«Massacrare una donna non è uno sfogo comprensibile»: l'editoriale di Silvia Grilli
Il 28 luglio 2022 l’ex marito l’ha colpita in faccia con un pugno, l’ha fatta cadere e l’ha presa a calci per sette minuti. Lucia Regna ha perso parzialmente la vista e i medici hanno dovuto ricostruirle il viso con 21 placche di titanio. Il Tribunale di Torino ha condannato l’uomo solo a un anno e mezzo per lesioni, gli ha concesso il beneficio della sospensione della pena, ha considerato il massacro un fatto isolato ed escluso il reato di maltrattamenti. Non ha visto la prigionia in cui Lucia era stata costretta a vivere, sottomessa a un uomo che pretendeva il controllo totale su di lei.
IL GIUDICE PAOLO GALLO HA SCRITTO CHE, MENTRE PESTAVA LA MOGLIE, L’IMPUTATO PROVAVA «UN SENTIMENTO MOLTO UMANO E COMPRENSIBILE», PERCHÉ DOPO UN MATRIMONIO DURATO 20 ANNI LEI LO AVEVA LASCIATO PER UN ALTRO. Ha sostenuto che la vittima andasse ascoltata «con estrema prudenza», perché chiedeva un risarcimento per il volto distrutto. Ha liquidato gli abusi precedenti come “normali tensioni da separazione”. La denuncia di lei è stata considerata una scusa per ottenere soldi, mentre il pestaggio lo sfogo di un uomo distrutto che va compreso. L’imputato, ritenuto “sincero e persuasivo”, è rimasto libero.
QUANDO HO LETTO LA SENTENZA HO PROVATO VERGOGNA PER LA GIUSTIZIA ITALIANA. EPPURE QUESTO RACCONTO DISTORTO DELLA VIOLENZA È LA NORMALITÀ. Chiamare “sfogo” un massacro non è così diverso dal definire un femminicida un “marito geloso” o un “bravo ragazzo che ha perso la testa”, come sentiamo ripetere ogni giorno nelle cronache. È una narrazione tossica che difende i violenti e perdona gli abusi sulle donne ancora prima che arrivino in tribunale.
L’Italia ha abolito il delitto d’onore nel 1981, ma questa sentenza ne ripete la logica. Un uomo che punisce la donna che lo lascia ha una ragione per farlo: lei ha “sfaldato un matrimonio ventennale”. INVECE DI RICONOSCERE CHE L’UOMO CONSIDERAVA L’EX MOGLIE UN ESSERE DI SUA PROPRIETÀ DA ANNIENTARE QUANDO SFUGGIVA AL SUO CONTROLLO, IL TRIBUNALE SI È CONCENTRATO SU CHE COSA AVESSE FATTO LEI PER PROVOCARE LA FURIA. Chi lavora con le vittime sa che i giudici cercano spesso pretesti per non credere alle donne. Se chiede un risarcimento o prova a rifarsi una vita, lei smette di essere ai loro occhi la “vittima perfetta” e il suo racconto viene messo in dubbio. NON CAPISCONO CHE LA VIOLENZA NON È UN MOMENTO DI FOLLIA IMPROVVISA, MA UNO STRUMENTO DI CONTROLLO CHE DIVENTA ANCORA PIÙ FEROCE QUANDO LEI DECIDE DI LIBERARSI. E NON LO COMPRENDONO PERCHÉ SONO UOMINI OPPURE DONNE CHE HANNO INTERIORIZZATO IL PATRIARCATO.
Ma la sostituta procuratrice generale di Torino, Barbara Badellino, ha impugnato la sentenza, accusando il tribunale di aver minimizzato la sofferenza della vittima per alleggerire la colpa dell’aggressore. Sostenendo che il pestaggio fosse l’ennesimo atto di una lunga serie di abusi, Badellino ha chiesto una condanna a quattro anni e sei mesi. Il 28 ottobre la Corte d’appello di Torino ha riaperto il processo. I giudici sono entrati in aula. L’imputato era assente.
MI ASPETTO CHE QUESTA VOLTA IL TRIBUNALE SI AFFIDI ALLE PROVE, NON AI PREGIUDIZI. LA CREDIBILITÀ DI UNA VITTIMA NON SI MISURA DA QUANTO ABBIA SUBÌTO IN SILENZIO. Contano i referti medici, i messaggi di terrore e i segni sul corpo. Chi avalla l’idea che una moglie sia proprietà privata non può più giudicare in nome del popolo italiano.
Un’ultima riflessione. Nelle cronache e in tribunale il nome dell’ex marito è protetto finché non c’è la condanna definitiva, e per evitare che i figli siano identificati dal cognome paterno. Lucia Regna invece ha messo volontariamente la sua faccia per denunciare la sentenza e condurre la sua battaglia. Ma quando una donna non sceglie di esporsi, l’attenzione morbosa dei media diventa per lei una nuova violenza.
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