È una Donatella Versace in stato di grazia, quella che sa tenere per le briglie l'iconografia del marchio e insieme evolvere verso soluzioni graffianti, contemporanee, frutto di una mano finalmente più leggera. Fresca, come la stessa designer la definisce. Anche a prezzo di un sforbiciata netta con le consuete silhouette fascianti, a favore di modelli che s'imperniano sul cocktail-dress e sul completo giacca e pantaloni. Lì spiccano gli inserti in rete di derivazione sportiva, le macro-impunture chiare su fondo nero. Il tubino, invece, dà la stura a tutta una serie di variazioni moderniste, al profumo di Courrèges. La categoria del body-conscious è infatti espressa da tagli che scoprono l'ombelico, oblò rivestiti di acciao, abiti in due pezzi tenuti assieme da grappe, incroci di tessuto, pannelli di vernice. Eppure i modelli più riusciti sono quelli che rielaborano la greca, attributo iconografico di casa Versace che per una volta rimonta sulla medusa, e li fondono all'altra gloriosa invenzione di Gianni: il mesh di maglia metallica. Inserti zigzaganti, blocchi di colore alla Warhol, luccicori glam chiudono la sfilata in un crescendo di disinvoltura e seduzione, come qui non accadeva da tempo.

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