Violante Placido: «A un uomo chiedo tutto»

A suo padre Michele Placido si è ribellata, da ragazza, con il silenzio. Ora Violante Placido torna in tv nei panni di una donna ancora più determinata. E a Grazia racconta la sua idea di carriera, maternità e coppia. Spiegando perché, pur avendo “sedotto” George Clooney, ha scelto un compagno molto diverso da lui

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Gli occhi sono lo specchio dell’anima, dice un proverbio. Sarà forse un po’ abusato, ma lo trovo più che mai adatto all’attrice Violante Placido: nei suoi, molto grandi e molto azzurri, traspaiono mille emozioni contrastanti. Curiosità, pudore, passione, malinconia, sospetto, divertimento. Le intercetto tutte quando, in una mattina di sole autunnale, la incontro a Roma per farmi raccontare il suo ritorno sullo schermo. Per un paio d’anni, se si eccettua la serie internazionale Transporter che ha interpretato in Francia, Violante, 39 anni, ha fatto soprattutto la mamma: nel 2013 ha avuto un bambino, Vasco, dal compagno, il regista Massimiliano D’Epiro, 37 anni. Ora, dal 9 novembre, l’attrice torna in tv, protagonista della serie di Rai Uno Questa è la mia terra con la regia di Michele Soavi. E ha un ruolo che lascia il segno: è Anna, coraggiosa sindaco di un paese del Sud alle prese con la mafia, un marito infedele, interpretato dall’attore Fausto Sciarappa, e un amore tornato dal passato che ha il volto di Francesco Montanari.
Alla soglia dei 40, Violante, figlia d’arte (i genitori sono Michele Placido e l’attrice Simonetta Stefanelli) sembra più serena, matura e consapevole. Capelli biondi, corpo sexy e una passione per il rock che l’ha portata anche a cantare in tournée sul palco con il pancione, è un tipo determinato, ma mai aggressivo. E di questo nuovo film mi spiega che «ha rappresentato un’esperienza molto intensa». Si è affezionata al suo personaggio, «una donna vera e combattiva che per molti aspetti mi somiglia».

In che cosa la sente vicina?
«Anna si ritrova travolta dagli eventi, dalle responsabilità. Ma ha un senso di giustizia forte e dà voce a chi non ce l’ha: anch’io sono fatta così».

Intende dire che è sempre in prima linea?
«Sì, non esito a espormi, dico sempre la mia. Anche nel lavoro sono pronta a rischiare. Se qualcosa non mi piace, non sono capace di stare zitta».

Quelle come lei vengono considerate rompiscatole, lo sa?
«Sì, e a volte lo dicono anche di me. Le spiego: il mio comportamento non nasce da un partito preso, ma dal grande amore per il mio lavoro. Dire quello che penso, non necessariamente in maniera aggressiva, mi viene spontaneo, mi parte dalla bocca dello stomaco. Non posso farci niente».

Da chi ha ereditato questa franchezza, da papà o mamma?
«Da mia madre Stefania, forse. Ma il carattere è stato influenzato molto anche da mio padre».

In che modo?
«Mi piace costruire qualcosa di positivo e ho un grande rispetto per il mio lavoro. Ma per papà è sempre venuto al primo posto mentre io, essendo donna e madre, preferisco lasciare grande spazio alla vita privata».

Si è mai ribellata a un genitore tanto importante e, per certi versi, ingombrante?
«La ribellione, se c’è stata, è avvenuta in silenzio. Tra noi non c’era dialogo. Papà era sempre impegnato, aveva la testa e il corpo da un’altra parte. E io mi sono fatta la mia strada da sola».

Ne ha sofferto?
«Non più di tanto. Oggi penso che un buon genitore non possa essere invadente. Deve osservare il figlio e lasciarlo libero di scegliere. Papà non mi ha mai chiesto se volessi fare il suo lavoro e non mi ha guidato quando ho cominciato a recitare. Ma anche se sono stata costretta a diventare indipendentemolto presto, ho dei ricordi meravigliosi dell’infanzia: mio padre, pur essendo spesso assente, sapeva essere molto dolce, un “mammo”».

Oggi che l’ha reso nonno, che rapporto avete?
«Ci siamo riavvicinati e parliamo molto. Se c’è di mezzo il lavoro, possiamo però anche scontrarci».

A che età è andata via di casa?
«A 18 anni. In quel periodo mia madre viveva a Londra e ho dovuto imparare a mantenermi da sola. È stata una bella scuola di vita».

Oggi è soddisfatta della sua carriera?
«Sì, sono felice di quello che ho fatto finora. La mia curiosità per le nuove esperienze non è mai venuta meno. E ora il ruolo di Anna nella serie Questa è la mia terra mi ha rimessa in discussione. Non pensavo che sarei stata presa, credevo di non essere adatta a questo personaggio. Ma poi, alla fine, questa donna coraggiosa mi ha conquistata, anzi “risucchiata”».

E la musica? Continua a cantare?
«Per il momento è tutto sospeso. Ho inciso un disco e fatto l’ultimo tour quando ero incinta. Non è il bambino a impedirmi di cantare, figuriamoci. Lo porto con me ovunque, gli amici lo hanno ribattezzato Vasco da Gama, come il celebre esploratore. Sono presa da mille progetti ma sogno di riprendere la musica: è un campo che mi appartiene quanto il cinema».

Posso chiederle se diventare madre ha rappresentato per lei un grande cambiamento?
«Sì, non c’è dubbio. Oggi sono una donna più equilibrata, centrata, serena. E pensare che per anni la maternità mi ha fatto paura. Rimandavo, sempre. Poi, quando l’orologio biologico si faceva sentire, dicevo a me stessa che non avevo alcun bisogno di fare un figlio, sarei stata benissimo anche senza. E se non avessi incontrato l’uomo giusto non l’avrei fatto».

Ma ha capito da che cosa nasceva la sua paura?
«Dalla consapevolezza che il ruolo di mamma va vissuto davvero, nella sua totalità. Non puoi fare un figlio e dimenticartene, continuando la tua vita come se niente fosse. Sono diventata madre quando mi sono sentita pronta».

E adesso che mamma è?
«Non sono ansiosa. Mi faccio guidare dall’istinto e ascolto mio figlio. È buonissimo, socievole, saluta tutti e nel quartiere è già una star».

Perché Massimiliano è l’uomo giusto per lei?
«Con lui mi sento rilassata, avvolta dall’amore e molto protetta. Abbiamo avuto la fortuna di incontrarci quando entrambi volevamo le stesse cose: una famiglia, un figlio».

Deve togliermi una curiosità: come ha fatto a non innamorarsi di George Clooney con cui, nel 2010, ha girato le scene bollenti del film The American?
«Clooney è un uomo molto intelligente, carismatico, un magnifico compagno di lavoro. Fa mille cose insieme, ma il suo attivismo sfiora la nevrosi. Non potrei mai innamorarmi di un tipo come lui, che finirebbe per riservare a me solo un piccolissimo spazio della sua vita. Io ho bisogno di condividere tutto con l’uomo che amo».

In passato ha sofferto per amore?
«Moltissimo, anche quando ho deciso io di rompere un rapporto. Sono sentimentalmente troppo sensibile».

Quando si è resa conto di possedere sex appeal?
«Da quando avevo otto anni il mio mito è Marilyn Monroe. Ho sempre giocato con la mia femminilità, essere sexy mi viene naturale».

Le attrici della sua generazione sono tante e brave. Come pensa di distinguersi?
«Rimanendo fedele a me stessa. Ho chiari i miei obiettivi e non intendo farmi portare dalla corrente. Non sarò una foglia al vento».

Che cosa le ha lasciato il ruolo della pornostar Moana Pozzi, scomparsa nel 1994, che ha interpretato per la televisione?
«Una traccia profonda. È stato il personaggio più sfaccettato e complesso in cui mi sia mai imbattuta. Durante le riprese vivevo in simbiosi con lei e la sera rientravo a casa distrutta, incapace di tornare a essere me stessa. Moana mi è entrata sotto la pelle e mi ha cambiata per sempre».

C’è un suo difetto che vorrebbe correggere?
«Nella quotidianità vorrei essere meno caotica. Invece mi lascio travolgere dalle incombenze, accumulo gli impegni e non riesco a gestire tutto».

Come si vede a 40 anni?
«Non ci penso. Spero di avere delle belle sorprese da quella nuova fase della mia vita, mi aspetto tanta energia in più. E non credo che l’anno prossimo il mio modo di vedere le cose possa cambiare».

Ha girato la fiction in Puglia, la regione d’origine di suo padre. Si riconosce nelle donne del Sud?
«Certo. In occasione di matrimoni, battesimi e feste familiari torno nella nostra terra popolata di donne coraggiose e indomabili. Come le mie nonne Maria e Anna, che porto nel cuore: mi hanno insegnato ad affrontare le difficoltà senza perdere l’umanità. Mi piace pensare di avere ereditato qualcosa da loro».

Violante guarda l’orologio e capisco che vuole tornare dal suo bambino. Si allontana agile sui tacchi e in controluce sembra una ragazzina. Crescere in fretta, penso, l’ha resa una donna dolcemente tosta. Le auguro di esserlo sempre.

 

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«Se non ci importa nulla dei martiri iraniani»: l'editoriale di Silvia Grilli

Silvia Grilli
Il nuovo numero di Grazia è ora in edicola. Ecco l'editoriale della Direttrice Silvia Grilli

Perché non ci importa nulla dell'Iran? Perché non riempiamo le piazze a favore della resistenza di un popolo che sfida con straordinario coraggio una teocrazia assassina? Perché non si manifesta nei licei e nelle università per le migliaia di giovani uccisi poiché volevano democrazia e diritti?

Le ragazze e i ragazzi iraniani sognano l’Occidente, i nostri valori, la nostra libertà. Desiderano sciogliersi i capelli, baciarsi, ascoltare musica. Ma non ci siamo commossi per loro come per altre tragedie della storia: Gaza, per esempio.

Mentre reprimeva i suoi cittadini e giustificava un agente che aveva sparato in faccia a una madre sorridente, Donald Trump incoraggiava i manifestanti iraniani a continuare le proteste. Prometteva persino di aiutarli.

Poi ha fatto marcia indietro, distratto da obiettivi più remunerativi: prendersi la Groenlandia e imporre ulteriori dazi ai Paesi europei che hanno truppe nella Terra dei Ghiacci, per esempio. In realtà il nuovo Imperatore del mondo non è mai stato molto preoccupato per le vite degli iraniani o la mancanza di democrazia tra gli ayatollah.

Forse noi non piangiamo i martiri di Teheran perché il regime islamista è avversario di Israele e dell’America, quindi il nemico del nemico diventa quasi amico? Siamo così intrisi di anti occidentalismo? O non ci impicciamo perché se la sbrighino tra loro, con la loro religione? Si liberino da soli, perché mai dovremmo manifestare contro gli ayatollah?

Perché certamente li farebbe sentire meno soli e abbandonati, dico io. Anche il velo imposto alle donne aveva scaldato poco i cuori. Per un certo femminismo, il velo è simbolo di appartenenza e di libera scelta, dimenticando che è prima di tutto strumento del potere maschile.

Ho appena visto il documentario An Eye for an Eye (Occhio per occhio) diretto dalla regista americana nata in Iran, Tanaz Eshaghian. È la storia di una donna che uccide il marito violento dopo anni di feroci abusi. Lei sconta una lunga condanna in carcere e, quando ne esce, deve raccogliere il denaro per risarcire i familiari del morto e non essere mandata al patibolo.

In Iran si applica infatti la legge della vendetta: un omicidio deve essere rimborsato con un’altra vita, fatto salvo il perdono da parte dei familiari dell’ucciso o un risarcimento economico. È un film molto bello, ma non ha neppure un distributore.

Davanti a una semplice espressione di solidarietà per il popolo iraniano, anche il Parlamento italiano si è spaccato. Il Movimento 5 Stelle si è astenuto. Il Governo, dal canto suo, ha frenato sulla proposta tedesca d’inserire le guardie islamiche nella lista delle organizzazioni terroristiche.

Ma il silenzio in questi frangenti è complicità. Di fronte alle violazioni dei diritti umani non esistono zone grigie. O si sta con gli eroi iraniani o con le squadracce governative che li trucidano. I cadaveri ammassati come sacchi della spazzatura sulle strade di Teheran sono un avvertimento scritto nel sangue per ridurre al silenzio un popolo giovane che sogna la libertà.

L’arco della storia è lungo, ma tende verso la giustizia. Ricorderà chiaramente questo eccidio. Il punto non sarà se il mondo sapeva. Il mondo sapeva, ma aveva scelto di non vedere.

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Grazia è in edicola con lo speciale Milano Cortina 2026

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Ecco cosa vi aspetta nel nuovo numero di Grazia, da oggi in edicola e su app

La neve, il ghiaccio, il battito del cuore prima della gara. I Giochi olimpici invernali arrivano a casa nostra e Grazia ve li racconta.

Abbiamo parlato con chi sogna l'oro: la sciatrice Sofia Goggia, la campionessa di biathlon Dorothea Wierer, i pattinatori Sara Conti e Niccolò Macii. In più vi faremo conoscere tutti gli atleti e i talenti che inseguiranno l'oro.

Da Mariah Carey, Andrea Bocelli e Laura Pausini alla pop star Dua Lipa: vi sveliamo tutti i divi che saranno protagonisti. Inoltre racconteremo come Milano e Cortina e le altre città toccate dalle Olimpiadi cambieranno grazie alle opere realizzate per i Giochi.

La cucina italiana, celebrata come patrimonio Unesco, vivrà ai Giochi con i maestri del gusto, da Davide Oldani a Fabio Pompanin e Graziano Prest.

Anche nelle pagine dedicate alla moda, gli accessori e tessuti tecnici sono i protagonisti di uno stile in sintonia con l’energia dei Giochi invernali. E, nelle pagine dedicate alla bellezza, accendiamo i riflettori sui benefìci della montagna e dell’attività fisica praticata a basse temperature.

Nelle pagine di attualità vi portiamo a Minneapolis per raccontare la nuova guerra civile americana. Lì, dove è stata uccisa Renee Good, gli agenti antimmigrazione continuano a fare arresti indiscriminati con le armi spianate mentre la gente si nasconde.

In primo piano c'è anche l'Iran, dove si teme che siano oltre 16 mila i ragazzi uccisi nelle proteste contro il regime islamista. Grazia vi porta nelle storie di alcuni di loro per raccontare quell’amore per la libertà che l’Occidente deve proteggere.

Fenomeno Timothée Chalamet: con il film Marty Supreme, ora nelle sale, l’attore potrebbe vincere l’Oscar. A Grazia chi ha già visto il film racconta perché il divo ci conquisterà nel ruolo di un campione di ping pong che ci invita a non arrenderci mai.

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Jessie Buckley e Paul Mescal: "In Hamnet siamo i coniugi Shakespeare"

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Jessie Buckley è una forza della natura. A 36 anni l’attrice irlandese ha appena vinto un Golden Globe per la sua interpretazione intensa in Hamnet - Nel nome del figlio, film che a sua volta ha trionfato come miglior dramma ai Golden Globe. Diretto dalla regista Premio Oscar Chloé Zhao, prodotto da Steven Spielberg e Sam Mendes e al cinema dal 5 febbraio, racconta la passione di una coppia diversa dalle altre, quella di William Shakespeare e di sua moglie Agnes (Anne Hathaway), straziata dalla morte del figlio Hamnet. Un dolore profondo, da cui nascerà il capolavoro Amleto: «La nostra è una versione diversa da quelle accademiche che studiavamo a scuola», racconta Paul Mescal che interpreta il Bardo. 

«Vedendo il mio Shakespeare direte: ‘Somiglia alle persone creative che conosco’». Buckley si dice entusiasta di aver dato voce «a una delle tante donne la cui voce e la cui storia sono state messe da parte». Poi sottolinea: «A volte come donna forte sei etichettata come dura, ribelle, o provocatoria, questa storia invece racconta come la feroce tenerezza femminile possa davvero trasformare la cultura, il linguaggio, le relazioni. Non si tratta di essere mascoline, o di stare sulla difensiva. La forza di una donna viene dalla sua tenerezza».

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«F*cking b*tch. Brutta stronza, ubbidisci o muori»: l'editoriale di Silvia Grilli

Silvia Grilli
Il nuovo numero di Grazia è ora in edicola. Ecco l'editoriale della Direttrice Silvia Grilli

L’agente anti-immigrazione Jonathan Ross ha ucciso a sangue freddo con tre colpi di pistola alla testa la cittadina americana Renee Good a Minneapolis.

Dopo averla finita, le ha urlato «brutta stronza», come abbiamo visto in un video diffuso dall'amministrazione Trump, che voleva dimostrare che il miliziano avesse sparato per legittima difesa a una terrorista interna.

Ma lei non era una terrorista e quelle non sembrano le parole di un uomo che aveva paura per la sua vita, piuttosto di un maschio furioso perché quella donna aveva osato sfidarlo.

Nel filmato, girato dallo stesso Ross che in una mano tiene il cellulare e nell’altra la pistola, si vede l’auto di Good ferma in mezzo alla strada. Lei abbassa il finestrino e, sorridendo, dice all’agente mascherato: «Va tutto bene, amico. Non sono arrabbiata con te».

Qualche momento dopo la donna, che aveva ricevuto da un miliziano l’ordine di andarsene e da un altro quello di scendere, riparte sterzando a destra per evitare d’investire Ross, che le sta davanti armato. L’uomo grida, lascia cadere il cellulare e spara. Renee muore, l’auto va a sbattere contro un’altra macchina. L’assassino urla: «F*cking b*tch». Poi procede a passo spedito verso il suo automezzo, mentre i colleghi mascherati impediscono ai medici presenti sul posto di soccorrere la vittima. 

“Gli uomini hanno paura che le donne ridano di loro, le donne hanno paura che gli uomini le uccidano”, dice la scrittrice Margaret Atwood, autrice di un libro portentoso che racconta un’America in qualche modo simile agli Stati Uniti della presidenza di Donald Trump. 

Ho sperato anche questa volta che il grande Paese delle libertà non fosse diventato quest’America. Ho visto i vari video, girati da testimoni oculari, che mostrano da diverse angolazioni questa esecuzione pubblica su una strada di Minneapolis. Ho ascoltato le testimonianze, trasmesse dalle televisioni americane, di chi si trovava sulla scena dell’omicidio. Purtroppo, questo è un atto gravissimo.

La vittima era una madre di tre figli, e aveva appena accompagnato il più piccolo di 6 anni a scuola. Il 7 gennaio, quando è stata trucidata, si trovava con la moglie e il loro cane vicino a dove, sei anni fa, il poliziotto bianco Derek Chauvin aveva ucciso il cittadino afro-americano George Floyd, premendogli un ginocchio sul collo.

La brutalità e l’abuso di potere delle forze dell’ordine in America non è una novità. Nuovo è che questa volta si tratti di una donna bianca, che quella mattina stava facendo la volontaria per segnalare la presenza dei miliziani mandati da Trump a rastrellare la città a caccia di immigrati. Lei e sua moglie erano dotate di fischietti per avvisare gli abitanti della zona, non di armi. I miliziani avevano pistole. 

Ma la sua esecuzione dimostra che l’attivismo in America, come in Iran, ti costa la vita. Ormai, anche negli Stati Uniti quando un poliziotto o un governante ti dà un ordine devi obbedirgli se vuoi rimanere viva. Esistere è diventato un privilegio concesso dall’autorità e la morte la punizione alla disobbedienza. Ti stanno dicendo: piegati o muori. La relazione tra i cittadini e il potere è ridotta a sottomissione. 

Il video girato dall’assassino dimostra anche che si è trattato di un atto terminale di violenza misogina. Quella donna aveva ferito più la sua virilità che attaccato la sua incolumità. Quando ho visto il sorriso della vittima, mentre diceva all’uomo che l’avrebbe uccisa: «Va tutto bene, amico. Non sono arrabbiata con te», ho capito che Renee Good aveva paura.

Stava replicando tutto ciò che è stato insegnato alle donne. Si stava facendo piccola e mansueta per cercare di prevenire la violenza maschile. È rimasta calma, anche se circondata da agenti che le impartivano ordini contrastanti.

Ma non è bastato. Non era abbastanza spaventata, abbastanza sottomessa. Dopo, non era neppure abbastanza morta. Lo sparatore ha voluto anche infangarla urlando «brutta stronza!».

L’omicidio di Floyd affondava le radici nel razzismo, l’esecuzione pubblica di Renee Good le affonda nella misoginia.

Dopo la sua morte, in America il potere l’ha accusata. Hanno dichiarato che era una terrorista. È stata insultata perché era lesbica e aveva tre figli da due precedenti matrimoni, come se la sua vita non tradizionale giustificasse in qualche modo l’omicidio.

Il messaggio del potere è: guardate come sono strane queste persone. Meritano di essere giustiziate in mezzo alla strada in America.