La più grande canzone degli anni ’60? Non è dei Beatles
Nel 1965 un singolo di quasi sei minuti, contro ogni regola radiofonica, entrava nelle classifiche americane e ci restava per dodici settimane. Era Like a Rolling Stone, la canzone con cui Bob Dylan cambiava per sempre l’idea di rock d’autore.
Oggi, secondo Acclaimed Music, enorme archivio che somma centinaia di classifiche di critici e addetti ai lavori, proprio questo brano è la più grande canzone degli anni 60. Un verdetto che dice molto sia sugli anni Sessanta sia su come ascoltiamo la musica ancora adesso.
Anni Sessanta: il decennio in cui tutto esplode
Gli anni Sessanta sono il decennio della British Invasion dei Beatles e degli Stones, del soul Motown, del folk di protesta, della psichedelia. In pochi anni si passa da She Loves You a Purple Haze, da i cori delle Supremes ai mantra ipnotici dei Doors.
In questo caos creativo, scegliere una sola canzone simbolo sembra un gioco crudele. Eppure, se si guardano le classifiche di mezzo mondo, il nome che torna più spesso è proprio quello di Dylan. Non è il brano più venduto di sempre, ma è quello che mette d’accordo generazioni di critici.
Acclaimed Music: la classifica delle classifiche
Tutto parte da Henrik Franzon, svedese che nel 1994 inizia a collezionare liste tipo “migliori canzoni di sempre”. Quando la pila diventa ingestibile, scrive un software per ordinarla e, nel 2001, apre il sito Acclaimed Music. Oggi contiene una top 10.000 dei brani e 3.000 album, organizzati per artista, Paese, genere e decade.
Il principio è semplice: ogni volta che una canzone compare in una lista di qualità (critici, riviste, radio, musicisti), guadagna punti. Più in alto è piazzata, più punti ottiene. Sommando tutto, emerge una gerarchia statistica dell’acclamazione. In questo gioco di medie, Like a Rolling Stone non è solo la numero uno degli anni Sessanta, ma una delle canzoni più acclamate di tutti i tempi, inserita in ben 102 classifiche diverse, da Rolling Stone a NME, fino a riviste italiane come Mucchio Selvaggio e Rumore.
Sul sito, però, Franzon avverte: «Non esiste una parola definitiva… La musica è soggettiva». Il che rende il suo verdetto più affascinante che dogmatico.
Perché Like a Rolling Stone è un capolavoro intramontabile
Quando esce, nell’estate 1965, le radio storcono il naso: sei minuti sono un’eternità, l’ideale commerciale era il 45 giri da tre. Ma il pezzo esplode lo stesso, diventa il singolo di maggior successo della carriera di Dylan e dimostra che il pubblico è pronto per canzoni più lunghe, dense, ambiziose.
Il testo è una lunga invettiva contro una “miss solitudine” caduta dal suo piedistallo borghese, improvvisamente costretta a cavarsela come una “rolling stone”, cioè un vagabondo. Dietro il ritratto al vetriolo, c’è anche la liberazione di Dylan dal ruolo di profeta del folk di protesta: invece di predicare, racconta una storia ambigua, piena di rabbia, ironia, ferite personali. Funziona perché, pur parlando di una vicenda privata, tocca una paura universale: perdere il controllo sulla propria vita.
Musicalmente, è un ibrido perfetto. La voce graffiata di Dylan cavalca l’organo di Al Kooper, le chitarre elettriche, la batteria incalzante. Il folk incontra blues e rock’n’roll in un crescendo che sembra non finire mai. Radiofreccia ha raccontato questo brano come la canzone che «ha cambiato il rock», proprio per questa fusione di linguaggi, mentre Billboard Italia lo inserisce tra le canzoni più belle degli anni Sessanta, sottolineandone lo status di classico assoluto.
L’eco nel tempo è impressionante: Jimi Hendrix, i Rolling Stones, David Bowie, Green Day e Bob Marley l’hanno affrontata in versione cover; John Lennon l’ha citata in Dig It, sul disco Let It Be dei Beatles. Quando artisti così diversi si sentono in dovere di misurarsi con un brano, vuol dire che quel brano è diventato un metro di paragone.
Il trono conteso: God Only Knows, Respect e gli altri
Naturalmente, non tutte le classifiche eleggono lo stesso re. Per Pitchfork, nella lista delle 200 canzoni più importanti del decennio, la numero uno è God Only Knows dei Beach Boys: tre minuti di pop perfetto e fragile, armonie celestiali e un’idea di romanticismo quasi spaventata dalla propria intensità.
La rivista Rolling Stone, che per anni ha tenuto Like a Rolling Stone al primo posto nella sua top 500, nel 2021 ha aggiornato tutto e messo in testa Respect di Aretha Franklin. Non è solo un capolavoro soul: è un inno ai diritti civili e all’autodeterminazione femminile, un pezzo che ha cambiato il linguaggio della cultura pop oltre le classifiche.
E la top ten di Acclaimed Music fotografata sugli anni Sessanta è una mini-storia del decennio: dopo Dylan arrivano A Day in the Life dei Beatles, Good Vibrations ancora dei Beach Boys, Respect, Be My Baby delle Ronettes, I Heard It Through the Grapevine di Marvin Gaye, (I Can’t Get No) Satisfaction degli Stones, My Generation degli Who, God Only Knows e (Sittin’ On) The Dock of the Bay di Otis Redding. Basterebbe questa playlist per capire perché quegli anni continuano a ossessionarci.
Alla fine, come ricorda lo stesso Franzon, «la musica è soggettiva e ognuno di noi ha i propri preferiti». Il fatto che tanti sguardi diversi convergano così spesso su Like a Rolling Stone non chiude il dibattito, ma ci invita a riascoltarla con attenzione. Poi il vero numero uno resta sempre quello che voi, oggi, non riuscite a togliervi dalla testa.
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