In Sardegna esiste una pasta che le macchine non sanno produrre: dove trovarla
In un borgo di ottocento abitanti, nel cuore della Sardegna, per fare un chilo di pasta servono fino a cinque ore di mani che lavorano in silenzio. Non ci sono trafile, non ci sono nastri trasportatori, solo tavole di legno, semola e un gesto ripetuto da secoli.
Quella pasta si chiama lorighittas, è nata a Morgongiori, provincia di Oristano, ed è diventata un piccolo caso: un formato riconosciuto come Prodotto agroalimentare tradizionale e inserito nell’Arca del Gusto di Slow Food che, semplicemente, le macchine non sanno riprodurre.
C’è un paese in Sardegna dove la pasta somiglia a un gioiello
Morgongiori sta ai piedi del Monte Arci, altopiano verde e scuro, famoso per l’ossidiana. Per secoli da queste pietre nere sono usciti utensili e monili; oggi il paese è conosciuto anche per tappeti e arazzi tessuti a mano, custoditi nel Museo Vivente dell’Arte Tessile.
In questo contesto di mani che intrecciano fili di lana non stupisce che anche la pasta abbia preso la forma di un piccolo gioiello annodato. Le lorighittas sono l’estensione commestibile di quella cultura: un intreccio minuzioso che nasce dalla stessa pazienza con cui si lavora un telaio.
Che cosa sono le lorighittas, la pasta che le macchine non sanno fare
Dal punto di vista tecnico sono piccoli anelli ovali di pasta di semola di grano duro, acqua e sale, intrecciati a due a due. Nessun uovo, nessun ingrediente segreto: l’unico vero elemento speciale è il gesto delle donne di Morgongiori che, da generazioni, trasformano un filo sottile in una micro-treccia perfetta.
Il nome viene da "loriga", anello, orecchino. Nell’elenco nazionale dei Prodotti agroalimentari tradizionali le lorighittas compaiono come pasta tipica di Morgongiori. La Fondazione Slow Food le ha inserite nell’Arca del Gusto proprio per sottolineare quanto siano legate al territorio e quanto rischino di scomparire se quel gesto non viene tramandato.
La loro bellezza non è solo estetica. La superficie intrecciata trattiene il condimento, le piccole cavità si riempiono di sugo e ogni anello, diverso dall’altro, cuoce in modo leggermente irregolare, dando al piatto quella vivacità che la pasta industriale, tutta identica, tende a perdere.
Perché nessuna macchina riesce a farle
Per ottenere una lorighitta si parte da un cordoncino sottilissimo, due millimetri di spessore per circa venti centimetri di lunghezza. Il filo viene ripiegato in due, avvolto attorno a due o tre dita, poi intrecciato facendo scorrere pollice e indice finché le due metà si serrano in un anello oblungo.
Ogni passaggio richiede una pressione diversa, una micro-correzione continua della tensione dell’impasto. Secondo le produttrici e gli esperti di tradizioni locali, sono proprio queste variazioni a memoria muscolare, diverse da mano a mano, che rendono finora impossibile progettare un macchinario capace di imitare il movimento senza spezzare la pasta.
Per questo un chilo di lorighittas richiede in media dalle tre alle cinque ore di lavoro ininterrotto, come confermano diverse ricerche citate dalla Fondazione Slow Food. Nello stesso tempo, in un pastificio industriale, si produrrebbero migliaia di chili di spaghetti perfettamente standardizzati. Qui invece la regola è l’imperfezione: ogni anello racconta la mano che lo ha creato.
Una storia che profuma di festa e di leggende
Le prime tracce scritte delle lorighittas risalgono al Cinquecento, quando la Sardegna era sotto la corona spagnola. In un documento si annota la presenza di una pasta intrecciata preparata dalle donne di un piccolo paese dell’interno. Per secoli è rimasta il piatto delle grandi occasioni, soprattutto per la festa di Ognissanti, quando le cucine di Morgongiori si riempivano di tavole imbandite di anelli ad asciugare.
Gli anelli venivano disposti su grandi cesti di vimini, su caisteddu, e lasciati essiccare da tre a sette giorni. Intorno, le donne intrecciavano anche storie: le anziane insegnavano alle più giovani, i bambini ascoltavano la favola di Maria pungi pungi, la strega che avrebbe punto la pancia a chi esagerava con le lorighittas. Un modo poetico per difendere la scorta di pasta e tramandare, insieme alla paura, anche il rispetto per quel lavoro infinito.
Oggi: sagra, sughi ricchi e un buon motivo per partire
Oggi le lorighittas non compaiono più solo a novembre. A Morgongiori, nella prima metà di agosto, la Sagra delle lorighittas richiama migliaia di persone: i canestri si allineano nelle piazze, le artigiane intrecciano davanti al pubblico, i ristoratori del paese e dei dintorni propongono menù dedicati. Per un borgo di poche centinaia di abitanti questa pasta è diventata una piccola economia diffusa, che tiene acceso il paese e dà un futuro alla tradizione.
In tavola le interpretazioni restano fedeli allo spirito originario. Il condimento classico è il sugo di pomodoro con galletto ruspante, spesso profumato con zafferano e pecorino, ma non mancano versioni con maiale o cinghiale, oppure letture contemporanee con frutti di mare e bottarga. Se decidete di arrivare fin qui, magari abbinando un’escursione sul Monte Arci a un pranzo in paese, vi accorgerete che il vero lusso non è il piatto in sé, ma il tempo umano che contiene.
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