Il metodo olandese per combattere il burnout? Non fare assolutamente nulla
Nel 2019 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha riconosciuto il burnout come fenomeno legato al lavoro. Tradotto: siamo ufficialmente stanchi. Eppure anche in ferie continuate a rispondere alle mail, a fare piani, a “sfruttare ogni minuto”.
Obiettivo di queste vacanze estive potrebbe essere molto più semplice: allenarvi a non fare assolutamente nulla. Gli olandesi lo chiamano niksen, e lo praticano senza il minimo senso di colpa. Altro che “dolce far niente” solo in didascalia sotto una foto al tramonto.
Che cos’è il niksen: il “dolce far niente” alla olandese
Niksen è un verbo che nasce da niks, cioè “niente”. Ma non è il solito ozio svogliato. È l’arte olandese di non fare nulladi intenzionale: fermarsi, lasciare vagare la mente, non avere scopi né obiettivi.
Non è leggere, non è guardare una serie, non è controllare i social. In tutte queste attività c’è comunque un fine: informarvi, intrattenervi, distrarvi. Con il niksen, no. Potete fissare il soffitto, guardare dalla finestra, sedervi su una panchina e osservare la gente che passa. Punto.
La giornalista Olga Mecking, che vive da anni nei Paesi Bassi, si è accorta che questa parola non esisteva in altre lingue. L’ha raccontata sulle pagine del New York Times e poi in un libro, Niksen: Embracing the Dutch Art of Doing Nothing, tradotto in numerosi paesi. Il successo globale ha svelato qualcosa di molto contemporaneo: siete abituati a dare un senso a ogni gesto. Camminate per raggiungere i 10 mila passi, cucinate per mangiare “pulito”, meditate per essere più efficienti. Il niksen taglia proprio questo meccanismo.
Perché è nato nei Paesi Bassi (e parla anche a noi)
I Paesi Bassi hanno una buona tradizione di equilibrio tra vita e lavoro, ma le nuove generazioni hanno iniziato a denunciare livelli crescenti di stress e burnout, aggravati da pandemia e crisi internazionali. In una società calvinista, dove il valore del fare è quasi sacro, concedersi momenti di puro “niente” è diventato un piccolo atto di ribellione.
Lo scopo non è trasformarsi in fannulloni. È riconoscere che la spinta a produrre sempre, anche nel tempo libero, ha un prezzo altissimo: ansia, stanchezza, difficoltà di concentrazione. Qui l’approccio olandese è molto pragmatico: ogni tanto ci si ferma, ci si siede, si guarda il mondo senza cercare di aggiustarlo. Il lavoro può aspettare dieci minuti.
Cosa succede al cervello quando non fate niente
Secondo diversi studi di neuroscienze, quando smettete di concentrarvi su un compito preciso si attiva una rete di aree cerebrali chiamata Default Mode Network. È coinvolta nell’elaborazione dei ricordi, nella creatività, persino nella capacità di immaginare il futuro. Una di queste regioni è il precuneo, associato a sensazioni di benessere e appagamento.
In pratica, mentre vi sentite “inutili” perché state fissando le nuvole, il cervello sta facendo manutenzione pesante. Rielabora informazioni, collega idee, abbassa il livello di allarme interno. Alcune stime divulgative parlano di decine di gigabyte di dati processati ogni giorno: senza momenti vuoti, il sistema va in sovraccarico.
Il risultato del niksen è paradossale: dopo una vera pausa di non-fare, tornate più lucide, creative, concentrate. Gli esperti di psicologia parlano di una sorta di “igiene mentale”: come lavarsi i denti, ma per i pensieri.
Come praticare il niksen (e smettere di sentirvi in colpa)
La teoria è affascinante, la pratica meno. Appena vi sedete sul divano senza fare nulla, parte il coro interno: “Potrei stendere, rispondere a quel messaggio, preparare domani…”. È qui che il niksen diventa un allenamento.
Tre regole base:
- Nessun obiettivo. Se vi sedete “per rilassarvi così poi rendete di più”, siete già a metà nel produttivismo. Ditevi semplicemente: “Per cinque minuti non faccio niente”.
- Niente schermi. Smartphone, tablet, televisione tengono il cervello in modalità consumo. Meglio una finestra, un balcone, una sedia in cucina.
- Tempo limitato. Gli esperti di benessere suggeriscono micro-pause di 5 minuti ogni 2-3 ore. Mettete un timer, così la parte ansiosa sa che non resterete immobili per sempre.
In ufficio potete appoggiare la penna, guardare fuori, seguire con lo sguardo una pianta che si muove al vento. In smart working, spostatevi dalla scrivania e sedetevi sul letto o sul divano senza prendere il telefono. Al mare, lasciate chiuso il libro per qualche minuto e limitatevi a osservare il movimento delle onde. In montagna, sedetevi su un sasso e seguite le nuvole.
I “tempi morti” italiani sono perfetti per il niksen: la coda alla posta, il treno pendolare, la pausa caffè al bar. Invece di riempirli con notifiche e messaggi vocali,
provate a stare ferme, respirare, guardare.
Resta il grande nemico: il senso di colpa. Una strategia utile è cambiare etichetta mentale. Non “sto perdendo tempo”, ma “sto facendo manutenzione al cervello”. Pensatelo come un investimento: cinque minuti di niksen oggi per un pomeriggio più leggero domani.
Potete anche trasformarlo in una mini-sfida tra amiche: per una settimana, ogni giorno, cinque minuti di niksendichiarato. Nessun racconto epico, solo una domanda sincera: come vi sentite dopo? Il vero lusso potrebbe non essere aggiungere qualcosa all’agenda, ma togliere, finché resta solo quel piccolo, glorioso niente.
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