Retreat culinari, cosa sono e perché dovreste provarne uno

Dimenticate per un attimo il misticismo solenne e le campane tibetane. Se nell'immaginario collettivo la parola "retreat" evoca immediatamente tappetini da yoga e silenzi ascetici, la nuova frontiera del benessere punta su qualcosa di decisamente più terrestre.
Lo sanno bene Sara Porro e Myriam Sabolla, che hanno trasformato il concetto di ritiro in un’esperienza dove la meditazione passa attraverso il taglio di una carota e la condivisione di una teglia rovente.
Il senso del ritiro tra cucina e presenza
L'accezione del termine, per le due esperte, è molto pragmatica. Sebbene in italiano suoni come qualcosa di quasi mistico, loro lo intendono «in senso molto più terrestre – diremmo quasi calcistico». Proprio come accade per gli atleti, l’obiettivo è quello di allontanarsi dalla routine per lavorare tutti insieme su un obiettivo comune.
In questo caso, l'attività è la cucina: un esercizio manuale e concreto che, pur richiedendo attenzione, «lascia spazio alle chiacchiere e alle confidenze». È proprio questa combinazione tra la distanza dal resto del mondo e le mani occupate a generare un benessere profondo, senza bisogno di ricorrere a rituali esotici. Tuttavia, un legame con lo yoga esiste ed è da ricercare nel concetto di presenza: «tagliare verdure, impiattare, assaggiare, sono gesti che hanno un loro potenziale meditativo».
Tre giorni di vita comunitaria
Il retreat ha una struttura ben definita che trasforma un weekend qualunque in un'esperienza di crescita collettiva. Tutto inizia il venerdì pomeriggio in location selezionate per la loro bellezza, che si tratti di «un rifugio in montagna con i bagni in comune» o di un «boutique hotel di lusso in Gallura». L’elemento che unisce queste strutture sono le grandi cucine e i tavoli conviviali dove si consuma ciò che è stato preparato collettivamente.
Il programma è intenso: dopo la prima lezione dedicata ai lievitati, il gruppo si divide per preparare ricette vegetariane ispirate alla filosofia di Ottolenghi. Il sabato è invece il momento della scoperta del territorio, con visite a produttori locali o momenti speciali come la raccolta delle verdure in un orto biodinamico, per poi tornare ai fornelli e sperimentare tecniche come le fermentazioni. La domenica, infine, scorre più lenta tra un brunch e una fetta di torta, in un'atmosfera dove «un insieme di sconosciuti è passato dall’essere un insieme di sconosciuti a una piccola comunità».
Un'idea nata per contaminazione
La genesi di questo progetto non è stata un'intuizione solitaria, ma il frutto di una felice contaminazione nata dall'incontro con Vania Cauzillo e il suo progetto EcoVerticale a Matera. Da quella prima edizione il format non si è più fermato, dimostrandosi un progetto «molto "poroso", aperto alle idee e ai contributi esterni». Nel tempo, l’esperienza è cresciuta grazie alle persone stesse che vi partecipano, portando ognuna un punto di vista differente o «semplicemente un modo diverso di stare insieme». Durante questi incontri, le organizzatrici osservano con piacere come l'esitazione iniziale si sciolga velocemente: bastano poche ore ai fornelli per passare «da un “ciao” un po’ timido a una camaraderie meravigliosa».
La socialità a bassa pressione
Perché allora decidere di partecipare? Al di là del piacere gastronomico, queste esperienze sono considerate dalle organizzatrici «molto salutari, in svariati modi». Per chi vive una quotidianità frenetica, il semplice fatto di «tornare a cucinare per il piacere di farlo, e non per necessità, è già di per sé rigenerante». È una forma di socialità definita «a bassa pressione», ideale anche per chi è tendenzialmente timido. In cucina, infatti, la dinamica è organica e non forzata: i legami nascono spontaneamente mentre si cerca uno spremiagrumi o si grida «“caldo dietro” quando si passa con una teglia rovente». In questo contesto, «il lavoro in cucina consente di condividere un silenzio senza sentirsi obbligati a riempirlo», permettendo alla conversazione di fluire con i suoi ritmi naturali.
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