio 2026
© Riproduzione riservata