Lara Naki Gutmann ci racconta tutti i segreti del pattinaggio artistico alle Olimpiadi

Il pattinaggio artistico è stato uno dei grandi protagonisti di queste Olimpiadi invernali, che si sono chiuse con il record di 30 medaglie per l’Italia. I salti mortali e il pianto di Ilia Malinin dopo le sue cadute e gli “halo hair” e la gioia incontenibile di Alysa Liu, che ha conquistato due ori, ci rimarranno nel cuore.
Abbiamo chiesto alla nostra Lara Naki Gutmann, bronzo olimpico a squadre, atleta del team Visa, di raccontarci tutto quello che c’è dietro le quinte del suo sport.
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La storia del francese Benoit Richaud, che in queste Olimpiadi allenava 16 pattinatori diversi di 13 nazioni, dalla Georgia al Canada, cambiando giacca ogni momento, ha fatto il giro del mondo. Ma fisicamente com’è possibile seguire atleti che vivono dall’altra parte del mondo?
«Per un allenatore sarebbe difficile, ma Benoit è un coreografo: noi pattinatori abbiamo due figure diverse per prepararci, che possono anche coincidere. In questo caso i pattinatori avevano un allenatore in casa e Benoit come coreografo. Io ho lo stesso allenatore da quando ho iniziato a pattinare a Trento, Gabriele Minchio. Però il coreografo lo posso scegliere: sono professionisti che lavorano privatamente».
Con loro la preparazione si fa online? Come ha fatto per esempio il nostro pattinatore Matteo Rizzi con Massimo Scali, che è anche il coreografo di Alysa Liu?
«Si può lavorare anche online: dopo il covid anche nel nostro mondo è nata l’abitudine di utilizzare le videochiamate. In qualche modo funziona, anch'io ho lavorato con l’allenatrice e coreografa canadese Lori Nicole. Però prima sono andata da lei per una settimana, full immersion. Per le piccole rifiniture, soprattutto se ci si conosce già, le videochiamate invece funzionano».
Sono diventate virali le immagini degli allenamenti di Francesca Lollobrigida, campionessa olimpica di speed skating: corre sui pattini in linea frenata da piccoli paracadute. Anche nel vostro sport ci sono esercizi preparatori curiosi?
«Sì, per esempio fuori dal ghiaccio, per imparare a fare bene le trottole, usiamo lo spinner. È una piccola pedana incurvata: appoggiando il piede su una piccola area, riusciamo a girare intorno a noi stessi come fossimo sulla lama dei pattini. Non è lo stesso, ma è utile per allenarsi. Per imparare nuovi salti sul ghiaccio, indossiamo invece una specie di imbragatura tenuta dall'allenatore: aiuta a cascare senza farti troppo male perché quando provi nuovi elementi, fai cadute incredibili. C'è anche un altro sistema, una specie di carrucola attaccata al soffitto, che ti dà anche un po’ di spinta per avere più spazio in aria per girare e ti tiene salda».
La scelta della musica per i vostri programmi nel corto e nel lungo, chi la fa?
«Dipende dall'atleta, per esempio nel mio caso, a differenza di altri pattinatori, io faccio veramente fatica a scegliere la musica. Mi faccio aiutare sia dai coreografi che dal mio allenatore, che mi conosce da sempre e sa trovare brani originali che funzionano per me. Per queste Olimpiadi lui ha scelto la colonna sonore del film “Lo squalo”, mentre per il programma corto ho pattinato sulle note della serie tv “La legge di Lidia Poët”, che ha scelto la mia coreografa canadese. Sono stata felice di aver conosciuto il compositore, Massimiliano Mechelli, che è venuto perfino a vedermi in una mia esibizione e mi ha perfino regalato una spilla che ha usato la protagonista, Matilda De Angelis, nella serie tv. E mi ha colpito il messaggio di Madonna alla pattinatrice Amber Glenn che ha pattinato sulle note di “Like a Prayer”: gli artisti spesso sono felici che noi usiamo le loro canzoni».
I tuoi pattini sono su misura? Ogni quanto bisogna cambiarli? E quanto costano?
«Sì, sono su misura, devono essere perfetti. Io per esempio ho la caviglia, il tallone, più stretto rispetto alla pianta. Una volta riuscivo a cambiarli ogni stagione, ultimamente, forse perché salto di più, devo cambiarli più o meno ogni quattro mesi. Però l’azienda che fa i miei pattini me li regala ed è una cosa, per questo non so esattamente quanto costano».
Il vostro sport ci ricorda un po' la danza classica. Milano è la patria del balletto, con il Teatro alla Scala, con grandi étoile come Nicoletta Manni e Roberto Bolle. Ci sei mai andata?
«Non sono mai stata alla Scala: mi piacerebbe tanto. Noi lavoriamo tanto sulla danza classica, perché l'eleganza, la postura, il portamento dei ballerini fanno parte di quello che cerchiamo di portare sul ghiaccio. Per questo lavoro anche con una ballerina che ha studiato alla Scala di Milano, Prisca Picano, che ha lavorato come prima ballerina al Teatro San Carlo di Napoli».
Il costume di una pattinatrice o di un pattinatore, invece, chi lo sceglie?
«Anche lì è un lavoro di squadra, frutto di un brainstorming tra me, l'allenatore e il coreografo. Su questo però mi aiuta tanto anche mia mamma: è più brava di me sui costumi. Lei si diverte proprio e mi piace coinvolgerla su questo aspetto. Di solito la sarta ci fa dei disegni, magari ha un'idea, ma tutto nasce dalla storia che vogliamo raccontare, dall'idea che c'è dietro la musica e la coreografia. Gli ultimi due vestiti, quelli che ho portato alle Olimpiadi, li ho fatti fare a Courmayeur, da Mapo Couture».
Il vostro è uno sport individuale. Psicologicamente è faticoso reggere una caduta in una gara importante?
«Ci giochiamo tutto in pochi secondi. In qualche modo dobbiamo essere perfetti sempre, ma è impossibile. E reggere un piccolo fallimento richiede un allenamento psicologico. Lavoro con una mental coach, perché bisogna imparare anche a reagire agli errori, perché dopo ogni elemento, ogni salto, devi essere presente e concentrato su quello successivo».
Il Villaggio Olimpico chiude oggi. La cosa più divertente che hai fatto lì?
«Scambiare le spille con altri atleti: sono diventata una fan delle pins olimpiche. E poi al Villaggio ho stampato la lattina di Coca-Cola con il mio viso e il nome sopra. La sera c’era anche il DJ set dove ballare e conoscere nuove persone».
Ti sei innamorata di un giocatore di hockey?
«Non te lo dico. In ogni caso non certo di un atleta di hockey».
Hai vinto la medaglia di bronzo per il team event, una medaglia conquistata da tutta la squadra italiana. L’emozione più forte di quella sera?
«Sono arrivata correndo vicino la pista, proprio nel momento in cui iniziava a pattinare Matteo Rizzo (pattinatore del singolo maschile) che con la sua esibizione perfetta ci ha regalato il terzo posto. Con tutta la squadra italiana, abbiamo iniziato a urlare e saltare quando lo faceva lui. Poi ho guardato Nicolò Macii (il pattinatore italiano in coppia con Sara Conti) e ho iniziato a piangere per la commozione, com’è successo a Marco Fabbri (che alle Olimpiadi ha pattinato con sua moglie Charlene Guignard): non riusciva a frenare le lacrime. È un momento che abbiamo condiviso e rimarrà sempre inciso nel mio cuore».
La tua gara è stata vinta dall’americana Alysa Liu e la giapponese Kaori Sakamoto è arrivata seconda. Di queste due pattinatrici, quale ami di più?
«Kaori mi piace tanto come pattinatrice, ma di Alysa Liu ammiro lo stato d'animo che riesce ad avere durante le sue performance. Perché lei mentre pattina si diverte davvero: trasmette a tutti tanta energia».
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