Marta Del Grandi: «L’illuminazione è liberarsi completamente del proprio moodboard»
Quella che sto per raccontarvi è una storia personale, che segna un momento importante nella mia vita da fashion editor e di amante della musica. È quell'istante in cui quello che fai per lavoro e quello che ti piace e ti appassiona e che senti sotto la pelle si uniscono e diventano tuttuno. Sono congiunture rare, in quindici anni di vita editoriale ne ho contate forse due o tre, ma questo servizio, questa intervista, in questo momento, ne fanno sicuramente parte.
Ho iniziato ad ascoltare la musica di Marta del Grandi poco più di due anni fa. Il suo secondo album, Selva, era uscito da poco ma aveva già conquistato la critica internazionale e italiana più ostica alle novità e il suo nome risuonava in quei luoghi e quegli spazi di solito riservati a uomini di mezza età con la barba incolta che ti vogliono spiegare le cose. Me ne sono perdutamente innamorata e quando le ho scritto su Instagram da fan che le faceva i complimenti per il concerto di Milano, abbiamo deciso di incontrarci e conoscerci in modo estremamente naturale.
Non avrei mai pensato che di lì a poco avrei iniziato ad occuparmi della sua immagine, seguendola nei suoi live quando possibile e sentendoci ogni giorno per concordare look e progetti insieme. E invece è andata proprio così, fino alla creazione dei visual che accompagnano il suo ultimo lavoro. Il difficilissimo terzo album che è uscito il 31 gennaio con il nome apparentemente leggero: Dream Life.
Marta è una cantautrice, un'artista completa che si è formata ai Civici Corsi di Jazz e ha completato la sua esperienza a Ghent, fervente fucina di talenti e luogo dove le menti affini possono trovarsi e collaborare. La vita l'ha portata in Nepal, come ci racconta in questa lunga intervista, dove ha potuto allargare i propri orizzonti e provare sensazioni ed esperienze che ha conservato al suo ritorno in Italia.
La musica e la voce di Marta riescono a portare i pensieri lontano - "in forme tortuose, il cuore si perde" come ripeteva nella title track Selva - ma le sue parole risuonano vicine, concrete, e toccano la quotidianità di tutti noi. Una vita che sembra un sogno, ma che sogno, poi, non è.
Scoprite tutto il servizio moda scattato nella spledida residenza La Casa Di Maratea, dove l'estro della fotografa Sara Reverberi ha trovato spazio tra architetture colorate, oggetti d'arte e scogliere a picco sul mare.
Top e longuette HERMÈS, décolletées FERRAGAMO, orecchini SUNA BONOMETTI
Raccontami la tua storia come se non ci fossimo mai viste prima. Da dove vieni? Cosa hai studiato? Quando hai capito che la musica era la tua strada?
Sono una ragazza della provincia di Milano e mi sono appassionata alla musica un po’ per caso.
Non ho un ricordo precisissimo del momento in cui è successo, di quel passaggio dalla musica che ascolti da bambina a quella che poi senti davvero tua. Però penso che MTV abbia avuto un ruolo enorme. Accendevi la tv per vedere il video delle Spice Girls, ma subito dopo passavano i Prodigy. Quell’"alternative mainstream" era molto accessibile allora.
Quello che ricordo chiaramente è quanto mi piacesse la musica in sé. Mi appassionavano persino le lezioni di flauto a scuola. Alle elementari avevo imparato a suonare una melodia che sentivo dalle campane del campanile vicino a casa mia. Era quasi una filastrocca, ma mi aveva colpita tantissimo.
Poi alle medie ho iniziato a suonare la chitarra. E da lì ho conosciuto i Nirvana, i Verdena, tutto il punk e il post-punk di quegli anni e dal quale non sono forse mai uscita. Mi ricordo persino Le Bambole di Pezza. Ascoltavo sempre una radio che si chiamava Radio Lupo Solitario, una radio di Bergamo. A quei tempi certe canzoni potevi sentirle solo così: chiamando o mandando messaggi alla radio per richiederle. Io lo facevo continuamente. Aspettavo che leggessero il mio messaggio e poi registravo tutto su cassetta. Ho ancora queste compilation con gli inizi tagliati, le finali rovinate, magari con la voce dello speaker sopra. Oggi sembra assurdo, ma era bellissimo.
La cosa curiosa è che io non ho mai pensato di poter fare questo lavoro. Oggi vedo tantissimi ragazzi giovanissimi che vogliono diventare artisti o famosi. Per me non è stato così. A diciannove anni facevo l’università: dopo il liceo mi ero iscritta a Scienze Politiche.
Marta indossa bikini BURBERRY e gonna LA PACIFICO
Che liceo hai frequentato?
Il classico. Anche se all’inizio non mi piaceva molto studiare. Però ero già molto appassionata di politica.
E avevi già in mente cosa volessi fare?
Forse non pensavo davvero di fare politica in prima persona, però mi immaginavo a lavorare nelle istituzioni europee. Sognavo Bruxelles. Avevo una cugina che viveva lì e quella città mi sembrava bellissima.
Ti capisco, io ho scelto Lingue all'università perché la frequentava mia cugina.
Esatto! Quando non sai bene cosa fare, finisci per guardare le persone più grandi di te. Studiando Scienze Politiche Internazionali pensavo: “Magari un giorno lavorerò al Parlamento Europeo”. Nel frattempo andavo ai collettivi, facevo attivismo, vivevo completamente immersa in quel mondo.
Poi, anche grazie a mia madre, che continuava a dirmi: “Sei troppo fissata con questa cosa, perché non riprendi a cantare?”, a diciannove anni è successo qualcosa che ha cambiato tutto.
Un’amica stava preparando l’audizione per entrare ai Civici Corsi di Jazz di Milano, una scuola storica per l’insegnamento del jazz in Italia. Io ne avevo sentito parlare, ma non sapevo praticamente nulla di jazz. Decisi di provarci anch’io. Preparai un brano di Nina Simone per l’audizione e mi presero.
Da quel momento la mia vita è cambiata completamente. Fino ad allora ero una normale studentessa universitaria: andavo a lezione, davo ripetizioni ai ragazzi il pomeriggio, facevo esami e attivismo politico. Poi all’improvviso mi sono ritrovata anche dentro una scuola di musica che mi occupava dieci ore a settimana.
Per un po’ ho portato avanti entrambe le cose: università e musica. Nel giro di un paio d’anni ho iniziato a fare jam session con compagni più grandi, piccoli concerti, a entrare in gruppi che suonavano nei locali di musica live… quelli da trenta euro a testa che però ti sembravano il centro del mondo.
Marta indossa un abito di MICHAEL KORS COLLECTION, orecchini e bracciale SUNA BONOMETTI
Facevi anche cover?
Sì, anche. Ma soprattutto, in quegli anni, facevamo jazz, quindi il repertorio era principalmente jazzistico. Però ho cantato anche in una cover band adolescenziale… quello sì. È una fase di cui però parlo poco, anche perché la ricordo abbastanza vagamente. Ma cantavo i Cranberries, questo sì!
Intanto mi era rimasta questa forte passione per il Belgio. Dopo la triennale ho provato a iscrivermi a una specialistica in Scienze Politiche e mi avevano anche presa lì. Però nel frattempo avevo capito che volevo fare solo musica. Solo jazz, solo canto. Così ho lasciato perdere la laurea specialistica e ho deciso invece di entrare in conservatorio, facendo il biennio di specializzazione in jazz e canto.
Ho iniziato a Milano, poi sono andata in Erasmus a Ghent, in Belgio. Era il sogno di una vita: vivere lì. E infatti alla fine ci sono rimasta cinque anni. A Ghent tutto ha iniziato a prendere una forma più chiara. La scuola era molto più aperta al crossover, alla contaminazione tra generi. Molto meno purista rispetto all’approccio italiano, decisamente più tradizionale e tecnico.
Quando sono arrivata lì avevo una preparazione molto solida, forse anche più tecnica rispetto ad altri studenti. Però loro continuavano a chiedermi: “Ok, bravissima… ma tu cosa vuoi dire? Qual è il tuo suono?”. Era un approccio completamente diverso. Per gli esami finali venivamo incoraggiati a scrivere musica originale. E proprio da lì sono nati i primi pezzi che poi sarebbero finiti nel mio primo disco, Invertebrates.
Parlaci del primissimo disco.
Era un’autoproduzione totale. Non avevo un team, non sapevo davvero cosa significassero parole come etichetta, management, industria musicale. E forse non sentivo nemmeno il bisogno di capirlo. Poi però quel disco mi ha insegnato tantissimo.
Da una parte è stata un’esperienza bellissima, dall’altra anche una grande delusione, perché ho capito che la musica da sola non basta. C’è tutto un mondo attorno, e io ero completamente inesperta sotto quel punto di vista, nonostante anni di studio e tantissimi concerti live.
In quegli anni suonavo continuamente, anche tre volte a settimana. Ho viaggiato molto, ho suonato in diversi Paesi. Sono stata a New York, ho conosciuto un chitarrista dell’Ecuador che poi mi ha invitata due volte all’International Jazz Festival in Ecuador. Abbiamo fatto anche due dischi insieme. Insomma, di esperienze ne avevo fatte tante. Ingenuamente pensavo che bastasse fare un buon disco perché tutto il resto funzionasse da sé. Lo fai, esce… e succede qualcosa. Invece è stato molto più duro di così.
A un certo punto ho deciso di lasciare il Belgio e mi sono trasferita in Nepal, anche per una serie di vicende personali. Ero ancora dentro quel momento un po’ difficile del “post album”: non riuscivo a immaginare un nuovo disco, non scrivevo più, ero completamente bloccata.
Marta indossa un abito di MICHAEL KORS COLLECTION, orecchini e bracciale SUNA BONOMETTI
Borsa 'Hug' FERRAGAMO
In quel periodo hai pensato di smettere con la musica?
Forse sì. O comunque di fermarmi. In Nepal però insegnavo canto e, quasi senza accorgermene, ho iniziato a lavorare con Sofar Sounds organizzando concerti segreti. Mi occupavo della curatela, cercavo artisti locali, mettevo insieme gli eventi. Pian piano il mio nome ha iniziato a girare tra i musicisti stranieri che passavano da lì o che vivevano in India e volevano fare qualche data in Nepal.
Così organizzavo concerti mensili, piccoli festival… facevo un po’ quello. Anche se dentro di me sapevo che volevo ancora fare la mia musica.
In quel periodo, insieme alla mia amica Cecilia Valagussa che è un'artista e una illustratrice incredibile, abbiamo iniziato anche a lavorare agli spettacoli di Fossick Project. Lei veniva spesso in Nepal per lunghi periodi e costruivamo delle residenze artistiche: magari lavoravamo su un animale tipico di quella zona, sviluppavamo uno spettacolo e poi tornavamo in teatro con una première. Cercavamo di rendere il progetto sempre più versatile. Non lavoravamo solo alla musica: a volte collaboravamo anche con registi per documentari o altri progetti multidisciplinari.
Poi, nel 2020, mi trovavo in Italia quando è iniziata la pandemia. E così sono rimasta qui.
Marta indossa abito RAQUEL DINIZ e orecchini MAPI JEWELRY
È stato proprio da quel momento che ho ricominciato davvero a pensare all’idea di fare un nuovo disco. Erano passati quasi quattro o cinque anni dall’uscita del precedente. Alcuni brani li avevo già scritti, così ho iniziato a lavorarci seriamente, anche dal punto di vista della produzione.
Poi ho conosciuto online Shahzad Ismaily, che mi ha aiutata molto nello sviluppo sonoro del disco. Ha lavorato anche al mix da New York, mentre io ero a casa mia: passavamo notti intere collegati online, lui lavorava a orari assurdi. È una persona incredibile, capace di stare in studio anche quattordici ore di fila.
Da lì è iniziato davvero tutto il progetto Marta Del Grandi.
Ho vinto una call promossa da Italia Music Export insieme al festival Linecheck e sono stata selezionata per presentare quei brani live proprio al festival. Così ho preparato uno spettacolo con le canzoni a cui stavo lavorando. Il live è andato molto bene e lì ho conosciuto il mio primo manager, Jacopo Beta.
Con lui abbiamo iniziato a far ascoltare il disco Until We Fossilize in giro e, una volta terminato, ho firmato con Fire Records, un'etichetta inglese che sentivo affine alla mia musica. Nel giro di sei mesi il disco è uscito ed è successo tutto molto velocemente. Ha iniziato a funzionare bene, considerando il periodo e il fatto che fosse comunque un debutto. Non solo in Italia, ma anche un po’ in Europa. Mi ha aperto tantissime porte.
Con Selva poi c’è stata sicuramente una crescita importante, soprattutto in Italia. Ed è anche lì che ci siamo conosciute noi. E ora eccomi qui.
Marta indossa top e slip MISSONI, occhiali da sole PUCCI e gioielli SUNA BONOMETTI
Se il primo album è quello dell'esordio e il secondo quello della consacrazione, cosa rappresenta il terzo album per un'artista?
È quello in cui capisci davvero se vuoi stare dentro a questo mestiere oppure no.
In tutti questi anni - ormai sono quindici - mi sono sempre detta la stessa cosa: “Mi do ancora due anni”. Perché scegliere di fare questo lavoro è una scelta quotidiana. All’inizio, ovviamente, lo alternavo ad altro: lavoravo nei bar, insegnavo musica… però continuavo a pensare che, se dopo due anni avessi fatto ancora tutta quella fatica senza vedere prospettive, allora forse sarebbe stato il caso di mollare.
E invece quei due anni continuavano a rinnovarsi. Finché a un certo punto mi sono ritrovata a fare questo lavoro al cento per cento. E in realtà continuo ancora oggi a farmelo, quel check-in.
Davvero?
Sì, sì. Perché ogni fase ha le sue complessità. È un lavoro molto ingrato. Però è anche un lavoro molto onesto, se lo fai in modo onesto.
Prima parlavamo con Sara (Reverberi - ndr) di questa idea assurda secondo cui smetti di essere “emergente” solo quando diventi famoso. Secondo me è una definizione senza senso. Se faccio questo lavoro da quindici anni, io non sono un’artista emergente: sono una musicista.
Poi, se qualcuno vuole chiamarmi artista, va bene, ma non è una definizione a cui tengo particolarmente. Anche perché oggi vengono definiti artisti anche persone che magari hanno fatto tre comparsate in un talent. Io preferisco pensarmi come musicista.
E poi dipende anche da cosa intendiamo per “famoso”. Per molti significa essere riconosciuti per strada, andare in televisione. Ma fare questo lavoro, per me, è un’altra cosa. E non significa che sia facile. Anche senza l’ambizione della fama, restano tutte le difficoltà concrete: la stabilità economica, la continuità lavorativa, capire se i concerti continueranno ad esserci, se il disco verrà ascoltato, se potrai permetterti di lavorare con più collaboratori, crescere davvero nel tuo progetto.
Secondo me il terzo disco è proprio il momento in cui iniziano queste domande.
Perché all’inizio ogni crescita sembra naturale. Poi, al terzo album, inizi a chiederti: “Andrà meglio del precedente? Faremo più concerti? Saremo pagati meglio? Le persone ascolteranno ancora questa musica?”. E tutte queste problematiche, puntualmente, si verificano davvero.
Però ho anche capito una cosa importante: a volte si può accettare persino un passo indietro. È la prima volta che realizzo davvero che non sarebbe una sconfitta. Fa parte del percorso. Lo vedo anche in artisti che stimo tantissimo. Carmen Consoli, per esempio, ha fatto dischi enormi, amatissimi, con un impatto gigantesco. Ma la sua carriera non è certo finita quando quei dischi hanno smesso di avere la stessa esposizione radiofonica o televisiva. Anzi. La sua carriera continua nel modo in cui continuano le carriere degli artisti veri.
Perché l’evoluzione artistica non coincide sempre con la crescita commerciale. Non è detto che ogni disco debba avere numeri più grandi del precedente. A volte la crescita è altrove.
Marta indossa costume MICHAEL MICHAEL KORS e gioielli SUNA BONOMETTI
Come hai vissuto il passaggio da Selva a Dream Life? E secondo te cosa è cambiato, nella scrittura, nel modo di lavorare, anche nel modo in cui il disco è stato recepito?
Sicuramente con Dreamlife avevo aspettative molto più precise. Su tutto: sulla musica, sul disco, sul lavoro che volevo fare. Secondo me è un album più a fuoco. Poi lo vedo anche ai concerti: le persone sono molto affezionate a Selva, perché sono già due o tre anni che convivono con quelle canzoni.
Ed è la prima volta che mi succede una cosa del genere: i pezzi nuovi ancora non li canta nessuno, mentre quelli vecchi sì. È una dinamica molto interessante. È quello che succede a tutti gli artisti, quando a un certo punto il pubblico si lega emotivamente a certi brani.
Però io lo sento che Dreamlife, musicalmente, è un disco più raffinato. Non voglio dire “superiore”, ma sicuramente più consapevole. Con Selva era stato tutto molto istintivo, molto naturale. C’era quasi una sensazione di sopravvivenza: “Facciamo questo disco e usciamone vivi”!
Non conoscevo ancora bene il mio produttore, Bert Vliegen. E in realtà una delle più grandi fortune della mia carriera è stata proprio incontrarlo.
Con Dreamlife, invece, ci conoscevamo ormai molto bene. Avevamo già fatto un disco insieme, ci eravamo seguiti per anni, parlati continuamente, aggiornati. Quando sono arrivata in studio con queste nuove canzoni - sempre all’ultimo minuto, perché purtroppo lavoro così - sapevamo già di poter andare oltre. Potevamo essere più esigenti sugli arrangiamenti, sulla produzione, sul mix, sul modo stesso di lavorare in studio. C’erano gli stessi musicisti del disco precedente, quindi conoscevamo già il loro potenziale e potevamo chiedere molto di più.
Anche la mia etichetta si aspettava di più da questo disco, e devo dire che quel livello di attenzione è arrivato davvero: nel team, nel lavoro fatto attorno al progetto. Poi certo, sul booking ci sono state difficoltà legate anche al momento storico. Questo è un periodo complicatissimo per la musica live che non sia quella degli stadi o dei grandi eventi.
Però nel complesso sento che il disco sta andando bene. Solo che oggi ogni crescita richiede molta più fatica.
Marta indossa camicia, gonna, occhiali da sole e sandali dorati FERRAGAMO, décolletées FERRAGAMO
Da cosa dipende questa "fatica" nella crescita di un progetto musicale secondo te?
Anche dal tipo di musica che fai. Io, per esempio, non sono un’artista che punta alla viralità. Non ho mai pensato: “Facciamo un pezzo per TikTok” oppure “questa parte potrebbe diventare uno snippet virale”.
So che oggi esistono strategist che lavorano esattamente così, e non lo giudico negativamente. Anzi, ci sono artisti che stimo moltissimo e che magari hanno avuto una svolta grazie a un momento virale completamente casuale. Però io personalmente non avevo mai ragionato in quei termini. Dreamlife è forse la prima volta in cui ho pensato: “Forse dovremmo aprirci anche a quella possibilità”.
Però sai che in Dream Life io sento ancora di più la tua influenza jazz?
Sì, può essere. Magari alcune sonorità vengono percepite come jazz perché ci sono strumenti particolari. Per esempio in Antarctica e Neon Light c’è questa tuba molto profonda, quasi buffa, che richiama certe fanfare jazz. Sicuramente il jazz resta il mio linguaggio di base. È quello che mi ha insegnato a cantare, a essere precisa, a capire cosa voglio armonicamente da una canzone.
Anche i musicisti con cui lavoro oggi, che vengono dal jazz, mi dicono spesso che a un certo punto sono andata oltre tutto quello che il conservatorio mi aveva insegnato. Perché ho smesso di preoccuparmi troppo delle regole. A volte uso accordi che teoricamente “non dovrebbero stare lì”. Però se la melodia funziona, allora anche quell’armonia trova un senso. E penso che in Dreamlife questa cosa sia riuscita particolarmente bene.
Il jazz, per me, è più un’attitudine che una questione tecnica. È un modo di pensare la musica, più che un genere vero e proprio. Poi chiaramente dentro di me ci sono meccanismi musicali che derivano da anni di studio, anche inconsciamente.
Marta indossa completo BLAZÉ, top BURBERRY e décolletées GIANVITO ROSSI
Borsa MICHAEL MICHAEL KORS
E per quanto riguarda i testi? Perché secondo me i tuoi testi sono l’opposto del letterale.
Sì, assolutamente. Anche in un pezzo come Antarctica, magari all’inizio non capisci davvero di cosa stia parlando. Poi leggi il comunicato stampa o una spiegazione e tutto si apre.
Mi interessa usare ironia, immagini, livelli diversi di lettura. Anche perché sì, affrontare temi politici mi interessa e mi ha sempre interessato, ma non lo faccio in modo didascalico o diretto. Non voglio fare slogan.
Preferisco che certe cose emergano in maniera più sottile, più ambigua, magari anche più poetica.
Volevo capire meglio come funziona il tuo processo creativo. Quando scrivi, da dove arrivano queste immagini, questi modi così particolari di mettere insieme i pensieri?
C’è una premessa importante: io ammiro tantissimo gli artisti e gli autori che riescono a parlare in modo diretto ed esplicito di temi politici. Penso che siano fondamentali nel mondo in cui viviamo. Semplicemente, non è il mio linguaggio. Forse un giorno lo diventerà, non lo so. Negli anni ho iniziato a essere più esplicita anche nel raccontare me stessa, quindi magari col tempo diventerò più diretta anche nel parlare delle cose in cui credo. Penso che il percorso di un artista sia proprio questo: un progressivo spogliarsi, togliere strati, fino a rimanere sempre più nudi.
Nel caso di Antarctica, per esempio, l’ispirazione è arrivata da un libro che si chiama 'Il tempo e L'acqua' di Andri Snær Magnason. Lui è un autore islandese molto famoso ed è anche un mio amico. Quel libro parla di cambiamento climatico, ma da una prospettiva molto personale e familiare. Racconta, per esempio, dei suoi nonni che partecipavano alle spedizioni sui ghiacciai in Islanda. Era il loro hobby, il loro modo di fare volontariato. Persino il viaggio di nozze l’avevano fatto partendo per una spedizione sui ghiacciai.
Nel libro ci sono immagini potentissime. A un certo punto parla dei rifiuti in modo molto poetico: racconta che da bambino andava in spiaggia e quello che trovava portato dal mare erano tesori. Una volta trovarono persino un pallone da calcio con un numero di telefono scritto sopra. Chiamarono quel numero e, anni dopo, quel ragazzo inglese è diventato addirittura il distributore inglese del suo libro.
Antarctica nasce molto da immagini come queste. Quando nel testo dico “It used to be a game”, penso proprio a quell’idea: il gioco infantile del raccogliere oggetti che però diventano anche tracce permanenti, resti che lasciamo nel mondo.
Io poi scrivo così: mi vengono delle frasi sparse, le annoto su fogli, sul telefono, ovunque. Magari restano lì per settimane. Le rivedo, ci torno sopra, ne aggiungo altre. Antarctica è nata una sera dopo cena - cosa stranissima, perché io la sera non scrivo mai, sono troppo stanca e pigra. Però si avvicinava il momento di entrare in studio e io ero terribilmente indietro. Molti miei brani nascono proprio dalla disperazione, perché arrivo sempre all’ultimo momento. Mi ricordo che mi sono seduta alla scrivania, ho aperto un synth e ho registrato quel giro iniziale. Sopra ho iniziato a improvvisare una melodia e a cantare una frase che avevo scritto su un foglio lì vicino. E così è nato il pezzo.
Marta indossa top e abito LA PACIFICO
Questa cosa mi fa pensare a quando è uscito Alpha Centauri. Ricordo che il giornalista Federico Pucci aveva condiviso una frase della canzone che dice: 'Decades trying to sound more interesting, is this really who I am or just a well-written summary of the books, the art, the scenes in films, that left me astanded, I wonder "Will I ever charm someone?"' e io mi sono ritrovata tantissimo in quella sensazione molto “millennial”: il bisogno di mostrare a tutti il proprio bagaglio culturale. Come se fossimo fatti di film, libri, riferimenti…
Sì, totalmente. È una cosa molto Millennial. Tempo fa ho letto un libro che mi ha sbloccato tantissimi ricordi del liceo. Mi ha riportata immediatamente all’atmosfera del liceo classico del centro di Milano che ho vissuto anch’io. Leggendolo mi sono tornate addosso sensazioni che avevo completamente dimenticato. Modi di vivere gli eventi, le relazioni, l’identità. Noi siamo cresciuti in un ambiente in cui tutti cercavano disperatamente di costruirsi un’identità: quella del bravo, del ribelle, dell’intellettuale, del politico.
Quel liceo mi ha insegnato anche questo modo di costruirmi culturalmente: leggere, informarmi, accumulare riferimenti. E in un certo senso mi ha inserita molto presto in quella che oggi chiameremmo “bolla woke”. Avevo quattordici anni e già ero dentro quel mondo lì. E secondo me è normale, crescendo, chiedersi: “Se fossi nata in un altro ambiente, sarei stata la stessa persona?”. Probabilmente no.
Anche il mio rapporto con la politica nasce da quell’ambiente lì. Se non fossi stata in quel liceo, forse non avrei avuto quella fase così intensa di attivismo. Allo stesso modo, se non avessi incontrato la scuola di jazz, magari non avrei mai seguito davvero quella vocazione musicale che avevo fin da bambina.
Non esiste un solo esito possibile.
Forse la domanda vera è: come facciamo a capire qual è la nostra natura autentica, al di là di tutte le reference culturali dentro cui siamo cresciuti? Perché in fondo siamo anche il nostro moodboard: i libri che leggiamo, i film che amiamo, la musica che ascoltiamo.
Forse l’illuminazione è liberarsi completamente del proprio moodboard (ride - ndr).
Marta indossa abito BLAZÉ
Una delle prime canzoni che mi ha colpito ascoltando Dream Life è Twenty Days of Summer. Forse per il sound molto sognante, o forse perché quando è uscito il disco era inverno e io avevo bisogno di immaginarmi l’estate. Però tu mi hai detto che è un pezzo scritto tanti anni fa. Come ha trovato posto in questo album? Perché non era finito in Selva, per esempio?
Perché non è una canzone facile. E con Selva avevo già recuperato alcuni brani vecchi che sentivo ancora coerenti con quel disco. Per esempio Marble Season era un pezzo scritto tempo prima, ma aveva senso dentro quell’universo lì.
Twenty Days of Summer, invece, per anni l’avevo considerata una canzone chiusa, un pezzo che non avrei più toccato. Poi però, lavorando a Dream Life e vedendo prendere forma un disco più complesso e stratificato, ho deciso di farla ascoltare a Bert.
E lui mi ha detto: “Questo pezzo mi piace, proviamoci”.
Alla fine il pezzo è rientrato nel disco anche perché aveva molto a che fare con il tema del sogno, che attraversa tutto Dreamlife. Ho anche riscritto quasi completamente il testo.
Ah, davvero?
Sì. Il tema c’era già, ma non era abbastanza a fuoco. Poi è diventata una canzone sul sogno americano e sull’idea dell’emancipazione attraverso il lavoro. Quel tipo di promessa secondo cui lavori duro, fai il tuo “9 to 5”, hai il posto fisso, venti giorni di ferie all’anno… e dovresti sentirti libero. Però spesso quella promessa si trasforma in una forma di schiavitù. Soprattutto per chi arriva da contesti di povertà o da Paesi dove emigrare è ancora visto come un’occasione di riscatto totale.
Quindi sì, il pezzo è entrato perfettamente dentro la tematica di Dream Liife.
Sandali GIANVITO ROSSI
Invece il pezzo più folle del disco per me è Neon Lights. E ha anche una storia bellissima.
Sì, Neon Lights è nato mentre stavo scrivendo musica per uno spettacolo teatrale dedicato a Mata Hari. Era un progetto che stavo portando avanti con Fossick Project e a un certo punto abbiamo iniziato a lavorare sul periodo in cui Mata Hari si trasferisce a Parigi per costruirsi una carriera come performer. Siamo negli anni Venti: la Belle Époque, la nascita della vita notturna moderna, delle metropolitane, delle insegne al neon. Ed è da lì che arriva il titolo.
Pensando a quel momento storico e a quello che poteva rappresentare per lei - la possibilità di reinventarsi, di vivere finalmente secondo la propria natura - è nato questo pezzo che poi è diventato quasi un piccolo inno queer. Parla del momento in cui decidi di uscire allo scoperto perché il mondo sta cambiando e finalmente puoi essere chi vuoi.
Musicalmente il riferimento principale era Claude Debussy, soprattutto per il suo uso della scala esatonale. È una scala stranissima, molto sospesa, e infatti la melodia di Neon Lights è davvero particolare.
Sotto però c’è un ritmo quasi reggaeton, che rende tutto più accessibile di quanto in realtà sia. Ma è stato il pezzo più difficile che abbia mai scritto. Cambia continuamente direzione, armonia, atmosfera.
Non so neanche se sia “venuto bene” nel senso tradizionale del termine, però è un pezzo che colpisce molto le persone. E questa cosa mi sorprende sempre.
Marta indossa abito monospalla TALLER MARMO, sandali GIANVITO ROSSI
In un’intervista dicevi che oggi molte artiste stanno scegliendo immaginari molto dark, molto cupi, mentre tu senti di non appartenere a quella direzione. E in effetti nel tuo lavoro c’è tantissimo colore, ironia, leggerezza. Anche nei concerti si ride molto. Che sensazione vorresti lasciare a chi ti ascolta?
Questa è una domanda difficile. Penso che il mio obiettivo sia diventato sempre di più quello di far coincidere la mia musica con la persona che sono davvero. Come se ci fosse un canale diretto tra la mia vita e quello che creo. E questa cosa è cambiata insieme alla mia crescita personale.
Non sto dicendo che gli altri artisti sbaglino, assolutamente. Ognuno trova il proprio linguaggio. Però a volte alcuni immaginari molto concettuali - soprattutto in artisti giovanissimi - mi sembrano quasi una semplificazione della complessità di una persona. Io invece mi sento tante cose insieme. Posso essere molto seria e molto profonda, ma anche completamente scema. E una delle cose più importanti che ho imparato è stata proprio non prendermi troppo sul serio.
Musicalmente sono rigorosa, certo, ma se dentro un pezzo succede qualcosa di strano o buffo e mi emoziona, allora la tengo. Questa è la magia della musica: credere in un’idea abbastanza a lungo da trasformarla in qualcosa che prima non esisteva.
Però è anche più difficile comunicarsi così, quando non sei un solo “mood”.
Esatto. Oggi sembra che tutto debba essere molto verticale, molto definito. Ma io non riesco a essere una cosa sola. Mi fa ridere l’idea che una persona non possa essere profonda solo perché magari si fa una foto con i pomodorini o scherza online. Come se l’ironia togliesse valore alla profondità. Per me invece è il contrario.
E sono anche consapevole che questa scelta - essere più sfaccettata possibile - probabilmente è più difficile da sostenere in termini di carriera. Non credo nella meritocrazia assoluta dell’industria musicale. Ci sono artisti incredibili che non arrivano lontano e altri che invece esplodono.
Però, per quanto mi riguarda, continuo a trovare più interessante essere il più possibile fedele alla persona che sono davvero.
E rispetto all’immagine? Anche lì mi sembra che negli ultimi anni tu abbia trovato una direzione molto più precisa.
Sì, totalmente. All’inizio non ero per niente consapevole dell’importanza dell’immagine. Poi anche grazie al lavoro fatto insieme a te ho iniziato a capire cosa mi piace davvero, quali reference sento vicine, che tipo di presenza voglio avere. E soprattutto ho iniziato a divertirmi. Prima vestivo praticamente solo di nero. Adesso invece adoro i colori. Il rosa, per esempio, è diventato uno dei miei preferiti, cosa che non avrei mai immaginato.
Mi sono resa conto che anche il modo in cui mi vesto cambia il mio modo di stare sul palco. Se mi sento bene, se sento che il look mi rappresenta, cambia completamente anche la mia presenza scenica.
E poi ho scoperto che la moda mi appassiona davvero!
Marta indossa abito monospalla TALLER MARMO
La mia domanda preferita: tu canti in inglese. Pensi che un artista che sceglie di non cantare in italiano possa davvero avere successo in Italia?
Io sono la prova vivente che sì, è possibile! (ride - ndr). No, no, scherzo. Come dicevamo prima dipende qual è il tuo concetto di successo. 'Succedere' significa anche 'accadere', è il fatto che una cosa esista nella realtà e non rimanga soltanto una fantasia o un desiderio. Nessuno all’inizio pensava davvero che io potessi costruire un percorso del genere. E invece oggi ho un sistema che funziona, magari in una dimensione indipendente e di nicchia, ma sostenibile.
Poi è chiaro: oltre un certo livello diventa molto difficile. Ma in realtà pochissimi artisti ci arrivano, anche cantando in italiano.
Per altri successo significa fare Sanremo, vincere un disco d’oro o avere milioni di follower, ma stiamo parlando di un’altra cosa.
A proposito di Sanremo: il tuo nome negli ultimi anni è uscito più volte nelle conversazioni attorno al Festival. Anche durante una famosa conferenza stampa molto condivisa online. Che effetto ti ha fatto?
Mi ha fatto sorridere, sinceramente, soprattutto perché quella giornalista non la conoscevo, quindi mi ha colpito sapere che qualcuno che lavora in un contesto così mainstream conoscesse la mia musica.
Poi Sanremo è una realtà enorme e va considerata per quello che è. Io non ho quell’atteggiamento un po’ snob del tipo “vengo dall’indie, quindi Sanremo mi fa schifo”. Semplicemente non credo sia l’unico modo possibile di essere musicista in Italia oggi.
Oltre al tuo progetto principale hai sempre portato avanti tanti side project. Collaborazioni, collettivi, lavori paralleli. Quanto è importante per te questa dimensione?
È fondamentale. Anzi, è proprio il sale di tutto. Quando resto troppo chiusa dentro il mio progetto finisco quasi per deprimermi. Ho bisogno di incontrare altre persone, contaminarmi, ascoltare idee nuove.
Con Cecilia Valagussa di Fossick Project, per esempio, abbiamo iniziato a lavorare insieme tantissimi anni fa. Siamo praticamente cresciute insieme artisticamente. E poi c’è Mos Ensemble: siamo insieme dal 2015. Otto persone, undici anni di vita condivisa. È quasi uno studio sociale. Nel frattempo alcuni sono diventati genitori, altri hanno cambiato completamente prospettive, ambizioni, modi di vivere la musica. Le dinamiche del gruppo si sono trasformate continuamente. A volte ho pensato di mollare, perché gestire un progetto così grande e dispersivo è faticoso. Però poi mi dico sempre: “Non posso abbandonare la serie TV adesso, voglio vedere come va a finire”.
Noi parliamo spesso di quanto oggi sia difficile emergere nella musica, tra algoritmi, social, follower, numeri. Secondo te si può ancora salvare una dimensione più autentica della musica?
Sono molto combattuta su questo argomento. Io di natura non sono pessimista, quindi mi fa strano sentirmi così disorientata rispetto al presente. Però credo che questa sensazione riguardi un po’ tutto, non solo la musica. Allo stesso tempo, però, ogni epoca cambia continuamente. Magari c’è già un nuovo cambiamento in arrivo e ancora non lo vediamo.
Penso anche che la nostra generazione abbia ancora un impatto importante sul mercato culturale. E forse chi capisce queste dinamiche dovrebbe prendersi la responsabilità di scegliere cosa sostenere. Perché alla fine è il pubblico che determina cosa sopravvive culturalmente.
Oggi siamo abituati a un consumo rapidissimo, a prodotti immediati, molto simili tra loro. Invece le opere che chiedono tempo e attenzione stanno diventando sempre più rare e preziose.
L’altro giorno ascoltavo l’ultimo disco di Dimartino e mi ha colpito proprio questo: è un lavoro che ti obbliga ad ascoltare davvero, a tornare sui testi, a capire meglio una frase, a stare dentro il disco.
E quella richiesta di attenzione, oggi, è quasi rivoluzionaria.
Marta indossa abito monospalla TALLER MARMO e sandali GIANVITO ROSSI
C’è un sogno per il futuro che non hai ancora realizzato?
Sì: fare una colonna sonora. E poi… correre una mezza maratona. Che è una frase che non avrei mai pensato di dire in vita mia, perché io non ho mai fatto sport. Mai. Ultimamente però sto riscoprendo molto il rapporto col mio corpo. Ho fatto yoga per anni, ma l’allenamento è completamente diverso. Mi sta cambiando tanto.
Quindi sì: magari tra un anno o due corro davvero una mezza maratona.
Ultima cosa: tu ascolti tantissima musica nuova, vai ai concerti, scopri continuamente artisti. E questa non è una cosa scontata tra i musicisti. Quindi ti chiedo: ci consigli tre dischi da ascoltare?
Un disco italiano che mi è piaciuto moltissimo è House Baby di Fight Pausa. Lui è un produttore e viene dal progetto 72 Hours Post Fight, ma questo lavoro solista è incredibile, soprattutto a livello di produzione.
Poi direi P2 di Pitou— che secondo me è un disco davvero molto completo, emotivamente e artisticamente. Anche l’ultimo disco di Laura Marling mi è piaciuto tantissimo. Si chiama Patterns in Repeat ed è un disco bellissimo sulla maternità, ma raccontata con una profondità rara.
Marta Del Grandi è in tour questa estate in Italia e all'estero:
28.05 Munich - Unter Deck
29.05 Barcelona - CLub Savage
30.05 Coventry - Just Dropped In
13.06 Émarèse (AO) - Mine Festival
19.06 Reggio Emilia - Live in Chiostri
20.06 Arsita (TE) - Dlen Dlen Festival
27.06 Cosenza - Aghia Sophia Fest
28.06 Palermo - Sponde Sonore Festival
17.07 Vicopisano (PI) - Musicastrada Festival
19.07 Dresden (DE) - Palais Sommer Festival
06.08 Haldern (DE) - Haldern Pop Festival
08.08 Carbonia (SU) - Summer is Mine Festival
20.09 Roma - Romaeuropa Festival
09.10 Nürnberg (DE) - Nürnberg Pop Festival
Credits:
Foto e Art Direction: Sara Reverberi
Creative Direction e styling: Sara Moschini
Location: La Casa Di Maratea
© Riproduzione riservata