Sandra Gladanac Violante: «Datemi un abito da sera, una corona e ci andrò anche a fare la spesa»

Per la serie #onmyvanitytable incontriamo Lady Violante: "your neighbour next door, but better dressed"

Raccontare Sandra è come sfogliare un libro che già dalle prime battute sai che ti porterà in luoghi sconosciuti, affascinanti e allo stesso tempo profondamente familiari.

Ci siamo scritte e parlate per mesi, raccontandoci quotidianità e ridendo parecchio, stabilendo un legame. Perché solo così può funzionare con lei. Schietta, generosa, determinata. Se decide di accoglierti lo fa senza riserve.

Lei, che è la quintessenza della riservatezza, ci ha aperto le porte del suo “archivio” (non possiamo chiamarlo semplicemente armadio) della memoria. Per ogni abito c’è un ricordo preciso, una sensazione. Lo stesso succede con il make up che ha la valenza di un abito perché “truccarsi è come vestire il viso”.



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Come nasce Lady Violante?

Bisogna andare un po’ indietro nel tempo e ci sono stati degli step. Alcuni amici che lavoravano nella moda mi hanno suggerito di aprire una finestra per provare a condividere il mio amore per la moda. Sono una persona molto privata - e continuo a esserlo - ma questo modo di raccontarmi sui social mi ha aperto nuove strade. Tutto è iniziato almeno cinque anni fa grazie al mio viscerale amore per Dolce & Gabbana. Sai che all’inizio è stato un vero scontro? Poi è diventata una storia d’amore. Per una donna come me Dolce & Gabbana sono stati quello che volevo gridare al mondo attraverso gli abiti. La gioia, i pattern, i colori, l’italianità. Mi ricordo ancora la prima volta che siamo entrati da Dolce & Gabbana. Abbiamo chiesto alcuni capi in taglia 48. Ci tengo a sottolineare, che è un’azienda che arriva fino alla 52 tramite special order e che hanno appena fatto sfilare Ashley Graham per Alta Moda. Ma dicevamo, una settimana dopo le mie richieste in negozio, ricevo una telefonata. “Signora la nostra azienda non tratta la sua taglia”. Ero in bicicletta: “Scusi, lei è davvero sicuro di volermi dire questo?”. “Sì mi è stato detto di dirle così”. Di cinque vestiti che avevo chiesto, mi avrebbero consegnato solo una cintura. Era il mio primo vero impatto con il mondo della moda. E la risposta era quelle come te non le vogliamo. Era stata un’uscita infelice di un commesso inesperto ma, comunque, arrivata a casa la furia ha cominciato a montarmi dentro. Mi sono seduta al computer e ho scritto una email. Specificavo che questa storia l’avrei raccontata a qualunque giornale sarebbe stato disposto ad ascoltarmi. Non mi sembrava giusto che si proclamasse amore per le forme e per la mediterraneità per poi negarla di fatto. Tempo sette minuti, suona il mio telefono. Non rispondo. Poi ricevo una chiamata da un cellulare e a quel punto ascolto la voce dall’altra parteSono Mario Rigo, il direttore ad interim della Boutique di Via Spiga”. Andiamo avanti una decina di minuti prima di arrivare a una specie di accordo e prendiamo un appuntamento. Mi sono presentata dicendo “Buon giorno sono la taglia 48”. Lui, in realtà retail project manager dell’azienda, nel tempo è diventato un mio carissimo amico e ancora oggi mi dice che quel giorno è stata davvero tosta la gestione della situazione. Non avevo nessuna intenzione di cedere a quel tipo di ingiustizia. Gli abiti che desideravo sono stati fatti con special order e altri recuperati da boutique sparse in Europa. Per cinque, sei mesi siamo andati avanti annusandoci a vicenda ma alla fine abbiamo costruito un rapporto di grande rispetto reciproco. Però mi domando: perché sono la persona che sono ma chissà quante volte le donne si sono sentite rifiutate perché non rispondevano a determinati requisiti. Bisogna chiedere quello che ci spetta. Non trovo giusto che la moda debba dettare un solo canone estetico, una sola taglia. Secondo me deve sapersi adattare a tutti i tipi di donne e se entro in un negozio voglio essere seguita con attenzione, non respinta.


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Ma infatti è interessante che tu - nell’era degli shop online - abbia così a cuore il rapporto a tu per tu con le persone. Spesso si evita come la peste perché raramente trovi qualcuno che sappia indicarti cosa ti sta bene, sembrano solo preoccupati di venderti il capo.

Acquisto spesso online e mi diverto ma per me è importante trovare persone che ti sappiano indirizzare e con le quali ti prendi, come è successo con Dolce & Gabbana. Dopo l’inizio che ti ho raccontato ho trovato la persona giusta ed è stato un vero percorso. Ditemi cosa c’è di più personale di una persona che ti veste e conosce la tua fisicità? Vivo il rapporto coi brand che amo come una specie di cerimonia. Da Versace e Gucci sapevano che sareste venute a intervistarmi e mi hanno mandato questi splendidi fiori come augurio. Per me è un gesto di cura stupendo, è la prova che la moda è fatta anche di persone che ti e si sostengono.


Cosa ne pensi dei total look?

Non me ne parlare proprio a meno che non siano una mia scelta o io venga scelta come brand ambassador, non mi convincono. Nel mondo degli influencer sembrano la normalità ma per me così si sacrifica la personalità nell’abbinare seguendo il proprio estro. Non mi piace quando mi dicono cosa dovrei fare, figurati un total look imposto! Voglio avere il lusso di scegliere chi, come e quando. Trovo troppo importante essere credibili e non voglio fare qualcosa solo per farlo.


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Con quali altri brand hai costruito un rapporto che ti soddisfa?

Con Gucci e Prada. Anche lì ho trovato persone con le quali mi sono sentita in sintonia. Prada crea le “teline” per gli abiti su misura. Danno la possibilità di ottenere “abiti prova” che ti consentono di capire come potrai effettivamente stare prima di farli cucire. Dior, che per me è amore eterno e immutabile e, ultimamente, Versace che sto scoprendo con grande piacere e che mi ha fatto rituffare in ricordi importantissimi. Poi amo follemente gli abiti da sera. Parlo proprio di quelli con gli strascichi e per i quali ci vuole molta cura anche nella manutenzione. Te lo dico, ci andrei a fare la spesa pure con una corona in testa e mi sentirei perfettamente a mio agio!


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Una delle foto che ci ha fatto innamorare di te è quella scattata sul Machu Picchu con quel meraviglioso abito che vola nel cielo azzurro. Raccontaci di più.

Fai conto che eravamo ai piedi della montagna in un posto molto spartano ma, soprattutto, dalla sera prima diluviava. Mi ero portata questo abito che è un sogno fatto di chiffon e che amo moltissimo. Faccio l’errore di non indossarlo subito. Lo infilo in uno zainetto e vado al varco del Machu Picchu. Dopo aver passato i controlli chiedo “Dopo potrei cambiarmi?”. Errore madornale numero due. Mi tengono quaranta minuti bloccata chiedendomi quali siano le mie intenzioni e cercando in tutti i modi di dissuadermi con svariate argomentazioni. E io a spiegare che voglio semplicemente fare una foto per celebrare la bellezza con la bellezza. Alla fine la mia sincerità ha pagato e mi hanno lasciato fare. Da una parte ho capito le loro resistenze, è un luogo sacro. Dall’altra mi ha fatto piacere che si siano resi conto che le mie erano intenzioni positive. Pensa che ho anche incontrato alcuni dei miei followers sulla cima del Machu Picchu. Quella è stata davvero un’esperienza surreale ed è successo anche in Bolivia nel deserto di sale, un luogo magnifico e suggestivo. Magie di Instagram.



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Come vivi la tua percezione dell’immagine rispetto a Instagram?

Nelle foto è normale che mostriamo una parte di noi stessi che ci sembra ideale ma è umano non essere così 24 ore al giorno. Mi ci devo sempre, sempre riconoscere in una foto o almeno devo poter ricordare perfettamente il motivo per cui ho scelto di pormi in un particolar modo. Anche a distanza di tempo. Vengo da una famiglia di donne con una spiccata cura del sé. Mia nonna è stata una delle prime donne a guidare un’auto nella mia città d’origine e lo faceva coi guanti bianchi in pelle per non far scivolare il volante. Mi ha insegnato che non si va in aereo se non vestiti a modo. Quando sono andata in Perù ho dovuto indossare per la prima volta una tuta - sono 18 ore di volo, non c’era alternativa - mi sono sentita una specie di traditrice e molto a disagio. Questi insegnamenti mi sono rimasti dentro come un’impronta. Amo le linee classiche e ho imparato a miscelare pattern e colori col tempo. Nel mio armadio non c’è qualcosa che regge solo una stagione. Un capo ti deve accompagnare tutta la vita. Non sono schiava dei trend, anzi. Come per il mio vestito da sposa: ho voluto che superasse il test del tempo, ho voluto immaginarlo dopo vent’anni e pensare che mi sarebbe potuto piacere come la prima volta che l’ho visto. Un’altra regola che mi ha inculcato mia nonna è: una cosa ma giusta. Non cento e inutili. La tentazione del fast fashion è proprio questa. Bisogna stare attenti. Anche in quel campo meglio sceglierne una che sentiamo nostra. Poi bisogna anche chiedersi se quello che si sta acquistando aggiunga effettivamente qualcosa al nostro guardaroba. La mia vera comfort zone sono i vestiti. Poco altro mi fa sentire a mio agio come un vestito intero. Il primo shooting me lo ricordo ancora: lo avevamo fatto per il mio sito di appoggio (che non ho il tempo di seguire ma non si sa mai) ed ero in Dolce, per me - ripeto - un richiamo irresistibile e indossavo proprio un abito intero.


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Haters: come li gestisci?

Ho la pelle dura e sono sopravvissuta a una guerra che ha distrutto il mio amato Paese di origine per cui la mia personale scala di valori è molto chiara ma c’è una cosa che ho capito analizzando le persone che mi attaccano. Quello che scrivono racconta più di loro che di me. Mi sono resa conto subito che avrei avuto reazioni contrastanti perché c’è sempre stata una sostanziale differenza tra me e la maggior parte delle persone che amano la moda, il peso. E torniamo sempre lì, come se il mio peso potesse definirmi. All’inizio mi sono arrivati commenti negativi di una tale violenza che mi sono chiesta: ma perché? E poi ho pensato sai che c’è? Adesso comincio a rispondere. Chiedevo: ma che problema vi dà la mia taglia? E il messaggio che passava immancabilmente nelle loro risposte era quello che io mi sarei dovuta nascondere, che non avrei mai dovuto mostrarmi. Gli idioti prima ti costringono al loro livello e poi ti uccidono con l’esperienza. Perché l’idiota ha molta esperienza nell’essere idiota. Li sconcerta molto però l’educazione e la fermezza con la quale rispondo ma soprattutto li destabilizza quando non ti infili in una caverna a piangere. Se ti mostri per alcuni tutto sembra poter essere lecito. Ma chi lo ha detto? L’un per cento della mia vita è su Instagram e realmente si può pensare di conoscermi? Mi è capitata anche una persona che in privato ha cercato di molestarmi sessualmente. Ma davvero pensiamo di rimanere impuniti qualsiasi cosa facciamo online? Ho una rete di protezione notevole ma penso alle ragazze più fragili, è inquietante questo modo di approcciarsi di alcune persone.


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Il linguaggio conta parecchio quando si ricevono commenti negativi, soprattutto verso le donne in generale.

Il linguaggio e come vengono trattate le donne in alcuni casi andrebbero rivisti. Tra l’altro non sono solo gli uomini a essere aggressivi. Anzi. Se una donna ha successo viene scannerizzata: quale taglia indossa, chi frequenta, perché. Non capisco il motivo per cui si debba essere per forza etichettate, commentate, criticate. Se noi stesse consentiamo agli altri di farlo perché lo facciamo anche tra di noi, dobbiamo impegnarci a smettere. Cercherò e mi sforzerò sempre di rispettare senza giudicare. Quando sento parole come outsider mi chiedo: ma essere originali è una colpa? Ampliamo gli orizzonti invece che chiuderci dentro ai ghetti come il mondo “curvy”. Fa molto comodo vederlo come qualcosa di esterno. Da qualche parte mi ricordo di aver letto che sono le ciccione a voler sempre celebrare la diversità del corpo. Semmai vogliono che si smetta di essere ossessionati dal loro peso qualsiasi esso sia e qualunque sia la ragione. Siamo tutti insicuri ma non mi sento meglio se punto il dito verso le insicurezze degli altri. C’è molto lavoro da fare in questo senso.


Tu sei appassionata di beauty e curi molto la pelle, raccontaci la tua routine.

Ho scoperto il brand Dr Barbara Sturm su Net-a-Portér. Si sposa con la mia pelle e si tratta di cosmetica molecolare. La mia pelle ha bisogno di nutrizione. Qui a Milano siamo pieni di inquinamento e lo scrub, il siero e le ampolline di acido ialuronico, sono una mano santa. Amo anche tutti i nuovi sieri Dior, sono eccezionali coprono praticamente tutte le mie esigenze a seconda dei casi e delle necessità. Mi piacciono anche le preparazioni di alcune farmacie con alti concentrati di principi attivi. Poi la protezione solare, essenziale per evitare le macchie. Uso Isdin con SPF 100 che aiuta moltissimo la mia pelle chiara. In generale, cerco di avere un rapporto sano con la bellezza perché se diventa una schiavitù, è un problema. L’unica schiavitù possibile per me è l’amore.


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E per il trucco?

C’è stato un periodo in cui avevo l’ossessione dei pigmenti e li ho comprati in qualsiasi colore. Adesso ho una predilezione per i quad di Dior che hanno colori che si abbinano a quelli dei miei occhi. Adoro truccarmi da sola: ho cercato di imparare dai make up artist e dai tutorial. Mi piace il risultato finale con le sopracciglia ordinate, trovo che diano armonia ai tratti del viso. Colleziono make up perché mi piace proprio. A volte sperimento e faccio delle combinazioni di colore un po’ azzardate ma poi torno ai miei classici. Curo molto la pelle perché mi sembra che sia il primo step per far risaltare il trucco ancora di più. Truccarsi è come vestire il viso.


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Ti va di raccontarci cosa significa la moda nella tua vita?

Quando è uscita la collezione Tribute di Versace per me è stata un’emozione fortissima. Mi ha riportato indietro negli anni. Avevo 16 anni e nello stesso periodo più o meno morirono Gianni Versace e Lady Diana che avevo incontrato in una sua missione sulle mine antiuomo. Fu pazzesco vederla dal vivo. Negli anni della guerra in Jugoslavia nel mio Paese non filtrava nulla del mondo esterno. Non entrava niente, non usciva niente. Non ho visto la mia famiglia per quattro anni. Un giorno il mio mondo era la buona borghesia che si dava da fare e il giorno dopo si facevano i conti col fallimento delle banche. Vivevo coi miei nonni in una cittadina marittima e i contrabbandieri portavano di tutto, anche i giornali di moda che erano la mia unica evasione. Vedevo le foto delle campagne di Versace e pensavo alla libertà e alla spensieratezza che mi erano negate per la situazione tremenda che vivevamo. Mi domandavo se il mio mondo sarebbe mai tornato come prima della guerra. Era passato talmente tanto tempo che non ricordavo cosa significasse essere liberi. Sembrava impossibile che si potesse vivere normalmente dopo le case bruciate, le persone sterminate, i supermercati vuoti, la lontananza forzata da mia madre. Le greche di Gianni Versace erano i simboli dei miei anni persi. Nel 2018 esce la collezione Tribute e m’innamoro di una camicia che torna a casa con me e mentre la ripongo leggo bene l’etichetta Tribute 1992. Il passato m’investe con tutta la sua potenza. Il 1992 è stato uno degli anni più terribili della mia vita e mi rendo conto di avere in mano la riproduzione dei pattern che vedevo sui giornali che mi facevano compagnia. I ricordi sono tornati brutali e all’improvviso. Ho capito perché dalle situazioni traumatiche ci si salva solo rimuovendo. La moda ha smesso di essere solo una bella camicia e ha significato altro. Gli abiti per me sono delle madeleine e un monito. Se da un giorno all’altro dovesse sparire tutto di nuovo, mi ricostruirei.

Special thanks to: Sara Moschini

Hair & Make up: Melly Sorace

#onmyvanitytable series created by Daniela Losini

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Un excursus sul fare musica (e viverci) con Adele Altro aka Any Other

Cantantautrice, producer, chitarrista. Abbiamo portato Adele Altro nella natura ghiacciata di St. Moritz ospiti dell'hotel Grace La Magna per un esclusivo servizio e una lunga chiacchierata sulla musica

A poche settimane dall'uscita di Trovarsi Soli All'Improvviso, il nuovo album di Marco Giudici che ha coprodotto e nel quale suona e canta, Adele Altro si confessa in una lunga intervista nella quale cerca di tracciare un percorso dall'inizio della sua carriera da musicista autodidatta passando per i mesi difficili della pandemia fino all'uscita di stillness, stop: you have a right to remember con il suo progetto più noto, Any Other.

Davanti all'accogliente e scenografico caminetto del Grace La Magna di St. Moritz, Adele ha esplorato la pressione di essere sempre presente e visibile data dai social media, ma anche le differenze di genere nella musica, la sua passione per il momento dei live e il suo impegno come producer, mentre scattando le foto del nostro servizio moda abbiamo scoperto come fosse cambiato il rapporto con la sua immagine e il suo corpo.

Lasciamo spazio alle parole di Adele e alle foto di Sara Reverberi con una notizia esclusiva sul futuro dell'artista veronese alla fine dell'intervista.

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Adele indossa cappello e sciarpa in lana AVANT TOI

Raccontaci tutto dall'inizio. Quando hai capito che volevi fare questo di lavoro e che la musica era importante per te?
L’ho capito abbastanza tardi, o comunque più tardi rispetto alla media dei miei amici e colleghi che fanno questo lavoro. Ho iniziato a suonare intorno ai 18 anni. Da che ero adolescente sono stata sempre appassionata di musica, però in qualche modo, forse anche per un problema di rappresentazione, non avevo mai considerato che potessi essere io la persona che creasse la musica. Mi ero sempre vista come una fruitrice, ma mai come una potenziale... soundmaker

Al liceo ho conosciuto la mia migliore amica Cecilia e lei aveva una chitarra. La prima volta che ci siamo viste ci siamo messe in camera sua, lei suonava, io cantavo. Facevamo le cover dei Cure, di Bob Dylan, cose così. E ci siamo dette che bella questa cosa. Non c'è mai stato un vero momento in cui ho detto: «La musica è il mio sogno, voglio fare questo». È semplicemente successo. A un certo punto mi sono ritrovata questa cosa tra le mani e funzionava come mezzo per comunicare con gli altri. Ovviamente ero un'adolescente disagiata (ride - ndr).

Da lì non l'ho più mollata, finché non è diventata il mio lavoro

E quindi cos'è successo poi? Finisci il liceo e? 
Io e Cecilia eravamo diventate un duo, che si chiamava LoveCats e nel 2013 ci siamo trasferite a Milano. 
Dopo un mese che vivevamo a Milano, abbiamo fatto una data un lunedì sera e così ho iniziato a conoscere altri musicisti e a scrivere canzoni per fare un disco e ho imparato a suonare la chitarra proprio perché volevo scrivere i miei pezzi. 

Da autoridatta, quindi? 
Sì, proprio andando su Google! 

A questo punto avevamo tanta carne al fuoco, stavamo registrando, imbastendo le registrazioni per un disco e Cecilia ha scelto di fare un altro percorso, e il duo si è sciolto. Era il 2014, e io mi sono ritrovata con questa manciata di canzoni che avevo scritto. E lì è nato Any Other

Il primo disco è uscito nel 2015 e ho fatto tantissime date live. All’inizio eravamo un trio, io, Erika Lonardi e Marco Giudici, il mio migliore amico con il quale collaboro ancora. Flash forward al 2016, mi scrive Niccolò Contessa de I Cani e mi chiede di aprire il loro concerto a Roma e qui conosciamo i ragazzi dell’etichetta 42 Records e qualche tempo dopo abbiamo iniziato a lavorare assieme.

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Adele indossa bustier, jeans e giacca con collo in pelliccia GAS, stivali SANTONI

E qui parti in tour con Colapesce che faceva parte di 42 Records. 
Sì ero nella sua band come chitarrista. 

Ti piaceva questa cosa? Nel senso, non essere tu a cantare.
Il lavoro di turnista mi ha sempre permesso di vedere come gli altri fanno le cose e quindi anche poi di portarmi a casa un pezzo del loro modo di lavorare. Suonare pezzi di altre persone ti obbliga a sbloccare delle zone di te stesso che magari non considereresti come musicista. 

Il primo disco che ho fatto con 42 Records si chiamava Two Geography, tecnicamente il mio secondo disco. Da lì è partito un tour in Italia, in Europa e siamo perfino arrivati in Asia orientale, appena prima del Covid. Siamo andati in Cina a novembre 2019, tra l'altro la prima data doveva essere a Wuhan e ce l'hanno cancellata guarda caso.

E durante il covid cosa hai fatto? 
Ero disperata perché a inizio 2020 doveva esserci il primo tour di Colapesce Dimartino e avevo anche scritto un concerto per sestetto, io chitarra e voce, Marco Giudici al pianoforte elettrico, e avremmo avuto anche flicorno soprano, sassofono tenore, viola e violoncello. Avevo il tour fissato nei teatri ed è saltato tutto. Era un momento del mio percorso lavorativo super importante. Alla fine tra aiuti statali e le due o tre cose che si sono riuscite a fare a distanza, non so come, ce l'ho fatta. 

L’anno dopo c'è stato il primo Sanremo di Colapesce Dimartino, poi è partito il tour e da lì è stato tutto più in discesa.

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Maglione e gonna in lana ZONA20, boots UGG, anello e bracciali ELOISE, calze GOLDEN POINT


Durante tutto questo tempo avevi meno tempo di scrivere per te?
In realtà alcuni pezzi di quello che sarebbe diventato stillness stop: you have a right to remember avevo iniziato addirittura a imbastirli prima dell'uscita del primo disco. Ma il mio percorso d'artista come Any Other è molto legato al live, quindi mettermi fretta in un momento di incertezza sul tour per la pandemia non aveva senso. E poi durante il Covid mi sono messa molto in discussione come musicista e come artista, perché venivo da anni in cui mi era successo solo due volte di stare a casa per più di due settimane. Ero sempre in tour. Sempre. 

E ti faceva anche piacere restare un po' a casa? O l'hai sofferta, cioè, a parte la paura economica ovviamente? 
All'inizio ho fatto molta fatica perché mi sono accorta che stavo sovrapponendo il mio valore come persona, al mio valore come artista. Non capivo più dove finivo io e dove cominciava la performance. Ho iniziato a chiedermi: se non suono chi sono? Che cosa ho da offrire agli altri se non suono? A posteriori sono contenta di questa crisi perché mi ha aiutato anche a ridimensionare il mio ruolo. Un grande aiuto in questo momento è stato iniziare a lavorare come produttrice in studio. Ho seguito dei progetti, personalizzazioni di film muti dal vivo, creato musica per podcast, ho iniziato a lavorare tanto anche sullo strumentale, quindi sulla composizione non per canzoni, che è una cosa che mi piace tantissimo. 

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Top e gonna con frange e stivali over-the-knee FABIANA FILIPPI, headpiece ROSANTICA, calze GOLDEN POINT

Poco dopo l’uscita di stillness stop: you have a right to remember e il tour che ne è seguito hai pubblicato il primo EP con pezzi anche in italiano.
Si chiama Per Te Che Non Ci Sarai Più, e sono quattro pezzi, due in italiano, uno in giapponese e uno in inglese. E l'abbiamo registrato in due giorni. È stato un po' come tornare al primo disco in qualche modo, cioè cercare di riappropriarsi di una dimensione più animalesca nell'approccio alla musica. Con stillness ero a quel livello in cui sei consapevole delle tue capacità ma anche dei tuoi limiti, sai tanto ma non abbastanza per liberarti delle tue conoscenze e consapevolezze, quindi ho fatto molta fatica a produrlo. Invece adesso mi sento in una zona in cui sono un po' più agile. 

Ti sei sentita più libera a scrivere in italiano? Tu che sei abituata a cantare in inglese comunque. 
Non so se più libera, però mi sono resa conto che la lingua è come se fosse una sorta di strumento. È un modo per dare una forma ad una materia informe. Questo per me è stato super interessante, perché mi ha messo nella condizione di rendermi conto anche che il registro che uso influenza il modo in cui io leggo la realtà

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Adele indossa uno slip dress di CALVIN KLEIN, cardigan in lana FABIANA FILIPPI, sandali SANTONI, calzini UNIQLO

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E il pezzo in giapponese? Tu parli giapponese?
Quando ero piccola mio padre era in fissa con alcuni autori, molto classici, sia di letteratura che del cinema asiatico. Quindi mi aveva introdotto a un po' di cose di cultura giapponese. Crescendo mi sono fissata con i videogiochi e poi sono andata a suonare in Giappone e ne sono rimasta affascinata. Così l'anno successivo mi sono iscritta a un corso del Comune di Milano di cui adesso sto frequentando il quinto anno. È stato super divertente. Da una parte è molto simile all'italiano perché ha una cadenza sillabica, ma a sua volta la divisione sillabica non è legata all'accento come nella nostra lingua. C’è un modo di sfruttare la metrica che è molto stimolante. 

Come ha reagito il tuo pubblico alle canzoni in italiano? 
Nei miei dieci anni da musicista, mi hanno sempre fatto la domanda «perché non scrivi in italiano?», ma in questo caso ho notato che è stata accolta semplicemente come una delle sfide che mi piace darmi quando faccio dei lavori nuovi. Che non vuol dire che da adesso in poi scriverò in italiano, però se ho voglia magari sì. 

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Trench coated MARBELL, stivali in gomma DR.MARTENS, borsa gioiello ROSANTICA

Secondo te effettivamente in Italia si può avere successo cantando in inglese o è impossibile, come tutti dicono? 
C’è proprio un limite. Mi rendo conto che la mia musica, come quella di altre colleghe - e uso il femminile apposta perché mi sembra che le cose più fighe le stiano facendo le ragazze in questo momento - probabilmente ponga un doppio limite al successo popolare. Il primo limite sono gli elementi inusuali da cui è composta. Non voglio dire che sia musica complessa perché alla fine è sempre pop (io la chiamo art pop), ma allo stesso tempo mi piace scrivere sfidando la forma canzone, mi piace arrangiare i pezzi in un certo modo, quindi so che magari non sono ecco, del tutto accessibili o comunque non necessariamente orecchiabili. Il secondo limite è la lingua. E negli ultimi anni abbiamo visto tanti artisti anche indipendenti avere un grande successo di pubblico passando da Sanremo, che è il Festival della Canzone Italiana. 

E secondo te è necessario passare da Sanremo per ‘esplodere’ in Italia?
Bè dipende da dove si vuole esplodere. Ci ho pensato tanto nell'ultimo paio d'anni, perché ho visto il percorso che hanno fatto invece artisti come ad esempio Daniela Pes, che adoro, o Io Sono Un Cane. Quindi forse un’alternativa c’è.

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Adele indossa pile e pantaloni NAPAPIJRI, occhiali da sole MOSCOT, stivali UGG

Vorrei tornare a quello che mi raccontavi del tuo lavoro. Quando pensiamo a un'artista (soprattutto se donna) è automatico pensare che sia una cantante, una frontwoman. Ma tu sei anche una chitarrista, un’autrice, una produttrice. Scrivi e conosci la musica. La rappresentazione femminile in queste professioni è minima e i nomi che mi vengono in mente lavorano quasi tutti all’estero.
Sì, sicuramente a 15 anni non avrei mai pensato di poter essere io una di quelle figure più “tecniche” che lavoravano dietro la produzione musicale. Con Marco Giudici gestiamo lo studio Cabin Essence e da circa un anno lavoro anche come fonica e assistente di Marco per la produzione di dischi. Mi sono impegnata molto per avere collaboratori, clienti e persone intorno a me che non mettessero un filtro di genere sulle cose. Quindi chi arriva a lavorare con noi sa cosa può aspettarsi.

Quando produci per altri a cosa stai attenta? 
Non avendo tutto l'investimento emotivo, il bagaglio, che provo quando lavoro sui miei pezzi, sono io la persona che guida l'artista e gli crea uno spazio dove può cadere sul morbido. Ho riflettuto tanto su che tipo di produttrice voglio essere, perché mi rendo conto che la mia cifra stilistica forte è negli arrangiamenti, nella scelta degli strumenti che devono stare assieme, il modo in cui scrivo le varie parti. Nei miei dischi tutto questo viene fuori all'ennesima potenza, mentre sui lavori per gli altri vorrei sviluppare di più un discorso sul suono e non soltanto sulla scrittura della musica. 

Forse ho una visione un po’ - passami il termine - 'fricchettona', ma credo che la musica in sé arrivi molto prima del pensiero sulla musica. Cerco di immaginare la canzone prima ancora che sia finita e capire se gli arrangiamenti che vorrei inserire sono frutto di un mio desiderio personale o se è la canzone a richiedermeli. Questo può portare anche a dover scartare degli elementi ai quali magari sei affezionato o che sono dei comfort però non è quello che la musica ti sta chiedendo in quel momento. È anche un discorso centrato sulla comunicazione e sull'ascolto e sull’accogliere quello che ti arriva.

Questa è una cosa che dice anche Nick Cave. Che la musica è un lavoro certosino quasi di ufficio ma poi le canzoni a loro volta “arrivano”.
Sì una volta che ti lasci prendere è davvero bello.


Adesso stai lavorando tanto in studio e però sei sempre un’artista da live. Qual è la cosa che ti piace di più del contatto con il pubblico?
Quando le persone alla fine dei concerti mi ringraziano e mi dicono che il concerto, o una canzone nelle specifico, le ha aiutate a sbloccare una cosa che avevano dentro e non sapevano neanche di dover tirare fuori. È quello che succede anche a me quando vado a sentire ad esempio i Big Thief e piango per un’ora e sono felice perché avevo bisogno di sfogarmi e loro hanno parlato al posto mio con le loro canzoni.

« Ti faccio un esempio: io e Marta Del Grandi facciamo musica molto diversa, ma magari perché cantiamo entrambe in inglese e facciamo canzoni particolari non ci mettono nella stessa line-up. A un artista maschio questa cosa non succede. »
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Cardigan, gonna e top stretch MARCO RAMBALDI. calze FALKE, collane e anello ELOISE (foto scattate al ristorante STUVETTA del GRACE LA MAGNA)

A te piace un sacco suonare con gli altri artisti. Quanto è importante la collaborazione nella musica e quanto può aiutare per sopravvivere in un mondo così competitivo? 
Questo è un mondo in cui quasi si suggerisce di rimanere isolati e di stare da soli. Perché sai, ci sono pochi soldi, quindi è meglio se li prendi tutti tu. È triste ma alla fine spesso si riduce a questo. 

E questo tipo di ragionamento “esclusivo” funziona anche il discorso che facevamo sul genere, no? 
Ne ho parlato anche tanto conte mie colleghe e per molte di noi è stranissimo non aver mai suonato agli stessi festival, e abbiamo capito che questo succede perché ci mettono tutte nella stessa categoria e automaticamente una viene esclusa. Ti faccio un esempio: io e Marta Del Grandi facciamo musica molto diversa, ma magari perché cantiamo entrambe in inglese e facciamo canzoni particolari non ci mettono nella stessa line-up. A un artista maschio questa cosa non succede.

Perché due artisti uomini con le chitarre e che fanno indie rock possono stare insieme nello stesso festival e noi semplicemente perché amiamo il jazz e cantiamo bene e conosciamo la teoria musicale non possiamo stare nella stessa line-up?

Tutto questo sistema genera molta ansia e porta le artiste anche a legare poco con le colleghe a livello amicale perché costituiscono una potenziale minaccia. Però io non ci voglio giocare a questo gioco. A costo di perdere delle possibilità. Ci sono cose che dovrò accettare perché comunque è lavoro e devo pagare l'affitto e mangiare, ma c'è qualcosa dentro di me e dentro anche tante persone come me, a cui non possiamo rinunciare e questa per me è una di quelle. Mi rifiuto di escludere la possibilità che pure noi artiste possiamo essere una palette di sfumature diverse. E non è accettabile che spesso i promoter o chi gestisce la musica ci metta costantemente in competizione, una contro l’altra. Perché io devo essere insicura per il successo di un'altra ragazza? Più siamo meglio è.

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Adele indossa un abito in pizzo ANIYE RECORDS

Assolutamente. E i social immagino non aiutino la situazione ansia. Come gestisci la FOMO da Instagram dove sembra sempre che tutti facciano cose e nel caso dei musicisti escano sempre pezzi nuovi, singoli, album e così via?
Penso che ci sia un problema di fondo a livello collettivo. Questa costante necessità di dover sempre apparire come vincenti in questa società non ci porta a confrontarci e a confidarci l'uno con l'altro. Tutte noi persone della musica viviamo la stessa identica esperienza: facciamo il nostro e siamo contenti mentre lo facciamo, la curva poi decresce e ci dobbiamo fermare perché è necessario anche per vivere la vita vera e fare esperienze e avere materiale sul quale poi creare nuovamente. Ma ammettere la necessità di fermarsi è un gesto da sfigati. E se non ci sei la domanda è subito: ma dove eri finita? Ma non sta lavorando lei? 

C’è questa corsa costante al successo e all'essere visti. Per fortuna all’inizio della mia carriera, me lo ricordo ancora, ho incontrato Enrico Gabrielli e gli ho detto : «Enrico io mi sento sempre nel momento sbagliato rispetto a tutto quello che succede intorno a me, mi sembra sempre di essere fuori tempo rispetto alle cose».  E lui mi ha detto: «Ti devi vedere come una formichina che piano piano un chicco alla volta mette da parte per l'inverno, senza l'ansia di dover raccattare tutto subito. Fai anche tu un pezzo alla volta e vedrai che questa cosa ti porterà piano piano avanti. Ci saranno un sacco di momenti in cui ti sentirai scoraggiata e penserai di essere un fallimento come artista, ma segui le tue regole interiori e le tue necessità». E davvero, sembrerà banale, ma da quel momento so che mi devo fidare del mio istinto e di quello che mi dice il mio corpo senza farmi troppo condizionare dal resto. 

Per combattere la FOMO poi è utilissimo confrontarsi e parlare con gli amici e i colleghi, avere uno specchio che ti fa rendere conto di quello che hai fatto nel momento in cui sei ferma e vedi gli altri che suonano e fanno cose. Quindi il mio consiglio è andare nella vita reale, parlare e vivere ti aiuta a staccarti dai pensieri intrusivi e dalla performance online.

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Adele indossa maglia con colletto AUTRY, gonna MARCO RAMBALDI, calzini GOLDEN POINT, anello ELOISE e occhiali da vista MOSCOT

Parliamo d'immagine. Oggi abbiamo scattato un servizio moda vero e proprio e prima ci hai detto che adori posare! Non me l’aspettavo. 
Il rapporto con la mia immagine sta cambiando tanto, forse anche perché ho superato i 30 anni e mi sento più in pace con il mio corpo, più sicura e in armonia, come se non ci fosse più qualcosa contro cui lottare, ma qualcosa insieme al quale lottare. Come persona non binaria per anni ho collaborato con questo collettivo di Brescia di Drag Queen e ho sempre frequentato ambienti queer. Per cui per me la performance, che passa attraverso anche il truccarsi e il vestirsi, aiuta a esprimere delle parti di te che non riesci a tirare fuori nel quotidiano.

Solitamente mi vesto da 'ragazzino', però allo stesso tempo mi piace anche giocare con il fatto di poter essere femme. Non ho un corpo androgino e so che questa parte di me non posso celarla allo sguardo altrui, ma ho capito come farla diventare mia.

Prendi tu il potere.
Esatto. E mi concentro su quello che mi interessa e ci gioco. Diventa una scelta attiva e proattiva. Anche sul palco è così: non perché devo, ma perché voglio.

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Adele indossa giacca e gonna a frange PORTS 1961, sandali a listelli GIUSEPPE ZANOTTI, calze GOLDEN POINT.

Ti volevo chiedere se hai delle icone di stile a cui ti ispiri o magari anche solo degli artisti a cui magari pensi quando sei sul palco, anche involontariamente.
C’era questo gruppo che si chiamava Yellow Magic Orchestra, la band di Sakamoto negli anni 80, e giocavano tanto con l'androginia, tanto colore rosso nelle loro copertine, un colore che a me fa impazzire. La loro iconografia mi ispira molto. E poi Saint Vincent che interpreta sempre un personaggio o anche Björk, tutte autrici, produttrici, tecniche della musica, che non hanno paura di confrontarsi con la loro immagine o di essere prese per superficiali perché curano i loro look.

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Gilé in pelliccia e guanti MACKAGE, coperta ALONPI

Lasciamoci con una breaking news per il futuro.
Sto mixando un disco perché ho una nuova band, si chiama A Nice Noise e io suono il basso e canto.

Proprio una band, come i Måneskin (ride).
Tu scherzi ma una volta mi hanno chiesto se fossi la bassista dei Måneskin. E io ho risposto: «Sì, mi avete scoperta».


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Credits:


Talent: Adele Altro, Any Other
Foto e Art Direction: Sara Reverberi
Creative Direction e styling: Sara Moschini
Location: Grace La Magna St. Moritz

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Tommy Hilfiger apre la stagione delle feste a Venezia 


Con un evento esclusivo ricco di ospiti Tommy Hilfiger lancia i suoi look modern prep per le festività. Grazia era a Venezia per scoprire gli abbinamenti a cui ispirarsi e portarvi nella magia della città più bella del mondo

Come ti vestirai a Natale? È una delle domande che abbiamo chiesto agli ospiti dell’evento “A Hilfiger Holiday”, una brand experience che ha portato tanti amici italiani di Tommy Hilfiger a Venezia, per assaporare la dolce atmosfera delle feste in una delle città più eleganti al mondo.

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Elisa Maino a Venezia

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Simone Bredariol e Matteo Guerrieri a Murano

Ospiti per due giorni del boutique hotel Palazzina Grassi, dove lo stile contemporaneo si fonde con l’eleganza tradizionale veneziana, i talent invitati hanno potuto gustare una cena intima nel rinomato ristorante affacciato sul Canal Grande, partecipare a una sessione di soffiatura del vetro con il maestro artigiano Simone Cenedese nell’incantevole isola di Murano, pranzare al ristorante Quadrino in piazza San Marco per provare le nuove fragranze Tommy Her New York e Tommy New York e assistere a un DJ set del musicista milanese Vittorio Menozzi, ma soprattutto hanno provato e giocato con i nuovi capi della collezione Tommy Hilfiger Holiday 2025 interpretandoli ognuno con la propria personalità e adattandoli alle diverse occasioni.

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Il maestro Simone Cenedese nella sua vetreria di Murano ha creato una speciale pallina di Natale con i colori iconici di Tommy Hilfiger

L’esuberante Vic Montanari, ad esempio, amante dei colori e degli abbinamenti inaspettati, ha alternato morbidi jeans e maglioni a losanghe con una longuette A line a pieghe e un collo alto natalizio dalla lavorazione grafica, Ryan Prevedel, epitome del ragazzo preppy, non si è lasciato sfuggire i jeans da indossare con i mocassini lucidi e la cravatta, tipici dell’heritage americana, e Elisa Maino il completo bianco, estremamente versatile. L’attrice Lavinia Guglielman ha optato per un look comodo con pantaloni dal taglio maschile adatti ai trasferimenti sull’acqua e alle attività pomeridiane per poi giocare con i contrasti di gonna in paillettes nera e camicia in cotone bianca della sera.

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La digital creator Vic Montanari indossa un'alternativa al classico maglione natalizio


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Ryan Prevedel in barca verso Murano



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Elisa Maino in completo bianco Tommy Hilfiger

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Lavinia Guglielman unisce look androgino con gonna nera in paiette

La coppia Paola Cossentino e Mees Truijens sembra uscita dal frame di un film della Nouvelle Vague. Lei, iperfemminile, con camicia morbida bianca e pantalone nero, e lui, in completo, mentre la giovane Dolma Lisa Dorjee riesce ad esprimere la sua parte più street con il maglione in lana abbinato ai jeans e a cambiare personalità la sera tirando fuori la dark lady ipercool che è in lei grazie all’abito stretch nero con le spalle scoperte. 

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Dolma Lisa Dorjee al pranzo al Quadrino in piazza San Marco dove ha potuto scoprire la fragranza Tommy Her New York


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Il table set per il pranzo al Quadrino con i profumi Tommy Her New York e Tommy New York

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Dolma Lisa Dorjee in abito nero lungo

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Paola Cossentino e Mees Truijens elegantissimi alla cena a Palazzina Grassi

E ancora: Yusuf Panseri, Mattia Basso, Simone Bredariol e Matteo Guerrieri hanno avuto la possibilità di interpretare per i look daily la maglieria, punto forte della collezione Tommy Hilfiger Holiday 2025 caratterizzata dall’inconfondibile Tommy Crest, lo stemma che raffigura un leone con la spada circondato da una corona di alloro che ritroviamo anche su berretti e sciarpe, per poi trasformarsi in gentlemen con un twist per la sera.

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Yusuf Panseri spezza il classico completo e opta per un mix bianco, crema, micro scacchi

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Simone Bredariol nel suo look serale

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Matteo Guerrieri sceglie il velluto e i pantaloni bianchi per la cena di Natale

Accanto all’esperienza di Venezia, il brand americano porta la storia e il calore delle festività 2025 anche nei negozi di Milano e Roma. Gli ospiti potranno infatti godere di un servizio gratuito di confezionamento regali per tutto dicembre, mentre in alcune giornate ci saranno delle divertenti “Santa’s Mailbox”, un carrello di cioccolato e serate di shopping speciali – momenti coinvolgenti pensati per accogliere i consumatori nella comunità del marchio. Qui il link per iscriversi a tutte le iniziative.

L’evento non poteva concludersi se non con uno speciale Secret Santa, dove i ragazzi e le ragazze hanno potuto scambiarsi i regali, ovviamente tutti pensati per loro da Tommy Hilfiger.

E voi? Siete pronti a vivere un Natale firmato Tommy Hilfiger?

Credits:

Video: Andrea Barbui
Foto: Tommaso Biondo