5 curiosità che (forse) non sapete su Jacob Elordi

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Da icona Netflix a interprete versatile del cinema internazionale: ecco tutto quello che c’è da sapere su Jacob Elordi

Jacob Elordi è uno degli attori più discussi e ammirati della sua generazione, e l’arrivo al Festival del Cinema di Venezia 2025 per la prima mondiale di Frankenstein lo ha confermato ancora una volta come volto internazionale di grande carisma.

Ventisette anni, australiano, Elordi ha conquistato il pubblico con il suo debutto nella saga Netflix The Kissing Booth, diventando rapidamente un idolo della Gen Z, per poi confermare talento e versatilità con ruoli più complessi come Nate nella serie cult Euphoria.

Recentemente ha collezionato consensi con i film Saltburn e Priscilla, che lo hanno consacrato come attore capace di passare con naturalezza dai ruoli adolescenziali a quelli più maturi.

Ma cosa sappiamo davvero di Jacob Elordi, oltre alla sua straordinaria carriera e al fascino magnetico? Ecco cinque curiosità che vi faranno scoprire un lato inedito dell’attore.

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1. Il ruolo che lo ha reso (davvero) famoso

Dopo la notorietà ottenuta con la trilogia romantica di The Kissing Booth, Jacob Elordi è entrato nel radar internazionale grazie al ruolo di Nate nella serie Euphoria, creata da Sam Levinson.

Qui interpreta un giovane tormentato, segnato da comportamenti violenti e dinamiche di mascolinità tossica, un personaggio complesso che ha dimostrato le sue capacità interpretative e lo ha proiettato sotto i riflettori di pubblico e critica.

Il successo di Euphoria, noto per il ritratto crudo dei traumi adolescenziali, ha aperto la strada a ruoli cinematografici più maturi, tra cui l’erotic thriller Deep Water, al fianco di nomi come Ben Affleck e Ana de Armas.

2. Jacob Elordi è un attore che ridefinisce la mascolinità

Jacob Elordi non è solo un interprete di ruoli complessi, è anche un simbolo della nuova generazione di uomini che ridefiniscono la mascolinità.

Come Timothée Chalamet o Harry Styles, Elordi sfida gli stereotipi di genere anche attraverso la moda, utilizzando borse e accessori considerati unisex. Il giovane attore ha infatti più volte dimostrato che lo stile può essere una forma di espressione personale, capace di abbattere vecchie convenzioni senza rinunciare all’eleganza.

3. Heath Ledger come guida e ispirazione

Jacob Elordi ha spesso dichiarato di considerare Heath Ledger una fonte di ispirazione fondamentale. Dopo aver visto The Dark Knight, il film in cui Ledger interpreta il Joker, Elordi ha capito che il mestiere dell’attore può avere un impatto profondo e duraturo.

Non a caso, Elordi porta sempre con sé un poster di Ledger e lo cita come un faro guida nei momenti più difficili della sua carriera, un legame ideale tra due talenti australiani che hanno lasciato il segno nel cinema internazionale.

4. La sua commedia romantica preferita: 10 cose che odio di te

Non tutti sanno che il film romantico del 10 cose che odio di te, con Julia Stiles e lo stesso Heath Ledger, è la commedia preferita di Jacob Elordi. La scelta non sorprende, perché il film è basato su La bisbetica domata di Shakespeare e combina romanticismo e ironia in modo perfetto.

Tra le scene più amate dall’attore c’è la divertente e dolce avventura con le pistole ad acqua, che Elordi considera tra i momenti più romantici del cinema contemporaneo.

5. Jacob Elordi è un fan di High School Musical

Una chicca per i più nostalgici: Jacob Elordi ha in passato confessato di essere stato un grande fan di High School Musical, il film Disney che ha lanciato la carriera del suo collega, Zac Efron.

Crescendo tra serie e film scolastici, il giovane attore ha sempre trovato ispirazione in queste storie, che hanno contribuito a formare il suo amore per il cinema e per i ruoli che raccontano emozioni universali e adolescenziali.

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Tutto quello che c'è da sapere sulla cerimonia di inaugurazione delle Olimpiadi Milano-Cortina

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Cerimonia di apertura Milano-Cortina 2026: cosa aspettarsi tra spettacoli, star internazionali e una nuova narrazione dei valori olimpici

Non sarà solo l’inizio ufficiale dei Giochi Invernali, ma un vero e proprio racconto collettivo, pensato per parlare al mondo. La cerimonia di inaugurazione delle Olimpiadi Milano-Cortina promette di essere uno degli eventi simbolici più potenti del 2026: una celebrazione diffusa, contemporanea e profondamente identitaria, capace di unire sport, cultura e futuro.

Per la prima volta nella storia olimpica, l’apertura si svolgerà in due luoghi diversi, Milano e Cortina d’Ampezzo, in dialogo costante tra città e montagna, innovazione e tradizione.

Un’idea che non nasce solo da esigenze logistiche, ma da una scelta narrativa precisa: raccontare l’Italia come un sistema di territori interconnessi, capaci di parlare una lingua comune pur restando profondamente diversi.

Ed è proprio da qui che parte la forza simbolica delle Olimpiadi Miliano-Cortina, pensate non come evento centralizzato, ma come esperienza condivisa e plurale.

4 cose da sapere sulla cerimonia di apertura delle Olimpiadi Milano-Cortina

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Due città, un solo racconto

La grande novità dell’inaugurazione delle Olimpiadi Miliano-Cortina è la sua struttura senza precedenti.

Milano e Cortina ospiteranno due cerimonie parallele, collegate in tempo reale, che dialogheranno attraverso immagini, performance e passaggi simbolici. Da un lato lo Stadio di San Siro, emblema urbano e contemporaneo; dall’altro Cortina, cuore alpino e paesaggio iconico delle Dolomiti.

Non si tratta di una divisione, ma di una narrazione a due voci: la metropoli che guarda al futuro e la montagna che custodisce l’identità profonda del Paese. L’effetto sarà quello di un racconto corale, in cui le immagini si rincorrono e si completano, offrendo al pubblico internazionale una visione nuova dell’Italia, lontana dagli stereotipi ma fortemente riconoscibile.

Cosa vedremo davvero sul palco della cerimonia

La cerimonia di apertura sarà un grande spettacolo visivo e narrativo, costruito per parlare a un pubblico globale ma con un linguaggio profondamente italiano.

Al centro non ci sarà solo lo sport, ma una riflessione più ampia sui valori olimpici riletti in chiave contemporanea: inclusione, sostenibilità, dialogo tra culture e territori. Il racconto prenderà forma attraverso immagini simboliche e potenti, pensate per essere immediatamente leggibili anche da chi guarda dall’altra parte del mondo.

La natura avrà un ruolo centrale: montagne, ghiaccio, acqua e luce diventeranno elementi scenici e narrativi, richiamando il paesaggio alpino che ospita una parte fondamentale dei Giochi. Il rapporto tra uomo e ambiente, tema chiave delle Olimpiadi Miliano-Cortina, sarà raccontato come equilibrio da preservare, non come conquista, con una forte attenzione alla fragilità dei territori e alla responsabilità collettiva verso il futuro.

Le performance artistiche alterneranno danza, musica dal vivo e immagini immersive, creando veri e propri quadri narrativi capaci di attraversare epoche e linguaggi. Tradizione e contemporaneità dialogheranno senza nostalgia: il patrimonio culturale italiano verrà evocato attraverso gesti, suoni e atmosfere, più che tramite citazioni didascaliche.

L’obiettivo non è semplicemente stupire, ma costruire un immaginario condiviso, emotivo e riconoscibile, capace di restare nella memoria.

Tutti gli ospiti presenti 

Come ogni grande evento olimpico, anche l’inaugurazione attirerà leader politici, capi di Stato, personalità istituzionali e celebrità internazionali. Milano e Cortina diventeranno per una sera il centro del mondo, con un parterre che riflette il peso simbolico delle Olimpiadi Miliano-Cortina sullo scenario globale.

Accanto alle delegazioni ufficiali, non mancheranno volti della cultura, della moda e dello spettacolo, chiamati a rappresentare l’eccellenza italiana in dialogo con il resto del mondo. 

Saliranno sul palco i cantanti Laura Pausini, Ghali e Andrea Bocelli; le attrici Matilda de Angelis e Sabrina Impacciatore, reduce dal successo mondiale di The White Lotus, e Pierfrancesco Favino, che si esibirà insieme al giovane violinista Giovanni Zanon. 

Ci saranno poi anche star internazionali, come Mariah Carey, Snoop Dog e Tom Cruise, in Italia per promuovere la prossima edizione dei Giochi, previsti per il 2028 a Los Angeles.

Perché questa inaugurazione conta più di quanto pensiamo

La cerimonia di apertura non è solo un rito formale: è il primo messaggio che un Paese invia al mondo. Nel caso delle Olimpiadi Miliano-Cortina 2026, questo messaggio parla di collaborazione tra territori, di sostenibilità come responsabilità collettiva, di cultura come strumento di connessione.

In un momento storico segnato da fratture e contraddizioni, l’inaugurazione dei Giochi diventa uno spazio simbolico in cui immaginare un futuro diverso, più inclusivo e consapevole.

Ed è forse proprio qui che risiede la forza più autentica delle Olimpiadi: non solo nello sport, ma nella capacità di trasformare un evento globale in un racconto che ci riguarda tutti.

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Quando un discorso diventa più potente di un premio: Grammy e Oscar diventano megafono sociale delle star

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Dai Grammy agli Oscar, il discorso di ringraziamento sul palco è diventato uno strumento potentissimo per lanciare messaggi politici e sociali a livello globale

Ci sono occasioni in cui un premio conta meno delle parole pronunciate sul palco.

Succede a eventi internazionali del calibro di Grammy, Oscar, Golden Globe... serate nate per celebrare talento, carriera e successo che, da tempo, sono diventati anche qualcos’altro. Un luogo simbolico, seguito in diretta da milioni di persone in tutto il mondo, dove un discorso di ringraziamento può trasformarsi in un messaggio politico, sociale o culturale destinato a viaggiare ben oltre il red carpet.

Ne è un esempio il discorso pronunciato ieri da Bad Bunny ai Grammy dopo aver vinto il premo per l’Album dell’anno con il suo Debí Tirar Más Fotos. 

«Prima di ringraziare Dio, devo dire ICE out» ha detto il cantante portoricano residente negli Usa. Le sue dure parole sono rivolte alle politiche anti-migranti del presidente Donald Trump e, nello specifico, agli agenti dell'Immigration and Customs Enforcement, che nelle ultime settimane hanno ucciso due persone a Minneapolis. 

«Non siamo selvaggi, non siamo animali, non siamo alieni. Siamo esseri umani e siamo americani», ha aggiunto il cantante. «E vorrei dire anche che so quanto sia difficile non odiare in questi giorni. Ma l’odio diventa più potente con altro odio. L’unica cosa più potente dell’odio è l’amore. Quindi, per favore, dobbiamo essere diversi. Se combattiamo, dobbiamo farlo con amore. Non li odiamo. Amiamo la nostra gente. Amiamo la nostra famiglia. È così che bisogna fare: con amore. Non dimenticatelo, per favore. Grazie».

Dall’intrattenimento alla presa di posizione: una tradizione che viene da lontano

Non solo Bad Bunny: la storia dello showbiz è costellata di discorsi di ringraziamento diventati simbolo di un’epoca. Già decenni fa, premi e cerimonie venivano usati per denunciare guerre e disuguaglianze.

Negli anni Settanta Marlon Brando rifiutò l’Oscar per Il padrino, mandando sul palco un’attivista nativa americana per denunciare il trattamento riservato agli indigeni negli Stati Uniti. Nel 2003 Michael Moore trasformò il suo discorso agli Oscar in una dura accusa contro la guerra in Iraq, mentre negli ultimi decenni temi come diritti civili, razzismo e conflitti internazionali sono entrati stabilmente nei momenti più seguiti delle cerimonie globali.

La differenza tra ieri oggi è la velocità con cui quei messaggi circolano e l’impatto che riescono ad avere fuori dai confini nazionali.

Negli anni, il pubblico si è abituato a questo doppio livello di lettura: da una parte la celebrazione dell’arte, dall’altra la consapevolezza che quel palco può diventare una tribuna.

Questo ha contribuito a ridefinire il ruolo delle star, sempre meno semplici intrattenitori e sempre più figure pubbliche chiamate (volenti o nolenti) a prendere posizione. 

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Il palco come spazio “protetto”

Questo di sicuro non è un fenomeno nuovo. Ma certamente negli ultimi anni è diventato sempre più evidente: quando il contesto politico è teso e quando un tema divide l’opinione pubblica, il palco di una grande cerimonia internazionale diventa un amplificatore potentissimo

La prima ragione per cui i grandi eventi dello showbiz sono diventati un megafono politico è semplice: l’audience.

Grammy e Oscar vengono trasmessi in decine di Paesi, rilanciati in tempo reale sui social, ripresi dai media internazionali e commentati per giorni. In questo contesto, un discorso non è solo un ringraziamento, ma un intervento che entra immediatamente nel dibattito pubblico globale.

C’è poi un elemento meno evidente ma decisivo: il palco è uno spazio protetto. Chi vince un premio ha pochi minuti, è emotivamente coinvolto, non può essere interrotto, né contraddetto. È un momento in cui la comunicazione appare spontanea e non mediata. Anche quando il messaggio è preparato, viene percepito come più sincero rispetto a una dichiarazione rilasciata a freddo. Ed è proprio questa percezione di verità che rende i discorsi di ringraziamento così potente.

Perché quelle parole ci colpiscono più di qualsiasi post

C’è infine una dimensione emotiva da non sottovalutare. Un discorso pronunciato nel momento della vittoria arriva quando le difese emotive del pubblico sono più basse. Chi ascolta è già coinvolto e disposto ad empatizzare. Le lacrime, la voce che trema, l’imperfezione del momento rendono il messaggio più umano e, quindi, più efficace.

A differenza dei social, dove tutto è potenzialmente costruito, editato e filtrato, il palco restituisce l’illusione dell’immediatezza.

Ed è proprio questa illusione a fare la differenza: ci sentiamo testimoni di qualcosa che accade in tempo reale, non spettatori di una strategia comunicativa.

In un’epoca in cui l’attenzione è frammentata e l’algoritmo decide cosa vediamo, questi momenti restano “non skippabili”. Ecco allora perché, quando si parla di diritti civili, guerra, migrazioni o giustizia sociale, il palco di una cerimonia internazionale continua a essere uno dei luoghi più efficaci per far arrivare un messaggio ovunque. Così, i discorsi di ringraziamento riescono a imprimersi nella memoria collettiva molto più a lungo di qualsiasi hashtag.

In fondo, il successo di questi momenti racconta qualcosa anche di noi. In un mondo saturo di informazioni, cerchiamo ancora luoghi simbolici in cui le parole contino davvero

 

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Kate Middleton furiosa con il principe Andrea: cosa sta succedendo

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Secondo fonti di palazzo, Kate Middleton è sempre più irritata dal ruolo informale del principe Andrew e dalle tensioni familiari irrisolte

Dietro le quinte della monarchia britannica, mentre l’attenzione pubblica resta concentrata sul futuro di William e Kate e sul loro ruolo sempre più centrale nella famiglia reale, si starebbe consumando una nuova frattura interna.

Al centro del malcontento, ancora una volta, c’è l'ex principe Andrew. Secondo indiscrezioni provenienti da ambienti vicini a Buckingham Palace, Kate Middleton sarebbe profondamente irritata dal modo in cui il duca di York continuerebbe a mantenere un’influenza indiretta sugli affari reali, nonostante il suo progressivo allontanamento ufficiale dalla vita di corte.

**Re Carlo caccia il Principe Andrea da Buckingham Palace: «Non è più il benvenuto»**

Dopo essere stato costretto a lasciare Royal Lodge, la residenza che aveva occupato per oltre vent’anni, Andrew si è trasferito in una proprietà temporanea in attesa della ristrutturazione della sua nuova casa. Ma il cambio di indirizzo non avrebbe coinciso con un vero passo indietro. Anzi. Secondo le fonti, l'ex principe si appoggerebbe sempre più alle figlie Beatrice ed Eugenie per restare informato su ciò che accade all’interno del Palazzo, una dinamica che starebbe alimentando sospetti e nervosismi.

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Perché Kate Middleton è irritata dal comportamento dell'ex principe Andrew 

«Andrew fa molto affidamento su Beatrice ed Eugenie per restare coinvolto. La percezione è che le usi come suoi occhi e orecchie», racconta una fonte. Un comportamento che avrebbe portato Kate Middleton «al limite della sopportazione», soprattutto perché vissuto come una minaccia agli sforzi fatti negli ultimi anni per restituire credibilità e stabilità alla monarchia dopo una lunga stagione di scandali.

«Kate non mostra rabbia in pubblico, ma privatamente è furiosa» riferisce un insider. «Ha lavorato con grande attenzione per ricostruire la fiducia nell’istituzione, e vedere Andrew riemergere, anche solo indirettamente, le sembra uno schiaffo al lavoro svolto».

Il problema, spiegano le fonti, non riguarda tanto Beatrice ed Eugenie (che William e Kate non vorrebbero penalizzare) quanto il rischio che Andrew continui a esercitare una forma di influenza informale, “sussurrando” sullo sfondo delle decisioni reali.

Lo scandalo legato a Jeffrey Epstein ha segnato in modo indelebile la reputazione del duca di York, che nel 2022 ha raggiunto un accordo muti milionario per chiudere la causa civile intentata da Virginia Giuffre, continuando però a negare ogni accusa. Da allora Andrew ha perso titoli, onorificenze e il trattamento di Sua Altezza Reale, fino a essere ufficialmente conosciuto come Andrew Mountbatten-Windsor.

Eppure, secondo chi osserva da vicino le dinamiche di palazzo, il principe non avrebbe mai davvero accettato il proprio esilio. «Parla come se fosse intoccabile. Dice spesso: “Sono figlio di un monarca”», racconta una fonte. Una convinzione che, agli occhi di Kate Middleton, rende ancora più difficile voltare pagina.

A complicare il quadro c’è anche il ruolo di Sarah Ferguson, che nonostante il divorzio da Andrew continua a sostenerlo apertamente. Una vicinanza che alimenta la sensazione di altri reali che nulla sia realmente cambiato.

Protettiva nei confronti di William e dei loro figli, la principessa di Galles vedrebbe questa situazione come un peso costante sul futuro della famiglia reale. «William è paziente» conclude la fonte, «ma c’era l’aspettativa che Andrew si ritirasse in silenzio. Questo non è successo». E per Kate Middleton, che punta su trasparenza e rinnovamento, è una linea che rischia di essere superata.

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La generazione del tè freddo: la Gen Z riscrive la socialità tra party sobri, mocktail e home dinner

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Dalla movida alla “slow-life”: come la Gen Z trasforma festa, amicizie e divertimento in rituali più intimi, creativi e, sorprendentemente, sobri.

Chiamatela pure “generazione del tè freddo”. La Gen Z sta modificando il modo in cui si vive il tempo libero e lo sta facendo attraverso scelte che, fino a qualche anno fa, sarebbero sembrate controcorrente: meno alcol, più consapevolezza, più intimità e più qualità.

Una rivoluzione silenziosa che non riguarda solo chi ne fa parte, ma anche chi osserva da fuori per capire come sono cambiati i codici della socialità.

Gen Z e party sobri: quando divertirsi non significa esagerare

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Nella nuova grammatica sociale dei più giovani, la serata perfetta non ruota intorno alle quantità di alcol, ma alla possibilità di star bene, di condividere momenti autentici e di divertirsi senza eccessi. I party sobri - dove gli unici “shottini” sono a base di zenzero, kombucha o infusi creativi - stanno diventando una scelta culturale prima ancora che un semplice trend.

A pesare è un atteggiamento più pragmatico: prendersi cura di sé, non perdere il giorno dopo e godersi l’evento per quello che è, non per quello che promette il bicchiere in mano. E così, tra playlist curate, luci soffuse e piccoli giochi da tavolo, la serata si trasforma in un’esperienza più intima, fatta di risate leggere, conversazioni autentiche e connessioni reali.

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Mocktail: non un compromesso, ma un nuova estetica

Per la Gen Z il non bere non è un’assenza, ma uno spazio creativo e di sperimentazione. I mocktail (cocktail analcolici, che combinano ingredienti come succhi di frutta, sciroppi, erbe e spezie per imitare l'aspetto e il sapore dei cocktail tradizionali, ma senza alcol) sono curati nei minimi dettagli, fotografabili e spesso più complessi dei cocktail tradizionali, con ingredienti inaspettati e abbinamenti gourmet. Sono diventati un vero e proprio linguaggio, un modo per partecipare al rito del brindisi senza pagarne il prezzo fisico, senza calcoli o rimpianti il giorno dopo.

E soprattutto rappresentano un cambio di mentalità: non serve l’alcol per sentirsi parte del gruppo, per vivere emozioni condivise o per rendere memorabile una serata. In questo scenario, ogni incontro diventa un piccolo laboratorio di creatività, dove gusto, estetica e convivialità si mescolano in modo originale e sorprendente.

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Home dinner: la casa torna a essere un luogo sociale

Dopo anni in cui la socialità sembrava doversi consumare fuori, la Gen Z riporta tutto dentro. Le home dinner non sono semplici cene tra amici: sono micro–rituali costruiti con attenzione, playlist curate, luci morbide e piatti che invitano a condividere, non a impressionare. È il ritorno di un’intimità che non disdegna i social, ma che mette al centro il tempo insieme.

Guardare questa generazione significa osservare un cambio di passo più ampio. La socialità non è scomparsa, è solo diventata più selettiva, più calma e più aderente alle esigenze reali delle persone. La “generazione del tè freddo” non rifiuta il divertimento: lo ridisegna. E il risultato è un modello che incuriosisce anche chi ha frequentato epoche di notti lunghe e bicchieri pieni.