Semaforo bianco: cos'è e come cambierà il modo in cui guidiamo
Vi è capitato, bloccate proprio al solito incrocio, di leggere che sta per arrivare il “semaforo bianco” e pensare: "Ok, mi sono persa un aggiornamento del Codice della Strada?". Tranquille, non è che mentre voi eravate in call qualcuno ha aggiunto una quarta luce sopra il rosso, il giallo e il verde senza avvisarvi.
La storia del semaforo bianco racconta molto meno del traffico di oggi e molto di più di come guideremo domani. Parte da un’università americana, passa per una mezza fake news su Roma e finisce in una domanda molto concreta: quanto siamo davvero pronte a lasciare ad algoritmi e auto a guida autonoma il potere di decidere chi passa per primo all’incrocio?
Perché tutti parlano di semaforo bianco (e cosa c’entra Roma)
Il cortocircuito nasce quando alcuni siti titolano che “Roma testa il semaforo con luce bianca”. Panico, meme, messaggi sulle chat di famiglia. Poi arriva l’assessore alla Mobilità Eugenio Patanè a raffreddare gli entusiasmi: "Non esiste alcuna sperimentazione di semafori con luce bianca in corso a Roma," afferma Patanè. "È una notizia infondata".
Quindi Roma ha inventato tutto? Non proprio. Roma Servizi per la Mobilità e ACI studiano da tempo scenari di mobilità connessa, quei progetti dove le strade parlano con le auto attraverso sistemi ITS, Intelligent Transport Systems. Dentro questo dibattito internazionale compare l’idea del semaforo a quattro luci. Ma, per essere chiare: nessuno sta montando fisicamente una lampadina bianca agli incroci della capitale.
Cos’è davvero il semaforo bianco
L’idea nasce nei laboratori della North Carolina State University, dove il docente Ali Hajbabaie e il suo team si pongono una domanda: come gestiamo un incrocio in cui convivono auto tradizionali e veicoli a guida autonoma? La risposta è il famoso “quarto colore”.
Nel modello di Hajbabaie il semaforo bianco non è un nuovo ordine da interpretare, ma un segnale che dice: da questo momento è il sistema digitale, insieme alle auto autonome, a orchestrare l’incrocio. Le vetture senza conducente si parlano tra loro e con il semaforo, concordano chi passa, in che ordine, a che velocità.
E voi, al volante della vostra utilitaria chiaramente non autonoma? La regola è sorprendentemente semplice: seguite l’auto davanti sulla vostra corsia. Se entra in incrocio, entrate. Se frena, frenate. In quel momento non siete più le registe del traffico, ma comparse che si adeguano a un copione scritto dagli algoritmi.
Quando le auto autonome sono poche o assenti l’incrocio torna alla liturgia che conoscete: rosso, giallo, verde, senza luce bianca. È un sistema pensato per l’ibrido, per anni in cui circoleranno insieme vecchie Panda e robotaxi lucidissimi.
Meno traffico, meno stress? Cosa promettono i numeri
Lo stesso team della North Carolina ha usato dei microsimulatori, software che ricreano flussi di traffico complessi, per capire se questo balletto coordinato funziona. Con circa il 30 % di veicoli autonomi in circolazione, l’uso del semaforo bianco riduce i ritardi agli incroci di poco più del 10 % rispetto ai semafori tradizionali.
Nelle simulazioni più ottimistiche, in cui quasi tutte le auto sono autonome e collegate, i ritardi crollano fino a circa il 94 per cento. Tradotto: meno colonne interminabili, motori accesi a vuoto, clacson impazienti. E, di conseguenza, meno consumi e meno emissioni.
C’è però un dettaglio che molti titoli dimenticano: sono scenari da laboratorio, non fotografie del Grande Raccordo alle otto del mattino. In Italia le auto davvero autonome sono pochissime, le infrastrutture non sono ancora “smart roads” e il Codice della Strada riconosce solo tre colori semaforici. Aggiungerne un quarto significa riscrivere norme, omologazioni, manuali di scuola guida, formazione degli agenti.
Cosa cambierà per noi al volante (e quando)
Nel breve periodo, la risposta è brutale quanto rassicurante: niente. Domani, al semaforo sotto casa, troverete gli stessi tre colori e dovrete rispettare le stesse regole. Nessun vigile vi farà la multa perché non avete capito la luce bianca, semplicemente perché quella luce non c’è.
Nel medio periodo, i primi esperimenti realistici potrebbero spuntare lontano dai centri storici: porti, aree logistiche, zone industriali chiuse al traffico ordinario. Luoghi dove circolano molti mezzi commerciali già semi autonomi e pochi pedoni distratti con il telefono in mano. Solo dopo, forse, qualcuno proverà in corridoi dedicati dentro o tra le città.
Nel lungo periodo potremmo abitare scenari molto diversi. Immaginatevi su una city car elettrica in car sharing: vi avvicinate a un incrocio, si accende la luce bianca e l’auto vi chiede di tenervi nella corsia e… fidarvi. Il vostro rapporto con il traffico diventa meno “gara di nervi” e più flusso coreografato. Per chi è cresciuta tra sorpassi creativi e rotonde interpretate come suggerimenti, sarà un cambio psicologico enorme.
E non ci siete solo voi: ci sono pedoni, ciclisti, monopattini. La luce bianca dovrà convivere con attraversamenti pedonali, piste ciclabili, bus. Se il sistema non verrà progettato pensando agli utenti più fragili, altra che meno traffico: si rischia il caos.
I nodi veri: fiducia, sicurezza, soldi
Oltre alle leggi, c’è il tema sicurezza. Un semaforo che dialoga con le auto è, di fatto, un oggetto connesso. Quindi attaccabile. Che succede se il sistema va in tilt, per un guasto o per un attacco informatico? Gli esperti immaginano meccanismi di emergenza che riportano tutto al classico rosso giallo verde, ma è facile intuire che la fiducia si costruisce piano e si perde in un secondo.
Ultimo dettaglio, non proprio secondario: i costi. Cambiare o aggiornare migliaia di impianti semaforici, cablare incroci, installare sensori, mantenere la rete di comunicazione con le auto non è un esercizio da bilancio creativo. È un investimento enorme, che ha senso solo se, nel frattempo, le auto autonome diventano davvero una parte consistente del parco circolante.
Allora il semaforo bianco smetterà di essere il protagonista di notizie confuse e diventerà un segnale chiaro: nelle città del futuro il traffico sarà sempre meno una questione di istinto umano e sempre più una questione di dati, algoritmi e fiducia. E voi, a quel punto, dovrete decidere quanto siete disposte a lasciarvi guidare.
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