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Questo è il borgo abruzzese, nel cuore del Parco del Gran Sasso, dove perdersi in un labirinto di pietra e storia

Questo è il borgo abruzzese, nel cuore del Parco del Gran Sasso, dove perdersi in un labirinto di pietra e storia

foto di Grazia.it Grazia.it — 18 Maggio 2026
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A circa 1.250 metri di quota, nel cuore del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, c’è un paese minuscolo che appare all’improvviso dopo alcune curve in salita. Case di pietra chiara, tetti bassi, una manciata di finestre: è Santo Stefano di Sessanio, in provincia dell’Aquila, oggi abitato da poco più di centoventi persone.

Qui il tempo sembra essersi seduto su una panchina e aver smesso di correre. I vicoli sono così stretti da sembrare un labirinto, la pavimentazione è consumata dai secoli e l’unico rumore forte, nelle giornate tranquille, è quello dei campanacci delle greggi sui pascoli sopra il borgo. Non serve molta fantasia per sentirsi fuori dalla linea del tempo.

Un borgo minuscolo aggrappato alla montagna

Santo Stefano di Sessanio si trova nella parte interna dell’Abruzzo, affacciato sugli altipiani che portano verso Campo Imperatore. Intorno non ci sono pianure edificate, ma pascoli, rocce, vento. Il Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga tutela questi paesaggi d’alta quota e il senso di isolamento che li caratterizza.

Dall’Aquila si arriva in meno di un’ora di auto, da Roma in circa un’ora e mezza, da Pescara in poco più di un’ora. Gli ultimi chilometri sono tutti in salita. Proprio questa posizione “appesa” alla montagna ha protetto il borgo dalla modernità più aggressiva. In inverno la neve può isolare il paese per giorni, in estate le sere sono fresche al punto da chiedere un maglione, anche ad agosto.

Dal Medioevo ai Medici: il tempo inciso nella pietra

Già dal XIV secolo Santo Stefano di Sessanio era un borgo fortificato. Le case esterne erano costruite come una cinta muraria, con porte di accesso e torri di controllo. Camminando oggi tra archi e sottopassi, si legge ancora questa logica difensiva.

Per secoli la sua vita è stata legata alla pastorizia e alla transumanza verso la Puglia. Branchi interi partivano lungo i tratturi, seguendo un ritmo stagionale che dettava l’economia e persino le relazioni familiari. Nel Cinquecento il paese entra nei possedimenti del Granducato di Toscana, sotto i Medici. È l’epoca d’oro del commercio della lana carfagna, scura e resistente, usata per uniformi militari e abiti monastici.

Poi arrivano l’emigrazione, lo spopolamento del Novecento, le case che si svuotano. Oggi il comune fa parte dell’associazione I Borghi più belli d’Italia e ha conosciuto una rinascita turistica, ma resta fragilissimo. Il terremoto del 6 aprile 2009 ha fatto crollare la Torre Medicea, simbolo del paese, ricostruita e riaperta solo nel 2021. Anche qui il tempo si è spezzato, poi riannodato con pazienza.

Camminare tra i vicoli quando il paese torna al silenzio

La vera magia di Santo Stefano di Sessanio si capisce a piedi. Si entra dalla porta medicea, si risale una scalinata di pietra, si attraversano archi bassi che obbligano quasi a chinarsi. I vicoli si intrecciano, si stringono, si aprono in minuscole piazze dove due sedie bastano a riempire lo spazio.

Di giorno può capitare di incrociare piccoli gruppi in gita. Ma è quando i visitatori ripartono che il borgo mostra il suo lato sospeso. Restate almeno una notte: dopo il tramonto l’aria si fa tagliente, le luci gialle dei lampioni disegnano ombre lunghe sulle pietre, il rumore dei passi rimbalza tra i muri. Nessun neon, poche insegne, zero traffico. Vi accorgete che state camminando più lentamente, quasi per non disturbare.

In inverno, se cade la neve, il silenzio diventa ancora più fitto. Le poche tracce sul suolo bianco raccontano chi è passato prima di voi: un gatto, un abitante, forse una pecora scappata dal recinto.

 

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Dormire in una casa contadina: l’esperienza dell’albergo diffuso

Negli anni Novanta, quando il paese rischiava di trasformarsi in un borgo fantasma, un imprenditore italo-svedese, Daniele Kihlgren, ha iniziato ad acquistare alcune case abbandonate. Da lì è nato Sextantio, un albergo diffuso che oggi è diventato quasi sinonimo di Santo Stefano di Sessanio.

Le abitazioni contadine sono state restaurate senza stravolgerle: muri di pietra a vista, travi grezze, pavimenti irregolari, arredi essenziali. In molte stanze la luce è volutamente tenue, niente televisione, pochi comfort moderni visibili. L’idea è farvi vivere come in una casa di montagna di un tempo, ma con la possibilità di una doccia calda e di un piumone serio.

Il modello dell’albergo diffuso qui non è solo una trovata estetica. Ha riportato artigiani, piccole botteghe, lavoro stagionale. Secondo molti progetti del Parco, Santo Stefano viene spesso citato come esempio di recupero che non trasforma il borgo in un parco a tema, ma lo mantiene abitato.

Sapori lenti e stagioni estreme: come vivere Santo Stefano di Sessanio

La lenticchia di Santo Stefano di Sessanio, riconosciuta Presidio Slow Food, è un concentrato di questo territorio. Piccola, scura, coltivata in alta quota, finisce in zuppe dense con olio nuovo e pane raffermo tostato. Intorno ci sono formaggi di pecora, ricotte fresche o affumicate, piatti di agnello e spezzatini cucinati lentamente.

Il periodo più dolce per visitare il borgo è la tarda primavera, quando i prati sono verdi e i pascoli si riempiono di fiori, o l’autunno, con le giornate ancora limpide e le serate fredde ma non rigide. L’inverno è suggestivo ma richiede un po’ di organizzazione: strade innevate, temperature sotto zero, catene a bordo. L’estate è ideale se cercate fresco e silenzio serale.

Si arriva comodamente in auto, lasciando il mezzo ai margini del borgo per poi muoversi solo a piedi. Dall’Aquila partono anche autobus regionali, ma gli orari cambiano spesso. In ogni stagione, il patto implicito è semplice: fare poco rumore, sostenere le piccole attività locali, accettare che qui il tempo non vada accelerato, ma ascoltato.

© Riproduzione riservata

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