Grazia.it talks with: Laura Zura-Puntaroni, founder di Festa Foresta

Con l'arrivo della bella stagione, in tv, sulle riviste e sui social veniamo bombardati dall'immancabile "tormentone" della "prova costume": le diete per affrontarla nella migliore dei modi, i trattamenti corpo in preparazione, i workout specifici per snellire, appiattire, rassodare... l'allenamento per una maratona sembra essere meno stressante.
Insomma, quello che dovrebbe essere un momento di gioia e spensieratezza, di vacanze e meritato relax, diventa complicato e, spesso, detestato: più si levano gli strati di vestiti che abbiamo addosso e più ci "mettiamo a nudo" e non parliamo solo di cm di pelle esposta ma di molto di più.
L'accettazione, ma più ancora, il piacersi, è un traguardo sempre più difficile da raggiungere, al di là della propria taglia e forma fisica, e il rapporto con il proprio corpo, si sa, non è assolutamente semplice e spontaneo. In questo tortuoso viaggio, esistono realtà che hanno molto lavorato sulla percezione di sé, sul creare prodotti che facciano sentire bene chi li indossa, confortevoli, pratici e, giustamente, belli e piacevoli! Insomma abiti pensati per il corpo e non viceversa!
Capi ideati per essere donanti non solo su modelle magrissime ma con le "curve nei posti giusti" (sia mai che queste benedette curve non si distribuiscano correttamente e lì la scelta delle parole cambia drasticamente) ma su una gamma di fisicità ampia e variegata come la natura umana stessa è nella sua essenza.
Questo è l'idea di partenza che ha guidato Laura Zura Puntaroni, la founder di Festa Foresta, nato nel 2020 come brand di beachwear "reale" e davvero inclusivo, a partire dai modelli proposti, realizzati in materiali sostenibili e morbidissimi, adatti a vestire corpi diversi, e dalla comunicazione fatta da immagini di donne che davvero possiamo incontrare ovunque, sulle spiagge come nei luoghi di vacanza, e non solo sulle pagine delle riviste di moda e nei post patinati e perfetti delle influencer.
A cinque anni dalla nascita di Festa Foresta e dell'inaugurazione del primo showroom e "spazio fisico" del marchio a Milano, dove poter toccare con mano e provarne in tutta tranquillità i costumi e i prodotti, abbiamo colto l'occasione di scambiare quattro chiacchiere con Laura e farci raccontare com'è andata in questi anni e cosa ancora ci attende...
Partiamo dall'inizio: com’è nata l’idea di Festa Foresta?
«Festa Foresta è nata da un bisogno molto personale: quello di costruire qualcosa che mi somigliasse davvero, un progetto autentico al 100% in cui potessi far confluire le mie energie e le mie idee in modo libero e coerente. Ho una formazione da architetta, sono sempre stata affascinata dal tessile e dal progettare, e ancora oggi sento che il brand si muove più nell’ambito del progetto che in quello della moda.
C’è anche una componente affettiva e biografica: mio padre è stato rappresentante di beachwear per tutta la vita, quindi sono cresciuta in mezzo ai campionari di costumi da bagno. Ma erano capi pensati per corpi standardizzati, tutti uguali, tutti aderenti a un certo tipo di estetica. Festa Foresta è nata anche in risposta a quell’immaginario: volevo costruire qualcosa di diverso, che parlasse di corpi veri, tutti diversi, tutti degni di essere celebrati. Ho scelto di partire da un prodotto semplice come il costume da bagno proprio perché, al mare, ci ritroviamo spesso a spogliarci in uno spazio pubblico: è un momento in cui l’intimità diventa visibile, e non è sempre facile sentirsi bene nel proprio corpo. Mi interessa esplorare questo tema — il rapporto che abbiamo con noi stessə, con la nostra pelle — ed è da lì che nasce ogni collezione. Festa Foresta è, prima di tutto, un progetto che parla di pelle, di corpo, di identità».
Il nome “Festa Foresta” è super evocativo — che significato ha e cosa rappresenta per il brand?
«La storia del nome è un po’ bizzarra: l’ho sognato! Quando stavo mettendo in piedi il progetto, mi stavo letteralmente ossessionando con il nome (un po’ come faccio con tutto) e compilavo liste su liste per trovare quello perfetto. Non volevo nulla di aulico o troppo impegnativo — sarebbe stato un controsenso rispetto all’autoironia e al senso di leggerezza che volevo, e voglio tuttora, trasmettere con il brand. Il nome giusto non doveva prendersi troppo sul serio.
Allo stesso tempo, ci tenevo che fosse in italiano e che rispecchiasse le basi con cui era nato il brand: essere sostenibili e mettere entusiasmo nelle cose. Non volevo nessun appellativo che lo definisse come “label” o “brand”, né qualcosa che lo legasse esclusivamente al mondo del mare — e se un giorno Festa Foresta producesse tavoli? Dopo infiniti elenchi, una mattina mi sono svegliata con in testa esattamente lui: Festa Foresta! Mi è subito sembrato perfetto: la parola Foresta rappresenta un omaggio al mondo naturale, che è al centro della filosofia e dell’estetica del brand; mentre Festa per me è lo stato d’animo dei momenti leggeri, quelli che chiamo “picchi di entusiasmo”. E poi funzionava anche graficamente: dentro la parola Foresta c’è la parola Festa, sembravano fatte apposta per stare insieme.
Un piccolo segreto che non confesso mai: poco prima di fondare il brand, io, mia madre e mia sorella ci siamo tatuate una foglia — rappresenta il nostro faggeto del cuore, a pochi passi dal paese in cui sono nata. Poco dopo, quella foglia è diventata naturalmente anche parte del brand».
Dopo un accenno di inclusività nel periodo Covid, la moda sembra tornata a un’estetica più conforme. Tu come la vedi da designer e imprenditrice? C’è speranza che si torni a parlarne davvero?
«Per me il tema dell’inclusività è stato un punto di partenza. Non ci sono mai stati grandi piani di marketing o strategie studiate a tavolino — anche perché, quando ho cominciato, nonostante fossi molto preparata sul lato prodotto, non avevo ancora idea di tutte le strutture e le dinamiche del marketing.
Per il primo shooting, scattato a maggio 2020, ho semplicemente chiamato le ragazze che vivevano nel mio palazzo. Abbiamo scattato nel cortile, sulle scale, dentro casa mia. Complice il lockdown era difficile (e fuori budget) prenotare uno studio fotografico, ma soprattutto volevo che si vedessero dei corpi che puoi incontrare in spiaggia, per strada, in cui tutte si potessero riconoscere.
Penso che l’inclusività debba nascere come esigenza di chi crea, non come strategia. Non serve mettere davanti alla camera una modella strabica o senza una gamba, se poi è comunque una top model bellissima, che rispetta per il resto tutti gli standard estetici attuali. Quello che serve, a noi donne, è vedere corpi reali, banali, non eccezionali. Corpi nei quali potersi davvero riconoscere. Per il futuro, mi auguro che si vada verso una “normalizzazione” dei corpi — anche se il concetto di “normale” è ovviamente complesso. In generale credo che chi si avvicina oggi alla moda si aspetti più consapevolezza da parte del settore, e desideri sentirsi rappresentato in modo autentico».
I tuoi costumi sono realizzati con fibre riciclate di qualità. Quanto è impegnativo orientare la produzione in questo senso?
«La difficoltà sta soprattutto nella fase di ricerca, che dev’essere molto meticolosa. I tessuti sostenibili sono uno dei punti cardine del brand: penso sia fondamentale conoscere a fondo il materiale che si sta utilizzando, testarlo, capire come reagisce agli stimoli e agli sforzi, “strapazzarlo”. È essenziale assicurarsi che sia effettivamente valido, oltre che sostenibile. Non è stato difficile orientare la nostra produzione in questa direzione, perché era l’obiettivo fin dall’inizio. Avevo un’idea molto chiara di cosa volessi fare e, non arrivando dal mondo della moda ma da quello dell’architettura — e da una certa ossessione per i dettagli e per la qualità — non avevo in mente un ventaglio infinito di opzioni, ma solo una: fare le cose come le volevo io. Ho fatto moltissime ricerche, ma ho anche avuto la fortuna di trovare fornitori eccellenti, che rispecchiano pienamente i miei valori. Continuo comunque a frequentare fiere e a tenermi aggiornata sulle novità, perché è un mondo in continua evoluzione».
Il brand ha compiuto 5 anni. Quali difficoltà hai affrontato come giovane imprenditrice e quali soddisfazioni ti porti a casa?
«Le difficoltà iniziali sono state soprattutto due: la burocrazia e il fatto di riuscire a essere presa sul serio.
Purtroppo, ancora oggi, una giovane donna di 28 anni che si presenta con un progetto proprio spesso non viene considerata davvero. Dopo il primo anno di attività, c’erano ancora fornitori e laboratori con cui mi interfacciavo che mi chiedevano se il brand fosse “vero”, nonostante avessi una società regolarmente registrata. La mia tenacia — e quell’attitudine testarda che nella mia regione chiamiamo “tigna” — mi ha permesso di andare avanti, e oggi finalmente vengo presa sul serio. Un’altra grande difficoltà, all’inizio, è stata la burocrazia: in Italia è davvero infinita, macchinosa, complicata. Ma sono molto fiera di aver fatto fin dall’inizio tutti i “compiti” giusti.
Per quanto riguarda le soddisfazioni, ce ne sarebbero tantissime. La cosa che mi rende più fiera è senza dubbio la community che si è creata, in modo del tutto spontaneo, intorno al brand. Vedere, sentire, sapere che ci sono ragazze, amiche, donne che si sentono felici, soddisfatte e a proprio agio con i miei prodotti è una cosa che mi rende profondamente grata. E poi, un’altra grande soddisfazione è il nuovo spazio a Milano: lo showroom Festa Foresta. Un luogo che ho curato in ogni dettaglio e che rispecchia pienamente l’identità del brand. È il posto in cui lavoro, ma anche quello in cui accogliere la community — che finalmente può venire a provare i costumi!»
I social ti hanno aiutata a costruire una community molto affiatata. Un aspetto positivo e uno negativo (se c’è)?
«Sì, i social — in particolare Instagram — sono stati fondamentali per la crescita del brand. Il processo è stato molto organico e spontaneo, e una delle cose più belle che mi siano state dette è che il brand mi rispecchia al 100% per come sono. Quello che amo di più dei social è la possibilità di avere uno scambio quotidiano con ragazze e donne che seguono il brand e condividono i nostri stessi ideali. Si aprono spesso chat interessantissime, ricevo spunti, richieste, suggerimenti. È successo tante volte che alcune clienti siano diventate amiche: ho conosciuto davvero persone splendide grazie a questo canale.
Un aspetto negativo — anche se non lo definirei propriamente tale — è legato alla mia timidezza. Ci metto tipo venti minuti per registrare una storia di pochi secondi! Ma poi mi ricordo che la mia community è genuina, non giudica, e mi sostiene sempre. Anzi, col tempo ho capito che è proprio quella timidezza a rendermi autentica, e forse anche per questo le persone si sentono libere di essere a loro volta sé stesse».
Sei partita con i costumi, poi hai incluso abbigliamento e intimo. Su cosa ti piacerebbe lavorare in futuro?
«Stiamo pensando a un prodotto invernale (ma in realtà a tantissimi)… però niente spoiler!
La verità è che quello che amo di Festa Foresta è proprio la libertà che mi concede: posso spaziare su ciò che voglio, su quello che cattura la mia attenzione, la mia curiosità, le mie ricerche del momento. In questo senso mi sento molto fortunata, è come avere a disposizione un enorme playground di possibilità. Ogni nuova direzione nasce in modo naturale, senza forzature: se decido di progettare un nuovo prodotto è perché mi interessa davvero, perché sento che può avere senso all’interno del percorso del brand. E ogni novità che introduciamo mantiene sempre il nostro approccio: cura maniacale per i dettagli, attenzione ai materiali, sostenibilità reale, e — soprattutto — un’idea di corpo accogliente e libera da stereotipi.
Quindi sì, ci sono tante idee in cantiere. Ma quello che davvero mi entusiasma è sapere che il brand può crescere insieme a me, seguendo i miei interessi e le mie fasi, senza dover mai tradire la sua identità».
Se pensi a Festa Foresta, c’è una canzone o una musica che sarebbe una soundtrack perfetta?
«Difficilissimo sceglierne solo una! Però se dovessi pensare a una colonna sonora perfetta per Festa Foresta, immagino qualcosa che mescoli leggerezza e intensità, che faccia venire voglia di ballare a piedi nudi, magari in mezzo a un bosco. Una canzone che trasmetta libertà, autenticità, una bellezza un po’ scomposta.
Direi "Solar Power" di Lorde. Ha quella vibra luminosa, spensierata e un po’ ribelle che racconta bene lo spirito del brand: la libertà, il rapporto con la natura, la leggerezza che però non è mai superficiale. È una canzone che fa venire voglia di camminare scalzə, tuffarsi in mare, ridere fortissimo, prendersi sul serio il giusto. E poi parla proprio di quel senso di potere che si prova quando si è a proprio agio nel proprio corpo, sotto il sole. Ed è esattamente quello che vorrei trasmettere con Festa Foresta.
Ma la verità è che Festa Foresta potrebbe avere una playlist intera. E cambierebbe di stagione in stagione».
Art Director immagini in apertura: Simona Rottondi
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London Fashion Week Fall/Winter 2026: il recap delle sfilate tra memoria, ribellione e nuovi inizi

Dal 19 al 23 febbraio 2026, la British Fashion Council ha acceso i riflettori su una nuova edizione della London Fashion Week, la seconda sotto la guida della CEO Laura Weir.
A posteriori, ciò che resta di questa settimana dedicata alle collezioni Autunno-Inverno 2026 è la sensazione di una città che continua a ridefinire la propria identità sottolineando l'importanza di un equilibrio tra heritage e sperimentazione.
Tra grandi nomi e nuove energie, passerelle spettacolari e presentazioni immersive, Londra per noi ha riaffermato la sua vocazione culturale più che puramente commerciale: stiamo parlando infatti di una piattaforma dove la moda si intreccia con arte e narrazione sociale.
Quest'anno il calendario è stato segnato da assenze importanti ma anche da ritorni strategici segnando una stagione diversa dalle precedenti.
Vediamo insieme tutte le novità portate sulle passerelle della London Fashion Week per la stagione Autunno/Inverno 2026!
Paul Costelloe
Credits: Getty Images
Fedele al suo linguaggio fatto di sartorialità solida e femminilità misurata, Paul Costelloe ha confermato il suo ruolo di colonna portante della settimana londinese.
Le sue silhouette, strutturate ma non rigide, hanno portato in passerella una visione classica aggiornata con sensibilità moderna.
Cappotti avvolgenti, abiti midi dalla costruzione impeccabile e un uso del colore calibrato che restituisce profondità ma non risultando eccessivo. In una fashion week attraversata da sperimentazioni e contrasti, la sua proposta resta un punto fermo, rassicurante.
Patrick McDowell
Credits: Getty Images
Per l’autunno inverno 2026, McDowell ha costruito “The Gaze”, una riflessione sulla sensualità e sullo sguardo, ispirata al fotografo americano George Platt Lynes.
La performance del danzatore Jonathan Luke Baker, semi-nudo su una roccia, ha reso esplicita la centralità del corpo come oggetto e soggetto dello sguardo pubblico.
La collezione, tuttavia, è stata sorprendentemente misurata: linee allungate, tailoring preciso, abiti da sera corsettati in stampe floreali sfumate, e una palette in bianco e nero dalle vibrazioni morbide e ovattate. McDowell evita costruzioni monumentali e punta su “abiti veri”, pronti per il mercato, segnando un momento di maturità commerciale senza rinunciare però alla sua poetica.
Natasha Zinko
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"L’assurdo stratificato" è il cuore pulsante della proposta di Natasha Zinko. L’activewear in pile viene compresso in corsetti improvvisati, tank top rimpiccioliti diventano strutture costrittive, generando un trompe-l’œil che destabilizza le proporzioni.
La collaborazione con Havaianas produce le ironiche “Pancake Flops”: due infradito sovrapposte e unite da lacci in pelle a evocare una zeppa fai-da-te. Un gesto secondo noi nostalgico e sovversivo insieme.
Il tema della pelliccia, riletto in chiave etica, attraversa la collezione come memoria generazionale: faux-fur grigio con applicazioni tridimensionali, stivali realizzati con New Rock abitati da piccoli animali in finta pelliccia, in bilico tra trofeo e mascotte. A chiudere, l’apparizione di Melanie Brown, icona pop che incarna perfettamente lo spirito teatrale della sfilata.
Richard Quinn
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Richard Quinn continua la sua personale battaglia contro l’effimero costruendo un “archivio del futuro”. La sua cifra floreale si fa più affilata e strutturale ma non solo decorativa.
La collezione AI 2026 è infatti un inno alla permanenza: tessuti sontuosi, silhouette che celebrano la presenza femminile, abiti pensati per momenti cruciali della vita.
Quinn eleva il prêt-à-porter attraverso codici couture, restituendo alla moda una dimensione cerimoniale anche nel quotidiano.
Simone Rocha
Credits: Getty Images
All’Alexandra Palace, Simone Rocha ha intrecciato mito celtico, adolescenza anni ’90 e suggestioni letterarie in una collezione che esplora la giovinezza come condizione mentale.
Segna la stagione il debutto davvero interessante della collaborazione con Adidas: le iconiche tre strisce rosse scorrono su abiti romantici, giacche sportive a trapezio e ibridi tra sneaker e ballerine.
Rocha lavora per contrasti, accostando shearling massicci a cristalli delicati, cappotti militari a gonne in tulle, abiti vaporosi a dettagli atletici.
Emilia Wickstead
Credits: Getty Images
La musa di stagione è Fano Messan, modella e attrice francese degli anni Venti costretta a fingersi uomo per diventare scultrice. Una figura che permette a Wickstead di indagare il confine tra uniformità e liberazione.
Cosa ne nasce? Un tailoring languido, quasi androgino, tra check maschili, denim robusto e giacche in pelle dalla costruzione smock.
La sfilata, intima e priva di fronzoli nella boutique di Sloane Street, evolve poi verso abiti più scenografici in lamé argento e pizzi lavanda, dalle qualità scultoree.
Erdem
Credits: Getty Images
Vent’anni di carriera e nessuna nostalgia. Erdem celebra l’anniversario del brand con “Impossible Conversations”, una collezione-mashup che mette in dialogo le muse del suo universo creativo.
In passerella alla Tate Britain, tra panchine ravvicinate e atmosfere sospese, convivono crinoline in pizzo, colonne ricamate fino all’eccesso, blazer maschili e jeans boyish abbinati a bra top. È un dialogo tra epoche e identità nonché tra romanticismo e irriverenza.
Erdem dimostra che la coerenza non è immobilità, al contrario, dimostra come questa sia capacità di rielaborare il proprio archivio con nuova energia.
FIORUCCI
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Con “MEMORIE”, Fiorucci presenta un progetto che non è una sfilata ma una riflessione immersiva sul concetto di ricordo come proiezione futura. Curata da Francesca Murri, la presentazione immagina una festa intima ambientata in uno spazio sospeso tra passato e futuro, dove l’identità del brand viene riletta con nuove chiavi creative.
Silhouette raffinate ma attraversate da dettagli incredibili come, gorgiere scolpite, borchie, maschere espressive che definiscono la collezione.
Pizzi, mesh e crêpe convivono con velluto, lattice e denim lavorato al laser; l’iconografia storica di Fiorucci torna con angeli, labbra grafiche e una palette vibrante punteggiata da stampe inedite.
Arricchisce il progetto la collaborazione con Francesco Casarotto di Agglomerati, che realizza maschere artigianali pensate come estensione dei personaggi della collezione.
Mithridate
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A un anno dal suo arrivo alla direzione creativa, Daniel Fletcher consolida la propria visione per Mithridate con una collezione Autunno-Inverno 2026 che intreccia heritage cinese e immaginario britannico. Nella maestosa cornice della Tate Britain, un grande glicine scenografico evocava il primo esemplare cinese portato da Guangzhou a Londra nell’Ottocento, ancora oggi fiorito a Chiswick: metafora di un’identità che mette radici e prospera altrove.
La collezione si sviluppa come uno studio di personaggi lungo il Tamigi: banchieri urbani, intellettuali bohémien, habitué della notte e pescatori della domenica convivono in un guardaroba coerente e ricco di dettagli.
Peacoat e duffle coat aggiornati richiamano suggestioni marinare e countryside, tweed e maglie Aran dialogano con gonne stampate e applicazioni materiche. La sera si accende con mini abiti a due pezzi e jacquard di seta ricamati che riprendono il motivo del glicine, mentre accessori strutturati e gioielli ispirati ai cinturini degli orologi rafforzano l’anima metropolitana del brand.
Toga
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Per l’Autunno-Inverno 2026, Toga, guidato da Yasuko Furuta, esplora un’estetica fluida che nasce dalla manipolazione (quasi scultorea) del tessuto.
Cotone, seta e lana si confrontano con inserti sintetici in un dialogo di materia che riflette la contemporaneità, sospesa tra naturale e artificiale. Le silhouette risultano mobili, cangianti, pensate per adattarsi a un presente quasi instabile.
L’abito non è armatura, ma diventa un organismo vivo: una seconda pelle che assorbe contrasti e li trasforma in energia estetica.
Julien Macdonald
Credits: Getty Images
Dopo tre anni di assenza, Julien Macdonald torna alla London Fashion Week scegliendo una cornice spettacolare: The Shard, l’iconico grattacielo firmato da Renzo Piano. A oltre 70 piani d’altezza, con lo skyline londinese sullo sfondo, le modelle hanno sfilato in una cascata di bagliori ispirati ai tramonti estivi che si riflettono sulla torre.
La collezione segna una nuova direzione strategica: resortwear pensato per climi caldi, silhouette sensuali, costumi audaci e abiti laminati color oro rosa, gialli vibranti e turchesi tropicali.
Frange flapper, spacchi profondi e mantelle impalpabili restituiscono il glamour teatrale che è cifra del designer, ma con un’attenzione rinnovata al ready-to-wear e a una fascia di prezzo più accessibile. In una Londra insolitamente grigia e piovosa, il suo ritorno è stato un’esplosione di luce e ottimismo.
Burberry
Credits: Courtesy of Press Office
A chiudere la settimana, Burberry ha trasformato la pioggia londinese in un vera scenografia. Sotto la direzione creativa di Daniel Lee, il brand ha ricreato all’Old Billingsgate un paesaggio urbano invernale, completo di una suggestiva replica del Tower Bridge illuminato e di passerella punteggiata da pozzanghere nere simulate.
Proprio il trench - capo simbolo nato come uniforme militare britannica - è stato rielaborato in chiave più femminile: colle arricciate, frange scintillanti come scie di pioggia, versioni in faux fur e nuove proporzioni hanno ampliato il vocabolario di un’icona senza tradirne l’identità.
Tra ospiti del calibro di Skepta e Kate Moss, la sfilata ha ribadito la centralità di Burberry nel raccontare l’immaginario britannico moderno.
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Primavera fa rima con...felpa: ecco le nostre varianti preferite della spring '26

È vero, con il giusto gioco di layering s'indossano anche nei mesi più freddi dell'anno. Ma le due stagioni ideali per sfoggiare le felpe senza troppi "tricks" sono senza dubbio l'autunno e la primavera.
Parliamo infatti di uno dei capi transeasonal per eccellenza, un must have del guardaroba casual ma anche versatile al punto da adattarsi anche agli abbinamenti più disparati.
A noi, ad esempio, piace tantissimo mixare la felpa con i capi più eleganti che abbiamo nell'armadio, per un contrasto favoloso, come un bel pantalone sartoriale o una pencil skirt di pelle.
Su quali puntare per la primavera 2026? A tinta unita o giocata su stampe colorate e cool. Con slogan, loghi o scritte funny. Con cappuccio o senza.
C'è una felpa giusta (ma anche più d'una, in realtà) per ogni occasione. Con la zip per un mood super sporty oppure munita di colletto per un tocco preppy irresistibile.
E voi di quale modello di sweatshirt siete fan? Nel dubbio abbiamo selezionato le più cute in circolazione...fatevi tentare!
Felpe per la primavera: le varianti più belle da non farsi scappare
PARFOIS
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RUE MADAM PARIS
Credits: ruemadam.it
PULL&BEAR
Credits: pullandbear.com
MAX&CO.
Credits: it.maxandco.com
H&M
Credits: 2.hm.com
ZARA
Credits: zara.com
STRADIVARIUS
Credits: stradivarius.com
NA-KD
Credits: na-kd.com
POLO RALPH LAUREN
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SANDRO PARIS
Credits: it.sandro-paris.com
BENETTON
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RESERVED
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5 accessori facili e veloci per elevare i vostri look senza sforzo

Dai colletti agli orecchini maxi: ecco 5 accessori per trasformare i vostri look da basic a estremamente cool, in una sola mossa
Abbiamo già parlato di come la maggior parte dei look delle nostre trendsetter preferite - che spesso crediamo impossibili da ricreare - sia invece costruita su accostamenti apparentemente semplici, elevati da una serie di capi statement e di tendenza.
Oggi però andremo a scoprire un altro aspetto fondamentale di ogni outfit che si possa definire cool, incentrato principalmente sugli accessori.
Immaginate dunque di creare un fit senza alcun elemento extra: niente gioielli, niente berretti, niente sciarpe, guanti, borse e così via. Risulta banale e senza personalità, vero?
Questo accade proprio perché, oltre ad alcuni key pieces legati all’abbigliamento, il vero fulcro di un look ben riuscito sta...nei dettagli. Sono loro infatti a donare carattere e originalità alle nostre mise, trasformando completamente l’estetica di un look.
Pensate alla combo formata da jeans e t-shirt bianca: con l’aggiunta di un baseball cap e delle sneakers acquisirà un fascino streetwear, mentre con delle ballerine e una tracolla bon ton, avrà tutto un altro stile.
Sta proprio qui il potere degli accessori: nel saper arricchire, sublimare e a volte addirittura trasformare un outfit.
Noi di Grazia.it abbiamo selezionato 5 categorie di accessori su cui puntare per rendere i propri look favolosi senza sforzo. Pronte a fare shopping e accaparrarvi i must-have del momento? Noi sì.
1. Spille
Lo sappiamo: le spille, nel nostro immaginario comune, sono quei cimeli dal sapore un po’ datato e avvolti da un irresistibile fascino granny, che da piccole tutte rubavamo dal cassetto dei gioielli della nonna.
Oggi però le spille sono più cool che mai: delle piccole chicche che donano carattere, specialmente se applicate su blazer e capispalla ma anche su maglioni e bluse. Quel tocco dal fascino vintage che non guasta.
Spilla Elo LIÉ STUDIO
Credits: lie-studio.de
Spilla Cannolo Piccola JIL SANDER
Credits: jilsander.com
Spilla fiocco MIU MIU
Credits: miumiu.com
2. Cappelli
I capelli stanno vivendo una stagione particolarmente florida tra il 2025 e questo inizio di 2026, confermandosi uno dei must-have più amati dalle it girl del momento.
I modelli su cui puntare sono tanti e spaziano fra diversi stili, tagli e colori, partendo da baker boy, cloche e coppola fino ad arrivare al famoso pillbox hat che si posiziona al primo posto nelle tendenze "hat" di stagione.
Cappello in lana cotta ARKET
Credits: arket.com
Berretto Ubaldo BORSALINO
Credits: borsalino.com
Cappello pescatore COS
Credits: cos.com
3. Colletti
Anche se quest’anno il preppy style è rimasto un po' in secondo piano rispetto ad altre tendenze, come l’estetica boho o Y2K, la sua identità visiva è da sempre legata a due momenti dell’anno in particolare: settembre, quando è ora del "back to school", e febbraio/marzo, con l’arrivo della primavera.
L'accessorio per eccellenza di questo stile? Il colletto, che domande. Bianco o colorato, in maglia lavorata o in faux fur. Da applicare su cappotti e giacche, su cardigan e camicette di ogni sorta e genere.
Colletto Suri SÉZANE X SEA NY
Credits: sezane.com
Collare nero con dettagli FABLE ENGLAND
Credits: fableengland.com
Colletto allacciato PRADA
Credits: prada.com
4. Orecchini "importanti"
Parlando di gioielli e bijoux, gli orecchini giocano un ruolo fondamentale nell'elevare un look. A maggior ragione se si tratta di modelli maxi, che diventano parte integrante dell’outfit più che un semplice accessorio, richiamando o definendo uno stile piuttosto che un altro.
Un esempio? Orecchini dorati e materici richiameranno un immaginario surrealista e avant-garde, dal fascino teatrale e drammatico, mentre un modello dalla forma squadrata con pietre dei colori della terra evocherà un’estetica gipsy e hippie. Scegliete i vostri.
Orecchini PARFOIS
Credits: parfois.com
Orecchini Sun VODOO JEWELS
Credits: voodoojewels.com
Orecchini brillanti ZARA
Credits: zara.com
5. Guanti
Terminiamo la nostra selezione con un ultimo accessorio life changing (o forse dovremmo dire look-changing): i guanti. Corti, midi o lunghi; colorati o dalle nuance neutre come marrone, bianco o nero, in pelle/similpelle o in tulle. Capaci di aggiungere istantaneamente "drammaticità" a qualsiasi outfit.
Guanti MANGO
Credits: mango.com
Guanti H&M
Credits: hm.com
Guanti MASSIMO DUTTI
Credits: massimodutti.com
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Nate sotto il segno dei Pesci: questi sono i must-have da indossare ora

Dal 20 febbraio al 20 marzo si entra ufficialmente nel mese dei Pesci, segno che secondo la tradizione astrologica occidentale chiude il calendario zodiacale.
Sensibile, creativo, dotato di grande empatia: chi appartiene a questo segno d'acqua presenta numerose sfaccettature, talvolta in apparente contrasto ma che, osservate bene, danno vita a un mix unico e distintivo.
Un mix che si rispecchia anche nella sensibilità stilistica delle nate nel segno, che non rinunciano a indossare la propria attitudine sognatrice e libera.
Ecco perché il guardaroba ideale unisce suggestioni e ispirazioni diverse ma decisamente caratterizzanti: un abito che riprende delicatamente le onde del mare, un cristallo che si connette alla propria spiritualità, una borsa grande, che incarna la generosità e la grande disponibilità verso gli altri.
Siete anche voi nate sotto il segno dei Pesci? Allora non aspettate ulteriormente: scoprite subito quali sono i vostri must-have di stagione... secondo le stelle!
Vestito Ora drappeggiato senza maniche, ABADIA.
Credits: Luisaviaroma.com
Gilet con fiori di cristalli, DIOTIMA.
Credits: Diotima.world
Camicia in seta Ambre, FORTELA.
Credits: Fortela.com
Tote bag in pelle The Eva Weekend, LIÉ STUDIO.
Credits: Net-a-Porter.com
Giacca cerata Ryedale in cotone, BARBOUR.
Credits. Barbour.com
Jeans a gamba larga collezione Comptoir Des Cotonniers, UNIQLO.
Credits: Uniqlo.com
Pumps arricciate in suede, HERBERT LEVINE.
Credits: Mytheresa.com
Choker con applicazione floreale, JENNIFER BEHR.
Credits: Mytheresa.com
Orecchini Pillar in oro e avventurina, LA DOUBLE J.
Credits: Ladoublej.com
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