La piccola principessa... la versione al femminile del piccolo principe

La storia del piccolo principe è già stata scritta, ma in un mondo pieno di principesse, com’è possibile che nessuno abbia pensato a una versione femminile? Deciso: la scrivo io.
Un tempo lontano, in un piccolo pianeta situato nel punto G 612 — che nessun uomo era ancora riuscito a trovare — viveva la piccola principessa.
Anita, la sua governante, continuava a ripeterle che era giunto il momento di uscire, di visitare il mondo là fuori, di trovare un marito, di mettere su famiglia,
di completare, insomma, tutto ciò che comprendeva il ‘pacchetto principessa’.
“Non devi preoccuparti di nulla: penserò io alla tua rosa, la annaffierò, mi prenderò cura di lei e la proteggerò dai baobab.” la rassicurò. “Anche ai vulcani penserò io, tu vai: da qualche parte c’è un principe che ti aspetta.”
La piccola principessa si mise in viaggio.
Non sapeva nulla di quell’universo che si era decisa a esplorare, tantomeno dell’uomo che stava cercando, ma nonostante fosse ormai cresciuta per credere alla favola del principe azzurro, nel profondo del suo cuore, sapeva che quel viaggio avrebbe cambiato le cose per sempre.
La sua navicella era avvolta nell’infinito e lei aveva sempre vissuto in uno spazio così ristretto: era curiosa, impaurita e al tempo stesso eccitata.
Dopo due ore di viaggio — un po’ per frenesia, un po’ per fare pipì — decise di atterrare su un pianeta poco più grande del suo, si chiamava #VillaggioVacanze29.
La piccola principessa scese dalla navicella, si incipriò il naso e sistemò il mantello verde che stava quasi per strozzarla, sollevò lo sguardo e si trovò dritto a una lunga distesa d’acqua.
Vederla le mise sete.
Si affrettò a raggiungerla, ma quando fece per avvicinarsi e berne un po’, qualcuno glielo impedì.
Era bello, alto, con un sorriso super sexy che neanche quello di Mickey Rourke in 9 settimane e ½, le porse il bicchiere e disse: “Fatti un drink.”
Al secondo giro, venne fuori che il tizio si chiamava Alessandro e che lavorava su quel pianeta come animatore.
“Anima che?” chiese confusa.
“Intrattengo le persone ballando e cantando.”
La piccola principessa capì presto che il ragazzo aveva anche una terza specialità nell’arte dell’intrattenimento.
Fu soddisfatta, ma aveva in mente un uomo diverso con cui trascorrere il resto dei suoi giorni e si rimise in marcia.
Poco più tardi, giunse su un pianeta vicino, di un azzurro decisamente più intenso: #H2OCL, il pianeta dell’acqua e del cloro.
Le pozze d’acqua sembravano essere una costante, come la presenza di personaggi interessanti vicino a esse.
Stefano era un bagnino, un ragazzo simpatico, gentile, disponibile — forse anche troppo — e perennemente circondato da ragazze in bikini.
Ne dedusse che non sarebbe stato facile gestire un uomo tanto ambito e dopo essersi convinta che uno slippino aderente, un paio di occhiali da sole e un fischietto non l’avrebbero mai resa felice, prese la sua decisione: gli disse addio.
La piccola principessa sentiva l’esigenza di soddisfare emozioni forti e il suo istinto la condusse sul pianeta #BCPT: il pianeta dei muscoli, abitato dai personal trainer.
Un po’ di sport non le avrebbe fatto male e nel mucchio, ne scelse uno a caso, ignara del destino che stava lì ad aspettarla.
Simone era spietato, determinato, impassibile. Aveva deciso di farne una promessa del cross-fit, imponendole un nuovo stile di vita fatto di proteine — tante proteine — rinunce, sacrifici, allenamenti estenuanti. Ma la totale assenza di carboidrati nella dieta era troppo anche per lei. Un bel giorno, in palestra, durante una serie di affondi laterali, si guardò allo specchio e disse: “chi me lo fa fare?” e se ne andò.
Sul pianeta #Martechef, le cose sembravano andare decisamente meglio. Re Carlo era bello, tenebroso, affascinante ed era un grande chef.
Lei, che in cucina era un vero disastro, aveva sempre desiderato un uomo che cucinasse per lei piatti afrodisiaci con cui farla innamorare. Ma il re dagli occhi di ghiaccio aveva altro in mente: era lei a doverlo conquistare con un suo piatto, da preparare con una grande scatola misteriosa, piena di ingredienti a sorpresa.
Non poté fare altro che togliersi il grembiule, lasciare la cucina e non tornare mai più.
La piccola principessa non immaginava che trovare un uomo fosse tanto difficile, aveva ormai abbandonato ogni speranza,
quando il suo sesto senso le suggerì di fare un ultimo tentativo sul pianeta #Terra.
Lo aveva visto spesso sui libri, sapeva che era grande, affollato, rumoroso, ma la sua navicella era atterrata su una grande distesa di sabbia in mezzo al nulla: di ombra manco a parlarne, specie quella di un uomo.
Smarrita nel deserto del Sahara, a mille miglia da qualsiasi abitazione, stava per dire addio alla sua missione. Sarebbe tornata sul suo pianeta ad occuparsi della rosa, dei baobab, dei vulcani, quando all’improvviso, in lontananza, notò un tizio vestito in modo curioso che armeggiava con un attrezzo gigantesco.
Si sistemò i capelli, prese il rossetto che teneva in tasca e ne passò una dose abbondante sulle labbra: era la sua ultima occasione e non poteva permettersi di fallire. Si avvicinò a lui e con voce sexy disse: “Ma che cosa fai qui?”
“Che sia chiaro da subito: non sono bravo a disegnare le pecore!”
“Pecore? Quali pecore?”
“E anche i boa che mangiano gli elefanti non mi vengono tanto bene.”
Il suo tono era agitato, scortese, sembrava quasi infastidito dalla sua presenza, ma nonostante quei modi burberi, la piccola principessa si sentiva attratta da lui.
“Non hai risposto alla mia domanda…” mormorò.
“Il motore del mio aereo si è rotto, nessuno può aiutarmi e ho acqua solo per una settimana…”
L’aviatore, che sembrava non avere nessuna intenzione di rivelare il suo nome, la incuriosiva sempre di più. Era tutto ciò che non avrebbe mai immaginato potesse piacerle e invece, quell’aria scontrosa l’aveva letteralmente conquistata.
“Se vuoi posso portarti sul mio pianeta…” disse con voce accattivante.
“E dove sarebbe?”
“Nel punto G 612.”
“Okay! So esattamente dove si trova.”
Quella frase era la dimostrazione che il suo istinto aveva ragione: aveva sempre saputo che lui era quello giusto, quello che l’avrebbe resa felice per sempre.
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Dopo Squid Game vi farò ridere e pensare
«Faccio questo mestiere da tanto tempo, non vivo la fama con le difficoltà con cui la vivono i nuovi idoli. Credo di esserne immune». L'ex modello e attore Lee Byung Hun, star sudcoreana della serie di successo mondiale Squid Game, torna sullo schermo per raccontare le inquietudini di chi perde il lavoro da un giorno all'altro e non riesce a ritrovarlo, finendo in una spirale di disperazione e sete di vendetta.
Accade in No Other Choice - Non c'è altra scelta, dark comedy d'autore firmata Park Chan-Wook, selezionata dalla Corea per la corsa agli Oscar e in shortlist come Miglior film internazionale.
Ora nelle sale, è la storia di un padre di famiglia licenziato senza preavviso che perde tutto ciò che aveva costruito, dalla casa fino alla stima per se stesso. Gli restano la passione per il giardinaggio e la determinazione a farsi assumere in un nuovo posto di lavoro a ogni costo, anche sbarazzarsi dei suoi concorrenti.
La performance di Byung Hun è talmente convincente da essergli valsa la candidatura come miglior attore nella categoria Commedia o film musicale ai Golden Globes 2026, dov'è il vero outsider in gara. Per vincere dovrà battere George Clooney, Leonardo DiCaprio, Ethan Hawke, Jesse Plemons e Timothée Chalamet.
Partiamo dalla sua "immunità" alla celebrità. Che cosa intende?
«Non voglio fare lo snob, tanto meno dire che mi sono abituato: intendo solo che ho sviluppato una forma di accettazione e consapevolezza, per cui ho un approccio più rilassato dei ragazzi che stanno iniziando la loro carriera».
Ha mai sentito, come accade nel film, di non avere altra scelta?
«Premetto che sono molto diverso dal mio personaggio, non potrei mai immaginare di arrivare a compiere atti così estremi, e non sono altrettanto pianificatore e meticoloso in quello che faccio. Ma sì, certo, mi è capitato mille volte, anche nello stesso giorno, di dirmi: "Non c'è altra scelta”».
Quando, ad esempio?
«Non essendo disperato, senza casa, senza lavoro e pieno di debiti come mi vedete nel film, mi capita di usare questa espressione più come una scusa per tirarmi fuori o abbandonare una situazione».
Non posso non chiederle di Squid Game. Che cosa pensa del suo clamoroso successo?
«Sono molto grato per l’inaspettato successo planetario che ha avuto la serie, ma sento anche grande amarezza, perché credo che il mondo intero oramai simpatizzi con la totale assenza di umanità. Spiace dirlo, ma non sono per nulla ottimista: temo che non ci siano speranze. C’è una mancanza di empatia che si diffonde in tutto il mondo, stiamo perdendo la nostra umanità».
Ai Golden Globes si troverà in mezzo a blasonati colleghi hollywoodiani: che effetto le fa?
«Mi fa piacere quando i miei colleghi hollywoodiani mi dicono di apprezzare il cinema coreano perché è imprevedibile e originale. Io sono cresciuto con il cinema occidentale, a 4 anni mio padre mi faceva vedere in tv quei film e mai mi sarei immaginato di ritrovarmi a interpretarli. L'esperienza più bella a Hollywood è stata girare I magnifici sette, ma mi sono divertito anche sul set di Red 2. Il mio rapporto con Hollywood è sempre stato quello di un incredulo sognatore, felice di lavorare con attori da ammirare e di riscontrare che il sistema produttivo coreano non è poi molto diverso da quello hollywoodiano, c'è giusto più flessibilità».
Chiudiamo con un consiglio: perché andare a vedere No Other Choice - Non c'è altra scelta?
«Perché è una commedia divertente, piena di ironia, ma tratta anche temi sociali rilevanti. Così, tra una risata e l'altra, c'è modo di riflettere, che male non fa mai».
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«Se la strage in spiaggia o il saccheggio alla Stampa sono definiti "resistenza"»: l'editoriale di Silvia Grilli
La resistenza è necessaria con ogni mezzo», «con Hamas fino alla vittoria», «ora e sempre resistenza». Sono slogan che sentiamo nelle piazze di tutto il mondo alle manifestazioni contro Israele.
Per chi li inneggia possono essere innocua teoria, opinioni a favore della Palestina o semplicemente parole urlate per non sentirsi esclusi dal gruppo, non una chiamata alle armi per massacrare i presunti oppressori. Ma c'è sempre chi prende la teoria alla lettera. Domenica 14 dicembre, quegli slogan sono stati scritti con il sangue degli ebrei.
Un padre e un figlio pachistani hanno sparato sulla folla che celebrava il primo giorno della festa religiosa ebraica dell’Hanukkah su una spiaggia famosa per le nuotate al tramonto. Quindici morti e decine di feriti sono rimasti sulla sabbia a Bondi Beach, uno dei posti più belli, pacifici e gioiosi dell’Australia. Il primo ministro Anthony Albanese ha dichiarato che non riesce a spiegarsi tutto questo male. Io credo sia molto spiegabile: per gli invasati che considerano Israele il male assoluto, massacrare gli ebrei è fare giustizia.
È la colpa dei giudei che spinge giovani ProPal a saccheggiare la redazione del quotidiano La Stampa (paradossalmente uno dei più favorevoli alla causa palestinese). Induce quel centinaio di manifestanti a scrivere e urlare slogan terroristi come “Stampa-Morta” o «giornalista sei il primo della lista», mentre una loro guru, Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite, riduce l'assalto a un «monito ai giornalisti».
Nella tradizione ebraica, Hanukkah è la festa della luce, della speranza. Colpire bambini, anziani e adulti che festeggiano la vita non è diverso da quando il 7 ottobre i terroristi di Hamas fecero strage al Nova Festival. Sparare sulla spiaggia in un momento storico in cui c'è qualche passo verso la pace è voler cancellare la speranza nel futuro.
Eppure, ho ancora fiducia che l’umanità possa superare l’odio. Domenica 14 dicembre, in Australia, questa speranza aveva i gesti di un uomo: Ahmed Al Ahmed, fruttivendolo immigrato siriano, che si è precipitato su uno dei terroristi e gli ha strappato il fucile. Aveva le gambe di Jackson Doolan, il bagnino veterano della spiaggia, ex star di Baywatch in Australia, che è corso a piedi nudi per un chilometro e mezzo portando il borsone dei medicinali. Aveva le braccia di tutti coloro che si sono adoperati per salvare le vittime, sollevandole sulle tavole di soccorso che di solito vengono usate per trasportare la gente a riva.
Gli orrori si ripetono, sembrano non volersi fermare. Ma se le persone corrono ad aiutare, se ci sono solidarietà e compassione, c’è ancora speranza nell’umanità.
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Grazia è in edicola con Maya Hawke
Maya Hawke è la protagonista di copertina Grazia in edicola e app. Si è fatta conoscere con la serie Stranger Things, arrivata all’ultima stagione. Ora l’attrice newyorkese figlia delle star Uma Thurman ed Ethan Hawke, girerà il nuovo capitolo di Hunger Games dove vuole portare l’energia di chi non ha paura di crescere.
Questa settimana intervistiamo alcune icone di Hollywood. Incontriamo Zoe Saldana, al cinema nel ruolo di Neytiri, la madre combattente di Avatar. Parliamo con Ariana Grande, in corsa ai Golden Globe con Wicked e le attrici premio Oscar Jodie Foster e Laura Dern.
Il 2025 ha cambiato noi e la Storia. Grazia lo ripercorre. Dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca alla guerra a Gaza. Dalle vittorie di Jannik Sinner all’elezione del primo Papa americano fino alla scomparsa di icone come Ornella Vanoni e Giorgio Armani.
Grazia ha scelto i personaggi da tenere d'occhio nel 2026: le sciatrici Sofia Goggia e Lindsey Vonn attese alle Olimpiadi invernali, María Corina Machado, premio Nobel per la Pace che potrebbe cambiare le sorti del Venezuela, Lady Gaga in arrivo in concerto in Europa e molti altri. Da Can Yaman a Jacob Elordi, da Timothée Chalamet a Jeremy Allen White, che cos’hanno in comune i nuovi sex symbol? Mettono d’accordo mamme e figlie. Grazia ve li racconta.
Abiti dorati, trasparenze, ricami e dettagli preziosi. Grazia ha scelto i capi che ti rendono protagonista delle notti di festa e delle serate più speciali. Ma anche lo stile più cool per il 2026.
E nelle pagine dedicate alla bellezza trovate tutti i segreti per brillare: dalle strategie effetto freddo per una pelle più tonica alla scelta del fondotinta e del correttore giusti per illuminarla.
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Jodie Foster: "Faccio film per capire chi sono"
Come trascorre il giorno del suo compleanno una diva planetaria come Jodie Foster, sotto i riflettori dall’età di tre anni? «Lavorando», mi risponde accomodata sulla poltrona, mentre sorseggia un cappuccino. Neanche a farlo apposta la incontro proprio il giorno in cui compie 63 anni e mi confida che finita l’intervista andrà con gli amici a festeggiare. Sessant’anni di carriera tondi, fresca del Golden Globe vinto a gennaio per la sua performance nella serie True Detective: Night Country, la regista e attrice torna al cinema con il nuovo film di Rebecca Zlotowski Vita Privata. Presentato in anteprima al Festival di Cannes e dall’11 dicembre al cinema, la vede calarsi nei panni della nevrotica psichiatra Lilian Steiner, ossessionata da un caso molto delicato.
Che rapporto ha con il passare del tempo?
«Buono. Mi sento più felice che mai in vita mia».
Davvero?
«Parlo di una gioia profonda, non di quello che mi accade giorno per giorno. Le cose della vita, belle e brutte, capitano. Ma vivo un momento in cui il lavoro sta andando sempre meglio e ho superato l’ansia delle domande: “Sarò in grado di farcela con le mie forze?”, “Avrò una famiglia?”. Tutte questioni archiviate, per fortuna non devo più preoccuparmene. Da giovane passavo tanto tempo a pensare a me stessa, dopo una certa età mi sono concentrata sulle storie degli altri, è più facile e divertente».
Anche in Vita privata ascolta le storie degli altri.
«La mia Lilian non è una psichiatra risolta, anzi, è parecchio nevrotica. Non riesce a comprendere come sia possibile che la sua paziente in cura da nove anni (Virginie Efira, ndr) si sia potuta uccidere. Non ci crede, non ammette la possibilità che lei, in quanto psichiatra, sia stata così sorda».
Ritiene che come società abbiamo perso il potere di ascoltare?
«Mostrare curiosità verso gli altri è tutto. Noi attori siamo allenati all’ascolto, per lavoro siamo chiamati a calarci nelle vite degli altri ed è una bella abitudine mettersi nei panni altrui, un esercizio che possiamo fare tutti. Ci aiuterebbe come società».
Dal titolo del film alla realtà, essendo conosciuta in tutto il mondo sin da piccola come ha fatto a proteggere la sua, di vita privata?
«Sforzandomi sempre molto. Lavorando sin da bambina sapevo di dovermi proteggere: volevo andare a Disneyland, ma senza le telecamere che mi seguissero. Volevo essere libera di andare al supermercato, o prenotare un volo senza che nessuno lo facesse al posto mio. Ci ho sempre tenuto a mantenere viva la mia indipendenza, tracciando una linea netta tra la mia vita pubblica e quella privata. Oggi sono contenta di aver seguito quell’impulso».
Nel film la sentiamo sfoggiare un francese fluente…
«Mi fa sentire più sicura di me, rispetto all’inglese. Sarà che devo la passione per il francese a mia madre, che me lo fece studiare».
Come mai?
«Non aveva mai viaggiato fuori dagli Stati Uniti fino ai cinquant’anni, ma la cultura europea l’affascinava. Comprava di continuo riviste e libri su Parigi e Napoleone, addirittura dipinse le pareti di casa con i colori delle antiche pietre romane. Quando ero bambina fece il viaggio dei suoi sogni e andò in Francia, con un tour in bus di quelli turistici».
Che cosa le disse al ritorno?
«"Jodie, impara il francese e diventa una grande attrice francese". Era il suo modo di dirmi che sognava per me una vita più ampia di quella americana. Anche perché erano gli anni 70, al potere c’era Nixon, non era facile essere americani. A mia madre piaceva l’idea che potessi scegliere di essere libera di inventarmi una vita tutta mia».
Ha fatto lo stesso con i suoi figli?
«Dovrebbe chiederlo a loro (Charlie e Kit, 27 e 24 anni, ndr). Intanto uno di loro sa parlare benissimo il tedesco, le mie radici tedesche ne sono contente».
Che rapporto ha con la psichiatria?
«Sempre stata scettica, ma una volta mi sono fatta ipnotizzare».
Com’è andata?
«Mi ripetevo: "Ma perché pagare 90 dollari a un tipo quando potrei smettere di fumare gratis oggi stesso?", eppure ha funzionato. Non amo la psicanalisi, per quanto la trovi attraente da un punto di vista cinematografico: non mi piace Freud, in America nessuno lo stima più, era un grandissimo sessista. Trovo però importante che al cinema si parli di salute mentale».
E che si mostri come le donne over 50 abbiano desideri, diritto al piacere e una vita sessuale appagante, come la sua Lilian con l’ex marito interpretato da Daniel Auteuil: perché tutto questo al cinema si vede ancora poco?
«Dovremmo parlare per ore della rappresentazione del corpo femminile. Purtroppo i pregiudizi sulle donne dopo una certa età sopravvivono, non solo al cinema. Ma sono speranzosa: registe come Zlotowski dimostrano di voler raccontare le donne per quello che sono, con tutti i loro desideri. La mia Liliane non è solo una psichiatra, una madre e una nonna, ma una donna che si esprime anche attraverso il corpo».
Con Auteuil avete avuto un intimacy coordinator?
«È una figura che ho scoperto sul set di True Detective. Ho detto: "Che lavoro pazzesco, dov’eri tu quando avevo 16 anni?". Ormai io e Auteil abbiamo superato i 60 e abbiamo risolto senza, ma sono contenta che questa figura esista, era importante che ci fosse».
Che cosa di lei non hanno mai capito finora?
«Non sono seria come credono. Non ho mai capito perché il pubblico mi affibbi quest’aura di serietà, io sono una persona leggera. Certo, se mi fanno domande serie rispondo in modo serio e amo fare lavori significativi, ma se sapeste com’è la mia giornata ideale cambiereste idea».
Com’è la sua giornata ideale?
«Sveglia presto, sci ai piedi, la sera una partita di calcio in tv e una cena gustosa. Altro che tormentata, sono una persona felice e ottimista verso il futuro».
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