Marieme Anna Sene Soumare: "Con il mio lavoro trasformo i sogni in realtà"
Tutto ha inizio da una fanpage dedicata ad Ariana Grande. Marieme Anna Sene Soumare, meglio conosciuta online con il soprannome Taitù e il nickname Cowrie (la conchiglia senegalese portafortuna che ha sempre con se come gioiello anche in queste foto) si appassiona ai video e all’editing già da adolescente trasformando la reclusione dovuta alla pandemia in un momento creativo e di sperimentazione diventando presto lei stessa la protagonista dei suoi contenuti.
Su Tik Tok scopre realtà diverse dalla sua, ragazze nere soprattutto fuori dall’Italia, fiere della propria identità, e decide di diventare un riferimento per gli adolescenti come lei di seconda generazione che vogliono vedersi rappresentati nel mondo reale come in quello dei social e della moda.
«Tutti mi dicono che all’estero lavorerei molto di più, ma io voglio stare qui, sono italiana, amo tutto dell’Italia, e voglio esplorare il mondo creativo nel mio paese» ci dice con entusiasmo durante la lunga chiacchierata che facciamo al ristorante Le Segrete a Castel Hörtenberg a Bolzano, location esclusiva che ha ospitato il bellissimo servizio fotografico scattato da Sara Reverberi che vedete qui sotto.
Tra corsetti che strizzano l’occhio a Cime Tempestose e lunghi abiti fluttuanti Marieme ci ha raccontato il suo lavoro, la sua storia e i suoi sogni per il futuro.
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Raccontaci di te. Quando hai iniziato a creare video?
Ad essere sincera prima di Ariana Grande c’era la TV. Ne guardavo tantissima da piccola: mi teneva compagnia perché stavo spesso a casa da sola — mia mamma lavorava, mio fratello anche — quindi in qualche modo è lì che ho iniziato ad assorbire immagini, storie, estetiche. Parliamo più o meno del 2010, avevo 7-8 anni.
Poi, a un certo punto, la TV è stata sostituita dal telefono. Ed è lì che ho iniziato a creare. All’inizio in modo molto innocente: avevo una fanpage di Ariana Grande dove facevo grafiche, scrivevo facts, sceglievo font. Avevo 14-15 anni, quindi piena adolescenza, e per me era già un modo per esprimermi. Facevo anche video edits, erano gli anni di Vine (app di montaggio video brevi - ndr), e mi sentivo parte di quella community.
Se ci penso, quello che faccio oggi nasce proprio lì. Solo che all’epoca lo facevo su qualcun altro, non su di me. Non avevo ancora la sicurezza per mettermi davanti alla camera, quindi era più facile usare un’immagine esterna.
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E quando è arrivato il vero cambiamento?
Con TikTok e con la quarantena. È stato un periodo complicato: mia mamma era bloccata in Senegal, io vivevo con mio fratello, e nello stesso periodo è mancata mia nonna. Però, senza quel momento, non sarei quella che sono adesso. Ho avuto tempo per fermarmi e riscoprirmi.
Frequentavo ancora il liceo — avevo scelto relazioni internazionali per il marketing, più per una sicurezza futura che per reale passione — ma intanto continuavo a creare. Dopo le fanpage ho iniziato a fare edit di film e serie TV, tipo Teen Wolf o Romeo + Juliet. Scoprivo nuovi contenuti proprio grazie ad altri creator: vedevo un edit che mi colpiva e andavo a guardare il film, poi lo reinterpretavo a modo mio.
Pian piano ho iniziato a spostare il focus su di me. Anche grazie a TikTok, dove ho iniziato a vedere realtà diverse dalla mia — soprattutto ragazze nere, anche fuori dall’Italia, molto fiere della loro identità. Questa cosa mi ha aperto tantissimo la mente. In un certo senso ho sentito il bisogno di diventare anch’io un riferimento, di far vedere che è possibile lavorare nel mondo della creatività ed essere nera, ed essere italiana.
Durante la quarantena ho sperimentato tantissimo: look diversi, video con la videocamera VHS di mia mamma, styling improvvisati… tutto in modo completamente autodidatta. Poi ho iniziato a pubblicare con più costanza e, subito dopo, ho scoperto i FaceTime shooting. Tramite Instagram ho iniziato a conoscere persone a Los Angeles, Londra, Parigi. Era un modo nuovo di collaborare, molto creativo, e mi ci sono buttata.
Da lì è iniziato tutto a muoversi. I miei contenuti iniziavano a girare e sono arrivate le prime chiamate da Milano per degli shooting. A volte mi pagavano anche solo il treno, ma per me era già tantissimo: significava uscire dalla mia bolla.
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Quindi esci dal tua bolla, inizia a lavorare come modella e a frequentare Milano.
Sì iniziato a conoscere sempre più persone che lavoravano nell’ambito creativo e a lavorare come modella — per esempio in un video con Mecna e Frah Quintale — e a un certo punto ho capito che non potevo più restare ferma. Dopo aver assaggiato un minimo di libertà, Milano è diventata una chiamata vera e propria.
Così, nell’ottobre 2021, mi sono trasferita. Non per l’università, non con un piano preciso: semplicemente per vedere cosa sarebbe successo. Ero stanca di stare nel mio paese, che sentivo troppo piccolo, troppo giudicante. Avevo bisogno di spazio.
All’inizio non è stato facile. Milano è costosa e non avevo un grande supporto economico da parte della mia famiglia. Però lavoravo: facevo la modella e, contemporaneamente, iniziavo a ricevere richieste come content creator. I brand mi scrivevano direttamente, quindi piano piano riuscivo a mantenermi.
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Come mai hai deciso poi di iscriverti all’università?
L’idea dell’università c’era sempre stata, ma non avevo mai avuto le condizioni per farlo davvero.
Scegliere cosa studiare non è stato immediato. Ero indecisa tra psicologia — perché mi è sempre interessato capire le persone — e cinema, perché da piccola sognavo di fare l’attrice. Poi ho capito che quello che mi attraeva davvero era l’immagine, la costruzione visiva, il dietro le quinte. Così ho scelto graphic design e creative direction. Non sapevo esattamente cosa significasse all’inizio, ma c’era quella parola, “direction”, che mi risuonava. Guardando gli shooting su Instagram, mi interessava sempre capire chi c’era dietro: non solo il fotografo, ma chi aveva pensato tutto. E lì ho capito che volevo stare in quello spazio creativo.
Quanto sono stati importanti i Social Media nella tua evoluzione artistica e lavorativa?
Sono stati fondamentali. Mi hanno fatto capire cosa è possibile fare anche con pochissimo. E soprattutto mi hanno fatto vedere cose che prima non vedevo, anche a livello di rappresentazione. Non avevo molti esempi vicino a me, ma online sì: persone diverse, realtà diverse. E quando inizi a vedere certe cose, anche se non sono italiane, pensi: allora posso farlo anch’io.
Per questo, per quanto i social abbiano tanti lati negativi, per me i lati positivi sono stati enormi.
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Che rapporto hai con la tua immagine? E cosa significa per te avere stile?
Ho sempre cercato di vestirmi come volevo e vivere in una piccola cittadina non mi ha fermato. Ho avuto diverse fasi, una ispirata a Erykah Badu, più spirituale, quella EMO, più ribelle, ma ogni volta era legata a quello che stavo vivendo e passando in quel determinato periodo.
Al momento mi sento in una fase casual e elegante, ma sono sempre pronta a sperimentare.
In generale avere stile per me significa riuscire a trovare qualcosa di te in tutto, ma non solo in quello che indossi anche nel tuo modo di vivere, di pensare e riflette quello che sei ma anche quello che sei stato e quello che sarai.
Il concetto di stile per me non deve essere limitante. Non esistono persone “senza stile” nella mia concezione, perché ognuno ha il suo.
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Se dovessi descrivere il lavoro di Creative Director a chi non è del campo cosa diresti?
È un insieme di tutto quello che ho visto e trovato bello, interessante, significativo che viene trasformato in qualcosa di concreto e viene comunicato. È prendere tutte queste immagini, sensazioni, idee e dargli una forma.
È: rendere reale la mia immaginazione. Non lasciarla solo nella testa.
Io sono sempre stata una persona che sogna ad occhi aperti, continuamente. E quindi per me fare questo lavoro significa proprio quello: trasformare i sogni in qualcosa di reale.
Poi ovviamente c’è anche tutta una parte più pratica, che è forse quella più complessa. Non basta avere un’idea: devi riuscire a comunicarla agli altri. E non è scontato. Devi usare un linguaggio che non capisci solo tu, ma che arrivi anche a tutti, che sia condivisibile.
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Quali sono secondo te le capacità che deve avere chi vuole fare questo lavoro?
Essere Creative Director significa prima di tutto saper lavorare in gruppo. Quando lavori da sola fai tutto — modella, regista, fotografa — ma quando sei su un set entri in una dinamica diversa, con una crew. E lì diventa fondamentale l’apertura mentale. Non puoi essere rigida sulle tue idee: devi saper ascoltare, adattarti, accogliere anche i contributi degli altri.
Allo stesso tempo serve molta sicurezza. Devi credere nella tua visione, perché se non ci credi tu è difficile che ci credano gli altri.
Altre cose fondamentali: la pazienza, la flessibilità, la capacità di adattarsi — anche al budget, ai limiti, agli imprevisti. Mi è capitato spesso di fare più ruoli insieme, anche cose che teoricamente non mi spettavano, ma erano necessarie per portare a casa il progetto. E non puoi fermarti pensando “non è il mio lavoro”: se no non vai avanti.
C’è anche tantissima ricerca. Ricerca visiva, certo, ma anche osservazione. Tutto può diventare ispirazione: un’immagine, una scena, ma anche una persona che parla, il modo in cui si muove, una situazione quotidiana.
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Mi dicevi che la musica ti ispira tantissimo.
La musica per me è sempre stata un motore di immaginazione. Ho sempre ascoltato musica in modo quasi ossessivo, se mi incontri sono sempre con le cuffie. Sono quei momenti — magari in macchina, guardando fuori dal finestrino — in cui partono i film nella mia testa.
Quando poi mi capita di lavorare su un videoclip, parto ovviamente dalla musica, ma anche da esperienze personali. Per esempio, per il video di Heir, l’idea nasceva da un’estate infinita, da una festa che non finisce mai. E io ho pensato a momenti che ho vissuto davvero: serate lunghe, after, quella sensazione di essere stanchi ma continuare.
Alla fine mi sembra di vedere tutto come ricerca. Anche i momenti difficili. Mi sono sempre detta: ok, magari ora è dura, però un giorno ci farai un film. E probabilmente sarà anche un film interessante, perché le storie più forti non sono quelle in cui va tutto bene.
I film ai quali sei più legata?
Quando ero piccola il compagno di mia madre ha lasciato a casa nostra uno scatolone pieno di Dvd. Io li ho guardati tutti. E alcuni tantissime volte, un’abitudine che mi è rimasta ancora oggi. Il mio preferito era Romeo + Juliet di Baz Luhrmann ma anche Il Giardino delle Vergini Suicide di Sofia Coppola, film dove la colonna sonora è importantissima e che mi hanno fatto scoprire gli Air e i Radiohead.
Mi piacciono molto le sonorità malinconiche. Non so bene perché, ma mi smuovono qualcosa dentro. E quando un film riesce, oltre a raccontarti una storia, anche a farti scoprire nuova musica, per me acquista ancora più valore. Ti apre delle porte, non finisce quando finiscono i titoli di coda.
Anche Euphoria, la serie, mi ha colpito tantissimo. Su di me ha avuto lo stesso impatto di un film, se non di più. Mi ha preso completamente: quando uscivano le puntate ero super concentrata, non volevo distrazioni. Anche lì, di nuovo, la musica ha un ruolo enorme. È proprio quello che cerco: qualcosa che non si esaurisce in sé stesso, ma che ti porta altrove.
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Hai lavorato con l'artista Fresh Mula, vuoi raccontarci questa esperienza?
Anche in questo caso è stato un lavoro di squadra. L’artista voleva mantenere un’estetica in bianco e nero — perché un suo video precedente, molto semplice, aveva funzionato proprio per quella pulizia visiva — e voleva anche dare spazio alla black community.
Questa cosa per me era importantissima e coerente con il mio pensiero. Spesso si parla di cultura nera, si dice “I love black culture”, ma poi non si va davvero in profondità. In questo caso c’era la volontà di raccontare qualcosa di più autentico.
Abbiamo deciso quindi di lavorare con un casting composto da persone nere, molte delle quali italiane di seconda generazione. Ed è stato molto bello, perché in Italia questa realtà esiste ed è molto più ampia di quanto si pensi.
Io stessa ho cercato di portare elementi legati alle mie origini. Per esempio la baguette: può sembrare una cosa semplice, ma per me è legata al Senegal, alla colazione, a un rituale quotidiano. Oppure il tè, l’attaya, che si beve lentamente, insieme, in momenti specifici della giornata. Sono dettagli, ma raccontano un mondo. E mi interessava inserirli nel video proprio per dare valore a queste immagini, a queste memorie, anche per chi magari non ha avuto la possibilità di viverle direttamente.
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Allo stesso tempo c’era anche una componente contemporanea. Volevamo un’estetica elegante, con persone vestite in modo formale — giacca, cravatta — perché anche questo comunica qualcosa: cambia il modo in cui vieni percepito all’esterno.
Il lavoro è stato trovare un equilibrio tra identità, ricerca visiva e messaggio. Prendere elementi personali, culturali, e trasformarli in immagini che potessero parlare a tutti.
Come nella foto con il cesto di mele in testa che hai voluto creare.
Ho voluto fare quella foto perché unisce le mie origini trentine (le mele!) e la mia ammirazione per le donne del Senegal che vedo sempre quando vado in Africa. Mi sento parte di entrambe le culture ed è il mio modo per celebrarle.
Credits:
Foto: Sara Reverberi
Styling: Sara Moschini
Creative e Art Direction: Marieme Anna Soumare, Sara Reverberi, Sara Moschini
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