Negin Mirsalehi: «Una It Girl non dorme mai»
Negin Mirsalehi era una studentessa che amava la moda. u2028Poi ha aperto un blog e ora è un’icona di stile. Grazia l’ha fotografata a Venezia e ha scoperto il segreto di questa ragazza che viaggia e lavora senza sosta: «Quando vivi il tuo sogno», dice lei, «non senti la stanchezza»
Quando il lavoro coincide con la tua più grande passione, è fatta. Perdi il senso del tempo, non senti la fatica, ti diverti. È il mio primo pensiero quando incontro Negin Mirsalehi, olandese, una delle fashion blogger più famose del mondo. La seguono quasi tre milioni di persone su Instagram (negin_mirsalehi) e due milioni e mezzo sul suo blog, neginmirsalehi.com. Sui social network lei parla di moda, ma anche di bellezza e, soprattutto, ama raccontare se stessa. E forse anche a questo suo “aprirsi” deve il suo successo. L’anno scorso ha vinto lo Stylight Fashion Blogger Award, nella categoria Most Promising Fashion Blog e si è aggiudicata il titolo di Best New Media Talent del Marie Claire’s Prix de la Mode, sbaragliando una concorrenza planetaria. Ha stile, la 27enne Negin. Ma soprattutto ama quello che fa. La guardo seduta con il portatile sulle ginocchia, mentre la stanno pettinando per il servizio fotografico che vedete in queste pagine. Gli occhi attenti sul monitor e un sorriso beato sulle labbra. Diresti che stia chattando con le amiche o con il fidanzato. Sbagliato. Negin sta lavorando. E sorride, sempre. Questo è il suo vero segreto, penso.
Quando ha creato il suo blog?
«Tre anni fa, stavo per laurearmi in Marketing, preparavo la mia tesi e mi sono resa conto che, arrivati a quel punto, tutti gli altri studenti universitari si davano un gran da fare per inviare il proprio curriculum, per fissare colloqui. Io non avevo mai pensato seriamente al mio futuro. Qual era la mia più grande passione? La moda. Che cosa mi divertiva? Instagram. Ecco, così è nato il mio blog».
Ci presenti il suo blog: neginmirsalehi.com. Di che cosa parla?
«Moda, bellezza, viaggi. Ma da adesso anche natura, perché è il mio mondo. Da qualche tempo ho cominciato a condividere più aspetti della mia vita privata. Mio padre è un apicultore e da bambina passavo le giornate nel grande giardino».
Ha molti follower. Da quali Paesi?
«Il 40 per cento sono americani, il 50 per cento europei. In ordine di importanza direi: Italia, Germania, Gran Bretagna, Olanda, Francia e Spagna. Resta un 10 per cento di altre parti del mondo».
Ci dica che cos’è la moda per lei, oltre che una grande passione.
«È una fonte inesauribile di ispirazione per esprimere me stessa. Ma anche uno strumento per conoscermi sempre di più. Ho cominciato a sperimentare da ragazza e non ho più smesso».
Quali sono i look che preferisce?
«I vestiti più comodi e più sexy».
Ci descriva la sua tipica giornata di lavoro.
«Viaggio moltissimo. Ma quando sono a casa, ad Amsterdam, il che succede più o meno una settimana al mese, mi sveglio alle 6 e 30, controllo le email, faccio colazione, poi una doccia e via, in ufficio. Arrivo verso le 7 e 30 e cominciano le riunioni, i servizi fotografici, le interviste. La routine non esiste nel mio lavoro. Ed è una delle cose che amo di più».
A che ora “stacca”?
«Verso l’una di notte. E sa una cosa? Neanche me ne rendo conto. Il tempo scivola via perché sto vivendo il mio sogno. Fosse altrimenti, sarebbe impossibile reggere questi ritmi».
Le piace la vita notturna?
«Sì, ma mi applico con costanza e testardaggine per diventare una persona mattiniera. Così va sempre a finire che vado a letto tardi e mi alzo presto. Potrei dormire di più, non ho mai avuto problemi di insonnia, ma non c’è abbastanza tempo in una giornata».
Esiste una donna che sia per lei un’icona di stile?
«Ce ne sono davvero tante. Amo l’attrice Jane Birkin: ha influenzato il gusto della gente. Lei riesce, ancora oggi che ha 68 anni, a essere naturalmente casual e sexy. Ha dimostrato che non occorre mostrare molta pelle per essere sensuali. L’adoro».
E una fashion blogger che rappresenti un punto di riferimento?
«Mi piace Chiara Ferragni, la stimo per il modo in cui ha costruito il suo business».
Quante ore al giorno passa davanti al computer?
«Non mi separo dal mio portatile neanche quando dormo».
I suoi primi passi li ha mossi su Instagram. Si ricorda la prima foto che ha postato?
«Sì. Era uno scatto personale. Niente di modaiolo. Si trattava di una fotografia dedicata ai miei amici».
Viaggia tantissimo e vive attaccata al portatile. Il suo fidanzato Maurits non rivendica mai più tempo per sé?
«Stiamo insieme da nove anni, condividiamo molti interessi. Mi conosce, sa come sono fatta».
Avete progetti di matrimonio?
«Sono secoli che aspetto l’anello di fidanzamento! In realtà non è vero, sto scherzando. In Olanda il matrimonio è, in un certo senso, passato di moda».
Trova che in questo ambito gli olandesi siano meno romantici?
«O forse più intelligenti. Per noi non ha un valore così importante».
Quindi il matrimonio è proprio da escludere?
«Sicuramente non è una priorità. È un passo che implica un’organizzazione e io per ora sono felice così».
Lei è una ragazza molto organizzata?
«Organizzatissima. Per inventare nuovi modi di abbinare abiti e accessori devo avere tutto perfettamente sistemato. Tutto è suddiviso a settori: cosmetici, borse, giacche, gonne, pantaloni eccetera. Ogni cosa al suo posto e a seconda del colore. Non riuscirei a concludere niente se fossi circondata dal caos».
Ci dica che cosa non può mancare nel nostro guardaroba di questo inverno.
«Un cappotto di lana, lungo e largo. Un paio di stivali di pelle. Una bella borsa nera, sempre in pelle. Ho una passione per i capi basici».
Qual è la città che ama di più al mondo?
«La più bella che abbia mai visto è Dubrovnik, in Croazia: la gente è incredibile e il clima è perfetto. Amo anche Istanbul, è un mix di passato e presente».
Resterà sempre una fashion blogger?
«Sto per lanciare una mia linea di prodotti, ci lavoro da due anni. Non sarà di moda ma di bellezza. E sarà strettamente connessa con il miele che produce mio papà».
Un’ultima domanda. Quando ci siamo incontrate ha detto di essere una fan di Grazia. Che cosa le piace in particolare?
«È accogliente come un’amica e parla a donne e ragazze molto diverse. Ti distrae e ti informa, una combinazione azzeccata. La sezione “le 10 notizie” è uno sguardo sul mondo. Un pacchetto a 360 gradi, con viaggi, bellezza e tanta bella moda. Come potrei non andarne pazza?».
E come si fa a non diventare amiche di una ragazza così?
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«Se non ci importa nulla dei martiri iraniani»: l'editoriale di Silvia Grilli
Perché non ci importa nulla dell'Iran? Perché non riempiamo le piazze a favore della resistenza di un popolo che sfida con straordinario coraggio una teocrazia assassina? Perché non si manifesta nei licei e nelle università per le migliaia di giovani uccisi poiché volevano democrazia e diritti?
Le ragazze e i ragazzi iraniani sognano l’Occidente, i nostri valori, la nostra libertà. Desiderano sciogliersi i capelli, baciarsi, ascoltare musica. Ma non ci siamo commossi per loro come per altre tragedie della storia: Gaza, per esempio.
Mentre reprimeva i suoi cittadini e giustificava un agente che aveva sparato in faccia a una madre sorridente, Donald Trump incoraggiava i manifestanti iraniani a continuare le proteste. Prometteva persino di aiutarli.
Poi ha fatto marcia indietro, distratto da obiettivi più remunerativi: prendersi la Groenlandia e imporre ulteriori dazi ai Paesi europei che hanno truppe nella Terra dei Ghiacci, per esempio. In realtà il nuovo Imperatore del mondo non è mai stato molto preoccupato per le vite degli iraniani o la mancanza di democrazia tra gli ayatollah.
Forse noi non piangiamo i martiri di Teheran perché il regime islamista è avversario di Israele e dell’America, quindi il nemico del nemico diventa quasi amico? Siamo così intrisi di anti occidentalismo? O non ci impicciamo perché se la sbrighino tra loro, con la loro religione? Si liberino da soli, perché mai dovremmo manifestare contro gli ayatollah?
Perché certamente li farebbe sentire meno soli e abbandonati, dico io. Anche il velo imposto alle donne aveva scaldato poco i cuori. Per un certo femminismo, il velo è simbolo di appartenenza e di libera scelta, dimenticando che è prima di tutto strumento del potere maschile.
Ho appena visto il documentario An Eye for an Eye (Occhio per occhio) diretto dalla regista americana nata in Iran, Tanaz Eshaghian. È la storia di una donna che uccide il marito violento dopo anni di feroci abusi. Lei sconta una lunga condanna in carcere e, quando ne esce, deve raccogliere il denaro per risarcire i familiari del morto e non essere mandata al patibolo.
In Iran si applica infatti la legge della vendetta: un omicidio deve essere rimborsato con un’altra vita, fatto salvo il perdono da parte dei familiari dell’ucciso o un risarcimento economico. È un film molto bello, ma non ha neppure un distributore.
Davanti a una semplice espressione di solidarietà per il popolo iraniano, anche il Parlamento italiano si è spaccato. Il Movimento 5 Stelle si è astenuto. Il Governo, dal canto suo, ha frenato sulla proposta tedesca d’inserire le guardie islamiche nella lista delle organizzazioni terroristiche.
Ma il silenzio in questi frangenti è complicità. Di fronte alle violazioni dei diritti umani non esistono zone grigie. O si sta con gli eroi iraniani o con le squadracce governative che li trucidano. I cadaveri ammassati come sacchi della spazzatura sulle strade di Teheran sono un avvertimento scritto nel sangue per ridurre al silenzio un popolo giovane che sogna la libertà.
L’arco della storia è lungo, ma tende verso la giustizia. Ricorderà chiaramente questo eccidio. Il punto non sarà se il mondo sapeva. Il mondo sapeva, ma aveva scelto di non vedere.
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Grazia è in edicola con lo speciale Milano Cortina 2026
La neve, il ghiaccio, il battito del cuore prima della gara. I Giochi olimpici invernali arrivano a casa nostra e Grazia ve li racconta.
Abbiamo parlato con chi sogna l'oro: la sciatrice Sofia Goggia, la campionessa di biathlon Dorothea Wierer, i pattinatori Sara Conti e Niccolò Macii. In più vi faremo conoscere tutti gli atleti e i talenti che inseguiranno l'oro.
Da Mariah Carey, Andrea Bocelli e Laura Pausini alla pop star Dua Lipa: vi sveliamo tutti i divi che saranno protagonisti. Inoltre racconteremo come Milano e Cortina e le altre città toccate dalle Olimpiadi cambieranno grazie alle opere realizzate per i Giochi.
La cucina italiana, celebrata come patrimonio Unesco, vivrà ai Giochi con i maestri del gusto, da Davide Oldani a Fabio Pompanin e Graziano Prest.
Anche nelle pagine dedicate alla moda, gli accessori e tessuti tecnici sono i protagonisti di uno stile in sintonia con l’energia dei Giochi invernali. E, nelle pagine dedicate alla bellezza, accendiamo i riflettori sui benefìci della montagna e dell’attività fisica praticata a basse temperature.
Nelle pagine di attualità vi portiamo a Minneapolis per raccontare la nuova guerra civile americana. Lì, dove è stata uccisa Renee Good, gli agenti antimmigrazione continuano a fare arresti indiscriminati con le armi spianate mentre la gente si nasconde.
In primo piano c'è anche l'Iran, dove si teme che siano oltre 16 mila i ragazzi uccisi nelle proteste contro il regime islamista. Grazia vi porta nelle storie di alcuni di loro per raccontare quell’amore per la libertà che l’Occidente deve proteggere.
Fenomeno Timothée Chalamet: con il film Marty Supreme, ora nelle sale, l’attore potrebbe vincere l’Oscar. A Grazia chi ha già visto il film racconta perché il divo ci conquisterà nel ruolo di un campione di ping pong che ci invita a non arrenderci mai.
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Jessie Buckley e Paul Mescal: "In Hamnet siamo i coniugi Shakespeare"
Jessie Buckley è una forza della natura. A 36 anni l’attrice irlandese ha appena vinto un Golden Globe per la sua interpretazione intensa in Hamnet - Nel nome del figlio, film che a sua volta ha trionfato come miglior dramma ai Golden Globe. Diretto dalla regista Premio Oscar Chloé Zhao, prodotto da Steven Spielberg e Sam Mendes e al cinema dal 5 febbraio, racconta la passione di una coppia diversa dalle altre, quella di William Shakespeare e di sua moglie Agnes (Anne Hathaway), straziata dalla morte del figlio Hamnet. Un dolore profondo, da cui nascerà il capolavoro Amleto: «La nostra è una versione diversa da quelle accademiche che studiavamo a scuola», racconta Paul Mescal che interpreta il Bardo.
«Vedendo il mio Shakespeare direte: ‘Somiglia alle persone creative che conosco’». Buckley si dice entusiasta di aver dato voce «a una delle tante donne la cui voce e la cui storia sono state messe da parte». Poi sottolinea: «A volte come donna forte sei etichettata come dura, ribelle, o provocatoria, questa storia invece racconta come la feroce tenerezza femminile possa davvero trasformare la cultura, il linguaggio, le relazioni. Non si tratta di essere mascoline, o di stare sulla difensiva. La forza di una donna viene dalla sua tenerezza».
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«F*cking b*tch. Brutta stronza, ubbidisci o muori»: l'editoriale di Silvia Grilli
L’agente anti-immigrazione Jonathan Ross ha ucciso a sangue freddo con tre colpi di pistola alla testa la cittadina americana Renee Good a Minneapolis.
Dopo averla finita, le ha urlato «brutta stronza», come abbiamo visto in un video diffuso dall'amministrazione Trump, che voleva dimostrare che il miliziano avesse sparato per legittima difesa a una terrorista interna.
Ma lei non era una terrorista e quelle non sembrano le parole di un uomo che aveva paura per la sua vita, piuttosto di un maschio furioso perché quella donna aveva osato sfidarlo.
Nel filmato, girato dallo stesso Ross che in una mano tiene il cellulare e nell’altra la pistola, si vede l’auto di Good ferma in mezzo alla strada. Lei abbassa il finestrino e, sorridendo, dice all’agente mascherato: «Va tutto bene, amico. Non sono arrabbiata con te».
Qualche momento dopo la donna, che aveva ricevuto da un miliziano l’ordine di andarsene e da un altro quello di scendere, riparte sterzando a destra per evitare d’investire Ross, che le sta davanti armato. L’uomo grida, lascia cadere il cellulare e spara. Renee muore, l’auto va a sbattere contro un’altra macchina. L’assassino urla: «F*cking b*tch». Poi procede a passo spedito verso il suo automezzo, mentre i colleghi mascherati impediscono ai medici presenti sul posto di soccorrere la vittima.
“Gli uomini hanno paura che le donne ridano di loro, le donne hanno paura che gli uomini le uccidano”, dice la scrittrice Margaret Atwood, autrice di un libro portentoso che racconta un’America in qualche modo simile agli Stati Uniti della presidenza di Donald Trump.
Ho sperato anche questa volta che il grande Paese delle libertà non fosse diventato quest’America. Ho visto i vari video, girati da testimoni oculari, che mostrano da diverse angolazioni questa esecuzione pubblica su una strada di Minneapolis. Ho ascoltato le testimonianze, trasmesse dalle televisioni americane, di chi si trovava sulla scena dell’omicidio. Purtroppo, questo è un atto gravissimo.
La vittima era una madre di tre figli, e aveva appena accompagnato il più piccolo di 6 anni a scuola. Il 7 gennaio, quando è stata trucidata, si trovava con la moglie e il loro cane vicino a dove, sei anni fa, il poliziotto bianco Derek Chauvin aveva ucciso il cittadino afro-americano George Floyd, premendogli un ginocchio sul collo.
La brutalità e l’abuso di potere delle forze dell’ordine in America non è una novità. Nuovo è che questa volta si tratti di una donna bianca, che quella mattina stava facendo la volontaria per segnalare la presenza dei miliziani mandati da Trump a rastrellare la città a caccia di immigrati. Lei e sua moglie erano dotate di fischietti per avvisare gli abitanti della zona, non di armi. I miliziani avevano pistole.
Ma la sua esecuzione dimostra che l’attivismo in America, come in Iran, ti costa la vita. Ormai, anche negli Stati Uniti quando un poliziotto o un governante ti dà un ordine devi obbedirgli se vuoi rimanere viva. Esistere è diventato un privilegio concesso dall’autorità e la morte la punizione alla disobbedienza. Ti stanno dicendo: piegati o muori. La relazione tra i cittadini e il potere è ridotta a sottomissione.
Il video girato dall’assassino dimostra anche che si è trattato di un atto terminale di violenza misogina. Quella donna aveva ferito più la sua virilità che attaccato la sua incolumità. Quando ho visto il sorriso della vittima, mentre diceva all’uomo che l’avrebbe uccisa: «Va tutto bene, amico. Non sono arrabbiata con te», ho capito che Renee Good aveva paura.
Stava replicando tutto ciò che è stato insegnato alle donne. Si stava facendo piccola e mansueta per cercare di prevenire la violenza maschile. È rimasta calma, anche se circondata da agenti che le impartivano ordini contrastanti.
Ma non è bastato. Non era abbastanza spaventata, abbastanza sottomessa. Dopo, non era neppure abbastanza morta. Lo sparatore ha voluto anche infangarla urlando «brutta stronza!».
L’omicidio di Floyd affondava le radici nel razzismo, l’esecuzione pubblica di Renee Good le affonda nella misoginia.
Dopo la sua morte, in America il potere l’ha accusata. Hanno dichiarato che era una terrorista. È stata insultata perché era lesbica e aveva tre figli da due precedenti matrimoni, come se la sua vita non tradizionale giustificasse in qualche modo l’omicidio.
Il messaggio del potere è: guardate come sono strane queste persone. Meritano di essere giustiziate in mezzo alla strada in America.
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