Julia Rönnqvist Buzzetti: «Se ti rivedi in un’opera hai già iniziato a collezionare»
Due giorni al Six Senses Rome per entrare nel mondo della gallerista Julia Rönnqvist Buzzetti. Scoprite cosa ci ha raccontato del complesso mondo dell’arte contemporanea e sognate con noi attraverso le foto di Sara Reverberi
Roma ci accoglie con una pioggia battente, non certo il benvenuto aspettato dalla Città Eterna che immaginiamo sempre solare e calda per definizione. Ma appena entrati al Six Senses Rome, l’hotel che ci ospiterà per il nostro servizio fotografico, la sensazione di calma, relax e benessere ci pervade immediatamente.
Non per nulla la missione dei Six Senses di tutto il mondo è proprio quella di far sentire i viaggiatori e gli ospiti completamente a loro agio così che possano riprendere le forze e rilassare corpo e mente unendo emozione, cura di sé, creatività e attenzione ai dettagli.
La struttura dell’hotel minimale ed elegante, che prende vita grazie all’arredamento policromo firmato Patricia Urquiola, ci è da subito sembrato il posto ideale per raccontare e conoscere meglio Julia Rönnqvist Buzzetti, fondatrice della galleria d’arte contemporanea Numero 51 a Milano specializzata in arte contemporanea cinese, giapponese e coreana e curatrice di spazi e mostre, alla quale abbiamo chiesto di spiegarci meglio questo mondo misterioso e affascinante.
Julia indossa abito RETORI e anello ANTONINI MILANO
Julia, hai un cognome particolare, da dove vieni?
Sono nata a Milano nel 1994 da mamma svedese e papà italiano (emiliano), due radici molto forti che ho potuto coltivare passando tutte le estati in Svezia pur vivendo in Italia. Per me la Svezia era sinonimo di libertà. Nessuno mi guardava, nessuno mi giudicava. Un atteggiamento che ho ritrovato anche in Giappone e che mi ha subito connesso con la cultura del posto quando ho avuto la possibilità di visitare il paese.
Crescendo mi sono accorta che mi piaceva molto disegnare e ho avuto la possibilità di frequentare un liceo artistico che aveva diversi indirizzi. Uno di questi riguardava l’ambito architettonico. Il mio sogno era diventare architetto.
Mi è sempre piaciuta l’idea di studiare gli ambienti e gli spazi pensando alle persone che li avrebbero vissuti. Al liceo adoravo quando ci chiedevano di progettare una scuola, un centro commerciale o un ospedale: dovevamo immaginare tutti i possibili utenti, dalle persone in sedia a rotelle agli anziani e bambini. La mia insegnante era bravissima e io ero convinta: avrei provato i test di architettura, a Milano e anche all’estero. Purtroppo non ne passai nemmeno uno, soprattutto per colpa di matematica e fisica, materie in cui ero completamente negata.
Iniziai a cercare corsi senza test d’ingresso e trovai Beni Culturali. Pensai che, in fondo, sarei rimasta in un ambito affine e a Milano. Proprio il primo anno conobbi Andrea, il mio compagno con cui ho fondato la galleria Numero 51. Grazie a lui mi appassionai sempre di più all'arte e decisi di iniziare l’università da non frequentante, studiando principalmente da casa.
Julia indossa abito RETORI, anello ANTONINI MILANO e sandali STUART WEITZMAN
L’università quindi ti ha avvicinato all’arte, quando sei entrata nel mondo del lavoro?
Durante l’università passavo quasi sempre il tempo in casa a studiare oppure in giro per musei e gallerie. Le gallerie, soprattutto, sono state la mia palestra fin da subito: non si paga l’ingresso, sono luoghi di ricerca ma anche di vendita, quindi perfetti per chi vuole capire davvero come funziona il mondo dell’arte. I musei a Milano costano tanto, anche con le agevolazioni da studente, quindi le gallerie sono il perfetto escamotage per chi non ha molto budget mensile a disposizione.
Ho iniziato così a farmi i primi contatti già dai primi anni. Intanto ovviamente lavoravo, soprattutto nella ristorazione perché mi è sempre piaciuto il mondo del cibo e del vino. Ho lavorato anche in un ristorante svedese a Milano che si chiamava Björk, che purtroppo oggi non esiste più.
Con Andrea studiavamo e lavoravamo, ma cercavamo sempre di finire gli esami entro giugno per poi prenderci un mese e mezzo per poter viaggiare con lo zaino in spalla. Il primo grande viaggio è stato in Giappone, poi Cina, Cuba, Thailandia, Malesia, un po’ di Europa, ma soprattutto Asia. Con il tempo siamo tornati quasi ogni anno in Giappone e in Cina, e più recentemente anche in Corea del Sud, due o tre volte l’anno. È nato tutto per passione e divertimento, ma poi quei viaggi sono diventati anche lavoro, legati alla galleria.
Verso la fine dell’università è successa una cosa decisiva: vado con Andrea a un opening d’arte, eravamo i primi in coda alle otto del mattino per vedere una performance. Lì incontro Sergio Antonini (designer e Direttore Creativo della maison di gioielli Antonini - ndr). Parliamo, mi lascia il suo biglietto da visita e mi dice di chiamarlo se un giorno avessi cercato lavoro.
Passa un anno, è il mio ultimo anno di università, ritrovo quel biglietto e lo chiamo. Vado nel suo showroom, lui fa un paio di telefonate e mi procura un colloquio con Lia Rumma, storica gallerista con sedi a Milano e Napoli, che rappresenta alcuni dei più importanti artisti contemporanei, come Anselm Kiefer, William Kentridge e Joseph Kosuth.
E così, quasi senza rendermene conto, sono diventata la sua assistente personale.
Julia indossa abito e pantaloni BRIONI, bracciale e anello ANTONINI MILANO
Poi però è arrivato il Covid…
Sì e cambiato tutto. Non sapevamo davvero cosa fare. Nel mondo dell’arte non assumeva nessuno, Andrea era fotografo di viaggio ma non si poteva viaggiare quindi sul momento ha deciso di cambiare settore e iniziare a fare fotografia commerciale e di prodotto. Per farlo gli serviva uno studio fotografico, ne trovammo uno a un prezzo assurdo, quasi regalato. Con l’aiuto dei suoi siamo riusciti a comprarlo. Io però ho pensato che fosse troppo grande per essere solo uno studio, così ho pensato: “Perché non facciamo anche una galleria?”. Andrea mi dice: “E come si fa?”. E io: “Non lo so, lo scopriamo”.
Per lavoro avevo visto realtà molto strutturate, enormi rispetto a quello che potevamo fare noi. Ma proprio per questo ho pensato: proviamoci, impariamo strada facendo. Ci siamo chiesti cosa mancasse a Milano e la risposta, per noi, era chiara: una galleria con un focus reale sull’Asia contemporanea, come esistono a Parigi o a Berlino, ma qui no. E soprattutto volevamo uno spazio che non fosse solo “entro, guardo la mostra, forse compro e me ne vado”, ma un luogo più ampio: con uno shop, eventi, workshop, degustazioni di tè, caffè, vino. Uno spazio vivo.
Julia indossa giacca e gonna BOSS, sandali CASADEI
Quando avete aperto la galleria Numero 51?
Nel 2022 e la prima mostra l’abbiamo fatta con un duo giapponese: S.C.Artroom. Abbiamo ricreato una sala da tè contemporanea. Anche l’ingresso è diventato parte dell’esperienza: una porta molto bassa che obbligava chi entrava ad abbassarsi, come nelle tradizionali sale da tè giapponesi, dove quel gesto simbolicamente annulla ogni status. Tutti diventano uguali. Alcuni visitatori facevano fatica a piegarsi, ma per noi quel gesto era fondamentale.
Dentro c’era un ikebana contemporaneo fatto con materiali di recupero, luci sospese, e una delle artiste serviva il tè. Per i dolci abbiamo fatto una follia: li abbiamo presi a Parigi da Toraya, nell’unica sede fuori dal Giappone della storica pasticceria. È un brand nato all’inizio del 16esimo Secolo a Kyoto, legato strettamente alla corte imperiale giapponese: ogni dolce è stagionale, con design approvati nel tempo dalla corte imperiale. Sono opere d’arte effimere, che durano 48 ore. Mi sono fatta sei ore di treno, correndo in pasticceria, e tornando indietro in giornata perché non li spediscono: non garantiscono che mantengano la forma. Ma ne è valsa la pena. Sono dolcissimi, a base di zucchero e fagioli rossi, perfetti con il tè amaro. È poesia pura.
Mi sembra meraviglioso e assurdo allo stesso tempo.
Sì! Ma abbiamo capito che quella era la nostra strada. Il dettaglio quasi maniacale che ti fa sprofondare completamente in una cultura diversa.
Julia indossa un total look EMPORIO ARMANI e anello ANTONINI MILANO
Come si è evoluta la galleria da quel momento?
Da lì abbiamo dovuto costruire un vero programma: artisti cinesi, giapponesi, coreani. Quindi abbiamo continuato a viaggiare e fare scouting di persona e anche tramite i social, che però cambiano molto da paese a paese. In Giappone si usano molto Instagram e Facebook, in Cina le piattaforme sono diverse, in Corea un mix. Tantissimo però funziona ancora il passaparola: conosci un artista, poi un altro, diventi amico, entri in una rete.
Da dove nasce la passione per l’Asia Orientale?
In realtà è abbastanza recente. Da piccola non leggevo manga, non sognavo templi lontani, non fantasticavo su viaggi esotici e anche se ho due sorelle più piccole che hanno studiato cinese al liceo non mi hanno mai influenzata. È stato Andrea a portarmi la prima volta in Cina. Mi ha detto: “Devi vederla”. E aveva ragione.
Ho capito subito che questi paesi mi affascinavano per la profondità delle loro culture millenarie. Studiare la Cina o il Giappone è un po’ come studiare la storia italiana: stratificata, densissima, piena di passaggi cruciali. Solo che lì, oltre alla storia antica, ci sono stati cambiamenti politico-sociali fortissimi anche in tempi recenti. È un intreccio continuo tra tradizione e modernità.
Sono società incredibilmente moderne e, in molti casi, dove anche da donna ti senti molto sicura. C’è una libertà che mi colpisce ogni volta: poter uscire alle due di notte e tornare a casa a piedi, da sola, senza paura. È una sensazione che ti resta addosso e ti fa venire voglia di tornare. A volte mi chiedono se ci andrei a vivere. La risposta è sì, assolutamente sì.
Sono anche paesi pieni di contrasti, spaccati netti tra antico e futuristico. E ovunque si mangia in modo incredibile. Piccante, sì, ma straordinario.
Julia indossa trench in suede POLO RALPH LAUREN, foulard HERMÈS, calze FALKE e sandali con zeppa STUART WEITZMAN
Come funziona la galleria?
Costruiamo mostre con un tema forte, attuale, che racconti uno spaccato della storia e della cultura di quei paesi. Il modello economico è quello del consignment: le opere ci vengono lasciate in conto vendita per uno o due anni. A volte invitiamo l’artista a produrre direttamente in Italia, così evitiamo costi e rischi di spedizione.
Non è semplice: le estetiche sono molto diverse da quelle occidentali e anche i prezzi. In Giappone esistono gallerie che vendono solo tazze da tè, e una singola tazza può costare 30.000 euro. Per un italiano è inconcepibile, ma lì è normale: ogni pezzo è unico, scelto per texture, colore, storia dell’artigiano.
Abbiamo anche iniziato a lavorare su un modello di residenza che potesse aiutare lo scambio tra artisti italiani e asiatici. La prima esperienza l’abbiamo organizzata in Cina insieme a ‘Thus Arts’, a Xiamen, di fronte a Taiwan, un luogo con un clima subtropicale incredibile. Abbiamo portato un artista italiano, Michele Guido, che tra l’altro è rappresentato da Lia Rumma — e in qualche modo il circolo si è chiuso! È stato un progetto bellissimo: due mesi di lavoro, mostra finale, la visita del console generale d’Italia a Canton, Valerio De Parolis, e membri dell’Istituto Italiano di Cultura di Pechino. Un vero successo per noi. Quest’anno vogliamo portare lo stesso modello in Italia.
E come scegliete gli artisti che potrebbero fare per voi?
Ogni volta è diverso. Non esiste una formula precisa che mi fa dire sì o no: è sempre un equilibrio sottile tra più elementi. A volte mi colpisce la personalità. Altre volte è l’opera in sé, il suo impatto visivo, quasi fisico. Altre ancora è quel mix raro tra una tecnica solidissima — magari tradizionale — e uno sguardo estremamente contemporaneo. Quando vedo qualcuno che riesce a prendere una tecnica antica e a usarla per dire qualcosa di attuale, lì mi fermo.
Bisogna anche considerare che lavorando con l’Asia orientale incontri mondi artistici che in Europa spesso non consideriamo allo stesso modo: la calligrafia, per esempio, è un’arte centrale. È quasi come dipingere scrivendo. La poesia ha ancora un valore profondissimo: saper comporre un testo poetico significa dimostrare cultura, studio, capacità di muoversi tra ideogrammi che non sono solo parole, ma segni, immagini, pensiero visivo. È un sistema completamente diverso dal nostro, e noi per primi stiamo ancora studiando, imparando, cercando di capire sempre di più.
La scelta è quindi un mix di studio e istinto. Studio il curriculum: che percorso ha fatto l’artista, se è autodidatta o accademico, dove ha esposto, come si è evoluto nel tempo. Ma poi c’è qualcosa che va oltre il CV. È un po’ come una relazione. Devi “cliccare”. Se non scatta qualcosa subito, abbiamo imparato che per noi non funziona. Non si lavora bene, non si crea quel clima di fiducia e serenità che è fondamentale. Anche un carattere difficile può andare bene, se c’è quella sintonia di fondo. Ma senza quel primo scatto, quella sensazione istintiva che ti fa dire “sì, c’è qualcosa”, diventa tutto più faticoso.
Alla fine, scegliere un artista è un equilibrio tra testa e pancia: competenza, visione, percorso… e quella scintilla iniziale che non sai spiegare, ma sai riconoscere.
Julia indossa chemisier e pantaloni PLEATS PLEASE ISSEY MIYAKE, scarpe ROGER VIVIER e anelli ANTONINI MILANO
Chi sono le persone che frequentano la galleria?
La risposta più sincera è: chiunque. Certo, c’è una forte presenza di persone che fanno parte del mondo dell’arte, ma soprattutto arrivano tantissimi giovani. Tantissimi studenti. Non necessariamente di storia dell’arte in senso stretto, ma di grafica, design, architettura: ambiti legati all’estetica, al progetto, allo sguardo. È raro vedere uno studente di economia o di legge; chi entra da noi di solito è già sensibile a quel tipo di linguaggio visivo. A volte sono professori a mandarli, altre volte arrivano per curiosità.
Una delle cose che rende lo spazio diverso è la nostra libreria — che in realtà è più una biblioteca. Tutti i testi sono consultabili, ma non acquistabili e non si possono portare via. Puoi sederti, sfogliare, leggere con calma, anche nel nostro ufficio insieme a noi. Per me è fondamentale: quando inizi a vivere un luogo, a passarci del tempo, ti ambienti, ti acclimati. Non sei più un visitatore che entra, guarda e se ne va. Abbiamo cataloghi, libri d’artista, testi che compriamo direttamente in Asia, spesso in lingua originale o in doppia lingua, difficili da trovare in Italia.
Con il tempo si è creata una rete bellissima: editori, gallerie, artisti che ci regalano pubblicazioni da inserire in biblioteca. Ad esempio, collaboriamo con Rizzoli New York, e grazie al lavoro di editor come Maria Cecilia Curti e Manuela Schiavano, che segue molto la Cina, abbiamo ricevuto tantissimi testi. Ora stiamo pensando di catalogare tutto online, così chiunque possa vedere cosa è consultabile.
La galleria non è sempre aperta, come funziona?
Siamo aperti su appuntamento: prenoti uno slot dal sito e puoi stare quanto vuoi. Ci siamo accorti che per noi non aveva senso restare aperti con orari da ufficio, dalle 10 alle 19, come fanno quasi tutte le gallerie. Il visitatore “casuale” spesso lavora in quegli stessi orari e non riesce a venire. Così abbiamo scelto di aprire anche nel weekend, sabato e domenica, cosa che molte gallerie non fanno.
In questo modo possiamo gestire gli orari in modo flessibile, creare un rapporto diretto con chi entra, trasformare la visita in un momento di dialogo vero. Non è solo una galleria: è uno spazio che vogliamo far vivere.
Julia indossa completo FERRARI, scarpe CASADEI e gioielli ANTONINI MILANO
E invece chi è che compra?
Abbiamo due pubblici molto distinti — e questa cosa mi piace tantissimo. Il primo è fatto da persone più o meno della nostra età, tra i 30 e i 45 anni. Spesso hanno appena comprato casa, stanno iniziando a costruirsi un gusto personale. Non vengono da famiglie di collezionisti, non sono cresciuti in mezzo all’arte: sono persone che magari non hanno mai comprato un’opera prima. Entrano e dicono: “Voglio capire”. Guardano tante gallerie, si informano, ma poi spesso scelgono di comprare da noi. Alcuni sono diventati collezionisti affezionati: acquistano quasi a ogni mostra. Cresciamo insieme, abbiamo la stessa età, condividiamo un percorso. E la fiducia che ci danno è una delle cose più belle.
Il secondo pubblico è molto diverso: collezionisti già strutturati, con un’età media tra i 60 e i 70 anni e possibilità economiche completamente diverse. A volte sono genitori che comprano opere per i figli, per iniziare o ampliare una collezione. Mi è capitato anche che altri galleristi acquistassero da noi, dicendo: “Voglio che mia figlia abbia una collezione varia”. È un gesto che trovo bellissimo.
E poi c’è una terza categoria che sta nascendo adesso, e mi emoziona molto. Nell’ultima mostra avevamo delle cartoline d’artista provenienti dall’Asia orientale, realizzate in materiali diversissimi — argento, ceramica, carta, plastica, resine — con prezzi più accessibili, dai 150 ai 750 euro. Un ragazzo al primo anno di università ha comprato un’opera. Vent’anni. Ha scelto di investire in un lavoro d’arte invece che in un paio di scarpe. Per me è stato un momento forte: significa che qualcosa si sta muovendo.
Oggi abbiamo scattato un servizio fotografico moda. La tua conoscenza della cultura cinese e giapponese si riflette nel tuo stile?
Sì, lo stile asiatico mi ha influenzata molto, soprattutto quello giapponese. Mi affascina l’idea del “no logo”: il fatto che il brand non debba essere urlato, che non sia immediatamente identificabile. Se conosci davvero un marchio, lo riconosci dai dettagli — da un taglio, da una cucitura, da una proporzione. Se non lo conosci, vedi solo una persona vestita benissimo. E a Tokyo capita spesso: incontri donne elegantissime, apparentemente sobrie, e solo quando inizi a farti l’occhio capisci che indossano pezzi incredibili.
Il designer che più mi ha influenzata è Issey Miyake. Amo tutto il suo universo. Mi piace il fatto che i suoi abiti siano pensati quasi per non occupare spazio, per trasformarsi, per diventare qualcosa di più di un semplice vestito — quasi un’opera d’arte. E poi lui era profondamente legato al mondo dell’arte, ha collaborato con molti artisti, ha sempre sperimentato con forme, colori, volumi. In un paese estremamente tradizionale e pieno di regole come il Giappone, lui è stato un’anomalia: aperto, curioso, innovativo. Forse è proprio questo che mi colpisce di più — quella combinazione di disciplina e libertà, di rigore e sperimentazione. È una mentalità che sento molto vicina.
Come si crea una primissima collezione?
Quando mi chiedono un consiglio per chi non ha mai comprato un’opera e vuole iniziare una collezione, la prima cosa che dico è: non ci sono regole. E forse è proprio questa la cosa più importante. Il primo acquisto deve essere di pancia. Di cuore. Non bisogna pensare subito all’investimento, a quanto potrà valere. È come provare un abito: ti deve stare bene, ti devi sentire a tuo agio, ti deve emozionare. Ovviamente deve anche essere in linea con il tuo budget, ma la scelta iniziale deve essere istintiva.
Consiglio spesso di partire con un’opera su carta: un acquerello, un disegno, un’incisione, una stampa in edizione. Sono più accessibili economicamente e anche più “leggere” da gestire. Un dipinto su tela ha una presenza diversa, più impegnativa; una carta ti permette di entrare nel mondo del collezionismo con più gradualità, di capire cosa significa incorniciare, esporre, convivere con un’opera.
Per fare ricerca guardare tante gallerie è fondamentale, sia giovani che storiche. Se possibile, io inizierei da un artista giovane. Ma deve piacerti davvero. Se l’artista ha un soggetto particolarmente rappresentativo del suo lavoro, può avere senso partire da quello, soprattutto quando si parla di artisti già storicizzati. Un’opera iconica racconta subito chi è quell’artista. Poi, eventualmente, si può costruire intorno e cambiare anche prospettiva.
Se si hanno maggiori possibilità economiche, allora si può anche ragionare in termini di investimento, orientandosi su artisti già consolidati. Per esempio, acquistare un’opera di Fortunato Depero può essere una scelta solida. Io amo molto il Futurismo, ma oggi trovare opere di qualità, nel formato giusto e a prezzi accessibili, è sempre più difficile. Anche in quel caso, però, un disegno su carta può essere un ottimo punto di partenza.
Un’altra idea che mi piace molto è iniziare con una piccola scultura. Oggi esistono materiali nuovi — resine, plastiche, compositi — che rendono le opere più resistenti e adatte anche a case con bambini. Non per forza bisogna iniziare con una ceramica fragile o un vaso delicatissimo. Si può scegliere qualcosa che sia bello ma anche compatibile con la propria vita quotidiana.
Un’opera funziona davvero quando ti ci rifletti dentro, quando racconta anche qualcosa di te. Devi rivederti nell’opera. Se succede, hai già iniziato a collezionare.
Julia indossa abito RETORI e collana ANTONINI MILANO
Quali sono i prossimi appuntamenti in galleria?
Ad aprile presenteremo un nuovo progetto, ma già a marzo ci sarà un’anticipazione speciale. Faremo un piccolo pop-up in galleria, un progetto più intimo ma molto curato. Porteremo un’artista giapponese, Yuuka Miyazono, che realizza bottoni — sì, bottoni! — in vetro, ceramica, resina, corno. Oggetti minuscoli, ma incredibili. Negli ultimi tempi c’è stata quasi un’ossessione per i bottoni, ma io li amo da anni: ho iniziato a comprarli da lei sei anni fa, per cambiare completamente l’aspetto dei miei capi. Basta sostituire i bottoni a una giacca o a un cappotto per trasformarlo del tutto. È un gesto piccolo, ma cambia l’energia di un abito.
Durante il pop-up organizzeremo anche un workshop il 7 marzo: lei arriverà dal Giappone e ci insegnerà a cucire correttamente un bottone su una camicia o su una giacca, con la cura e la tecnica giapponese. Non vedo l’ora.
Questo progetto rientra nella nostra “Project Room”, un formato che abbiamo inaugurato nel 2025 per ospitare iniziative non strettamente legate all’arte contemporanea, ma comunque affini al nostro mondo. Mi piace molto questo formato perché crea connessioni inaspettate.
La prima vera e propria mostra di quest’anno sarà invece una Tribute Exhibition, una mostra in onore di NagNagNag - Shigeru Arai, un artista scomparso quasi tre anni fa, che ha rivoluzionato il mondo del sofubi. I sofubi sono sculture in vinile morbido nate a metà degli anni ’60 in Giappone, e il loro universo prende le mosse dal mondo di Godzilla: partiremo proprio da lì, con pezzi storici del ’64 prestati da collezionisti.
La mostra racconterà l’evoluzione del sofubi, partendo dal giocattolo per bambini, merchandise dei film della Toho, con Godzilla e tutti i Kaiju, fino a mostrare come questo artista, vent’anni fa, abbia completamente rivoluzionato il settore. Il sofubi, a prima vista, sembra un giocattolo fatto in serie, ma in realtà ogni pezzo è unico: il vinile può presentare difetti naturali e ogni scultura è dipinta a mano da pittori specializzati da decenni. Alcuni artisti si dedicano esclusivamente a Godzilla, con tecniche che vanno dall’aerografo a maschere colore. Il nostro artista introdusse il caos nel processo: layer multipli di pittura, sbavature, schizzi, elementi mobili come occhi o parrucche, persino vestiti, creando una nuova dimensione per questo oggetto.
Pensa che Shigeru Arai controllava personalmente il mercato, vendendo i pezzi con criteri di scarcity: edizioni limitatissime, spesso due pezzi, uno per lui e uno per il collezionista, aumentando così il valore unico di ciascuna scultura. Per la mostra avremo circa trenta suoi pezzi, tutti provenienti da collezioni private; sarà quasi un’esperienza museale, un’occasione unica per vedere insieme queste opere. Il sofubi è un mondo di collezionismo di nicchia, anche in Giappone. Gli oggetti vengono venduti tramite lotterie, spesso con base d’asta, ed è un settore molto underground: decine di migliaia di persone partecipano online per aggiudicarsi un’edizione limitata, ma soltanto pochi riescono ad acquistarla.
Durante la mostra organizzeremo quindi alcune lotterie, in collaborazione con collezionisti giapponesi che ci hanno aiutato a sviluppare il progetto. Tutto avverrà su Instagram: pubblicheremo un post in cui il personaggio e l’artista non saranno immediatamente rivelati. Poi, dall’apertura del post fino a una data prestabilita, i partecipanti potranno fare offerte in DM. Tra le offerte ricevute, selezioneremo cinque partecipanti che potranno acquistare i pezzi. Il meccanismo è diverso da un’asta tradizionale: i partecipanti non conoscono le offerte degli altri, quindi devono definire il loro prezzo in autonomia, il che aggiunge un elemento di strategia e sorpresa. Le sculture sono ancora in produzione, e le lotterie saranno un’esperienza completamente nuova, mai realizzata prima.
Borsa ROGER VIVIER, anelli ANTONINI MILANO, abito PLEATS PLEASE ISSEY MIYAKE
Ultimissime curiosità: se avessi un budget infinito che opere acquisteresti? E quali sono le tue tre gallerie preferite da visitare?
Entrambe domande difficilissime ma ci provo: la Danseuse articulèe di Gino Severini dalla fondazione Magnani Rocca, Composition G4 di László Moholy-Nagy, e Sky Above Clouds (1965) di Georgia O’Keeffe.
Per quanto riguarda gallerie che mi piace visitare ne devo citare quattro: Artro a Kyoto e Nanzuka a Tokyo, Gio Marconi a Milano e Sga a Shanghai.
Credits:
Foto: Sara Reverberi
Creative e Art Direction: Sara Moschini e Sara Reverberi
Location: Six Senses Rome @allumeusecommunication
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