Piace a troppi... e non è il film con Brigitte Bardot

Se a metà degli anni Cinquanta, Brigitte Bardot non avesse accettato di girare un film a Saint Tropez, questo piccolo paradiso di fama internazionale sarebbe rimasto un villaggio di pescatori sconosciuto: i personaggi cambiano la storia e spesso, inconsapevolmente, entrano a far parte della tua.
Se a metà degli anni Cinquanta, Brigitte Bardot non avesse accettato di girare un film a Saint Tropez, questo piccolo paradiso di fama internazionale sarebbe rimasto un villaggio di pescatori sconosciuto: i personaggi cambiano la storia e spesso, inconsapevolmente, entrano a far parte della tua.
La mia vacanza a Saint Tropez ne ha prodotti diversi e come succede nei titoli di coda, a discrezione del regista, i miei personaggi sono elencati in ordine di apparizione.
Sylvie, la responsabile dell’accoglienza clienti dell’albergo, è colei che cerca di assicurarsi che la vacanza stia procedendo nel migliore dei modi.
Bionda, carina, look azzeccato, modi gentili, inglese perfetto: io la schivo come la peste.
Se nella prossima vita ho già deciso di vivere a Londra per un anno e di portarmi a casa la padronanza della lingua, in questa, vivo con la presunzione di poter parlare inglese alla stessa velocità supersonica con cui parlo italiano, ma siccome non ci riesco, nel momento in cui Sylvie mi porge qualche domanda di routine, vado in ansia. Mi concentro sulla posizione delle ED, delle S, sui tempi verbali, sui sostantivi, sui pronomi e di solito, escono combinazioni imbarazzanti che il pudore mi impedisce di riportare.
Meglio uscire, prendere la macchina e raggiungere la spiaggia, dove non mi viene chiesto nulla che esca dall’ordinario. La nostra preferita è quella del Club 55 di Ramatuelle. Sarà per la sua semplicità elegante, per il mood rilassato, per il profumo inebriante di pittosforo, ma forse più per i ragazzi che si occupano di parcheggiare le auto dei clienti: al confronto, i California Dream Man sono niente.
Il problema è che sembrano tutti innamorati di Giaco, si esaltano quando lo vedono, urlano il suo nome senza sbagliarlo e lo raggiungono ancora prima che possa entrare nel parcheggio, prendono possesso dell’auto ferma in colonna, e gli danno il cinque. Io, Emma e Carola non veniamo neppure calcolate. Come se non bastasse, Giaco ha i suoi ammiratori anche in spiaggia.
John si annuncia con ‘All around the world’ di Lisa Stansfield, prima arriva la musica, poi un fascio di bolle di sapone e infine lui: un ragazzo di colore che si vanta di avere ottime capacità nell’arte del massaggio. Cerca di convincere Giaco con il suo slogan: ‘are you ready daddy?’, ma lui non ha ancora ceduto.
A Saint Tropez è tutto magico, infatti ci sono i maghi. Si esibiscono nei ristoranti, ci tengono compagnia tra il dolce e il caffè e noi ne abbiamo due: uno è un fenomeno, l’altro no. Per non rovinare la carriera del secondo, preferisco non chiamarli per nome: gli darò quello di una carta pescata a caso dal mazzo: uno è il re di cuori, l’altro il due di picche.
Il primo fa comparire una Birkin sul tavolo solo schioccando le dita, l’altro è talmente stufo dei soliti giochetti che ti svela pure i trucchi del mestiere: vuole cederti il posto. Lo abbiamo visto una volta sola, poi è sparito: puff.
La signora di Lulù — il mio negozio ufficiale di abbigliamento mare — quest’anno, invece, non si è vista per niente, era un po’ anziana: speriamo bene. E nonostante i negozi ci abbiano dato modo di conoscere parecchi personaggi divertenti, sono i ristoranti che hanno messo in scena i veri attori.
Emma vive di tennis e sushi, Carola di balletti e carboidrati. Trovare un giusto compromesso per portarle a cena e accontentarle entrambe sembra impossibile, ma a Saint Tropez non lo è: la soluzione si chiama Le Quai. Il ristorante sul porto dove cucinano sushi e le ballerine fanno spettacoli.
A sacrificarmi sono solo io: le ballerine hanno venticinque anni di meno, un décolleté di tutto rispetto e un posteriore che sembra sollevato dal getto d’aria di un compressore.
“Papà, hai visto la ballerina rossa com’è bella? Balla come Beyoncé!”
Uno contro tutti.
A salvarmi da questa congiura è Senequier, il mio ristorante preferito.
Anche lui è sulla via del porto, il primo di una lunga fila di locali con insegne al neon, che illuminano il lato destro della strada rubando la scena agli yacht mozzafiato attraccati dalla parte opposta.
Le persone camminano e io le osservo: mi piace pensare che possano suggerirmi una sfumatura, un gesto, una reazione, e tutte sono curiose. Sembra che non sappiano da che parte guardare, verso le barche, verso i clienti che sono seduti ai tavoli, verso la Capoeira che sta per esibirsi. E stasera, seduta su questa sedia rossa che assomiglia a un trono, posso godermi tutto lo spettacolo.
Da Senequier si mangia bene, ma vengo qui solo per Jean-Robert De la Cruz, il direttore, la versione francese di Julian di American Gigolò — solo con trent’anni di più, anche se portati benissimo.
Basta guardarlo in faccia per capire l’idea che ha di sé, la sua espressione ricorrente è traducibile in: ‘mi dispiace, io so’ io, e voi non siete un c***o.’ In pratica, un Marchese del Grillo in versione tropezienne, ma raffinato e gentile.
È lui a occuparsi di Karl Lagerfeld, che tutte le sere, alla stessa ora, viene a sedersi qui per mangiare il gelato.
Eccolo, sta arrivando.
Il mio tavolo è distante dal suo, ma riesco a vederlo mentre va a sedersi: ha cambiato compagnia, non ci sono più Brad Kroenig e i suoi bambini, è con Baptiste Giabiconi, un altro dei suoi modelli prediletti.
Emma e Carola sono attratte da Karl, ma la loro è una curiosità più intellettuale che indiscreta, lo studiano. Solo qualche sbirciatina ogni tanto, giusto per non dare nell’occhio, e fanno considerazioni riguardo al suo aspetto:
“Sta meglio con la barba, è più misterioso.” dice Carola.
“Porta sempre gli occhiali, anche di sera: Karl è sempre misterioso.” precisa Emma.
“E come hai detto che si chiama il ragazzo che è con lui?” mi chiede Giaco.
“Baptiste.”
“Mamma, sai che Karl gli ha appena fatto assaggiare il gelato?”
Carola me lo dice stupita, quasi intenerita da quel gesto.
Non posso voltarmi a guardare: mi scoprirebbe, e se una parte di me ringrazia per essere seduta di spalle, l’altra si dispiace per essersi persa una scena epica. Quella in cui uno dei pilastri della moda imbocca uno dei suoi pupilli, come un bambino.
“Ti sarà solo sembrato.” dico in tono sommario per chiudere in fretta l’argomento.
Ma Carola ha già dimenticato Karl, Baptiste e pure il gelato: è arrivato Mingo e ora, esiste solo lui.
Mingo è ‘il capo della Capoeira.’ Ha un fisico da infarto, due occhi dolcissimi e un sorriso che scioglie. Carola lo ha ufficialmente decretato il più bello di Saint Tropez — Para Você, Para Você.
“È anche più bello di Justin Bieber.” esclama mentre lo vede arrivare.
Vorrei dire qualcosa, tipo: ‘papà è più bello’, ma non sarei credibile, meglio dirottare l’attenzione su altro.
“Nella prossima vita,” dico ad alta voce, quasi fosse un proclama, “quella che verrà dopo aver imparato a parlare inglese alla velocità della luce, farò la ballerina al Le Quai.”
“Mamma, ma tu sei piatta.”
Lo dicono tutte e due quasi all’unisono.
“Però mi muovo bene.”
E prima che possano mettermi in ulteriore imbarazzo — davanti al loro padre — elencando altre differenze tra le ballerine e me, Mingo e ‘l’amici sua’ cominciano a esibirsi.
Il rullo di tamburi, ci mette tutti sull’attenti.
Emma e Carola, ormai entrare a far parte del team, vengono chiamate dai ragazzi per reggere una corda da due estremità, alzano le braccia più che possono e fissano l’altezza che Mingo dovrà superare con un salto: la tensione è altissima.
Io e Giaco rimaniamo seduti, lo vediamo prendere la rincorsa e spiccare il volo: una piroetta, un balzo, l’applauso generale.
Lo spettacolo è sempre lo stesso, ma è la nostra serata a non essere come le altre: domani partiamo e dobbiamo salutare.
Raggiungiamo le bimbe in strada e promettiamo di rivederci l’anno prossimo, ma Carola piange tutte le lacrime che ha in corpo: sembra me quando muore Marley in ‘Io e Marley.’
Anche Mingo le dice ciao con gli occhi lucidi, le dà un bacio sulla fronte e si allontana.
Torniamo a tavola, cercando di consolarla, ma è la Mrs. Doubfire del porto a restituirle il sorriso.
Una copia fedelissima all’originale: stessi vestiti, stessi occhiali, stessa parrucca.
È identica. Se non fosse che viaggia a bordo di una motoretta velocissima, mi verrebbe da rincorrerla per fargli una foto: dove lo trovo un altro pazzo che si veste così?
E mentre giunge l’ora di chiedere il conto,
una coppia di signori anziani si avvicina a uno degli yacht più belli: La Gazzella.
Le luci della barca sono i loro riflettori, sono stelle di Hollywood. Si tengono per mano, si guardano e da dietro quegli occhiali da vista — uno è presbite, l’altra miope — riesco a vedere i loro sguardi. Forse non sono carichi di passione ardente, ma sanno che significa avere una forte intesa.
Mi volto verso Giaco, anche lui li sta osservando: sta pensando, lo so.
“Enri, se quelli fossimo noi tra qualche anno?” mi chiede sorridendo.
“Ti dirò: invecchiando, mi vedrei meglio con uno stile più rock di quello della signora, ma per il resto, direi che non è male come prospettiva.”
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«Non ce la farete a ricacciarci in casa»: l'editoriale di Silvia Grilli
Le Olimpiadi sono finite ma non riesco a smettere di ascoltare Eileen Gu, un oro e due argenti per la Cina a Milano Cortina 2026. È l’atleta più vincente nella storia dello sci acrobatico, modella, studentessa universitaria a Stanford. Dopo le tre medaglie, ha detto: «Ciò che conta è poter mostrare al mondo ciò di cui sono capaci le donne».
RIPENSO A PIERRE DE COUBERTIN, FONDATORE DEI GIOCHI OLIMPICI, SECCAMENTE CONTRARIO ALLA PARTECIPAZIONE FEMMINILE ALLE OLIMPIADI. Sosteneva che noi servissimo solo a incoronare i vincitori maschi. Vedere gareggiare i nostri corpi sarebbe stato uno spettacolo osceno e inadeguato. Con la sua bellezza e il suo talento, Gu se lo sarebbe mangiato vivo, come si è mangiata il giornalista che, dopo le sue prime due medaglie, le ha chiesto come mai avesse vinto solo l’argento. Lei gli ha riso in faccia con il suo bel viso sfrontato: «Sono la sciatrice acrobatica più decorata della storia, sto compiendo imprese mai fatte prima, mostrando lo sci migliore. La sua prospettiva è ridicola».
LA AMO. SE RICORDO COM’ERO TIMIDA IO A 22 ANNI, MI SENTO MALE. ALLA SUA ETÀ CAMMINAVO RASENTANDO I MURI. NON VOLEVO, NON PRETENDEVO. CI HO MESSO DECENNI A COMPLIMENTARMI (A VOLTE) PER CIÒ CHE FACCIO. ANZI, ANCORA SONO RILUTTANTE. E allora ascolto Gu. Sento la forza di Francesca Lollobrigida, che hanno cercato di ridurre a mamma e basta, perché «campionessa» per una donna è sempre troppo. Sento la gioia portentosa di Alysa Liu, che ha pattinato per se stessa, senza ascoltare nessuno, come voleva lei e ha vinto l’oro. Ascolto la libertà della pattinatrice Amber Glenn, che ci ha incantati al gala finale, e non ha mai smesso di esprimere le sue opinioni: «La gente ritiene che siamo solo atleti. “Pensa al tuo lavoro”, dicono. “Non parlare di politica”. Invece no, la politica ci riguarda tutti».
PERCIÒ MI DICO: AL NETTO DI TUTTO, NON VA COSÌ MALE PER NOI DONNE. La parità, con la partecipazione femminile a tutte le gare olimpiche, l’abbiamo raggiunta solo nel 2012. Ma voi avete visto quale spettacolo di forza, di consapevolezza, di autostima, non solo di grandissimo valore sportivo, ci hanno dato queste ragazze?
Sapete che c’è? Togliete pure la parola «consenso» dalla legge sullo stupro, togliete anche le quote rosa dai consigli di amministrazione come stanno facendo in America, lodateci pure solo quando siamo madri, oscurando tutti gli altri talenti. Rappresentateci pure come il vicepresidente americano J. D. Vance, che ostenta in giro la moglie alla quarta gravidanza come lezione di quello che dovrebbero fare le donne: ritirarsi dal lavoro e dare figli alla Patria. CONTINUATE PURE, MA IL SENTIERO È BEN SEGNATO. NON AVRÀ SUCCESSO LA VOSTRA RESTAURAZIONE. LE RAGAZZE NON VI ASCOLTANO PIÙ.
P.S. Gu è nata a San Francisco, ma ha scelto di competere per la Cina, il Paese di sua madre. Vance insiste che dovrebbe rappresentare l’America alle Olimpiadi. Come mai il più sfrenato dei nazionalisti improvvisamente vuole gli stranieri? Gu gli ha risposto: «Grazie J. D., ma se non vincessi non te ne importerebbe». Esatto.
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Grazia celebra Sanremo 2026 con quattro cover esclusive dedicate a Elettra Lamborghini, Malika Ayane, Arisa e Levante
Il nuovo numero di Grazia, in uscita in tutte le edicole e su app dal 26 febbraio, celebra il Festival di Sanremo con uno speciale dedicato alle protagoniste della musica italiana. La rivista diretta da Silvia Grilli propone infatti quattro cover esclusive, dedicate ad Arisa, Malika Ayane, Levante ed Elettra Lamborghini.
“Quattro servizi fotografici esclusivi, quattro interviste, quattro diverse copertine rimarcano la forza di Grazia e il talento di queste artiste. Così celebriamo il rito nazionale del Festival di Sanremo”, dichiara la direttrice Silvia Grilli.
Arisa porta sul palcoscenico la sua vita, tra gioia, dolore e l’oceano della passione, in quella che definisce la sua “favola”. Malika Ayane torna a Sanremo con una canzone d’amore che esplora la scoperta della normalità e della felicità, mentre Levante conquista con la sua passione travolgente. Elettra Lamborghini condivide invece la sua vita da Elettra, tra il cognome che porta e il desiderio costante di superare i propri limiti.
L’edizione di quest’anno è raccontata anche da Carlo Conti, tra le canzoni in gara, i grandi ospiti e le polemiche sul comico Andrea Pucci. Il direttore artistico svela poi la sua formula per lo show italiano più seguito, offrendo un punto di vista esclusivo dietro le quinte della kermesse musicale. Segue Michele Bravi, che torna sul palco dell’Ariston con la canzone Prima o Poi e lo spirito di chi, nell’ultimo anno, ha voltato pagina, andando in cerca di nuova musica e di sé stesso, senza perdere la voglia di emozionare.
Passando alla sezione 10 storie di cui parlare, Grazia affronta temi cruciali dell’attualità - dalle domande che feriscono le donne vittime di abusi al potere terapeutico dell’arte, dal coraggio civile alle riflessioni sulle quote rosa negli Stati Uniti - mentre nell’inchiesta Noi che a 30 anni siamo uniche dà voce ai trentenni di oggi, una generazione che sta ridefinendo priorità, ambizioni e modelli di riferimento, tra carriera, equilibrio personale e desiderio di autenticità.
La moda occupa uno spazio centrale nel numero, in perfetta sintonia con la Milano Fashion Week. Grazia intercetta l’energia e le aspettative di una momento cruciale per il sistema moda internazionale con uno speciale ricco di ispirazioni, tendenze e interpretazioni contemporanee. Dalle suggestioni british al ritorno dell’estetica Anni 70, dal rosso ribelle ai giochi di contrasti più sofisticati, il racconto si sviluppa tra passerelle ideali e street style, accessori e pagine shopping pensate per tradurre i trend in scelte concrete.
Chiudono l’edizione le pagine dedicate alla bellezza, con un focus sul make-up primaverile e sugli incontri che dimostrano come la collaborazione possa diventare forza condivisa.
Ma il Festival e la moda si vivono anche online: sul sito e i canali social di Grazia, i lettori e gli utenti potranno seguire tutto in tempo reale, scoprire il backstage, ammirare i look delle star, approfondire interviste e curiosità dagli eventi più esclusivi e lasciarsi ispirare dai trend della moda, per un’esperienza digitale completa che integra musica, stile e lifestyle e amplifica il dialogo con la fashion week milanese.
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Krug e Max Richter traducono in musica un'annata di emozioni
Un concerto straordinario per celebrare un’annata straordinaria. Siamo nella Roundhouse di Londra, a Camden Town. È il 10 febbraio e seduto al pianoforte c’è il compositore Max Richter, uno dei talenti più acclamati della musica contemporanea.
In prima fila ad applaudirlo ci sono volti noti come gli attori Pierce Brosnan, Lily James e Kristin Scott Thomas, ma anche Olivier Krug, sesta generazione della famiglia e ambasciatore della Maison. Accanto a loro, anzi accanto a ogni componente della platea, ci sono tre calici che verranno riempiti per ogni brano di questa esibizione unica.
Si tratta del nuovo capitolo del viaggio musicale che Krug ha chiamato Every Note Counts, ogni nota conta, affidando a un musicista di fama mondiale il compito di tradurre in musica lo spirito delle sue cuvée.
Richter ha intrapreso un viaggio nel tempo verso un anno straordinario per tanti motivi diversi, il 2008. Ve lo ricordate? L’elezione alla Casa Bianca di Barack Obama, la grande crisi finanziaria globale, Katy Perry che impazzava nelle radio con I Kissed a Girl. Quella del 2008 fu un'annata straordinaria anche in Champagne: nelle campagne francesi l'inverno fu freddo, l'estate clemente, e il sole tornò proprio al momento giusto, in settembre, pochi giorni prima della vendemmia.
«È molto raro assistere a un allineamento dei pianeti così perfetto da offrirci tre “movimenti” nella stessa stagione. La missione di Krug è creare ogni anno una prestige cuvée che sia come una sinfonia, ma non sempre possiamo avere altre storie da raccontare come accaduto nel 2008», dice Julie Cavil, Chef de Cave di Maison Krug. «Le condizioni fresche, i contrasti morbidi e una maturazione lenta e costante hanno permesso alle uve di svilupparsi con un equilibrio e una precisione straordinari. I vini che ne nascono incarnano eleganza, verticalità e un'austera, sottile compostezza».
Grazie anche a quelle uve maturate in una stagione senza precedenti Cavil ha creato tre cuvées: il Krug Clos d'Ambonnay 2008, nato da un solo pregiatissimo appezzamento di Pinot Noir; il Krug 2008, il millesimato che celebra il carattere distintivo di quell'anno particolare; e il Krug Grande Cuvée 164ème Édition, assemblaggio di oltre 120 singoli vini di oltre 10 annate diverse.
Max Richter ha risposto a queste creazioni componendo tre brani musicali originali ispirati a ciascun vino:Clarity, dove i protagonisti sono gli strumenti solisti che raccontano un solo terreno, una singola uva e un singolo anno; Ensemble, un crescendo armonico che suona come un dialogo tra più voci; e Sinfonia, dove la pienezza dell’orchestra va a riecheggiare la ricchezza che compone il Krug Grande Cuvée 164ème Édition.
Per dare vita a questa creazione Richter ha visitato le proprietà Krug a Reims e Ambonnay, in Francia. Ha passeggiato tra le vigne, messo le mani nella terra, osservato la curva della luce che accarezza i grappoli. Cavil ha poi fatto visita alla casa laboratorio del compositore, immerso nella natura dell'Oxfordshire, in Gran Bretagna. Nelle apparecchiature dello studio musicale, nei canali dei mixer, ha quasi riconosciuto i filari delle sue amate vigne.
Entrambi hanno trovato similitudini tra i loro mondi: «Il mio lavoro è fatto di materiali che sono gli stessi da secoli», dice Richter, «è una continua connessione tra il presente e il passato, ma alla fine lavoriamo tutti con ciò che non conosciamo: Julie non sa che cosa la terra darà ogni anno e questo è il prezzo della scoperta. Ed è molto stimolante». Continua Richter: «Il lavoro creativo è come metà di una conversazione. Fai una domanda e aspetti la risposta di chi hai davanti. Quello che ottieni lo chiamiamo cultura».
Il risultato dell’incontro tra cuvées de prestige e musica è ora a disposizione di tutti con il trio di champagne chiamati Krug from Soloist to Orchestra in 2008 - Act 2. Un’armonia nuova che si può cominciare a conoscere guardando il documentario disponibile qui e ascoltare anche sulle principali piattaforme di streaming. Un invito a vivere ogni esperienza con la lentezza che merita. E immergersi nella musica con un calice in mano per sentire profumi tra le note musicali, accompagnati dalla luce che ha dato vita a un'annata indimenticabile.
Nelle foto, dall'alto:
Max Richter in concerto a Londra
Max Richter con le tre Cuvées de Prestige Krug
Max Richter con Julie Cavil, Chef de Cave di Krug
Un'altra immagine del concerto di Londra
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«Sorridi e fa' la brava, sei una donna»: l'editoriale di Silvia Grilli
Alzi la mano la donna che non si è mai sentita dire: «Dovresti sorridere di più». Kaitlan Collins, giornalista dell’emittente televisiva CNN, ha chiesto a Donald Trump: «Che cosa risponde alle vittime di Jeffrey Epstein, che chiedono giustizia?».
TRUMP, CHE COMPARE IN PIÙ DI 5.300 DOCUMENTI DELL’INCHIESTA SULLA RETE DI POTENTI CHE ABUSAVA DI RAGAZZINE MINORENNI, L’HA ATTACCATA: «Sei pessima, la peggiore reporter. Non mi stupisco che la CNN sia così svalutata. È colpa di gente come te».
Rivolgendosi al suo staff e agli altri cronisti, che assistevano senza proferire parola, il presidente ha aggiunto: «Sapete, è giovane». Poi, ancora a Collins: «Non penso di averti mai vista sorridere. Ti conosco da 10 anni. Non ho mai visto un sorriso sul tuo viso».
MENTRE GUARDAVO LA SCENA, MI SONO SENTITA RIBOLLIRE. NON PERCHÉ FOSSE SCONVOLGENTE. MA PERCHÉ NON LO ERA. Alle donne viene insegnato sin da bambine a essere docili, accoglienti, affettuose. Per tutta la vita ci fanno credere che la migliore versione di noi stesse sia fare sentire gli altri a proprio agio.
Sorridere esprime obbedienza. Il presidente avrebbe voluto che Collins lo facesse. SORRIDI, FAMMI CREDERE CHE IO TI PIACCIA. PORGIMI DOMANDE COMPIACENTI COME MI PORTERESTI LA COLAZIONE IN CAMERA.
La nostra società trova sempre giustificazioni ai peggiori comportamenti maschili. Ci sono volute più di mille vittime prima che l’America capisse che il finanziere Epstein non fosse un aitante libertino con amici influenti, tra cui lo stesso Trump. No, era un predatore seriale, con un’organizzazione finalizzata all’abuso sessuale e al traffico di minorenni.
Eppure, ancora oggi il problema non sono il pedofilo e i compagni di merende. Trump zittisce una giornalista che esige da lui la verità. INSEGNIAMO ALLE NOSTRE FIGLIE CHE AVERE UNA VOCE È PIÙ IMPORTANTE CHE ESSERE AMABILI.
Nessuno chiederebbe a un maschio perché non sorride. Un uomo austero è sinonimo di solennità. Ma Collins è una donna. DOVREMMO MOSTRARCI BELLE CONTENTE ANCHE QUANDO CHIEDIAMO GIUSTIZIA PER VIOLENZE SESSUALI. E COMUNQUE NON SAREMMO MAI ABBASTANZA DOCILI DA MERITARE IL PERDONO PER AVER SFIDATO GLI UOMINI.
ALLE LETTRICI E AI LETTORI
Da questo numero, Grazia si rinnova. Rafforza il suo punto di vista, evolve in autorevolezza e ricercatezza. Nell’epoca della velocità dei social media, diventa quindicinale, privilegiando l’affidabilità e la competenza, storie vere e verificate, la moda più desiderabile, il tempo per la lettura. Cambiamo, ma non cambiamo l’anima. Resteremo quello che siamo: amanti della libertà e della bellezza. Buona lettura. Scrivetemi che cosa ne pensate. Un abbraccio.
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