Benedetta Bruzziches, la Tuscia e dove nascono le borse che sembrano luce

A Caprarola, Benedetta Bruzziches costruisce un immaginario fatto di mani, storie e oggetti pensati per far emergere “la regina che ci abita”.
C’è una strada che da Roma porta verso la Tuscia e che, a un certo punto, sembra allontanarsi da tutto ciò che normalmente associamo alla moda. Niente distretti industriali, niente showroom milanesi, niente velocità da fashion system. Solo boschi scuri, noccioleti, silenzi antichi e il profilo monumentale di Palazzo Farnese che domina Caprarola come un miraggio rinascimentale. È qui che Benedetta Bruzziches ha deciso di costruire il suo mondo.
Credits: Ornella Mercier
Un mondo che oggi prende forma nella nuova Bottega Bruzziches, un edificio immerso nella campagna viterbese accanto all’area archeologica di Ferento: 1600 metri quadrati progettati come se fossero un organismo vivo, dove atelier creativo, laboratorio, scuola, showroom e spazio espositivo convivono senza gerarchie. «Chi disegna la borsa siede a pochi metri da chi la cuce» racconta la designer. E infatti la sensazione, entrando, non è quella di visitare un’azienda ma di attraversare una comunità.
Credits: Simone Bossi
Credits: Simone Bossi
La parola che ritorna più spesso è “bottega”, intesa come metodo. Benedetta e suo fratello Agostino infatti hanno iniziato nel garage di famiglia nel 2009, attorno a un grande tavolo che era insieme piano di lavoro e tavola da pranzo. Oggi quel tavolo esiste ancora, simbolicamente, al centro dell’ufficio stile. «Perché uno spazio diventa tuo quando ci mangi dentro”, dice Benedetta. E in effetti tutto qui sembra costruito per ricordare che il lavoro, prima di essere industria, è soprattutto una questione di relazioni.
Benedetta Bruzziches: il metallo che diventa morbido
Il cuore della ricerca di Benedetta Bruzziches sta in una contraddizione affascinante: lavorare il metallo fino a farlo sembrare tessuto, liquido, quasi pelle. Le sue celebri borse in metal mesh si muovono come stoffa e riflettono la luce come acqua. Abbiamo avuto l’impressione - guardandoli - di oggetti che vivono nel movimento.
Credits: Ornella Mercier
«Come tieni in mano una borsa definisce l’importanza della borsa stessa» racconta Benedetta durante il nostro viaggio nella Tuscia. E allora impugnature, manici e proporzioni non nascono mai da un ragionamento commerciale, ma dall’esperienza emotiva che quell’oggetto deve creare. È quasi un “alfabeto di forme”, un lessico costruito attraverso il gesto.
Dietro questa estetica c’è però un sapere profondamente artigianale. Il metal mesh, infatti, non può essere lavorato a macchina: ogni intervento richiede mani, tempo e precisione. Non è un caso che la formazione di Benedetta passi anche da uno stage presso Romeo Gigli, dove scopre il valore della maglieria fatta a mano, delle trame costruite filo dopo filo e della lentezza come linguaggio creativo.
Credits: Ornella Mercier
Nella Tuscia, fino ai primi anni Duemila, esistevano ancora i circoli del cucito: gruppi di donne che si riunivano per lavorare maglieria destinata ai grandi marchi del lusso. Benedetta ha recuperato quella tradizione trasformandola in un sistema produttivo contemporaneo.
Credits: Simone Bossi
Oggi oltre cinquanta sarte locali lavorano da casa sulle creazioni della Bottega, organizzando il lavoro secondo i propri ritmi di vita. «Modellare una professione attorno alla vita, e non il contrario»: è questa la vera idea rivoluzionaria del brand.
Ariel, la borsa che nasce dagli abissi
Tra tutte le creazioni di Benedetta Bruzziches, la più personale resta probabilmente Ariel. Stiamo parlando di una borsa che molti definirebbero solo una clutch, ma guardandola noi per primi abbiamo realizzato quanto fosse un oggetto nato da una trasformazione interiore.
Credits: Ornella Mercier
Benedetta infatti ci racconta che Ariel prende forma durante un periodo di rinascita personale, mentre segue un percorso spirituale. A ispirarla è un sogno: una bolla d’ossigeno che risale dagli abissi fino alla superficie, trascinando con sé qualcosa che era rimasto sommerso troppo a lungo.
Da quell’immagine nasce una borsa-scultura realizzata in polimetilmetacrilato, un materiale lavorato per ottenere una rifrazione luminosa simile al cristallo.
Credits: Ornella Mercier
Le tinture dégradé vengono realizzate a mano attraverso tecniche derivate dalla colorazione dei bottoni, insegnate al team dalla madre di una collaboratrice. Per tingere le borse allestiscono vere e proprie “colorerie” all’aperto, lavorando insieme ad artigiani specializzati.
Ariel non è pensata per un occasione speciale: «Nasce quando senti di volerla indossare», spiega Benedetta. È una borsa che richiede postura, presenza, quasi un cambio di stato mentale. «Una borsa per tirare fuori la regina che ci abita».
Venus, un esercizio di rifrazione
Se Ariel è il manifesto emotivo del brand, la Venus è invece il suo simbolo assoluto. Il bestseller, il cavallo di battaglia, la borsa che ha trasformato Benedetta Bruzziches in un nome riconoscibile anche sui red carpet internazionali.
Credits: Ornella Mercier
La Venus ha qualcosa di teatrale e sensuale: sembra liquida, cattura la luce, si muove insieme al corpo. Eppure dietro il fascino di questa borsa esiste ancora una volta un lavoro quasi invisibile di sperimentazione artigianale.
Benedetta Bruzziches : una moda fuori sistema
La storia di Benedetta Bruzziches sembra costruita contro ogni logica tradizionale del settore. Dopo gli studi allo IED di Roma, l’incontro decisivo avviene in ascensore, quasi per caso, con un imprenditore indiano che la invita a lavorare per lui. Da lì nasce una collaborazione con l’India e una nuova consapevolezza: si può costruire un marchio internazionale anche partendo da un piccolo paese della Tuscia.
“Why not?”, rispondono Benedetta e Agostino a chi chiedeva perché aprire una fabbrica di borse in una terra famosa per le nocciole.
Credits: benedettabruzziches.com
Questa ostinazione visionaria è forse la loro forza più grande. Rimanere fuori dai distretti della moda ha obbligato il brand a inventare modelli produttivi alternativi, ma anche a restare fedele alla propria identità. Oggi le borse Benedetta Bruzziches vengono vendute nei principali department store internazionali pur mantenendo una produzione interamente manuale e radicata nel territorio.
Tuscia Contemporanea: custodire la bellezza
Il progetto della Bottega non si limita alla moda. Intorno a Benedetta Bruzziches si è creata una rete culturale che prende il nome di Tuscia Contemporanea: artisti, architetti, artigiani e creativi che lavorano per trasformare il territorio in uno spazio attivo di dialogo contemporaneo.
Tra le figure più affascinanti incontrate durante il viaggio c’è Gregor Becker, artista cresciuto nella Foresta Nera e oggi profondamente legato alla Tuscia. «La foresta è mia madre» racconta. Ha vissuto anche in Australia, senza mai sentirla davvero sua. Qui invece ha ritrovato qualcosa di essenziale: una relazione autentica con il paesaggio e con il tempo lento della creazione.
Credits: gregorbackerstudio.com
In fondo tutto, qui, sembra ruotare attorno alla stessa idea: custodire la bellezza come responsabilità collettiva. Lo dimostra anche la storia di Giulia Farnese, figura simbolica di queste terre, ricordata ancora oggi per aver lasciato la propria eredità alle donne del territorio. Un gesto radicale per il suo tempo. Non sorprende che Benedetta Bruzziches abbia ricevuto il Premio "Giulia Farnese 2024" proprio per il lavoro culturale e sociale svolto nella Tuscia.
“Una cosa così inutile ma così necessaria”
C’è un’immagine che resta impressa più delle altre dopo aver visitato la Bottega: quella di "Caprarola Balla".
Un progetto collettivo, quasi poetico, nato per riportare le persone nelle piazze attraverso la danza. «Una cosa così inutile ma così necessaria» dice Benedetta sorridendo.
Credits: Ornella Mercier
Forse è questa la definizione più precisa anche del suo lavoro. In un’epoca ossessionata dalla velocità e dalla funzione, Benedetta Bruzziches continua a creare oggetti inutilmente necessari: borse che non servono soltanto a contenere qualcosa, ma a raccontare chi siamo, chi vorremmo essere, e il coraggio che serve per diventarlo.
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