Ossessione per i viaggi: cosa svela la psicologia di chi vive prenotando la prossima vacanza
Secondo alcuni sondaggi italiani, circa il 40% delle persone prova ansia se non ha ancora prenotato le vacanze, percentuale che supera il 50% tra chi appartiene alla Generazione Z. In pratica, per molti l’estate inizia solo nel momento in cui compare una mail di conferma volo.
C’è chi torna da un weekend e, ancora con la valigia in corridoio, ha già aperto tre siti di prenotazione. Chi conserva con cura biglietti aerei, mappe e monete straniere come fossero reliquie. La domanda non è “se” partirete, ma “quando” e “dove”. È qui che entrano in scena termini come notriphobia e sindrome di wanderlust.
Identikit di chi vive prenotando viaggi
Se vi riconoscete in frasi tipo “sono appena rientrata ma sto già pensando al prossimo volo”, siete in buona compagnia. Chi ha una forte wanderlust racconta di sentirsi davvero vivo soprattutto quando è in partenza, o almeno mentre programma la prossima fuga.
Gli psicologi descrivono questo profilo come orientato alla novità: nuove città, lingue, cibi, relazioni. Non è solo amore per i viaggi, è quasi un modo di definire la propria identità. Il luogo in cui vivete diventa una base temporanea, una “pausa” fra un aeroporto e l’altro.
Alcune ricerche di genetica comportamentale hanno collegato questa irrequietezza al cosiddetto gene DRD4-7R, associato alla dopamina e alla ricerca di sensazioni forti. Non significa che chi ce l’ha sia “condannato” a fare e disfare valigie, ma che potrebbe essere più portato a cercare cambiamento, rischio, spostamento continuo. Il contesto culturale fa il resto.
Notriphobia: quando l’ansia è non avere viaggi in programma
La notriphobia è un neologismo nato dalla fusione di “no trip” e “phobia”. Non è una diagnosi ufficiale nei manuali di psichiatria, ma un’etichetta che descrive bene una sensazione diffusa: malumore, irritabilità o vera e propria ansia se all’orizzonte non si vede una vacanza.
I “sintomi” raccontati più spesso includono il controllo compulsivo di siti e app di prenotazione, l’iscrizione a infinite newsletter di compagnie aeree, il confronto costante con chi posta foto da mete esotiche. Il calendario diventa una linea retta da un viaggio all’altro, con tutto il resto percepito come un riempitivo.
Secondo diversi articoli di psicologia italiana, questo meccanismo è strettamente legato alla FOMO, la paura di essere tagliati fuori dalle esperienze che “bisogna” fare. I social network amplificano il fenomeno: vedere ogni giorno amici, influencer e perfetti sconosciuti in vacanza fa sembrare “anormale” restare a casa, anche solo per qualche mese.
Il contesto post Covid ha spinto ancora di più. I dati dell’Organizzazione Mondiale del Turismo mostrano che i flussi internazionali sono rimbalzati rapidamente dopo le restrizioni. Dopo avere sperimentato il confinamento, per molti avere sempre un biglietto nel cassetto è diventato una sorta di assicurazione emotiva: se il mondo crolla, almeno avrò un volo per scappare, o così sembra.
Passione sana o ossessione? Le domande giuste (e qualche strategia)
Un buon modo per capire dove vi collocate è farvi alcune domande sincere. Il vostro umore peggiora nettamente quando non c’è nessun viaggio prenotato? Vi capita di rinunciare regolarmente a spese importanti pur di mettere in calendario un volo? Vi sentite inadeguati guardando le vacanze degli altri, come se la vostra vita valesse meno?
Se le risposte sono spesso “sì”, la voglia di partire sta forse diventando una fuga da qualcosa. Gli psicologi ricordano che il problema non è il numero di viaggi, ma quanto questo bisogno condiziona sonno, relazioni, lavoro o conti in banca. In presenza di ansia costante o di debiti “da vacanza”, un confronto con uno specialista può essere un atto di cura, non un’esagerazione.
Esistono però anche strategie quotidiane, prima di arrivare allo studio di uno psicoterapeuta. Una è trasformare il viaggio da collezione di timbri sul passaporto a esperienza più lenta: meno “mordi e fuggi”, più tempo nello stesso posto, magari spendendo qualcosa in più ma accumulando momenti reali invece di semplici foto.
Un’altra è allenarsi, gradualmente, a stare fermi. Blaise Pascal scriveva che molta infelicità nasce dall’incapacità di restare tranquilli in una stanza. Tradotto in versione 2026: concedersi periodi senza viaggi programmati, ridurre per qualche settimana l’uso dei social, riscoprire il proprio quartiere come se fosse una città nuova.
Infine, sfruttare la propria curiosità in modo più sostenibile: micro-esplorazioni vicino casa, cammini di pochi giorni, musei mai visitati, gite in treno invece di voli intercontinentali a raffica. Così la voglia di mondo viene nutrita, ma senza trasformarsi in una corsa compulsiva al prossimo check-in. Il vero lusso, in fondo, è potere scegliere quando partire e quando restare, senza che sia l’ansia a decidere al posto vostro.
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