10 star di Hollywood che non bevono alcool

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Da Eva Mendes a Brad Pitt, ma anche Naomi Campbell e Zac Efron: ecco chi sono le celebrity che hanno detto addio all'alcool

Quando pensiamo alla vita delle nostre celebrità preferite, non possiamo fare a meno di pensare a party e after-party con fontane di champagne.

Tuttavia, per alcune delle nostre star preferite, le feste dopo e la premiere di un film o il red carpet di un evento super glam potrebbero essere un po' diverse.

Perché? Perché una quantità sorprendente di volti famosi non beve alcool di nessun tipo.

Può sembrare strano, ma alcune celebrità non hanno mai toccato nemmeno una birra in vita loro, altri invece hanno deciso di rinunciare a drinks e cocktails con il passare del tempo. 

Ecco allora 10 star di Hollywood che hanno detto per sempre addio all'alcool

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Blake Lively 

Anche se il più famoso personaggio di Blake Lively, Serena van der Woodsen in Gossip Girl, ha brindato con la giusta (o forse un po' abbondante) dose di alcool, la vita reale Lively è molto diversa.

«Non bevo. Non ho neanche mai provato una droga», ha detto l'attrice. Il motivo?

«Non è che ho deciso queste rigide scelte di vita e faccio di tutto per rispettarle. È solo qualcosa che sinceramente non desidero»

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Zac Efron 

L'attenzione costante della stampa fin da quando era giovanissimo ha spinto la star di High School Musical a bere e drogarsi; così come ha ammesso lo stesso Zac Efron.

«Passavo molto tempo a casa, impazzivo. Ho iniziato molto presto ad aver bisogno di un lubrificante sociale», racconta l'attore, spiegando che poi ha sentito il bisogno di bere dell'alcool prima di andare ovunque.

Dopo essere entrato in cura però, Zac Efron ha visto i benefici di una vita sobria e da allora non si è più lasciato tentare: «Quello che ho trovato è una struttura. Questo mi ha portato ad avere un nuovo equilibrio nella mia vita». 

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Bradley Copper

Sebbene Jackson Maine, uno degli ultimi personaggio interpretati da Cooper nel film A Star Is Born, lotti con l'alcolismo e la dipendenza, Cooper nella vita reale è sobrio.

Ma non è sempre stato così. All'inizio della sua carriera Cooper ha lottato contro la dipendenza da droghe e alcol e ha deciso di affrontare il problema quando aveva 29 anni perché - come ha raccontato lui stesso - stava influenzando il suo lavoro.

«Se avessi continuato, avrei davvero sabotato tutta la mia vita - ha detto l'attore durante un'intervista - Ho imparato nella vita che la cosa migliore che posso fare è abbracciare chi sono io realmente nel modo più ampio possibile. E poi qualunque cosa succede, succede». 

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Eva Mendes

Eva Mendes è una bellezza latina di quarant'anni che conosce personalmente la morsa della dipendenza.

L'attrice è entrata in riabilitazione nel 2008, e da allora è sobria.

Eva stessa ha raccontato pubblicamente della sua esperienza personale in riabilitazione, spiegando: «Sono orgogliosa delle persone che hanno la determinazione e il coraggio di andare davvero ad affrontare i loro demoni e migliorare. Questa, per molti, è una situazione di vita o di morte».

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Jim Carry 

Jim Carry ha raccontato di aver un obiettivo: essere onnipresente nella propria vita. Per questo, l'attore si è impegnato a stare lontano da stimolanti di ogni tipo. Con ciò intende niente alcool e niente droghe.

Jim Carry ha rivelato anche che beve raramente caffè, proclamando che «La vita è troppo bella per bere o drogarsi».

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Jennifer Lopez

Jennifer Lopez ha un curriculum che include cantare, recitare, ballare; per non parlare poi del fatto che è madre di due figli e la sua vita privata è sempre sulle pagine di gossip internazionale. 

Uno potrebbe pensare che, in questa situazione, un bel bicchiere di vino ogni tanto non possa che aiutare.

Jennifer Lopez però non è affatto d'accordo: la cantante/attrice infatti non bene alcool e il motivo è uno e semplice.

Come ha detto lei stessa: «Penso che bere rovini la pelle».

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Brad Pitt 

Brad Pitt ha raccontato più volte le sue lotte contro l'abuso di sostanze nel corso degli anni, più recentemente in un'intervista aveva detto: «Stavo bevendo troppo. Era diventato un problema serio».

Ma alla fine, ha deciso di smettere una volta per tutte con l'alcool dopo il suo divorzio (molto pubblico) da Angelina Jolie nel settembre 2016. 

L'attore è entrato a far parte degli alcolisti anonimi, esperienza che ha trovato molto catartica: «Era questo spazio sicuro dove non c'era nessun giudizio, e quindi nessun giudizio neanche su me stesso». 

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Natalie Portman 

L'attrice ha smesso di bere fin da giovanissima. 

La Portman ha infatti sperimentato l'alcol ai tempi del college – quando era ad Harvard – ma da allora ha preferito vivere uno stile di vita senza drink e cocktail.

«Non sono andata davvero alle feste del liceo e non mi sono mai ubriacata fino a quando non sono andata al college. Ma penso che sia stata una buona cosa aver avuto quelle esperienze a quell'età. Ora non mi interessa più»

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Naomi Campbell

A confermare di essere sobria da anni è la stessa top model inglese. 

In un'intervista del 2013, Naomi Campbell ha dichiarato: «Ho smesso di bere alcolici. Non bere mi rende molto più felice».

A quanto pare, questo è l'unico motivo che ha spinto la modella a dire addio all'alcool: voleva essere emotivamente più felice.

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Ben Affleck 

È ormai risaputo che l'attore ha convissuto con l'alcolismo nel corso degli anni, rivolgendosi occasionalmente ai social media per documentare il suo viaggio verso la sobrietà.

«Mi ci è voluto molto tempo per ammettere a me stesso che sono - fondamentalmente, profondamente, senza un accenno di dubbio - un alcolizzato», ha detto Ben Affleck nel febbraio 2020.

Ora sobrio da tempo, Affleck ha notato che dire addio all'alcool è stato utile in più di un modo. «Seguendo un percorso verso la sobrietà ho riscoperto valori che seguirò sempre - spiega - Sii onesto. Sii responsabile. Aiuta altre persone. Chiedi scusa quando sbagli».

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Sarah Ferguson si rifugia in Svizzera dopo l'arresto del principe Andrea per le email legate a Epstein

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Sarah Ferguson ha lasciato il Regno Unito dopo l’arresto dell'ex principe Andrea: è in una clinica svizzera specializzata in salute mentale

Da settimane il clima attorno alla famiglia reale britannica è tutt’altro che sereno. Dopo l’arresto dell'ex principe Andrea con l’accusa di cattiva condotta in carica pubblica e le nuove rivelazioni legate agli "Epstein files", l’attenzione mediatica si è rapidamente spostata anche su chi, negli anni, gli è rimasto accanto. E tra i nomi tornati sotto i riflettori c’è quello di Sarah Ferguson.

L’ex Duchessa di York, 66 anni, non appare in pubblico da mesi. L’ultima volta era stata vista al battesimo della nipote Athena, a Londra, lo scorso dicembre. Poi, il silenzio.

Secondo diverse ricostruzioni della stampa britannica, Sarah Ferguson avrebbe lasciato il Regno Unito poco dopo Natale per rifugiarsi in Svizzera, presso la Paracelsus Recovery Clinic di Zurigo, una struttura privata specializzata in salute mentale e dipendenze, nota per i suoi programmi altamente personalizzati e riservati.

La clinica, che secondo quanto riportato dai tabloid, avrebbe un costo di circa 13mila sterline al giorno, viene descritta dal fondatore come un «santuario» dove ricevere cure senza giudizio. Tra i servizi offerti figurano programmi per burnout, depressione, ansia e traumi, con équipe mediche dedicate e un livello di privacy elevatissimo.

Non si tratterebbe di una novità per l’ex duchessa: in passato aveva già parlato pubblicamente della struttura, definendola un luogo sicuro in cui affrontare le proprie fragilità, e aveva raccontato di aver ricevuto lì la diagnosi di disturbo da stress post-traumatico e ADHD.

**Il principe William commenta l'arresto dello zio Andrea (e il futuro della monarchia)**

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Il ritiro di Sarah Ferguson dalla vita pubblica fa discutere 

Le indiscrezioni sul soggiorno svizzero di Sarah Ferguson arrivano in un momento particolarmente delicato. La pubblicazione di alcune email scambiate con l'ex finanziere statunitense condannato per pedofilia e traffico sessuale, Jeffrey Epstein, in cui emergeva anche un riferimento a difficoltà finanziarie e richieste di aiuto economico, avrebbe avuto un impatto emotivo significativo.

Fonti vicine all’ex duchessa parlano di uno stato di «profonda vulnerabilità», aggravato «dalla pressione mediatica e dall’esposizione pubblica delle conversazioni private».

Negli anni, Sarah Ferguson ha spesso oscillato tra luce e ombra: amata per il suo carattere spontaneo, ma anche coinvolta in vicende controverse. In passato aveva espresso rammarico per qualsiasi associazione con Epstein, definendo quell’episodio un «gigantesco errore di giudizio» e ribadendo la sua totale condanna di ogni forma di abuso.

Oggi, mentre le indagini sull'ex marito Andrea proseguono e il dibattito pubblico resta acceso, la scelta di Sarah Ferguson di allontanarsi temporaneamente dalla scena appare come un tentativo di proteggersi in un momento di grande fragilità personale.

Resta da capire se e quando tornerà sotto i riflettori, e con quale ruolo, in una famiglia reale che sta attraversando uno dei periodi più complessi degli ultimi anni.

**Il principe William vuole cacciare il principe Andrea dalla monarchia**

 
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Il principe William commenta l'arresto dello zio Andrea (e il futuro della monarchia)

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Dopo l’arresto di Andrea, il principe William commenta pubblicamente la vicenda mentre la monarchia affronta una nuova fase di crisi

La prima apparizione pubblica dopo una tempesta mediatica dice sempre molto più di mille comunicati ufficiali. E quella del principe William ai BAFTA Awards 2026, accanto a Kate Middleton, è arrivata in uno dei momenti più delicati per la monarchia britannica.

Pochi giorni prima, infatti, l’ex principe Andrea era stato arrestato con l’accusa di cattiva condotta in carica pubblica, nell’ambito delle nuove indagini legate agli "Epstein files", riguardanti l'ex finanziere statunitense accusato di pedofilia e traffico sessiale, amico di Andrea.

Sul pink carpet londinese, tra abiti couture e flash dei fotografi, l’atmosfera era elegante ma inevitabilmente tesa. Il principe William, 43 anni, non ha evitato le domande. Interpellato sul film Hamnet, che racconta il dolore di William Shakespeare e della moglie Agnes Hathaway per la morte del figlio undicenne, ha ammesso di non averlo ancora visto.

La motivazione? «Ho bisogno di essere in uno stato piuttosto calmo e al momento non lo sono. Lo vedrò più avanti», ha spiegato. Una frase breve, ma che ha immediatamente fatto il giro dei media.

L’arresto dell'ex Duca di York, avvenuto il 19 febbraio (giorno, peraltro, del suo 66° compleanno) ha riaperto ferite mai del tutto rimarginate all’interno della famiglia reale. Andrea è stato interrogato dalla polizia per undici ore e poi rilasciato, mentre le indagini proseguono. Secondo alcune indiscrezioni, gli investigatori potrebbero estendere le verifiche anche ad ambienti e dispositivi legati ai suoi precedenti incarichi ufficiali.

In questo scenario complesso, il principe William si trova in una posizione particolarmente delicata. Se in passato era rimasto ai margini della vicenda Epstein, oggi la questione tocca direttamente il futuro della monarchia.

Più volte ha parlato di una visione improntata «all'evoluzione, non rivoluzione», con l’obiettivo di modernizzare l’istituzione e rafforzarne la credibilità agli occhi dell’opinione pubblica. Ma ogni nuovo sviluppo legato allo zio rischia di complicare questo percorso.

**Il principe William sta pianificando un grande cambiamento per quando diventerà re**

Buckingham Palace ha fatto sapere che re Carlo III guarda con «profonda preoccupazione» alle accuse e sostiene un’indagine completa, equa e condotta dalle autorità competenti. Anche il principe William e Kate, tramite il loro portavoce, hanno espresso inquietudine per le rivelazioni e ribadito che il loro pensiero resta rivolto alle vittime.

Ma per il principe William, l’arresto dello zio non è solo una vicenda familiare: è una prova istituzionale che potrebbe segnare in modo decisivo il suo cammino verso il trono.

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Oltre il podio: cosa ci insegnano davvero le Olimpiadi quando si spengono le luci?

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Dalle imprese di Milano-Cortina alle nostre vite quotidiane: le storie di resilienza che restano, quando il medagliere smette di brillare ma il coraggio continua a parlarci.

Le Olimpiadi finiscono sempre così: con una cerimonia che commuove tutti noi, un ultimo sventolio di bandiere, le immagini che scorrono veloci sui social e una promessa di rivederci tra quattro anni.

È quello che è successo anche con i Giochi di Milano-Cortina 2026: settimane intense, totalizzanti, capaci di entrare nelle nostre case e nei nostri discorsi quotidiani. Ma la domanda è inevitabile: cosa resta davvero, quando si spengono le luci? È lì, in quella domanda, che si nasconde il legame più profondo tra Olimpiadi e resilienza.

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Crediamo rimanga molto più di un medagliere. Restano storie, immagini che non sono solo sportive, ma totalmente umane. Restano corpi che hanno attraversato il limite e lo hanno ridefinito e restano donne e uomini che, prima ancora di vincere, hanno scelto di non smettere di provarci.

La resilienza non è una parola motivazionale

C'è una linea continua che attraversa queste Olimpiadi ed è quello che chiamiamo il filo della resilienza. Non di certo quella da hashtag, ma quella concreta, fatta di fisioterapia alle sei del mattino e di sconfitte che bruciano.

Tra i volti più potenti di questa resilienza è stato quello di Federica Brignone. Dieci mesi fa una caduta devastante, un infortunio che avrebbe potuto chiudere la carriera di chiunque. Una frattura complessa, la ricostruzione del legamento, mesi di riabilitazione. E poi l’oro nel SuperG, davanti al pubblico di casa. No, non stiamo parlando di una favola ma di un vero processo. Brignone non ha vinto “nonostante” la fragilità ma ha vinto attraversandola.

Accanto a lei, citiamo la longevità come forma di coraggio. Arianna Fontana, alla sua sesta Olimpiade, ha dimostrato che l’età non è un dettaglio anagrafico ma una forza competitiva. Restare ad altissimi livelli per così tanto tempo significa convivere con aspettative, pressioni, cambiamenti del corpo e del contesto. Significa scegliere ogni giorno di rinnovare il proprio patto con lo sport.

E poi la maternità, che nello sport femminile non è ancora un tema neutro. Francesca Lollobrigida è tornata sul ghiaccio dopo oltre un anno di stop per la gravidanza e ha conquistato due ori. Non ha messo tra parentesi la sua identità di madre per essere atleta, ma le ha fatte convivere. Ha mostrato infatti che eccellenza e vita possono nutrirsi a vicenda.

Non smettere mai di provarci: la lezione più grande

C’è un momento, in ogni Olimpiade, in cui capiamo che la vera posta in gioco non è l’oro. È la scelta di ripresentarsi sulla linea di partenza.

Gli ori italiani di questi Giochi infatti hanno avuto un tratto comune: nessuno è stato lineare. Nessuna carriera è stata perfetta così come nessun percorso si è dimostrato privo di crepe. Ma è proprio lì, nelle crepe che noi abbiamo visto la luce.

Allora qual è la vera domanda? Non smettere mai di provarci? Ma cosa significa veramente? Significa accettare che il talento non basta e che il successo non è una traiettoria ascendente, ma una curva piena di deviazioni. Significa anche allenarsi quando nessuno guarda, significa esporsi alla possibilità di perdere ancora.

È una lezione che va oltre lo sport. Perché nella vita reale non abbiamo uno stadio pieno a sostenerci e non abbiamo un podio che certifica il risultato. Quello che però abbiamo sono le nostre scelte quotidiane accompagnate da fallimenti silenziosi e ripartenze invisibili. Le storie olimpiche infatti ci ricordano che la perseveranza è fiducia nel processo e non ostinazione cieca.

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Perché le Olimpiadi ci toccano così a fondo

Ogni quattro anni accade qualcosa di raro: ci sentiamo parte di un “noi”. Le Olimpiadi infatti trasformano la competizione individuale in un racconto collettivo. Noi non tifiamo solo per un atleta, ma per una storia in cui riconosciamo qualcosa di nostro, che sia la fatica, l’attesa o semplicemente la voglia di riscatto.

I giochi ci offrono uno spazio emotivo condiviso e ci ricordano che il limite è in realtà un confine da esplorare. E c’è anche un altro aspetto, più sottile: le Olimpiadi rendono visibile la fragilità. Un atleta che cade o che piange normalizza qualcosa che nella vita quotidiana tendiamo a nascondere. Ci autorizza a non doverci mostrare come esseri invincibili.

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Cosa ci lasciano davvero, quando tutto finisce

Quando il villaggio olimpico si svuota e le arene tornano silenziose, resta una domanda personale: cosa facciamo di quello che abbiamo visto?

Le Olimpiadi ci lasciano un modello diverso di successo, ci lasciano la consapevolezza che il corpo ha memoria, ma anche capacità di rinascita.

Soprattutto, ci lasciano un invito: continuare a provarci, ma non per vincere una medaglia, ma per onorare il nostro percorso, con la stessa determinazione con cui un’atleta torna in pista dopo mesi di riabilitazione. Le Olimpiadi finiscono lo sappiamo, invece la resilienza, quella vera, inizia quando torniamo alla nostra vita quotidiana.

E volete sapere la cosa più bella? È ricordarsi come anche lontano dal podio, possiamo essere straordinari.

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Grey’s Anatomy in lutto: è morto Eric Dane dopo la battaglia contro la SLA

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Eric Dane, celebre volto di Grey’s Anatomy ed Euphoria, è morto a 53 anni dopo una battaglia contro la sclerosi laterale amiotrofica

Il mondo delle serie tv perde uno dei suoi volti più iconici degli anni Duemila. Eric Dane, diventato celebre grazie al ruolo del dottor Mark Sloan in Grey’s Anatomy, è morto a 53 anni dopo una battaglia contro la sclerosi laterale amiotrofica (SLA), resa pubblica meno di un anno fa.

Secondo quanto comunicato dai suoi rappresentanti, Eric Dane si è spento circondato dagli affetti più cari: la moglie Rebecca Gayheart e le figlie Billie e Georgia. Nel comunicato diffuso alla stampa si sottolinea quanto le figlie fossero il centro del suo mondo e quanto fosse grato per l’affetto ricevuto dai fan nel corso della sua carriera.

Per milioni di spettatori, Eric Dane è stato “McSteamy”, il chirurgo affascinante e brillante che ha segnato alcune delle stagioni più intense del medical drama creato da Shonda Rhimes. Entrato nel cast nel 2006, il suo personaggio è diventato rapidamente uno dei più amati, tanto da lasciare un’impronta indelebile nella serie anche dopo la sua uscita di scena. 

Negli ultimi mesi, però, la sua storia si era intrecciata con un percorso più personale e doloroso. Dopo aver annunciato nel 2025 la diagnosi di SLA, Eric Dane aveva scelto di utilizzare la propria visibilità per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla malattia. In diverse occasioni aveva parlato apertamente delle difficoltà fisiche legate alla progressiva perdita di controllo muscolare, ma anche della volontà di restare fiducioso e presente per la sua famiglia.

Oltre a Grey’s Anatomy, Eric Dane aveva raggiunto una nuova generazione di pubblico interpretando Cal Jacobs nella serie HBO Euphoria, dimostrando ancora una volta la sua capacità di attraversare generi e epoche televisive diverse. Aveva recitato anche in produzioni come Charmed, The Last Ship e in film come Io & Marley e Burlesque.

La sua scomparsa lascia un vuoto non solo tra i colleghi e gli amici, ma anche tra quei fan che, crescendo con lui sullo schermo, hanno trovato nei suoi personaggi una parte delle proprie emozioni.