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In vetta alla montagna senza il minimo sforzo: la scala mobile di oltre 1 km che porta direttamente in cima (in 10 minuti)

In vetta alla montagna senza il minimo sforzo: la scala mobile di oltre 1 km che porta direttamente in cima (in 10 minuti)

7 Maggio 2026
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Sul Monte Lingshan, nel Jiangxi, una scala mobile di oltre un chilometro porta in vetta in dieci minuti cambiando per sempre l’idea di salita. Tra accessibilità, turismo di massa ed etica del limite, quanto resta davvero della montagna?

Un chilometro di scale mobili all’aperto per arrivare in vetta a una montagna in dieci minuti, senza togliere il fiato a nessuno.

Succede in Cina, nella provincia di Jiangxi, dove l’area panoramica di Lingshan ha inaugurato quella che i media locali hanno ribattezzato "scala verso le nuvole".

Un’infrastruttura da record che permette di salire comodamente per 1.236 metri di tappeti mobili collegati, superando un dislivello pari a 88 piani.

Sulla carta è il sogno di chi ha sempre sofferto le salite: niente sudore, niente zaino, solo panorama e foto. Il vecchio sentiero richiedeva circa due ore di cammino, oggi la stessa distanza si percorre in un decimo del tempo.

Tutto perfetto, quindi? Non proprio. Perché quando la montagna diventa un centro commerciale a cielo aperto, qualche domanda forse sarebbe il caso di porsela.

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Dalla scarpinata alla scala mobile: come funziona l’impianto di Lingshan

Alle pendici della Lingshan Mountain, nel Jiangxi orientale, il nuovo sistema di scale mobili corre all’aperto lungo il versante, all’interno del Lingshan Scenic Spot, una delle aree turistiche più instagrammabili della regione. L’impianto è composto da più sezioni collegate, per una lunghezza complessiva di circa 1.236 metri. Il tempo di risalita dichiarato è di dieci minuti, in modalità “passeggiata lenta” su gradini mobili.

Il costo stimato è di circa 20 milioni di euro, inseriti in un piano più ampio di sviluppo turistico della zona. L’obiettivo ufficiale è chiaro: rendere accessibile la vetta al maggior numero possibile di visitatori, comprese persone anziane o con difficoltà motorie, e trasformare Lingshan in una calamita per il turismo interno cinese.

Qui il contrasto con il “prima” è netto. Fino a poco tempo fa per guadagnarsi la vista dall’alto servivano almeno due ore di cammino su un percorso escursionistico che richiedeva un minimo di allenamento e di voglia di fare fatica. Ora lo stesso tragitto è diventato un nastro trasportatore panoramico: voi salite, guardate il paesaggio, scattate foto, arrivate in cima.

C’è anche un dettaglio rivelatore del caos informativo intorno all’opera: diversi media hanno parlato di vetta a 2.303 metri, ma quella quota appartiene a un’altra Lingshan, vicino a Pechino. La montagna del Jiangxi è più bassa, ma evidentemente meno “epica” in termini di numeri. Così, per rendere la storia più virale, si mescolano montagne e si gonfiano altitudini.

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Accessibilità o parco giochi? La montagna trasformata in attrazione

L’argomento forte dei promotori è l’accessibilità: una montagna per tutti, anche per chi non può o non riesce a camminare a lungo. E su questo, in sé, è difficile obiettare. Rendere possibili esperienze in quota a persone con disabilità o con età avanzata è un obiettivo giusto, che anche in Italia viene perseguito da anni.

Il problema è la scala dell’intervento. Qui non si parla di un breve tratto attrezzato, ma di oltre un chilometro di scale mobili che tagliano il versante. Secondo il Club Alpino Italiano, che ha commentato il caso attraverso la testata Lo Scarpone, opere di questo tipo hanno un impatto visivo, ambientale e culturale che va ben oltre il semplice “aiuto” ai visitatori. Si passa dall’accompagnare le persone in montagna al sostituirsi alla montagna stessa.

C’è poi la questione del turismo di massa. Un itinerario che richiedeva due ore di salita selezionava, in modo naturale, chi era disposto a metterci tempo e impegno. La scala mobile, al contrario, apre a flussi rapidi e numerosi: arrivo in pullman, dieci minuti di risalita, selfie in vetta, discesa, via verso la prossima attrazione. Il rischio è che la montagna diventi un semplice sfondo per contenuti social, più che un luogo da vivere.

Gli esperti di ambiente ricordano anche gli impatti meno instagrammabili: movimento terra per le fondazioni, pilastri, consumo energetico per mantenere in funzione un chilometro di meccanica all’aperto, manutenzione continua in un ambiente esposto agli agenti atmosferici. Tutto questo per cancellare il tratto forse più identitario dell’andare in montagna: la fatica del cammino.

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La lezione per le nostre Alpi: etica del limite e accessibilità “soft”

In Italia il tema dell’accessibilità in montagna è molto presente, ma la strada scelta è diversa. Il CAI e molte realtà locali lavorano su sentieri per tutti, percorsi con pendenze contenute, segnaletica chiara, carrozzine da trekking, rifugi più inclusivi. L’idea è quella di avvicinare le persone alla montagna, non di trasformarla in un luna park verticale.

Qui entra in gioco quella che molti definiscono “etica del limite”: ricordare che non tutto ciò che è tecnicamente possibile è anche opportuno in un ambiente naturale. Una cosa è installare una passerella o un breve tratto di impianto per superare un ostacolo, altra cosa è sostituire l’intera esperienza di salita con una scala mobile chilometrica.

Il punto, alla fine, è scegliere che tipo di montagna volete frequentare. Una vetta raggiunta in dieci minuti di scorrimento automatico, o una vetta conquistata passo dopo passo, magari con qualche pausa, qualche sbuffo e la sensazione, arrivati in cima, di esservela davvero guadagnata. La tecnologia può aiutare a includere più persone, ma sta a noi decidere se usarla per aprire sentieri o per spegnere del tutto l’idea stessa di cammino.

© Riproduzione riservata

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