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«Donne che odiano le donne»: l’editoriale di Silvia Grilli

«Donne che odiano le donne»: l'editoriale di Silvia Grilli

foto di Silvia Grilli Silvia Grilli — 16 Luglio 2026
Silvia Grilli
Il nuovo numero di Grazia è ora in edicola. Ecco l'editoriale della Direttrice Silvia Grilli

Quando scrivo di sessismo inculcato nella testa delle donne intendo ciò che sto per raccontarvi.
Una magistrata della Procura di Benevento chiede l’archiviazione di una denuncia per violenza sessuale e maltrattamenti. Lo fa sostenendo (cito): “È normale che gli uomini debbano superare il livello minimo di resistenza che ogni donna tende a manifestare quando è stanca della vita quotidiana e un uomo le fa avances”. Squalificando anche il genere maschile, la pubblica ministera sembra intendere: «Che cosa ti aspetti da un uomo? È ovvio che pretenda sesso con la forza quando non lo vuoi. Altrimenti quale sarebbe per lui il beneficio dello stare in coppia?». ANCHE SE IL DOVERE SESSUALE È STATO ABOLITO, PER QUELLA MAGISTRATA UN UOMO BISOGNA GUADAGNARSELO SACRIFICANDOSI.

In un’altra occasione, il soggetto in questione punta un coltello alla gola della compagna. Lo fa mentre stanno ascoltando notizie su un femminicidio, ma per la pubblica ministera è solo «uno scherzo di cattivo gusto».

È il 2021. La vittima è Audrey Ubeda, francese, 42 anni, abitante nel Salernitano, madre di due figli. Il giudice per le indagini preliminari rifiuta l’archiviazione. Un’altra pubblica ministera, Marina Colucci, svolge l’investigazione con determinazione e ottiene il processo. L’ex compagno di Ubeda viene condannato a quattro anni e sei mesi. Resta libero, in attesa d’appello. Nel 2024 il Tribunale per i minorenni gli toglie la responsabilità genitoriale. Lui circola senza restrizioni, Audrey e i figli vivono tre anni in una struttura protetta. Pochi giorni fa, il 2 luglio, la Corte europea dei diritti dell’uomo condanna lo Stato italiano a pagare a Ubeda 60 mila euro per danni morali, più le spese legali. Per i giudici di Strasburgo le motivazioni dell’archiviazione riflettono una cultura sessista che normalizza la violenza domestica. LA CORTE HA PERFETTAMENTE RAGIONE. DOVREBBE PERÒ AFFRETTARSI A CAMBIARE IL NOME ORIGINALE FRANCESE IN “CORTE EUROPEA DEI DIRITTI UMANI”. Il linguaggio non è solo forma, è anche sostanza: i diritti delle donne non sono diritti dell’uomo, sono diritti umani.

Accosto le frasi della magistrata di Benevento a molte altre parole. Pronunciate non da uomini, ma da colleghe, amiche, madri, sorelle. La pubblica ministera ha attinto a una cultura che considera normale la nostra sottomissione. Magari non se n’è neppure resa conto. O forse sì. Michela Murgia le chiamava «ancelle del patriarcato», donne che decidono di assecondare i maschi, prendendosi come premio un buffetto sulla guancia.

QUELLA PM È UNA DI NOI. LA MISOGINIA INTERIORIZZATA CI ACCOMPAGNA DALLA NASCITA. IN TROPPE CRESCIAMO CON L’IDEA CHE IL NOSTRO VALORE DIPENDA DAL GIUDIZIO MASCHILE. In troppe guardiamo le altre con lo stesso sguardo con cui gli uomini ci giudicano. In troppe pensiamo che una grande carriera femminile sia inevitabilmente frutto di scambi sessuali. In troppe crediamo che una donna arrabbiata sia «isterica», una madre in difficoltà sia colpevole, una vittima si meriti quello che subisce. Una collega mi disse di una giornalista che aveva pubblicato un libro bellissimo: «Gliel’avrà scritto suo marito». Era solo l’automatismo di chiminimizza il talento femminile alla corte dei maschi dalle capacità incontestabili.

CI SONO MOLTI TIPI DI MISOGINE. QUELLE CHE SUBISCONO IL RUOLO DOMESTICO E REMISSIVO PERCHÉ LO EREDITANO DALLA FAMIGLIA O DAL MARITO, E CONDANNANO CHI NON SI SACRIFICA. QUELLE CHE GIUDICANO LE ALTRE - E SPESSO ANCHE SE STESSE - IRRAZIONALI, POCO INTELLIGENTI, INCOMPETENTI E, PROPRIO PER QUESTO, MANIPOLATRICI. QUELLE CHE SI SENTONO ECCEZIONI SUPERIORI, E TRATTANO LE PROPRIE SIMILI CON DISPREZZO. Troppe si criticano a vicenda sull’aspetto fisico, le scelte di vita, il modo di essere madri. Troppe mettono al primo posto l’apparenza invece del talento e si affossano a vicenda, invece di allearsi. Guardate i social. Le donne usano un linguaggio misogino con una frequenza pari o superiore a quella degli uomini. Probabilmente non ci fanno neanche caso. Le loro madri, le loro amiche hanno sempre fatto così, e gli uomini attorno a loro godono nel vedere le femmine azzuffarsi.

LA PUBBLICA MINISTERA DI BENEVENTO HA MESSO PER ISCRITTO CIÒ CHE SI DICE OGNI GIORNO IN QUESTO PAESE. La sentenza della Corte europea non riguarda una magistrata, ma tutta la nostra società: polizia, uffici giudiziari, redazioni, famiglie, le donne stesse che contribuiscono a tenere in vita il patriarcato.

Audrey Ubeda ha vinto la sua causa. È una brutta notizia sulla gravità del patriarcato nel nostro Paese, ma bella per tutte noi. Anche per le misogine.
Poi c’è lei, Marina Colucci, la pubblica ministera che ha riaperto le indagini. Non c’è dubbio che sia la nota di speranza, perché ci rassicura: non ci odiamo tutte tra noi. Quando capiamo, facciamo il bene di ciascuna.

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