Deinfluencing: perché sui social ci fidiamo sempre di più di chi ci dice cosa non comprare

Avete mai aperto TikTok convinte di aver bisogno dell’ennesimo prodotto beauty per poi sentirvi dire, pochi secondi dopo, che in realtà non vi serve affatto? Ecco, oggi parliamo di "deinfluencing", il trend che sta cambiando il modo in cui guardiamo ai consigli sui social e che, invece di spingerci verso un nuovo acquisto, ci invita a fermarci e chiederci: «Ma ne ho davvero bisogno?».
Cos'è il deinfluencing e perché è diventato un trend
Per anni ci hanno insegnato a desiderare, un prodotto compariva continuamente nei nostri feed, diventava virale, veniva definito “must-have” e, nel giro di qualche giorno, sembrava impossibile vivere senza averlo. Il deinfluencing nasce quasi come risposta a questo meccanismo.
Il concetto è davvero semplice: non comprare qualcosa solo perché tutti lo stanno comprando. E, soprattutto, raccontare apertamente quando un prodotto tanto decantato non vale il prezzo, non è indispensabile o semplicemente non ha mantenuto le promesse.
Sui social iniziano a comparire video con formule che, fino a poco tempo fa, sarebbero sembrate quasi controintuitive: “Non compratelo”, “Questo prodotto non vi serve”, “Risparmiate i vostri soldi”. A parlare, però, sono spesso gli stessi che normalmente consiglierebbero prodotti e tendenze.
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Dal beauty ai gadget : dobbiamo davvero comprare tutto?
Uno degli ambiti in cui il deinfluencing è diventato particolarmente evidente è quello della bellezza. Pensiamo, per esempio, a un prodotto skincare diventato virale su TikTok: migliaia di video, recensioni entusiastiche e una quantità infinita di persone pronte ad acquistarlo. Il deinfluencing ribalta la prospettiva: qualcuno mostra il prodotto dopo settimane di utilizzo e spiega perché, nonostante il successo online, non lo ricomprerebbe.
Ma il fenomeno non riguarda soltanto la cosmetica. Tra gli esempi più frequenti troviamo anche borracce diventate oggetti cult, gadget per la cucina, piccoli elettrodomestici, capi d'abbigliamento e accessori e persino luoghi in cui mangiare. Tutto ciò che può diventare virale e trasformarsi rapidamente in un acquisto o scelta impulsivo può, prima o poi, diventare materia da deinfluencing.
“Non vi serve”: la nuova forma di autorevolezza
La parte più interessante del fenomeno è proprio questa: per molto tempo abbiamo associato l'autorevolezza degli influencer alla loro capacità di scoprire e suggerire qualcosa prima degli altri. Oggi, invece, può essere altrettanto convincente chi è disposto a dire che quel prodotto non vale i nostri soldi.
Un esempio? Un creator potrebbe mostrare una crema da costosa diventata popolarissima e spiegare che, per la propria pelle, una crema molto più economica svolge esattamente la stessa funzione. Oppure potrebbe raccontare di aver acquistato cinque capi dopo averli visti continuamente sui social e di aver finito per indossarli una sola volta.
Attenzione però, non stiamo parlando necessariamente di una bocciatura assoluta del prodotto. Il punto è un altro: un prodotto può essere bello, utile o di qualità senza essere automaticamente necessario per tutti.
Il deinfluencing è davvero l'opposto dell'influencer marketing?
Non esattamente, e secondo noi è qui che il fenomeno diventa più interessante. Il deinfluencing nasce all'interno degli stessi social e utilizza gli stessi strumenti della comunicazione: video brevi, storytelling, recensioni, commenti e viralità. Anche un contenuto che ci dice “non comprarlo” può influenzare infatti le nostre scelte.
In altre parole, stiamo passando dall'influencing del desiderio all'influencing della scelta. Si tratta dunque di essere più selettivi nei confronti di ciò che acquistiamo.
E c'è anche un'altra contraddizione: un video di deinfluencing può diventare virale proprio perché ci dice di non inseguire le mode. Il risultato è che anche il “non comprare” può trasformarsi in un nuovo trend da seguire.
Perché ci fidiamo di chi ci dice cosa non comprare?
Il successo del deinfluencing racconta anche qualcosa del nostro rapporto con i social. Dopo anni di haul, “TikTok made me buy it” e liste infinite di prodotti indispensabili, molti utenti sembrano essere diventati più consapevoli dei meccanismi che trasformano una tendenza in un acquisto.
A questo si aggiunge una certa stanchezza da consumo continuo. Se ogni settimana esiste un nuovo prodotto beauty da provare, una nuova borsa da avere, un nuovo paio di scarpe “must-have” o un nuovo gadget destinato a diventare virale, è inevitabile iniziare a chiedersi quanto di tutto questo sia realmente necessario.
Il deinfluencing intercetta proprio questa sensazione: offre qualcosa di rassicurante come il permesso di non comprare, non promettendo invece il prossimo oggetto dei desideri.
Dalla paura di perdersi qualcosa alla libertà di lasciarla andare
Secondo noi è proprio questo il motivo per cui il deinfluencing ci sembra così convincente. Per anni i social hanno alimentato la paura di arrivare tardi: se non compriamo subito quel prodotto, rischiamo di perderlo; se non proviamo quella tendenza, siamo fuori dal gioco; se non abbiamo quell'accessorio, il nostro guardaroba è incompleto.
Il deinfluencing propone invece una piccola inversione di prospettiva: non dobbiamo avere tutto quello che vediamo. Possiamo desiderare una borsa senza comprarla, vedere un prodotto skincare virale senza aggiungerlo al carrello, entrare in un negozio senza uscire con qualcosa, e soprattutto possiamo aspettare.
Perché la vera novità del deinfluencing non è imparare cosa non comprare, ma tornare a scegliere cosa comprare davvero.
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