Altro che cotoletta! Questi sono i tre piatti della tradizione che solo i veri milanesi conoscono!
Risotto giallo, ossobuco, cotoletta, cassoeula: quando si parla di piatti tipici milanesi l’elenco si ferma (spesso) sempre qui. Sono i classiconi da trattoria del centro, quelli che finiscono sulle guide per turisti e sulle foto da condividere con chi vive lontano dalla Madonnina.
Ma la memoria vera della cucina milanese sta anche altrove, in piatti poveri, di cortile e di ringhiera, che molti milanesi di oggi non saprebbero nemmeno descrivere. Altro che cotoletta: se volete misurare il vostro tasso di milanesità, provate a fare i conti con questi tre nomi quasi scomparsi dai menù.
La cucina milanese non è solo risotto e ossobuco
Il racconto ufficiale dice che la cucina milanese è fatta di risotto allo zafferano con ossobuco, mondeghili, busecca, panettone, riso al salto. Tutto vero, ma è solo la parte più "presentabile" di una tradizione nata povera, contadina, fatta di scarti, ritagli e lunghe cotture nel burro.
Come ricordano gli studi sulla cucina lombarda, per secoli nelle case si cucinava con quello che c’era: riso economico, maiale in tutte le sue forme, avanzi di manzo, molto lardo e pochissimo spreco. Sotto la patina dei piatti da ristorante resistono così ricette che vengono da cucine minuscole e cortili condivisi. Tre di queste, oggi, sono quasi un test d’ingresso per chi si definisce "vero milanese".
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Ris in cagnòn, il non-risotto di riso, burro e salvia
Il nome inganna: il ris in cagnòn non è un risotto. Niente riso tostato, niente brodo rabboccato con pazienza, niente mantecatura scenografica. È riso bollito, semplicemente. Scolato bene e poi travolto da una valanga di burro fuso dove hanno sfrigolato foglie di salvia fino a diventare scure e croccanti. Sopra, una nevicata generosa di grana grattugiato.
Nasce come piatto "di emergenza": quando in casa non c’era brodo per il risotto né verdura per il minestrone, nelle cucine più modeste si salvava il pranzo con riso, un pezzo di burro e qualche foglia di erba "savia". I pezzetti arricciati di salvia fritta ricordavano piccoli vermetti, i "cagnotti", da cui il nome cagnòn. Poesia da cortile, altro che food design.
Oggi è quasi sparito dalle carte dei ristoranti, ma è il classico piatto che potete rimettere in circolo a casa con tre ingredienti contati. Se nelle vostre memorie familiari non esiste nemmeno l’eco di un ris in cagnòn, un primo punto sul patentino da milanese sfuma già qui.
Rustisciada, il finto arrosto che sa di casa di ringhiera
La parola fa pensare a un arrosto fumante, ma la rustisciada è tutt’altro. È uno spezzatino in umido a base solo di maiale: pezzi di lonza o lombo, più salsiccia o luganega, tagliati a cubetti. Il tutto affogato in una quantità generosa di cipolle, vino e, secondo molte ricette tradizionali, un po’ di pomodoro o di erbe aromatiche. Cottura lenta, fino a ottenere una crema dolcissima in cui carne, cipolla e vino diventano una cosa sola.
È un piatto di cintura, più da Brianza, Altomilanese e osterie di periferia che da ristorante patinato in centro. Ha il profumo delle balere di paese, dei circoli dove la domenica si serviva con la polenta fumante. Proprio per questo oggi la rustisciada è quasi introvabile: è pesante, richiede tempo, non è particolarmente fotogenica. Ma per chi l’ha assaggiata almeno una volta, resta legata all’idea di casa e di inverno vero, non di comfort food da copertina.
Brüscitt, le "briciole" di manzo che valgono un patentino
Con i brüscitt si sale ancora un po’ lungo la linea ferroviaria. Questo secondo piatto di manzo nasce tra Busto Arsizio e Legnano e poi si diffonde in tutto l’Alto Milanese. L’idea è semplice e geniale: usare i ritagli di manzo che restano sul banco del macellaio, tagliati rigorosamente al coltello in pezzettini irregolari, i "bruscolini" che danno il nome al piatto.
I ritagli finiscono in tegame con burro, spesso anche un po’ di lardo, vino rosso e semi di finocchio. Cottura lenta, attenzione all’umidità (niente acqua, solo grasso e vino) e alla fine si ottiene un umido concentrato, profumatissimo, servito quasi sempre con polenta gialla. Secondo il Comune di Busto Arsizio, che nel 2014 ha riconosciuto ai brüscitt la Denominazione Comunale d’Origine, è un pezzo identitario della città e dell’area insubre.
Dentro Milano città, invece, è un nome che molti non collegano a nulla di preciso. Compaiono raramente nelle liste dei "piatti tipici milanesi" più diffuse, eppure raccontano meglio di tanti altri il rapporto tra città, hinterland e quell’arte di non buttare via niente che ha segnato la tavola lombarda.
Quanti di questi tre piatti potete spuntare?
Arrivati fin qui, il gioco è semplice: per ciascuno di questi piatti chiedetevi tre cose. Primo: sapete a grandi linee che cos’è, senza controllare? Secondo: l’avete assaggiato almeno una volta, magari in casa di parenti, in una sagra o in una trattoria fuori dal centro? Terzo: sapreste dove portare un’amica in visita per farglielo provare "come si deve"?
Se fate tre su tre per ris in cagnòn, rustisciada e brüscitt, potete rivendicare senza timori il titolo di veri milanesi di tradizione, non solo da aperitivo in Darsena. Se invece vi manca qualche voce, niente panico: è la scusa perfetta per rimettere in tavola questi piatti dimenticati, chiedere alle nonne, rovistare nei quaderni di ricette scritti a mano e, perché no, far partire una discussione nell’ennesima chat di gruppo. Alla fine, più che la cotoletta, sono proprio queste ricette di recupero a raccontare chi siete e da dove viene davvero Milano.
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