Parlare da soli non è follia: ecco cosa rivela davvero sul cervello secondo la psicologia
Si stima che passiamo circa un quarto del tempo in cui siamo svegli a parlare con noi stessi. Spesso non ce ne accorgiamo, perché il dialogo resta tutto nella testa. Alcuni studi condotti all’Università del Nevada lo hanno misurato registrando, a sorpresa, i pensieri di persone comuni durante la giornata.
Quel mormorio in cucina mentre cercate le chiavi, il “ok, respira” prima di una riunione, il ripasso ad alta voce di un discorso importante. Molti lo vivono con un po’ di imbarazzo, qualcuno teme che sia un segno di follia. Per la psicologia, invece, parlare da soli è soprattutto una funzione normale della mente e solo in certi casi diventa un campanello d’allarme.
Che cosa significa davvero parlare da soli, secondo la psicologia
I professionisti parlano di discorso interiore o dialogo interno. È il modo più comune con cui prendono forma i pensieri: non solo immagini o sensazioni, ma vere frasi che vi dite mentalmente. Il soliloquio, cioè quando queste frasi “escono” a bassa o alta voce, è semplicemente l’emersione di quel dialogo.
Lo psicologo russo Lev Vygotsky aveva già osservato che questo meccanismo nasce insieme al linguaggio. Tra i 2 e i 3 anni i bambini parlano da soli mentre giocano, si danno istruzioni, si incoraggiano. Crescendo smettono di farlo ad alta voce, ma continuano a parlarsi dentro per tutta la vita. Quindi il punto non è se lo fate o no, ma come lo fate, quanto e con quale effetto sul vostro benessere.
Cosa succede nel cervello quando vi parlate
Gli studi di neuroimaging mostrano che, quando vi parlate, il cervello si comporta quasi come in una conversazione vera. Si attivano le aree che preparano i movimenti del linguaggio e quelle legate all’ascolto. È come se una parte di voi “parlasse” e un’altra “ascoltasse” e valutasse.
Al centro c’è il cosiddetto loop fonologico, un piccolo “orecchio interno” che trattiene e ripete le parole in silenzio. Secondo gli psicologi cognitivi questo sistema può arrivare a elaborare anche 4.000 parole al minuto, molto più di qualunque telecronista. Così il dialogo interno alimenta la memoria di lavoro, quella che usate per fare i conti, seguire una ricetta, ricordare cosa dire in una riunione.
I benefici del dialogo interno: memoria, attenzione, creatività
Parlare da soli, in testa o a bassa voce, è un potente strumento cognitivo. Le ricerche su memoria e linguaggio mostrano che ripetere un’informazione a parole attiva un doppio canale: visivo e uditivo. Se, per esempio, ripassate ad alta voce la lista della spesa o il nome di una persona appena conosciuta, create due agganci diversi. Il risultato è che ricordate meglio.
Il self-talk aiuta anche a concentrarsi. Vari esperimenti, tra cui quelli condotti all’Università del Colorado, indicano che la voce interna vi guida nel passaggio da un compito all’altro. Nella matematica, per esempio, è lei che vi dice “aggiungi” o “sottrai” davanti ai simboli. Quando questo navigatore interno funziona, commettete meno errori impulsivi. Verbalizzare un problema, inoltre, costringe a metterne in fila i pezzi. Il nodo confuso diventa una sequenza di passaggi e questo apre spazio a soluzioni più creative.
Il lato emotivo: quando la voce interna aiuta e quando ferisce
Secondo lo psicologo Alain Morin, della Mount Royal University di Calgary, il discorso interiore rende più consapevoli emozioni, motivazioni e impulsi. Mentre vi parlate, portate alla coscienza contenuti che altrimenti resterebbero sullo sfondo. Anche l’autocontrollo passa da lì: frasi come “Conta fino a dieci” o “Aspetta prima di rispondere” possono davvero frenare una reazione impulsiva. Lo confermano varie ricerche sull’autocontrollo condotte in Canada e negli Stati Uniti.
Non conta però solo il fatto di parlarvi, ma il tono che usate. Un dialogo interno feroce, tipo “Sei sempre la solita”, aumenta stress e senso di inadeguatezza. È più utile descrivere i fatti in modo neutro e specifico. Per esempio, trasformare “Sono un disastro” in “Questa volta non è andata bene, cosa posso cambiare?”. Oppure passare da “Non ce la farai mai” a “È difficile, ma hai già superato altre prove”. Il contenuto non diventa zuccheroso, ma smette di essere una condanna.
Quando parlare da soli può essere un campanello d’allarme
La solitudine scelta, quella in cui vi godete il vostro laboratorio interno, è spesso un segno di buona capacità riflessiva. Secondo diversi psicologi può essere un modo sano per elaborare esperienze e preparare decisioni. Ci sono però segnali che meritano attenzione. Per esempio, se il bisogno di stare da soli è così forte da portarvi a evitare quasi sempre gli altri. Oppure se il dialogo interno diventa un flusso martellante di autocritiche, paure e scenari catastrofici, con forte sofferenza e perdita di interesse per le attività quotidiane.
Un altro elemento importante è la qualità delle “voci”. Nel self-talk normale la voce è chiaramente vostra e controllabile. Se iniziate a percepire voci che sembrano venire dall’esterno, che commentano o danno ordini, i neuropsichiatri parlano di possibili allucinazioni uditive. In tutti questi casi non si tratta più di semplice parlare da soli. È il momento di confrontarsi con uno psicologo o uno psichiatra. Non significa essere “matti”, ma riconoscere che quella voce interna si è trasformata in un peso e che può essere rieducata, con un aiuto competente, a tornare vostra alleata.
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