Nella sua chirurgica dissezione della couture di Dior Raf Simons taglia di netto col passatismo di maniera. E come sempre succede a chi tasta il polso del presente con lucidità e rifiuto del compromesso, la novità suscitata confonde e fa storcere nasi. La visione zuccherina dell'alta moda parigina non può che rievocare un tanfo di muffa. Nell'oggi che rifiuta simmetrie accomodanti e morbidezze di languore il disegno deve farsi secco e problematico, purificato e provocatorio insieme. Di qui la grande libertà con cui lo spacco della longuette è bloccato da imprevedibili bottoni a clip, il velo dei ricami è trapunto come la superficie di un'installazione materica, il bustier percorso dal fremito di concrezioni puntute, il panneggio serrato dalla cintura con grazia sghemba. Di più c'è un'estetica che si fa carico di un orizzonte ampio, troppo sconfinato per limitarsi ai circuiti della Senna. L'ispirazione che percorre i cinque continenti si distilla in una varietà di riferimenti etnici, trasfigurati ma pur sempre riconoscibili: le fasce di colore dei tessuti nobili africani e le perline dei manufatti tipici, un collare Masai, stilemi della tradizione europea come pied-de-poule opportunamente digitalizzato. Un nuovo inesorabile corso dagli sviluppi eccitanti e imprevedibili.

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