Man Ray e Hank Willis Thomas alla Galleria Continua di Roma: perché è una mostra da non perdere

Dubitare di ciò che vediamo davanti a noi. Una messa in discussione non semplice, e altamente provocatoria, in un’epoca in cui siamo assuefatti all’uso delle immagini – a cui spesso ci affidiamo e (fidiamo) più delle parole.
E se l’arte è ancora uno degli ultimi baluardi per provare a “salvare” uno spirito critico, la mostra “Tomorrow I Shall Contradict Myself”, fino al prossimo 30 dicembre negli spazi di Galleria Continua al The St. Regis Rome, offre l’opportunità di porsi domande e lasciarsi sorprendere dal contrasto tra percezione e rappresentazione.
Il progetto espositivo propone un confronto inedito tra Man Ray (1890-1976) e Hank Willis Thomas (1976), due artisti separati da mezzo secolo ma accomunati dalla volontà di mettere in dubbio il modo in cui siamo abituati a vedere un'immagine.
Lo invitano a fare in maniera diretta e immediata in particolare tre opere di Thomas, come A Camera alone does not make a picture, realizzate con materiali retro-riflettenti che rivelano particolari che a occhio nudo quasi non si vedono, ma che emergono se colpiti dalla luce di un flash. Il visitatore è dunque chiamato a partecipare e a scoprire qualcosa che altrimenti rimarrebbe nascosto.
Man Ray e Hank Willis Thomas alla Galleria Continua di Roma: perché è una mostra da non perdere
(Continua sotto la foto)
La mostra, in scena contemporaneamente anche nella sede storica della Galleria Continua a San Gimignano – realtà fondata nel 1990 da Mario Cristiani, Lorenzo Fiaschi e Maurizio Rigillo e che, nel tempo, ha esteso la propria presenza anche a Pechino, Les Moulins, L'Avana, São Paulo, Parigi e Dubai – nasce infatti intorno a un'idea comune: usare la luce, la fotografia e la trasformazione delle immagini per mettere in crisi ciò che consideriamo immediatamente riconoscibile.
Il 2026 rappresenta una coincidenza significativa per i due artisti: ricorrono infatti i 50 anni dalla morte di Man Ray e i 50 anni dalla nascita di Hank Willis Thomas. Il primo, nato Emmanuel Radnitzky, è stato uno dei protagonisti delle avanguardie del Novecento, maestro del dadaismo e del surrealismo; il secondo, nato a Plainfield, nel New Jersey, vive e lavora oggi a Brooklyn ed è conosciuto per una ricerca concettuale che attraversa fotografia, scultura, serigrafia, installazione e video.
È proprio questa distanza temporale a rendere interessante il dialogo. Man Ray ha contribuito a trasformare la fotografia da semplice strumento per registrare la realtà a vero e proprio campo di sperimentazione. Thomas lavora invece sulle immagini del presente, spesso recuperando fotografie d'archivio e immagini provenienti dalla pubblicità, dai media e dalla cultura popolare per interrogare il modo in cui identità, razza e genere vengono rappresentati.
Non si tratta quindi di un semplice accostamento tra un grande maestro del passato e un artista contemporaneo. La mostra cerca piuttosto di mostrare come alcune domande poste da Man Ray siano ancora aperte: che cosa vediamo davvero in un'immagine? Chi decide cosa deve essere visibile? E quanto cambia il significato di ciò che guardiamo quando cambiano il punto di vista, la luce o il contesto?
Per capire il punto di partenza della mostra bisogna tornare a Man Ray, artista che ha lavorato con fotografia, pittura, scultura, cinema, disegno e scrittura. La sua curiosità lo portava a sperimentare continuamente, cercando possibilità espressive al di fuori dei procedimenti tradizionali.
Il suo nome è indissolubilmente legato alle rayografie, immagini ottenute senza utilizzare una macchina fotografica. Il procedimento è tanto semplice quanto rivoluzionario: alcuni oggetti vengono appoggiati direttamente su carta fotosensibile e poi esposti alla luce. Le forme degli oggetti lasciano così sulla carta sagome, trasparenze e zone di diversa intensità. Il risultato non è quindi una fotografia nel senso tradizionale del termine, ma la registrazione dell'incontro tra un oggetto, la luce e la superficie fotosensibile. È un esempio perfetto del modo in cui Man Ray cercava di sottrarsi alle regole consolidate dell'immagine. Il caso, la casualità e gli effetti imprevedibili della materia diventano parte del processo creativo.
A circa cinquant'anni di distanza, Hank Willis Thomas riprende quello stesso impulso alla sperimentazione e lo porta dentro le questioni del presente. La sua ricerca parte spesso da immagini già esistenti, soprattutto fotografie d'archivio, pubblicità e immagini diffuse dai mass media, per chiedersi come queste abbiano contribuito a costruire il nostro immaginario collettivo.
Thomas si è concentrato in particolare sul modo in cui la cultura visuale rappresenta le persone nere, la razza e il genere e su come le immagini possano trasformare persone e identità in prodotti, stereotipi o simboli. Nelle sue opere recupera quindi fotografie e simboli familiari per spostarli dal loro contesto originale e costringerci a guardarli nuovamente.
È qui che entra in gioco una delle caratteristiche più sorprendenti delle opere presenti nel progetto: la luce non serve soltanto a illuminare il lavoro, ma ne modifica ciò che siamo in grado di vedere. Thomas utilizza infatti superfici retro-riflettenti, un materiale capace di rimandare la luce verso la sua sorgente. Il risultato è che l'opera può presentarsi in modo diverso a seconda della luce che la colpisce e della posizione dello spettatore.
Senza flash, alcune immagini possono apparire quasi astratte o lasciare emergere soltanto una parte della composizione. Quando invece si scatta una fotografia con il flash direttamente verso l'opera, la superficie riflette la luce e fanno la loro comparsa dettagli e figure che prima risultavano quasi invisibili.
Il gioco tra visibile e invisibile non è però fine a sé stesso. Thomas utilizza questa trasformazione per riflettere su ciò che la società sceglie di vedere e su ciò che invece rimane ai margini. Le sue opere invitano così a interrogarsi sui meccanismi che determinano la nostra percezione: chi viene rappresentato, come viene rappresentato e chi, storicamente, ha avuto la possibilità di raccontare la propria storia attraverso le immagini.
La ricerca di Thomas non si limita alla fotografia. Una parte importante del suo lavoro passa dalla scultura, attraverso la quale l'artista prende gesti immediatamente riconoscibili e li trasforma in forme monumentali.
Una stretta di mano, due mani che si incontrano, un pugno sollevato: sono gesti semplici, comprensibili anche senza conoscere la storia dell'arte, ma carichi di significati politici, sociali e umani: ciò che apparteneva a un singolo momento diventa così l'impulso a un'azione collettiva.
È dunque nella capacità di farci dubitare di ciò che vediamo che Man Ray e Hank Willis Thomas si incontrano davvero. Il primo prende oggetti familiari, corpi, immagini e materiali e li trasforma attraverso procedimenti sperimentali, ironia e associazioni inattese. Il secondo parte spesso da immagini che conosciamo già – fotografie storiche, pubblicità, simboli della cultura popolare – per mostrarci quanto il loro significato possa cambiare quando vengono ricontestualizzate.
Entrambi, seppure con strumenti e linguaggi molto diversi, mettono in discussione l'idea che un'immagine sia qualcosa di neutro e definitivo. Man Ray sperimenta per scoprire che cosa può diventare una fotografia; Thomas sperimenta per capire che cosa una fotografia può nascondere.
© Riproduzione riservata