Midnight in Paris... e non è il film con Marion Cotillard

enrica alessi midnight in parisenrica alessi midnight in paris

Parigi. Tutte le volte che sono stata qui, era per una ragione: Chanel. Le sfilate di Chanel. Ma il mio vero obiettivo era un altro: convincere qualcuno del personale a condurmi nell’appartamento di Coco. Purtroppo, anche con il francese ho qualche problema, e non nego che la prospettiva più realista sia sempre stata quella di introdurmi in modo furtivo nella sua abitazione: mi è solo mancato il coraggio.

La maggior parte delle sfilate di Chanel si tiene al Grand Palais, un enorme padiglione espositivo dal nome altisonante come la sua struttura: facciata in pietra, tetto in vetro e acciaio, e imponenti colonne ioniche. 

Ricordo bene la prima volta che lo vidi, nonostante un vero e proprio diluvio universale, rimasi senza fiato. Ma non sarebbe stata un po’ di pioggia a scoraggiare me e Giaco, e al nostro arrivo, i fotografi si erano scatenati. 

Ci sembrava strana una tale attenzione, ma eravamo vestiti bene, eravamo bellocci e poi, eravamo da Chanel. 

Sorridevo, sfoggiavo la mia mise soddisfatta e mi sparavo le pose. Non ricordo così tanti flash nemmeno il giorno del mio matrimonio. Poi, alzando la testa, avevo notato la scritta che stava appesa sopra di me: BACKSTAGE. 

“Forse abbiamo sbagliato l’entrata.” 

Il mio bisbiglio all’orecchio di Giaco ci aveva rimesso in moto: nella direzione opposta, dopo esserci congedati con una sorta di inchino. 

Ma dall’altra parte, era successa la stessa cosa: ci fotografavano anche lì e per un attimo, ammetto di essermi sentita una super gnocca. 

Il Grand Palais era stato allestito come una piccola valle di campagna, con fascine di paglia, balle di fieno, fiori di campo, c’era addirittura un fienile in legno, e poco più in là, era stato preparato un palco, probabilmente destinato a una star che si sarebbe esibita, anche se ancora non sapevamo chi fosse. 

Lo scoprimmo poco più tardi, all’assegnazione dei posti: in alto, in fondo, in fondo. Mi ero consolata guardando le dieci file di posti dietro di noi, forse occupate da alcune comparse, con l’intenzione di farci sentire meno peggio. 

“Non è giusto!” avevo esclamato. 

E quando Lily Allen — di cui riuscivo a vedere solo le spalle — si mise a cantare Not Fair, nel bel mezzo della sfilata, capii che il pezzo era quasi certamente dedicato a noi. 


Ho fatto tesoro dei piccoli incidenti di percorso, di quel briciolo di esperienza accumulata con una sola fashion week parigina e ora, che mi è stata offerta una seconda occasione e una seconda sfilata, vorrei che tutto filasse liscio. 

La terza camera d’albergo che mi è stata assegnata — dopo averne cambiate due, causa capienza ristretta del guardaroba — mi soddisfa. Come la mise che ho scelto: un abito con crinolina in tweed e bustino in pizzo, creato dal mio amico stilista Matteo. Un cappello a forma di cuore, ideato da un altro amico stilista che si chiama Francesco. Una giacca di John Galliano classe 1989, prestatami da Cesare, uno dei miei pusher ufficiali di abiti e accessori. E un paio di sandali di Louboutin spediti dall’ufficio stampa di Parigi. Di mio non ho niente, giusto le mutande e la borsa: una 11.12 in tessuto, con applicazioni di ispirazione russa.

Questa combinazione, che avrei giudicato azzardata fino a qualche anno fa, ora mi piace, ha uno stile tutto suo. 


La macchina ci aspetta davanti all’ingresso dell’hotel, saliamo, forniamo la destinazione all’autista e ci mettiamo in marcia. 

“Giaco, mi raccomando, stavolta dobbiamo azzeccare l’entrata, non ripetiamo la figura della volta scorsa, okay?”

“Ti ricordo che la volta scorsa, sei stata tu a insistere, io ti ho solo assecondato...”

“Appunto, non assecondarmi più. Sai che ho dei limiti con l’orientamento, quindi, portami nel posto giusto senza ascoltare i miei suggerimenti. 

Un’altra cosa... perché alzi gli occhi al cielo?” 

Mi guarda divertito, ma è un divertito diverso dal solito standard, sembra quasi esasperato dalle mie raccomandazioni. 

“Un’altra cosa...” dico per riprendere il filo.

“Fammi indovinare: se dovessero fotografarti, devo immortalare il momento, giusto?” 

“Come fai a saperlo?” 

“Me lo hai già detto quattro volte.” 

“Quindi hai capito?” 

Visti da fuori, su quei sedili posteriori, io sono la versione femminile di Furio di Bianco, rosso e Verdone, Giaco sembra Magda, con quell’espressione traducibile in non ce la faccio più! e un po’ lo capisco. 

Arriviamo al Grand Palais con un po’ di anticipo e il piazzale è già gremito di gente. Sento i battiti accelerati, l’ansia, la frenesia, ma per esigenze di copione, scendo dall’auto fingendomi abituata a questo tipo di situazioni. 

Giaco, invece, sembra veramente a suo agio, ma forse è soltanto felice di non essere più solo con me, su quella macchina che è appena andata via. 

Mi prende per mano e mi conduce davanti all’ingresso, questa volta senza sbagliare. 

Lo ringrazio. 

Per questioni di immagine, aspettare con le mani in mano è catastrofico — anche se si indossano gli occhiali da sole — ecco perché tutte le persone che aspettano qualcuno o qualcosa hanno sempre il telefono in mano: per dare l’idea della persona impegnata. E ora anch’io, che l’ho appena recuperato dalla borsa, ho un aspetto decisamente interessante. 

Dopo quattro secondi: i fotografi si fiondano su di me come i piccioni di Piazza San Marco: è l’apoteosi. Ma Giaco, che dovrebbe essere qui vicino a me, a immortalare questo momento, è al telefono. Lo guardo, lo fulmino. 

Lui apre il braccio sinistro verso l’esterno, con il destro mi mostra il cellulare e conclude con un labiale che dice LAVORO. Scandito bene. 

Chiedo ai fotografi di aspettare un momento, indicando mio marito che è impegnato al telefono, ma quelli se ne vanno: è arrivata Chiara Ferragni. 

Lo sapevo! Tutta colpa di Giaco e della sua telefonata di lavoro. 

In effetti, non saremmo proprio qui se non ci fosse il suo lavoro — con il mio reddito avrei giusto potuto offrire una gita sulla Senna. 

Dobbiamo solo aspettare un nuovo stormo di fotografi, ecco: quello che sta arrivando proprio adesso. 

Giaco si apposta, ha le movenze di uno di loro, si abbassa e inizia a scattare. 

“Sono pettinata?” chiedo con voce stridula, mentre mi sbrigo a mettere insieme una posa naturale. 

“Sono pettinata sì o no?”

I fotografi sono sempre più vicini. 

“Con quel cuore in testa, i capelli non si vedono.”

Appena in tempo. 


Sorrido e vengo accecata da una sagoma circolare che riflette la luce: sembra una cosa seria. 

I fotografi che stanno davanti a me sono professionisti, uno di loro mi chiede di seguirlo per condurmi davanti a un fondale bianco. 

Mi dice che lavora per Elle: sono emozionata. Mi volto di nuovo a cercare lo sguardo di Giaco, che è riuscito a intrufolarsi. 

Mi concentro sul cerchio di Domopak che sta lì al mio fianco e faccio del mio meglio per nascondere l’imbarazzo. Sto andando bene, anche io sono entrata nella parte e sono più sciolta. I fotografi sono tanti, ne arrivano altri e mio marito è sempre sul pezzo, fino a che qualcuno non cerca di allontanarlo. 

“No scusi, è mia moglie, se permette, la fotografo anch’io.”

Così: in francese perfetto — anche se assomiglia più a dialetto emiliano.

Il fotografo capisce la sua protesta, gli sorride e gli fa cenno di continuare. 


Dopo la sfilata, dopo un taxi, dopo una cena romantica, io e Giaco siamo a tavola, aspettando il conto. Siamo vicini e guardiamo le foto di quella giornata. 

È quasi mezzanotte, il tempo sembra volare.

Non so come vi viene, ma lo dico così, sorteggiando l’ultima goccia di vino. 

“Un giorno scriverò un libro che parla di te.”

“Un manuale per mariti e fidanzati costretti a fotografare mogli e fidanzate in condizioni estreme?”

“Simpatico...”

“Scrivilo! Sarà un best seller.”


enrica alessi midnight in paris storie di ordinaria follia
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Dopo Squid Game vi farò ridere e pensare

No other choice (6)
Lee Byung Hun, tra i protagonisti della serie di culto coreana, è al cinema nel film No Other Choice - Non c’è altra scelta, una commedia ironica e amara su un uomo alla ricerca di riscatto. A qualsiasi costo

«Faccio questo mestiere da tanto tempo, non vivo la fama con le difficoltà con cui la vivono i nuovi idoli. Credo di esserne immune». L'ex modello e attore Lee Byung Hun, star sudcoreana della serie di successo mondiale Squid Game, torna sullo schermo per raccontare le inquietudini di chi perde il lavoro da un giorno all'altro e non riesce a ritrovarlo, finendo in una spirale di disperazione e sete di vendetta.

Accade in No Other Choice - Non c'è altra scelta, dark comedy d'autore firmata Park Chan-Wook, selezionata dalla Corea per la corsa agli Oscar e in shortlist come Miglior film internazionale.

Ora nelle sale, è la storia di un padre di famiglia licenziato senza preavviso che perde tutto ciò che aveva costruito, dalla casa fino alla stima per se stesso. Gli restano la passione per il giardinaggio e la determinazione a farsi assumere in un nuovo posto di lavoro a ogni costo, anche sbarazzarsi dei suoi concorrenti.

No other choice (4)

La performance di Byung Hun è talmente convincente da essergli valsa la candidatura come miglior attore nella categoria Commedia o film musicale ai Golden Globes 2026, dov'è il vero outsider in gara. Per vincere dovrà battere George Clooney, Leonardo DiCaprio, Ethan Hawke, Jesse Plemons e Timothée Chalamet.

Partiamo dalla sua "immunità" alla celebrità. Che cosa intende?
«Non voglio fare lo snob, tanto meno dire che mi sono abituato: intendo solo che ho sviluppato una forma di accettazione e consapevolezza, per cui ho un approccio più rilassato dei ragazzi che stanno iniziando la loro carriera».

Ha mai sentito, come accade nel film, di non avere altra scelta?
«Premetto che sono molto diverso dal mio personaggio, non potrei mai immaginare di arrivare a compiere atti così estremi, e non sono altrettanto pianificatore e meticoloso in quello che faccio. Ma sì, certo, mi è capitato mille volte, anche nello stesso giorno, di dirmi: "Non c'è altra scelta”».

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Quando, ad esempio?
«Non essendo disperato, senza casa, senza lavoro e pieno di debiti come mi vedete nel film, mi capita di usare questa espressione più come una scusa per tirarmi fuori o abbandonare una situazione».

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Non posso non chiederle di Squid Game. Che cosa pensa del suo clamoroso successo?
«Sono molto grato per l’inaspettato successo planetario che ha avuto la serie, ma sento anche grande amarezza, perché credo che il mondo intero oramai simpatizzi con la totale assenza di umanità. Spiace dirlo, ma non sono per nulla ottimista: temo che non ci siano speranze. C’è una mancanza di empatia che si diffonde in tutto il mondo, stiamo perdendo la nostra umanità».

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 Ai Golden Globes si troverà in mezzo a blasonati colleghi hollywoodiani: che effetto le fa?
«Mi fa piacere quando i miei colleghi hollywoodiani mi dicono di apprezzare il cinema coreano perché è imprevedibile e originale. Io sono cresciuto con il cinema occidentale, a 4 anni mio padre mi faceva vedere in tv quei film e mai mi sarei immaginato di ritrovarmi a interpretarli. L'esperienza più bella a Hollywood è stata girare I magnifici sette, ma mi sono divertito anche sul set di Red 2. Il mio rapporto con Hollywood è sempre stato quello di un incredulo sognatore, felice di lavorare con attori da ammirare e di riscontrare che il sistema produttivo coreano non è poi molto diverso da quello hollywoodiano, c'è giusto più flessibilità».

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Chiudiamo con un consiglio: perché andare a vedere No Other Choice - Non c'è altra scelta?
«Perché è una commedia divertente, piena di ironia, ma tratta anche temi sociali rilevanti. Così, tra una risata e l'altra, c'è modo di riflettere, che male non fa mai».

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«Se la strage in spiaggia o il saccheggio alla Stampa sono definiti "resistenza"»: l'editoriale di Silvia Grilli

Silvia Grilli
Il nuovo numero di Grazia è ora in edicola. Ecco l'editoriale della Direttrice Silvia Grilli

La resistenza è necessaria con ogni mezzo», «con Hamas fino alla vittoria», «ora e sempre resistenza». Sono slogan che sentiamo nelle piazze di tutto il mondo alle manifestazioni contro Israele.

Per chi li inneggia possono essere innocua teoria, opinioni a favore della Palestina o semplicemente parole urlate per non sentirsi esclusi dal gruppo, non una chiamata alle armi per massacrare i presunti oppressori. Ma c'è sempre chi prende la teoria alla lettera. Domenica 14 dicembre, quegli slogan sono stati scritti con il sangue degli ebrei.

Un padre e un figlio pachistani hanno sparato sulla folla che celebrava il primo giorno della festa religiosa ebraica dell’Hanukkah su una spiaggia famosa per le nuotate al tramonto. Quindici morti e decine di feriti sono rimasti sulla sabbia a Bondi Beach, uno dei posti più belli, pacifici e gioiosi dell’Australia. Il primo ministro Anthony Albanese ha dichiarato che non riesce a spiegarsi tutto questo male. Io credo sia molto spiegabile: per gli invasati che considerano Israele il male assoluto, massacrare gli ebrei è fare giustizia.

È la colpa dei giudei che spinge giovani ProPal a saccheggiare la redazione del quotidiano La Stampa (paradossalmente uno dei più favorevoli alla causa palestinese). Induce quel centinaio di manifestanti a scrivere e urlare slogan terroristi come “Stampa-Morta” o «giornalista sei il primo della lista», mentre una loro guru, Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite, riduce l'assalto a un «monito ai giornalisti».

Nella tradizione ebraica, Hanukkah è la festa della luce, della speranza. Colpire bambini, anziani e adulti che festeggiano la vita non è diverso da quando il 7 ottobre i terroristi di Hamas fecero strage al Nova Festival. Sparare sulla spiaggia in un momento storico in cui c'è qualche passo verso la pace è voler cancellare la speranza nel futuro.

Eppure, ho ancora fiducia che l’umanità possa superare l’odio. Domenica 14 dicembre, in Australia, questa speranza aveva i gesti di un uomo: Ahmed Al Ahmed, fruttivendolo immigrato siriano, che si è precipitato su uno dei terroristi e gli ha strappato il fucile. Aveva le gambe di Jackson Doolan, il bagnino veterano della spiaggia, ex star di Baywatch in Australia, che è corso a piedi nudi per un chilometro e mezzo portando il borsone dei medicinali. Aveva le braccia di tutti coloro che si sono adoperati per salvare le vittime, sollevandole sulle tavole di soccorso che di solito vengono usate per trasportare la gente a riva.

Gli orrori si ripetono, sembrano non volersi fermare. Ma se le persone corrono ad aiutare, se ci sono solidarietà e compassione, c’è ancora speranza nell’umanità.

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Grazia è in edicola con Maya Hawke

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Ecco cosa vi aspetta nel nuovo numero di Grazia, da oggi in edicola e su app

Maya Hawke è la protagonista di copertina Grazia in edicola e app. Si è fatta conoscere con la serie Stranger Things, arrivata all’ultima stagione. Ora l’attrice newyorkese figlia delle star Uma Thurman ed Ethan Hawke, girerà il nuovo capitolo di Hunger Games dove vuole portare l’energia di chi non ha paura di crescere.

Questa settimana intervistiamo alcune icone di Hollywood. Incontriamo Zoe Saldana, al cinema nel ruolo di Neytiri, la madre combattente di Avatar. Parliamo con Ariana Grande, in corsa ai Golden Globe con Wicked e le attrici premio Oscar Jodie Foster e Laura Dern.

Il 2025 ha cambiato noi e la Storia. Grazia lo ripercorre. Dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca alla guerra a Gaza. Dalle vittorie di Jannik Sinner all’elezione del primo Papa americano fino alla scomparsa di icone come Ornella Vanoni e Giorgio Armani.

Grazia ha scelto i personaggi da tenere d'occhio nel 2026: le sciatrici Sofia Goggia e Lindsey Vonn attese alle Olimpiadi invernali, María Corina Machado, premio Nobel per la Pace che potrebbe cambiare le sorti del Venezuela, Lady Gaga in arrivo in concerto in Europa e molti altri. Da Can Yaman a Jacob Elordi, da Timothée Chalamet a Jeremy Allen White, che cos’hanno in comune i nuovi sex symbol? Mettono d’accordo mamme e figlie. Grazia ve li racconta.

Abiti dorati, trasparenze, ricami e dettagli preziosi. Grazia ha scelto i capi che ti rendono protagonista delle notti di festa e delle serate più speciali. Ma anche lo stile più cool per il 2026.

E nelle pagine dedicate alla bellezza trovate tutti i segreti per brillare: dalle strategie effetto freddo per una pelle più tonica alla scelta del fondotinta e del correttore giusti per illuminarla.

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Jodie Foster: "Faccio film per capire chi sono"

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Jodie Foster festeggia al cinema 60 anni da star. Nel thriller Vita privata, da oggi nelle sale, è una psicanalista tormentata. Ma a noi racconta come, grazie alla sua carriera, ha capito che le donne over 50 hanno tutte le carte per vincere

Come trascorre il giorno del suo compleanno una diva planetaria come Jodie Foster, sotto i riflettori dall’età di tre anni? «Lavorando», mi risponde accomodata sulla poltrona, mentre sorseggia un cappuccino. Neanche a farlo apposta la incontro proprio il giorno in cui compie 63 anni e mi confida che finita l’intervista andrà con gli amici a festeggiare. Sessant’anni di carriera tondi, fresca del Golden Globe vinto a gennaio per la sua performance nella serie True Detective: Night Country, la regista e attrice torna al cinema con il nuovo film di Rebecca Zlotowski Vita Privata. Presentato in anteprima al Festival di Cannes e dall’11 dicembre al cinema, la vede calarsi nei panni della nevrotica psichiatra Lilian Steiner, ossessionata da un caso molto delicato.

Che rapporto ha con il passare del tempo?

«Buono. Mi sento più felice che mai in vita mia».

Davvero?

«Parlo di una gioia profonda, non di quello che mi accade giorno per giorno. Le cose della vita, belle e brutte, capitano. Ma vivo un momento in cui il lavoro sta andando sempre meglio e ho superato l’ansia delle domande: “Sarò in grado di farcela con le mie forze?”, “Avrò una famiglia?”. Tutte questioni archiviate, per fortuna non devo più preoccuparmene. Da giovane passavo tanto tempo a pensare a me stessa, dopo una certa età mi sono concentrata sulle storie degli altri, è più facile e divertente».

Anche in Vita privata ascolta le storie degli altri.

«La mia Lilian non è una psichiatra risolta, anzi, è parecchio nevrotica. Non riesce a comprendere come sia possibile che la sua paziente in cura da nove anni (Virginie Efira, ndr) si sia potuta uccidere. Non ci crede, non ammette la possibilità che lei, in quanto psichiatra, sia stata così sorda».

Ritiene che come società abbiamo perso il potere di ascoltare?

«Mostrare curiosità verso gli altri è tutto. Noi attori siamo allenati all’ascolto, per lavoro siamo chiamati a calarci nelle vite degli altri ed è una bella abitudine mettersi nei panni altrui, un esercizio che possiamo fare tutti. Ci aiuterebbe come società».

Dal titolo del film alla realtà, essendo conosciuta in tutto il mondo sin da piccola come ha fatto a proteggere la sua, di vita privata?

«Sforzandomi sempre molto. Lavorando sin da bambina sapevo di dovermi proteggere: volevo andare a Disneyland, ma senza le telecamere che mi seguissero. Volevo essere libera di andare al supermercato, o prenotare un volo senza che nessuno lo facesse al posto mio. Ci ho sempre tenuto a mantenere viva la mia indipendenza, tracciando una linea netta tra la mia vita pubblica e quella privata. Oggi sono contenta di aver seguito quell’impulso».

Nel film la sentiamo sfoggiare un francese fluente…

«Mi fa sentire più sicura di me, rispetto all’inglese. Sarà che devo la passione per il francese a mia madre, che me lo fece studiare». 

Come mai?

«Non aveva mai viaggiato fuori dagli Stati Uniti fino ai cinquant’anni, ma la cultura europea l’affascinava. Comprava di continuo riviste e libri su Parigi e Napoleone, addirittura dipinse le pareti di casa con i colori delle antiche pietre romane. Quando ero bambina fece il viaggio dei suoi sogni e andò in Francia, con un tour in bus di quelli turistici».

Che cosa le disse al ritorno?

«"Jodie, impara il francese e diventa una grande attrice francese". Era il suo modo di dirmi che sognava per me una vita più ampia di quella americana. Anche perché erano gli anni 70, al potere c’era Nixon, non era facile essere americani. A mia madre piaceva l’idea che potessi scegliere di essere libera di inventarmi una vita tutta mia».

Ha fatto lo stesso con i suoi figli?

«Dovrebbe chiederlo a loro (Charlie e Kit, 27 e 24 anni, ndr). Intanto uno di loro sa parlare benissimo il tedesco, le mie radici tedesche ne sono contente».

Che rapporto ha con la psichiatria?

«Sempre stata scettica, ma una volta mi sono fatta ipnotizzare».

Com’è andata?

«Mi ripetevo: "Ma perché pagare 90 dollari a un tipo quando potrei smettere di fumare gratis oggi stesso?", eppure ha funzionato. Non amo la psicanalisi, per quanto la trovi attraente da un punto di vista cinematografico: non mi piace Freud, in America nessuno lo stima più, era un grandissimo sessista. Trovo però importante che al cinema si parli di salute mentale».

E che si mostri come le donne over 50 abbiano desideri, diritto al piacere e una vita sessuale appagante, come la sua Lilian con l’ex marito interpretato da Daniel Auteuil: perché tutto questo al cinema si vede ancora poco?

«Dovremmo parlare per ore della rappresentazione del corpo femminile. Purtroppo i pregiudizi sulle donne dopo una certa età sopravvivono, non solo al cinema. Ma sono speranzosa: registe come Zlotowski dimostrano di voler raccontare le donne per quello che sono, con tutti i loro desideri. La mia Liliane non è solo una psichiatra, una madre e una nonna, ma una donna che si esprime anche attraverso il  corpo».

Con Auteuil avete avuto un intimacy coordinator?

«È una figura che ho scoperto sul set di True Detective. Ho detto: "Che lavoro pazzesco, dov’eri tu quando avevo 16 anni?". Ormai io e Auteil abbiamo superato i 60 e abbiamo risolto senza, ma sono contenta che questa figura esista, era importante che ci fosse».

Che cosa di lei non hanno mai capito finora?

«Non sono seria come credono. Non ho mai capito perché il pubblico mi affibbi quest’aura di serietà, io sono una persona leggera. Certo, se mi fanno domande serie rispondo in modo serio e amo fare lavori significativi, ma se sapeste com’è la mia giornata ideale cambiereste idea».


Com’è la sua giornata ideale?

«Sveglia presto, sci ai piedi, la sera una partita di calcio in tv e una cena gustosa. Altro che tormentata, sono una persona felice e ottimista verso il futuro».