Valentina Ferragni racconta VFS The Studio: «Così ho trasformato una passione silenziosa nel brand che sognavo»

Ci sono progetti che nascono da un'intuizione improvvisa. Altri, invece, maturano lentamente, quasi in silenzio, fino a trovare il momento giusto per prendere forma. Per Valentina Ferragni è stato così. Dietro VFS The Studio non c'è soltanto la voglia di disegnare gioielli, ma il desiderio di trasformare una passione per il design in qualcosa di concreto, capace di raccontarla anche oltre il suo lavoro sui social.
«La mia passione per il design è sempre stata un po' silenziosa», racconta a Grazia.it. «Ho sempre amato gli oggetti, l'arredamento, le forme. Poi, nel 2019, grazie a una collaborazione con un piccolo brand italiano di gioielli, mi è stata proposta la direzione creativa di una capsule collection. È stato il mio primo vero approccio a questo mondo e lì ho scoperto una libertà creativa incredibile.»
Quell'esperienza le fa capire che è arrivato il momento di costruire qualcosa di suo. «Sentivo il bisogno di creare qualcosa di più concreto, qualcosa che mi appartenesse davvero.»
Insieme ad Alessandra, oggi general manager dell'azienda, inizia così a sviluppare il progetto. È l'autunno del 2019 e tutto prende forma lontano dai riflettori. «Avevamo realizzato i gioielli, il packaging, il sito: era tutto pronto. Ho investito tutti i miei risparmi perché il brand è nato in modo completamente indipendente.» Poi, però, il mondo si ferma.
Il lancio coincide con l'arrivo della pandemia e ogni piano sembra destinato a saltare. «Il timing è stato tremendo. Dovevamo lanciare poche settimane dopo l'inizio del Covid. Ma avevamo già costruito tutto e ci siamo dette: proviamoci comunque. Nessuno sapeva cosa sarebbe successo.»
Proprio in quel momento nasce quello che diventerà il simbolo del brand: il UALI, il mono orecchino destinato a trasformarsi nel bestseller di VFS The Studio.
«Volevamo creare un gioiello immediatamente riconoscibile. Nella gioielleria vedevo tantissimi prodotti bellissimi, ma poca riconoscibilità rispetto al mondo della moda. L'idea era portare quella forza visiva anche nei gioielli.»
Una scelta che, senza poterlo prevedere, si rivela perfetta per quel momento storico. Durante lo smart working e le videochiamate, bastava un accessorio per cambiare completamente un look.
«Le persone erano a casa e si vestivano praticamente solo dalla vita in su. Quel mono orecchino riusciva a dare carattere anche all'outfit più semplice. Ti faceva sentire più curata, più giocosa. Non immaginavamo minimamente quello che sarebbe diventato.»
A sei anni dal lancio, UALI continua a essere uno dei modelli più venduti, ma nel frattempo il brand è cresciuto insieme alla sua fondatrice. Da qui nasce anche il recente rebranding, con il passaggio a VFS The Studio e una nuova visione creativa.
«Quando è nato il brand avevo 27 anni. Oggi sono una donna diversa e volevo che anche il marchio raccontasse questa evoluzione. Siamo cresciute tutte: io, il team (a collaborare con Valentina ci sono altre tre ragazze su Milano ndR.) e anche le nostre clienti.»
L'obiettivo è quello di mantenere la riconoscibilità che ha reso iconico il brand, ma con una proposta più sofisticata. «Abbiamo creato il UALI 2.0 pensando a un gioiello che conservasse il nostro DNA, ma con un'estetica più vicina all'alta gioielleria e alla donna che sono oggi.»
Accanto al design, però, c'è una scelta che Valentina considera imprescindibile: produrre interamente in Italia.
«Per noi era fondamentale fin dal primo giorno. Siamo tutti orgogliosi del Made in Italy, ma poi bisogna avere anche il coraggio di investirci davvero. Abbiamo selezionato laboratori che condividessero la nostra idea di qualità e oggi produciamo ad Arezzo. All'estero il valore dell'artigianalità italiana viene percepito ancora più che da noi.»
In questi anni la community ha avuto un ruolo importante nell'evoluzione del brand, ma senza mai sostituirsi alla direzione creativa. «Ascoltiamo sempre le nostre clienti, però un brand deve avere una propria firma. Se seguissimo soltanto quello che ci chiedono, perderemmo la nostra identità.»
Un esempio? La versione nera del UALI, richiesta per anni e lanciata solo nel 2025. «Non abbiamo fatto neanche in tempo a fotografarlo: era già sold out. In quel caso avevano assolutamente ragione loro.» ci spiega Ferragni.
Guardandosi indietro, però, la lezione più importante non riguarda il design, ma il modo di vivere l'imprenditoria. «Quando un progetto cresce molto in fretta si pensa subito all'obiettivo successivo. Io ho imparato a godermi anche il percorso. Abbiamo commesso tanti errori, io per prima, ma fanno parte della crescita.»
E aggiunge una riflessione che va oltre il suo brand: «Oggi tutti raccontano quanto le loro aziende funzionino, mentre si parla poco delle difficoltà. Io credo che non ci sia nulla di cui vergognarsi: ci sono momenti complicati per tutti e raccontarli può aiutare anche altri imprenditori.»
Un pensiero che racconta l'anima di VFS The Studio: un marchio nato da un sogno personale, costruito con determinazione e cresciuto insieme alla donna che lo ha immaginato e seguito da un team tutto al femminile. Perché dietro un gioiello, oltre allo stile, c'è un percorso fatto di intuizioni, coraggio e continua evoluzione.
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