Come mai si dimenticano sempre le stesse cose? Ecco quali sono gli oggetti che vengono smarriti più frequentemente e perché
Succede spesso così: chiudete la porta di casa, infilate il cappotto, fate tre passi sul pianerottolo e vi blocca una fitta allo stomaco. Manca qualcosa. Nel 31 per cento dei casi, dicono i sondaggi, è il telefonino. Subito dopo arrivano le chiavi, il portafoglio, gli occhiali. E voi che tornate indietro di corsa, almeno quattro volte al mese.
Gli studi sulla memoria sono abbastanza consolanti: perdere o dimenticare piccoli oggetti è un’esperienza quasi universale, non un campanello automatico di Alzheimer e non solo una questione di età. C’entra il modo in cui il cervello gestisce attenzione e abitudine. E spiega perché, puntualmente, gli “scomparsi” sono sempre gli stessi.
Gli oggetti che si perdono più spesso (e dove spariscono)
Una vecchia indagine citata da Repubblica stimava che ogni persona “perda” temporaneamente in media nove oggetti al giorno e passi circa 15 minuti quotidiani a cercarli. In testa alla classifica ci sono tre grandi categorie: telefonino, mazzi di chiavi, documenti e pratiche di lavoro.
Un sondaggio internazionale condotto su 2.000 adulti e ripreso da diverse testate mostra che il podio è abbastanza fisso: il 31 per cento torna indietro per il telefono, il 27 per cento per le chiavi, il 23 per portafoglio e documenti. Poi arrivano gli accessori: occhiali, cuffiette, borraccia. In casa, un’indagine Rowenta/Human Highway colloca ancora le chiavi al primo posto, seguite da gioielli e smartphone. I luoghi-trappola? Armadi, salotto, camera da letto, divano e cucina.
Anche il telecomando merita una menzione d’onore: una ricerca nordamericana sul tema “Lost & Found” lo indica come l’oggetto più spesso fuori posto, davanti a telefonino, chiavi e portafoglio. Nel complesso passiamo fino a due giorni e mezzo l’anno a cercare cose smarrite, con ritardi al lavoro e appuntamenti saltati.
Che cosa succede nel cervello quando spariscono sempre le stesse cose
Daniel Schacter, psicologo della memoria all’Università di Harvard e autore di *I sette peccati della memoria*, spiega che molti smarrimenti avvengono nella fase di codifica. In pratica, il cervello non “registra” il gesto in modo chiaro. L’ippocampo dovrebbe scattare una piccola “foto mentale” di voi che posate le chiavi sul mobile all’ingresso. Se però le appoggiate in automatico, mentre pensate alla riunione o rispondete a un messaggio, quella foto non viene scattata.
Quando poi cercate le chiavi, non è che il ricordo sia nascosto: semplicemente non esiste un’immagine precisa da recuperare. Per questo si perdono sempre gli stessi oggetti, quelli coinvolti in gesti ripetitivi e poco emozionanti: chiavi, telefono, portafoglio, occhiali.
C’è anche un secondo meccanismo più sottile. Gli psicologi parlano di memoria “dipendente dallo stato interno”. Se appoggiate gli occhiali mentre avete fame e state correndo verso il frigo, il gesto si lega più alla sensazione di fame che al luogo fisico. Per ritrovarli, spesso aiuta ricreare mentalmente quello stato d’animo, non solo ripercorrere le stanze.
Stress, multitasking e attenzione da 8 secondi
Secondo un sondaggio riportato dall’agenzia ANSA, la nostra capacità di attenzione continuativa si ferma oggi intorno agli otto secondi. Le cause principali indicano stress e ansia, mancanza di sonno, uso continuo dei dispositivi digitali e multitasking.
Tradotto nella scena di ogni mattina: uscite di casa con il telefono in mano, leggete le notifiche, pensate alla lista delle cose da fare. Nel frattempo chiudete la porta, appoggiate il mazzo di chiavi “da qualche parte”, forse nella borsa, forse sulla mensola. L’attenzione è altrove, la codifica salta. E al rientro la chiave sembra sparita nel nulla.
Anche la stanchezza gioca la sua parte. Diversi studi indicano che chi dorme poco è più esposto a piccole amnesie quotidiane. A questo si aggiunge un fattore genetico leggero: ricercatori tedeschi hanno individuato una variante del gene della dopamina D2, presente in circa il 75 per cento della popolazione, associata a ricordi un po’ meno precisi. Si tratta però di una caratteristica molto diffusa e benigna, senza legami diretti con demenze o Alzheimer.
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Il protocollo "anti-smarrimenti": abitudini che aiutano davvero
Sul fronte dei rimedi pratici, uno dei riferimenti è Michael Solomon, studioso del tema e autore di un manuale su come ritrovare gli oggetti perduti. Il suo primo consiglio è controintuitivo: evitare la ricerca ansiosa. Fermarsi, fare un respiro e lasciar lavorare il cervello qualche minuto invece di rovistare dappertutto. Poi tornare a controllare per bene il “posto giusto” e la sua “zona eureka”: di solito l’oggetto si nasconde entro un metro dal luogo dove dovrebbe stare.
Per prevenire il problema, gli esperti di memoria suggeriscono di creare una base fissa per gli oggetti critici. Una ciotola o un vassoio vicino alla porta per chiavi, telefono e portafoglio, sempre lo stesso. Ogni volta che li posate, vale una micro-pausa di tre secondi: guardare il punto e ripetersi mentalmente, o anche ad alta voce, dove li state lasciando. Mark McDaniel, psicologo della Washington University, spiega che verbalizzare il gesto rafforza la codifica del ricordo.
Ultima mossa: proteggere i momenti chiave dal multitasking. Una regola semplice può essere non leggere messaggi mentre chiudete casa o preparate la borsa. Prima si controllano i “soliti sospetti” - cellulare, portafoglio, chiavi, documenti, occhiali - poi si apre il mondo digitale.
Se però notate che le dimenticanze aumentano bruscamente, che iniziate a scordare impegni importanti, conversazioni intere o pagamenti, non solo gli oggetti, gli specialisti consigliano di parlarne con il medico. La grande maggioranza dei casi resta nella sfera della normale distrazione, ma quando il fenomeno diventa invasivo vale la pena di farlo valutare.
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