L'oggetto che usate ogni giorno in cucina può rilasciare microplastiche: cosa sappiamo davvero
Nel 2023 uno studio pubblicato sulla rivista Environmental Science & Technology ha definito il comune tagliere di plastica una «fonte sottovalutata di microplastiche nel cibo umano». Tradotto: ogni volta che affettate zucchine o pollo, un po’ di quel tagliere potrebbe finire nel piatto.
Immaginate il classico tagliere bianco, economico, pieno di graffi, su cui preparate tutto: carne cruda, verdure, panini per i bambini. È pratico, entra in lavastoviglie, sembra igienico. Ma tra microplastiche, batteri e sostanze chimiche, oggi è ufficialmente sotto accusa. E forse è il caso di ripensarlo.
Perché il tagliere di plastica è finito nel mirino degli studi
Per anni la plastica è stata considerata la scelta “sicura”, soprattutto nella ristorazione. Il Regolamento (CE) 852/2004 e i protocolli HACCP chiedono superfici lisce, lavabili, resistenti: il tagliere in polietilene o polipropilene sembrava perfetto.
Poi sono arrivati i numeri. I ricercatori hanno stimato che un solo tagliere di plastica, usato normalmente in cucina, può rilasciare da 14 a 79 milioni di microparticelle all’anno. Per singola sessione di taglio si parla di circa 1.500–7.600 frammenti che possono finire su coltello e alimenti.
L’Istituto Superiore di Sanità ricorda che per definizione europea le microplastiche sono particelle tra 1 micrometro e 5 millimetri, spesso con circa il 4% di additivi chimici: coloranti, plastificanti, ritardanti di fiamma. Non solo plastica, quindi, ma un mix di sostanze che non vorreste nel vostro minestrone.
Cosa succede davvero quando usate il tagliere di plastica
Ogni colpo di coltello scava solchi minuscoli. A occhio vedete solo graffi, ma a livello microscopico il materiale si sfalda: piccole scaglie di polietilene e polipropilene si staccano e restano attaccate a verdure, carne, pesce, pane.
Più il tagliere è vecchio e segnato, più particelle libera. Contano anche forza di taglio, tipo di alimento (quelli duri graffiano di più), temperatura e frequenza d’uso. E nel frattempo quei solchi diventano anche il rifugio ideale per residui di cibo e batteri.
Dal tagliere al sangue: dove finiscono queste particelle
Le microplastiche non restano solo sul bancone della cucina. Studi recenti citati da diverse ricerche europee mostrano la presenza di particelle di plastica nel sangue del 77% dei campioni analizzati, ma anche in placenta, polmoni, reni, fegato e perfino nel cervello. In Italia sono state trovate microplastiche nelle placente di donne sane.
Nel 2024 uno studio clinico ha individuato micro e nanoplastiche nelle placche delle arterie, associandole a un aumento del rischio di infarto, ictus o morte nei mesi successivi. Non si parla ancora di un rapporto causa-effetto definitivo, ma il segnale è considerato significativo.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’Autorità europea per la sicurezza alimentare, servono ulteriori ricerche, ma i possibili effetti su cuore, fertilità, ormoni e sistema nervoso sono abbastanza rilevanti da giustificare il principio di precauzione: ridurre le esposizioni evitabili, a partire proprio dalla cucina.
Il problema non è solo la plastica: batteri e sostanze chimiche
Sul fronte microbiologico il tagliere di plastica non è esente da criticità. Nei taglieri molto graffiati, soprattutto se usati per carne e pesce crudi, nelle microfessure possono proliferare batteri come Escherichia coli e Salmonella. Il rischio è la contaminazione crociata: tagliate il pollo, poi la lattuga, e i batteri possono trasferirsi da un alimento all’altro.
Diversi test comparativi hanno mostrato che, dopo l’uso con carne cruda, alcuni taglieri di plastica presentano cariche batteriche più elevate rispetto a quelli in legno. I taglieri nuovi sono più facili da pulire, ma con l’usura diventano vere e proprie spugne di microrganismi.
C’è poi il capitolo chimico. Le plastiche possono contenere additivi come bisfenolo A (BPA) e ftalati, riconosciuti come interferenti endocrini. Queste sostanze possono migrare verso il cibo soprattutto se il tagliere è di bassa qualità, se viene lavato con acqua molto calda o in lavastoviglie aggressiva, oppure se entra in contatto con pentole bollenti e cibi roventi.
Cosa fare adesso con il vostro tagliere di plastica
Primo passo: una valutazione onesta del tagliere di plastica. È consigliabile considerarlo da sostituire se:
- presenta solchi profondi che non si eliminano nemmeno con spazzola dura;
- la superficie appare “pelosa” o sfarinata;
- ha odori persistenti, macchie scure o discolorazioni permanenti;
- è deformato, imbarcato o presenta crepe;
- è molto vecchio, economico e privo di indicazioni per il contatto con alimenti.
Se non è possibile sostituirlo subito, è importante limitare i rischi. Usatelo solo per carne e pesce crudi, utilizzando un secondo tagliere (meglio in legno o bambù) per verdure e alimenti pronti. Lavate sempre subito dopo l’uso con acqua molto calda e detergente, asciugate in verticale ed evitate il contatto con superfici o oggetti bollenti. In una cucina domestica molto utilizzata, la sostituzione del tagliere di plastica ogni 12–18 mesi è una scelta prudente.
Alternative più sicure al tagliere di plastica
Per il futuro, le alternative più indicate sono i taglieri in legno massello (faggio, acero, ulivo, noce) o in bambù. Sono più delicati sui coltelli, non rilasciano microplastiche e, se mantenuti con cura e senza lavastoviglie, possono durare molti anni.
Anche vetro e acciaio inox sono materiali sicuri dal punto di vista igienico, ma risultano meno adatti all’uso quotidiano con i coltelli perché più aggressivi sulle lame.
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