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Lifestyle

Man Ray e Hank Willis Thomas alla Galleria Continua di Roma: perché è una mostra da non perdere

Man Ray e Hank Willis Thomas alla Galleria Continua di Roma: perché è una mostra da non perdere

foto di Beatrice Tomasini Beatrice Tomasini — 29 Settembre 2026
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Nella sede romana di Galleria Continua, ospitata negli spazi del St. Regis Rome, è in scena (fino al 30 dicembre) la mostra "Tomorrow I Shall Contradict Myself" con opere di Man Ray e Hank Willis Thomas

Dubitare di ciò che vediamo davanti a noi. Una messa in discussione non semplice, e altamente provocatoria, in un’epoca in cui siamo assuefatti all’uso delle immagini – a cui spesso ci affidiamo e (fidiamo) più delle parole.

E se l’arte è ancora uno degli ultimi baluardi per provare a “salvare” uno spirito critico, la mostra “Tomorrow I Shall Contradict Myself”, fino al prossimo 30 dicembre negli spazi di Galleria Continua al The St. Regis Rome, offre l’opportunità di porsi domande e lasciarsi sorprendere dal contrasto tra percezione e rappresentazione.

Il progetto espositivo propone un confronto inedito tra Man Ray (1890-1976) e Hank Willis Thomas (1976), due artisti separati da mezzo secolo ma accomunati dalla volontà di mettere in dubbio il modo in cui siamo abituati a vedere un'immagine.

Lo invitano a fare in maniera diretta e immediata in particolare tre opere di Thomas, come A Camera alone does not make a picture, realizzate con materiali retro-riflettenti che rivelano particolari che a occhio nudo quasi non si vedono, ma che emergono se colpiti dalla luce di un flash. Il visitatore è dunque chiamato a partecipare e a scoprire qualcosa che altrimenti rimarrebbe nascosto.

Man Ray e Hank Willis Thomas alla Galleria Continua di Roma: perché è una mostra da non perdere

(Continua sotto la foto)

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La mostra, in scena contemporaneamente anche nella sede storica della Galleria Continua a San Gimignano – realtà fondata nel 1990 da Mario Cristiani, Lorenzo Fiaschi e Maurizio Rigillo e che, nel tempo, ha esteso la propria presenza anche a Pechino, Les Moulins, L'Avana, São Paulo, Parigi e Dubai – nasce infatti intorno a un'idea comune: usare la luce, la fotografia e la trasformazione delle immagini per mettere in crisi ciò che consideriamo immediatamente riconoscibile.

Il 2026 rappresenta una coincidenza significativa per i due artisti: ricorrono infatti i 50 anni dalla morte di Man Ray e i 50 anni dalla nascita di Hank Willis Thomas. Il primo, nato Emmanuel Radnitzky, è stato uno dei protagonisti delle avanguardie del Novecento, maestro del dadaismo e del surrealismo; il secondo, nato a Plainfield, nel New Jersey, vive e lavora oggi a Brooklyn ed è conosciuto per una ricerca concettuale che attraversa fotografia, scultura, serigrafia, installazione e video.

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È proprio questa distanza temporale a rendere interessante il dialogo. Man Ray ha contribuito a trasformare la fotografia da semplice strumento per registrare la realtà a vero e proprio campo di sperimentazione. Thomas lavora invece sulle immagini del presente, spesso recuperando fotografie d'archivio e immagini provenienti dalla pubblicità, dai media e dalla cultura popolare per interrogare il modo in cui identità, razza e genere vengono rappresentati.

Non si tratta quindi di un semplice accostamento tra un grande maestro del passato e un artista contemporaneo. La mostra cerca piuttosto di mostrare come alcune domande poste da Man Ray siano ancora aperte: che cosa vediamo davvero in un'immagine? Chi decide cosa deve essere visibile? E quanto cambia il significato di ciò che guardiamo quando cambiano il punto di vista, la luce o il contesto? 

Per capire il punto di partenza della mostra bisogna tornare a Man Ray, artista che ha lavorato con fotografia, pittura, scultura, cinema, disegno e scrittura. La sua curiosità lo portava a sperimentare continuamente, cercando possibilità espressive al di fuori dei procedimenti tradizionali.

Il suo nome è indissolubilmente legato alle rayografie, immagini ottenute senza utilizzare una macchina fotografica. Il procedimento è tanto semplice quanto rivoluzionario: alcuni oggetti vengono appoggiati direttamente su carta fotosensibile e poi esposti alla luce. Le forme degli oggetti lasciano così sulla carta sagome, trasparenze e zone di diversa intensità. Il risultato non è quindi una fotografia nel senso tradizionale del termine, ma la registrazione dell'incontro tra un oggetto, la luce e la superficie fotosensibile. È un esempio perfetto del modo in cui Man Ray cercava di sottrarsi alle regole consolidate dell'immagine. Il caso, la casualità e gli effetti imprevedibili della materia diventano parte del processo creativo.

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A circa cinquant'anni di distanza, Hank Willis Thomas riprende quello stesso impulso alla sperimentazione e lo porta dentro le questioni del presente. La sua ricerca parte spesso da immagini già esistenti, soprattutto fotografie d'archivio, pubblicità e immagini diffuse dai mass media, per chiedersi come queste abbiano contribuito a costruire il nostro immaginario collettivo.

Thomas si è concentrato in particolare sul modo in cui la cultura visuale rappresenta le persone nere, la razza e il genere e su come le immagini possano trasformare persone e identità in prodotti, stereotipi o simboli. Nelle sue opere recupera quindi fotografie e simboli familiari per spostarli dal loro contesto originale e costringerci a guardarli nuovamente.

È qui che entra in gioco una delle caratteristiche più sorprendenti delle opere presenti nel progetto: la luce non serve soltanto a illuminare il lavoro, ma ne modifica ciò che siamo in grado di vedere. Thomas utilizza infatti superfici retro-riflettenti, un materiale capace di rimandare la luce verso la sua sorgente. Il risultato è che l'opera può presentarsi in modo diverso a seconda della luce che la colpisce e della posizione dello spettatore.

Senza flash, alcune immagini possono apparire quasi astratte o lasciare emergere soltanto una parte della composizione. Quando invece si scatta una fotografia con il flash direttamente verso l'opera, la superficie riflette la luce e fanno la loro comparsa dettagli e figure che prima risultavano quasi invisibili.

Il gioco tra visibile e invisibile non è però fine a sé stesso. Thomas utilizza questa trasformazione per riflettere su ciò che la società sceglie di vedere e su ciò che invece rimane ai margini. Le sue opere invitano così a interrogarsi sui meccanismi che determinano la nostra percezione: chi viene rappresentato, come viene rappresentato e chi, storicamente, ha avuto la possibilità di raccontare la propria storia attraverso le immagini.

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La ricerca di Thomas non si limita alla fotografia. Una parte importante del suo lavoro passa dalla scultura, attraverso la quale l'artista prende gesti immediatamente riconoscibili e li trasforma in forme monumentali.

Una stretta di mano, due mani che si incontrano, un pugno sollevato: sono gesti semplici, comprensibili anche senza conoscere la storia dell'arte, ma carichi di significati politici, sociali e umani: ciò che apparteneva a un singolo momento diventa così l'impulso a un'azione collettiva.

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È dunque nella capacità di farci dubitare di ciò che vediamo che Man Ray e Hank Willis Thomas si incontrano davvero. Il primo prende oggetti familiari, corpi, immagini e materiali e li trasforma attraverso procedimenti sperimentali, ironia e associazioni inattese. Il secondo parte spesso da immagini che conosciamo già – fotografie storiche, pubblicità, simboli della cultura popolare – per mostrarci quanto il loro significato possa cambiare quando vengono ricontestualizzate.

Entrambi, seppure con strumenti e linguaggi molto diversi, mettono in discussione l'idea che un'immagine sia qualcosa di neutro e definitivo. Man Ray sperimenta per scoprire che cosa può diventare una fotografia; Thomas sperimenta per capire che cosa una fotografia può nascondere.

© Riproduzione riservata

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