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Sempre più persone usano l’intelligenza artificiale come psicologo: ma può davvero aiutarci? Abbiamo chiesto a due psicoterapeuti cosa ne pensano

Sempre più persone usano l’intelligenza artificiale come psicologo: ma può davvero aiutarci? Abbiamo chiesto a due psicoterapeuti cosa ne pensano

foto di Alessandro Alicandri Alessandro Alicandri — 17 Settembre 2026
psicologia e intelligenza artificialeposso usare intelligenza artificiale come psicologo
Sempre più persone usano l’intelligenza artificiale per parlare di ansia, emozioni e problemi personali: due psicoterapeuti spiegano quando può aiutare e quali sono i rischi

Alzi la mano chi ha usato almeno una volta l’intelligenza artificiale trattandola come una psicoterapeuta. Quante mani alzate che vedo (compresa la mia)! Oggi più che mai, in una società dove l’ansia, lo stress e l’imprevedibilità della vita ci prendono in contropiede, uno strumento gratuito disponibile 24 ore su 24 e ogni giorno come ChatGPT, Gemini o Claude sta diventando (nel bene e nel male) un alleato per la vita e in qualche modo anche per il nostro benessere mentale.

Oggi, in compagnia di due psicoterapeuti (e delle intelligenze artificiali) proviamo a analizzare il fenomeno, già fortemente oggetto di ricerche, in un panorama che sta rendendo sempre più urgente un ragionamento serio su cosa si può fare per la propria salute mentale con le intelligenze artificiali e cosa invece sarebbe meglio demandare a uno specialista (spoiler: quasi tutto). 

(Continua dopo la foto)

risolvere ansia con IA

Mi fido di te (ma non puoi capire cosa provo)

Negli anni 60, quando si avviavano gli studi su quella che sarebbe diventata l’intelligenza artificiale, era già centrale il tema della comprensione del sentimento umano da parte delle macchine. I chatbot oggi hanno come principali vantaggi un’ampia forma di gratuità e disponibilità, ma manca loro un elemento fondamentale per la comprensione di ciò che viviamo quando siamo in terapia da uno psicologo. Si chiama “alleanza terapeutica”, la capacità di creare connessione emotiva e risonanza affettiva con il paziente. Che è diverso da dare ragione all'interlocutore, come (per lo più) fanno oggi fanno le AI.

Gemini in tal senso ci racconta come sia complesso (se non impossibile) creare questo solido ponte: «L'algoritmo ha imparato a scambiare l'essere "utile" con il compiacere l'utente. Per la macchina, il tuo prompt è un compito da chiudere positivamente, evitando l'attrito. Se mi dici che il cielo è verde, cercherò un modo per dirti che in certe condizioni atmosferiche, sì, ha dei riflessi verdi». 

Il terapeuta invece, non è lì per darti ragione. Convalida le tue emozioni, ma non tutto il resto. Ed è lì la grande differenza. «In psicologia si chiama collusione con il paziente» racconta lo psicoterapeuta Antonio Trombetta «ed è pericoloso perché la persona non ha bisogno che tu da professionista gli dica “Sì, è vero, hai ragione” o peggio "Sì, è vero, hai ragione, poverino". Ha bisogno di essere incalzato su alcuni aspetti, spronato, punzecchiato anche, in modo da far emergere qualcosa di inaspettato».

L’intelligenza artificiale non ruba il lavoro (anzi)

Il tempo sta rendendo sempre più attenti i chatbot a rilevare sintomi patologici e intervenire in modo corretto suggerendo la terapia o addirittura, fare un passo indietro ammettendo i suoi limiti. Tra le intelligenze artificiali che forse più di altre ha policy dirette sull’indirizzarti verso la terapia, c'è Claude. 

Sul tema, Claude risponde: «Fare finta di "capire clinicamente" qualcuno sulla base di questo sarebbe rischioso. Cerco di essere una presenza stabile e non giudicante nella conversazione - non "scarico" subito la persona con un rimando generico - ma allo stesso tempo non voglio dare l'illusione di essere equivalente a un percorso terapeutico. Tendo a non "etichettare" quello che la persona prova con un nome clinico se non è la persona stessa a nominarlo prima. Resto presente e supportivo nella conversazione, senza però sostituirmi a un professionista. Segnalo la possibilità di parlarne con qualcuno (medico, terapeuta) come opzione, non come modo per chiudere la conversazione».

«È fondamentale che sia addestrata nel riconoscere i segnali di pericolo, sia sulla salute mentale che per le questioni potenzialmente pericolose, chiedendo di rivolgersi a noi professionisti» commenta la psicoterapeuta Simona Pianosi «anche se per mia esperienza i miei giovani pazienti non la usano per questo genere di questioni, anzi, ho notato dai pazienti adolescenti di cui mi occupo che c’è una tendenza forte ad allontanarsi da tutto ciò che virtuale, perché c’è sempre più la comprensione che si tratti di qualcosa di non reale che però può avere ripercussioni nel quotidiano». Come sottolinea la psicoterapeuta, c’è il rischio concreto che le IA facciano più o meno quello che i social indirettamente, fanno già: «La IA ti accoglie, in qualche modo ti gratifica, ma non c'è il rischio che amplifichi solo il tuo punto di vista?»

La risposta è "Sì", come conferma ChatGPT, interpellata sul tema: «I social media tendono ad amplificare le convinzioni attraverso la selezione dei contenuti; un chatbot può amplificarle attraverso la co-costruzione narrativa. Sono due meccanismi diversi, però. Il primo agisce scegliendo cosa mostrarti, il secondo partecipando attivamente al modo in cui una storia viene costruita. È proprio per questo che i modelli moderni vengono istruiti a evitare la compiacenza sistematica e a privilegiare un dialogo che resti aperto alle alternative, invece di limitarsi a confermare la prospettiva dell'interlocutore». Insomma, pur non escludendo questo rischio, la AI sta lavorando per evitare che accada. La strada però è ancora lunga.

IA e psicologia

L’intelligenza artificiale come alleato della psicoterapia

C'è uno studio del 2025 che ha dimostrato quanto il supporto delle IA verso persone in territorio di guerra (come in Ucraina) può dare una forma beneficio in una situazione così complessa, ma ha circa metà dell’efficacia rispetto alla terapia psicologica vera e propria. La domanda quindi è: in cosa può essere utile un chatbot in un contesto di terapia?

«L’utilità più grande che vedo al momento nelle IA è l’immediatezza, il poter rispondere in un contesto di urgenza, in un contesto di crisi, ovviamente sempre nei limiti di gravità» racconta Pianosi «ma il punto è che una conversazione “razionale” con una macchina può sì aiutarti a comprendere cosa è successo, cosa pensi di aver provato, mettendo ordine, ma non sta in quel tuo momento, non lo vive con te dandoti una prospettiva diversa di lettura quando è il momento di farlo. Intravedo quindi un supporto momentaneo quando non siamo con il paziente, ma mai uno strumento risolutivo»,

«Oggi un’intelligenza artificiale è perfettamente in grado di far analizzare i sintomi, creando un “diagramma” che fa corrispondere quei sintomi a una ipotesi di diagnosi, che spesso si individuano in sfumature microscopiche» racconta il dottor Trombetta «ma questo non può essere fatto da una persona che magari nemmeno riconosce quei segnali». «Oggi la vedo più utile a aggregare dati, cercare delle potenziali risposte tra una miriade di dati che arrivano dai pazienti. Andrebbe però fatto prima un discorso legato alla privacy, che per noi è un tema centrale nella formazione e che sta alla base del rapporto di fiducia con le persone. Vale la pena interrogarsi se sia così centrale anche nelle AI».

La risposta è che si sta lavorando in tal senso: in agosto entrerà in vigore l'AI Act che renderà molto più stringente e regolamentato il comportamento di questi sistemi nel territorio europeo, a tutela dei dati "super privati" immessi in AI che non potranno, per esempio, essere usati come "indizio" per suggerire prodotti in vendita. Inoltre dovrà essere sempre più chiara "la non sostituzione" con i professionisti. La prospettiva è che in futuro le "cartelle" (anonimizzate) dentro IA dedicate aiuteranno i professionisti a "scovare" passaggi delle sedute sfuggiti dal terapeuta e dal lato del paziente le IA potrebbero essere usate come "diario" da portare poi in terapia.

Il futuro non deve dimenticare l’umanità

Oggi sono al centro di forti dibattiti, accesi ma anche molto costruttivi, su app come Wysa. Di base è un “tracker” dell’umore conversazionale che aiuta con la meditazione a alleviare i sintomi dell’ansia lieve o piccoli sintomi depressivi, con studi clinici americani a dimostrarlo ma soprattutto, con il supporto di professionisti che analizzano, studiano e collaborano alla crescita della piattaforma. È una goccia nel deserto, però: convivono nel web decine di app “companion” amatoriali che simulano di essere il tuo psicologo (questo tipo di roleplaying è completamente vietato nelle più importanti AI mondiali). In questo marasma, il punto fermo del ragionamento è che serve tempo e molta consapevolezza oggi nell'uso di questo strumenti, senza dimenticare mai il faro, la cosa più importante. La relazione è tutto.

«Sì, la relazione è tutto. Con uno psicologo o con un’altra persona, anche fosse il tuo panettiere» racconta Trombetta «quando noi esprimiamo un’emozione, qualcuno ci risponde con un’altra emozione e questo in qualche modo ci cambia. Non va persa di vista la trasformazione che può creare un essere umano nella relazione con gli altri, in qualsiasi forma di relazione, ed è questa la cosa più bella di cui disponiamo». L'invito, che oggi alla luce del successo delle AI sembra sempre più chiaro, è nel non trascurare una risorsa così preziosa, anche alla luce delle tecnologie più affascinanti.

© Riproduzione riservata

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