Schiaparelli al Victoria & Albert Museum: la mostra evento del 2026 da non perdere
Entrare nelle sale del Victoria and Albert Museum per la preview stampa della mostra dedicata a Elsa Schiaparelli è stato, senza esagerare, come attraversare un sogno. Confesso che arrivavo con un bagaglio fatto di letture, Shocking Life, le rivalità raccontate nelle biografie di Coco Chanel, e una certa idea di Schiaparelli: eccentrica, geniale, visionaria. Nata a Roma nel 1890, Elsa Schiaparelli si impose come una delle designer più innovative del suo tempo, capace di fondere arte e moda con una creatività senza limiti. Ma quello che questa mostra restituisce è molto di più di una visita! È una mente, quasi un vero e proprio sistema di pensiero sul mondo di Elsa, che si traduce in una rivoluzione estetica, che oggi appare più contemporanea che mai.
“Per me creare abiti non è una professione, ma un’arte”, scriveva Schiaparelli. E qui, finalmente, lo si capisce davvero.
Se siete a Londra nei prossimi mesi, questa mostra è un must assoluto. Il mio consiglio? Andateci con tempo. Senza fretta. E soprattutto, lasciatevi sorprendere. Perché Schiaparelli, oggi come allora, non è mai quello che vi aspettate.
Elsa Schiaparelli in una foto di Fredrich Baker - Getty Images
Come nasce la mostra: moda come arte totale
“Schiaparelli: Fashion Becomes Art” aperta dal 28 marzo all’8 novembre 2026 è la prima grande retrospettiva nel Regno Unito dedicata alla designer italiana. Un progetto ambizioso che riunisce oltre 200 oggetti tra abiti, accessori, opere d’arte, fotografie, profumi e materiali d’archivio. Durante la preview, il direttore del V&A, Tristram Hunt, ha sottolineato con precisione il cuore del progetto:
“Questa mostra non racconta semplicemente l’evoluzione di uno stile, ma la persistenza di un modo di pensare: intellettualmente vigile, visivamente giocoso, teatralmente carico e meravigliosamente privo di paura.”
E mentre parlava, guardandomi intorno, era impossibile non essere d’accordo.
La curation della mostra firmata da Sonnet Stanfill, (Textile Curator V&A), Lydia Casten
(Photo curator V&A)e Rosalind McKeever (Art curator V&A), costruisce un percorso stratificato, interdisciplinare, dove moda, arte e performance si intrecciano senza soluzione di continuità.
Tra i punti più emblematici, la ricca collezione di Haute Couture con vestiti da sera da sogno, che cattura lo sguardo con i suoi tessuti preziosi, le silhouette audaci e i dettagli spettacolari.
Ogni abito sembra sospeso tra realtà e fantasia, raccontando storie di glamour, desiderio e emancipazione femminile. Passeggiare tra queste creazioni è come entrare in un mondo in cui l’eleganza diventa narrazione e ogni piega, ogni drappeggio, è un piccolo capolavoro.
(Schiaparelli Haute Couture Fall Winter 2024 Look 30. Photo © Giovanni Giannoni. Photo courtesy Patrimoine Schiaparelli, Paris)
Una delle prime sezioni della mostra: la celebrazione della libertà del corpo
Una delle prime sezioni che mi ha colpito, e che più mi ha fatto riflettere, è quella dedicata al legame di Schiaparelli con lo sport.
Schiaparelli debutta nel 1927 proprio con una collezione di costumi da bagno. Nella stessa sala è esposto anche il celebre Bare Bones Dress the Skeleton dress, uno dei pezzi più straordinari della carriera di Schiaparelli, emblematico della sua eredità poliedrica. Le imbottiture che modellano la struttura dell’abito sono un perfetto esempio della predilezione di Elsa per tecniche inusuali, utilizzate per creare design capaci di sorprendere continuamente.
Skeleton Dress, di Elsa Schiaparelli e Salvador Dalí, 1938. V&A © 2025 Salvador Dalí, Fundació Gala-Salvador Dalí, DACS. Foto © Emil Larsson
Come racconta Sonnet Stanfill:
“Fin dalla sua prima collezione, Schiaparelli ha ridefinito il rapporto tra corpo e abito, introducendo un’idea di movimento, libertà e modernità completamente nuova.”
Forse è proprio in questa sala che si comprende per la prima volta quanto Schiaparelli fosse avanti: non solo esteticamente, ma culturalmente.
Il guardaroba ideale: eleganza quotidiana con la giacca Schiapparelli
Una delle scoperte più affascinanti della mostra è il concetto di 'guardaroba ideale e moderno'. Come suggerisce l’insegna della sala, citando una frase di Harper’s Bazaar: 'Elsa dà ai suoi abiti l’essenza dell’architettura moderna, del pensiero moderno e del movimento moderno.'"
In un’epoca in cui la moda era spesso sinonimo di eccesso, Schiaparelli immagina un guardaroba essenziale, quasi razionale: un cappotto di pelliccia, un completo in tweed, un tailleur scuro, un abito in seta per il tè e pantaloni eleganti pensati sia per il giorno sia per la sera. Leggendo questa lista, ho avuto un momento di straniamento: sembra quasi una capsule wardrobe contemporanea. Ma ciò che rende questa idea davvero interessante è il contrasto con la sua immagine pubblica di designer eccentrica. Come spiega ancora Sonnet Stanfill:
“Schiaparelli sapeva bilanciare perfettamente pragmatismo e fantasia. Il suo guardaroba ideale era una base su cui costruire momenti di pura immaginazione.”
Ed è proprio questo che emerge dalla sala: un equilibrio sottile tra disciplina e libertà. Camminando tra questi capi, si ha la sensazione di entrare nella vita quotidiana di una donna moderna degli anni Trenta: una donna che lavora, viaggia, vive e desidera essere elegante senza rinunciare alla propria identità. Le linee decise e i dettagli innovativi della giacca Schiaparelli rivelano una creatività audace, capace di coniugare
Foto di David Parry per PA Media Assignments
Tecniche rivoluzionarie: dal liquid gold al crinkly effect
Se c’è una cosa che questa mostra dimostra con forza è che Schiaparelli non era solo una visionaria, ma anche una sperimentatrice instancabile.
La sezione dedicata alle tecniche è, per chi ama la moda, pura meraviglia.
Dalla celebre “liquid gold technique” che trasforma il tessuto in una superficie quasi metallica e fluida, agli effetti stropicciati della collezione estate 1932, ogni pezzo racconta una ricerca ossessiva. Come racconta la curatrice Sonnet Stanfill: “Il genio di Schiaparelli non stava solo nello spettacolo, ma nell’innovazione. Ha utilizzato materiali non convenzionali : plastica, zip, insetti, stampe di giornali, elevando l’ordinario allo straordinario.” Questa è forse la chiave di tutto: prendere il quotidiano e trasformarlo!
La collezione estate 1938 è, senza dubbio, una delle più divertenti. Qui la moda diventa narrativa pura, con il link al circo. Davanti a me, una giacca rosa in raso con dettagli animali: un capo che potrebbe sembrare infantile, quasi giocoso, ma che, osservato da vicino, rivela una costruzione couture impeccabile. È qui che emerge il lato più ludico di Schiaparelli.
Come sottolinea Rosalind McKeever: “Schiaparelli ha portato l’irriverenza e l’immaginazione dell’arte moderna nella moda, trasformando ogni capo in una storia".
Accessori e trompe-l’œil: quando il dettaglio diventa protagonista
Una delle stanze più magnetiche della mostra, di quelle in cui entri pensando di restare pochi minuti e invece perdi completamente la percezione del tempo, è quella dedicata agli accessori. Non è una sala “di contorno”, come spesso accade nelle mostre di moda. Qui, al contrario, gli accessori sono il cuore pulsante del racconto creativo di Elsa Schiaparelli.
Borse che sembrano piccoli oggetti surrealisti, più vicini a sculture che a elementi funzionali. Cappelli che sfidano la logica, forme inattese, proporzioni volutamente sbagliate, dettagli che trasformano un accessorio quotidiano in qualcosa di teatrale. Maschere che evocano il mondo dello spettacolo, del travestimento, dell’identità come costruzione.
Mi sono fermata a lungo davanti a queste creazioni, quasi più che davanti agli abiti.
Durante la preview, Lydia Casten lo ha spiegato con grande chiarezza: “Gli accessori di Schiaparelli erano idee prima ancora che oggetti.”
Ed è esattamente questa la sensazione: ogni pezzo nasce da un’intuizione, da un’immagine mentale, da un gioco intellettuale.
Nulla è puramente decorativo: persino il famoso telefono-aragosta, che trasforma l’oggetto quotidiano in sorpresa e meraviglia. E poi c’è il trompe-l’œil, una delle tecniche più affascinanti e, in un certo senso, più sovversive. Stampe che imitano fiocchi che non esistono. Tasche disegnate ma non reali. Dettagli che sembrano tridimensionali ma sono pura illusione. Un gioco visivo continuo, sofisticato ma anche incredibilmente ironico.Quello che mi ha colpito è il modo in cui questa tecnica mette in discussione la percezione stessa della realtà. Ti avvicini per capire se qualcosa è vero o no, un po' dubiti e poi osservi meglio…
Schiaparelli: dal surrealismo fino a Daniel Roseberry
Il cuore pulsante della mostra, quello che più di tutti restituisce la radicalità del pensiero di Elsa Schiaparelli è il dialogo con il surrealismo.
Qui non siamo più semplicemente nel territorio della moda, ma in quello dell’arte totale. Le sale si trasformano in uno spazio quasi onirico, dove i confini tra abito, oggetto e opera si dissolvono. Le collaborazioni con Salvador Dalí, Jean Cocteau e Man Ray non sono semplici incursioni artistiche, ma veri atti di co-creazione.
Durante la preview, Rosalind McKeever ha raccontato con grande precisione questo passaggio: “Dalí considerava la maison di Schiaparelli a Place Vendôme il cuore pulsante del surrealismo parigino. Non era solo moda: era un laboratorio creativo dove arte e abito si contaminavano continuamente.”
Il “lobster dress”, (ma anche il lobster-phone) nato dalla collaborazione con Dalí, è forse uno degli esempi più celebri: un abito elegante, apparentemente classico, su cui compare improvvisamente un’aragosta dipinta. Un elemento spiazzante, quasi disturbante, che rompe l’armonia e la rende memorabile. O ancora il cappello a forma di scarpa, capovolto, ironico, assurdo. Camminando tra questi capi, la sensazione è quella di essere dentro una mente creativa più che in una mostra. Come sottolinea ancora McKeever:
“Qui la moda diventa teatro dell’inconscio, dell’irrazionale, del meraviglioso. Schiaparelli ha reso visibile ciò che normalmente resta nascosto.”
Foto di David Parry per PA Media Assignments
Il percorso si chiude con il presente, con Daniel Roseberry, attuale direttore creativo della maison che porta il nome di Elsa: un finale potente, che collega passato e contemporaneità. Tra i pezzi esposti, l’abito indossato da Ariana Grande e il celebre vestito polmone in oro e nero diventano simboli di una continuità creativa, dove storia e innovazione si incontrano in un dialogo senza tempo. Roseberry non copia Schiaparelli ma anzi la interpreta.
Foto di David Parry per PA Media Assignments
Londra e Schiaparelli: un legame speciale
C’è infine un aspetto che rende questa mostra ancora più significativa, soprattutto per chi la visita oggi: il legame profondo tra Schiaparelli e Londra. Non si tratta solo di una tappa geografica, ma di una relazione culturale vera e propria.
Nel 1933, Schiaparelli apre un salone a Londra, in Upper Grosvenor Street, portando la sua visione in una città che all’epoca era un crocevia di aristocrazia, sperimentazione artistica e nuove libertà sociali. Una Londra diversa da Parigi: meno codificata e più imprevedibile Durante la preview, Tristram Hunt ha raccontato questo rapporto con grande vividezza: “Schiaparelli amava profondamente questo Paese: la libertà di espressione, le tradizioni artigianali, le country houses, la monarchia, i pub e persino la letteratura di crimini efferati. Ma soprattutto amava gli inglesi, che definiva ‘mad, mad, mad’.”
Dopo 16 anni qui in UK, riconosco che forse c’è qualcosa di profondamente britannico, in fondo, nel gusto per l’eccentrico, per l’ironia, per il dettaglio inaspettato. E Schiaparelli lo aveva colto con straordinaria lucidità.
Passeggiando tra le sale, sapendo che parte di questa storia è passata proprio da Londra, si ha quasi la sensazione di un ritorno. Come se la città stesse riaccogliendo una delle sue menti più affini. Un amore, però, non privo di contrasti. Pare, ad esempio, che Schiaparelli non si sia mai abituata al tè inglese. Lo descriveva come troppo forte, “impenetrabile”, quasi ostile. Un piccolo dettaglio che fa sorridere, ma che racconta molto del suo carattere: curioso, aperto, ma mai completamente assimilabile. E forse è proprio questo contrasto ad aver alimentato il suo immaginario. Perché Londra, con la sua libertà e le sue stranezze, con la sua eleganza e le sue eccentricità, era il terreno perfetto per una mente come la sua.
E oggi, vedere questa mostra proprio qui, al Victoria and Albert Museum, ha qualcosa di profondamente giusto…. quasi inevitabile!
Foto di David Parry per PA Media Assignments
© Riproduzione riservata